La sopravvivenza del più adatto. Anche in editoria

Leggo nel post «Lo strano caso di Stephen Leather», sul blog «Ehi Book!» del Corriere della Sera, di uno scrittore britannico che, vistosi rifiutare alcuni romanzi dalla casa editrice con cui collabora da anni, ha pensato di proporli personalmente in formato digitale sul Kindle store di Amazon, al minimo prezzo consentito (70 centesimi). Il risultato? Il suo romanzo è in cima alle classifiche con una vendita media di duemila copie giornaliere. E non è l’unico caso di questo genere. Negli Stati Uniti, ad esempio, Amanda Hocking ha pensato di improvvisarsi editrice di se stessa e mettere on-line, al prezzo di 3 dollari, il suo manoscritto, un paranormal romance rifiutato da tutti gli editori ai quali l’aveva spedito. In un mese, ha venduto più di quattrocentomila copie.

Le interpretazioni del fenomeno non si sono fatte attendere, a partire dal commento del giornalista e scrittore Pietrangelo Buttafuoco, che (leggo su Booksblog) ha dichiarato: «Internet somiglia tanto alle pareti delle latrine, dove uno arriva e scrive ciò che vuole. Ma non determina l’autorevolezza. Mi fido molto di più del lavoro editoriale». Okay, il lavoro editoriale, soprattutto il dialogo tra editor e autore, è in grado di migliorare un manoscritto per mettere in luce i punti di forza dell’idea che ci sta sotto. Ma internet non era un formidabile strumento di democrazia? Quello che tutti i governi con qualcosa da nascondere cercano in tutti i modi di controllare o oscurare? E rilancio: quanti capolavori del passato sono stati pluririfiutati dagli editori dell’epoca?

Penso che questi siano due casi di… democrazia editoriale, chiamiamola così. Ogni singolo lettore, senza intermediari, ha espresso una preferenza su ciò che ha voglia di leggere. E anche sul prezzo che è disposto a pagare per farlo. Non credo che in Italia, almeno a breve, un fenomeno del genere sia possibile, complice la scarsa diffusione dei lettori e-book, tuttora guardati con sospetto anche dai lettori forti. Ma penso che qualcosa stia cambiando, e che prima o poi succederà anche da noi. E sono anche convinta che questi due clamorosi casi editoriali spingeranno gli editori a rivedere sia la loro politica dei prezzi che la qualità della loro proposta editoriale. È innegabile, al momento attuale, che non tutti i libri pubblicati, anche dalle grandi case editrici, abbiano l’autorevolezza tale da giustificare un prezzo dieci o venti volte superiore a ciò che il lettore è disposto a pagare.

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4 pensieri su “La sopravvivenza del più adatto. Anche in editoria

  1. post attualissimo e spunto per una discussione interessante. Da ‘ vecchio’ autore e lettore preferisco un po’ la formula del libro cartaceo però, recentemente, ho accettato di ripubblicare il mio primo romanzo in formato E-book. Vedremo. Di fatto mi sono stampato e rilegato la mia copia, giusto per l ‘archivio. Però trovo curioso che tutti i grossi editori prima di Natale strombazzassero l’ebook come il metodo per salvare le vendite dichiarando che il libro cartaceo era morto e che il futuro era elettronico. A un certo momento sembrava che comprare un supporto per l’ebook fosse obbligatorio. pochi giorni fa un noto editore (che casualmente è anche proprietario della scuola dei librai) dichiarava al Corriere che ‘ L’ebook è un fenomeno mediatico e che tutti a Natale hanno spacchettato il loro supporto ma adesso non lo usano’. Non sarà che i librai (che pagano per far parte della sua associazione e frequentare i suoi corsi)si sono lagnati che questa politica editoriale svuotava le già desolate librerie? Io non lo so ma mentre continuo a pubblicare novità in libreria non mi tiro certo indietro di fronte alle nuove prospettive. Vedremo cosa succederà.

  2. Be’, Leather – checché ne dica Buttafuoco – ha oltre venti romanzi alle spalle e un buon successo di vendita. Quel che scrive può piacere o non piacere, ma nel suo caso il “lavoro editoriale” è già stato fatto da tempo e non credo che gli avrebbero lasciato pubblicare venti e passa libri (in un settore così competitivo come quello del thriller di cassetta) se non avesse avuto uno straccio di qualità. Se anche in Italia si facesse davvero il lavoro editoriale di cui parla il Buttafuoco, e si guardassero più gli effettivi meriti che le amicizie politiche e la frequentazione dei giri giusti, credo che un buon 80 per cento dei libri pubblicati – tra cui quelli del Buttafuoco medesimo – tornerebbero dritti nei cassetti degli autori.

  3. @Stefano Anch’io mi definisco una feticista della carta stampata e come te guardo la novità senza facili entusiasmi, ma anche senza sospetti immotivati. Si tratta di capire cosa succederà dopo l’inevitabile terremoto che porterà il nuovo mezzo distributivo. Le lobby, e non c’entrano i posti di lavoro che fingono di difendere, sono fonte di ristagno culturale ed economico e in Italia non ne manca una per ogni nicchia di mercato.

    @Luca Concordo in pieno. Testi imbarazzanti vengono stampati con il beneplacito di editor (probabilmente troppo oberati di testi da revisionare per permettersi di essere scrupolosi), editori ed eventuale stuolo di critici compiacenti a fornire il supporto post-produzione. Aggiungo che quando si parla di “tecnica” di scrittura salta sempre fuori qualcuno che storce il naso, come se fosse un insulto alla creatività. Non si nasce “imparati”, tutto sta -credo- nell’imparare dai propri errori. Credo che il “lavoro editoriale” sia imprescindibile, così come è imprescindibile il rispetto per il lettore. Non escludo che, in futuro, gli autori stessi siano chiamati a una maggiore responsabilità anche in Italia e -magari- cominciare a rileggere i propri testi una volta terminata la prima stesura. Anche la narrativa italiana potrebbe diventare materia d’esportazione.

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