I bambini, se la loro mamma è vicina, giocano anche se c’è il terremoto

Tra i volti che ho incontrato in questi giorni difficili, ci sono quelli della piccola Elena e la piccola Emma. Elena e Emma hanno rispettivamente sei e due anni, e sono le figlie di due ragazzi di Mirandola. Elena ha un sorriso velato di malinconia, Emma due occhioni da cerbiatta. A causa del terremoto, la famiglia di Elena e Emma ha perso tutto: casa, prospettive, lavoro. Anzi, no. Il papà il lavoro non ce l’ha più (lavorava in uno dei tanti capannoni che il terremoto ha raso al suolo), ma la mamma ce l’ha ancora, anche se rischia di essere licenziata. Il titolare è stato chiaro: in caso di assenza prolungata, dovrà prendere provvedimenti.

Ma lei non può lavorare, perché non ha più una casa dove dormire. E alla famiglia di Elena e Emma la Protezione civile non può assegnare una tenda, dato che quando hanno fatto domanda (il 25 maggio) erano già tutte occupate. Così, sono finite in una lista di attesa, ma, secondo le indiscrezioni, non ci sono altre risorse.

Elena e Emma non hanno potuto acquistare una tenda. Col papà, hanno percorso centinaia di chilometri, ma in nessun centro commerciale ne hanno trovate di abbastanza grandi. Due terremoti in pochi giorni e la terra che continua a tremare hanno dato fondo a tutte le riserve anche nelle regioni vicine.

Gli alberghi? Troppo lontani da Mirandola per permettere alla mamma di fare la pendolare. Così, il papà ha cercato un container a noleggio, ma tra il trasporto (che da solo costa 500 euro) e il canone (si parte da 250 euro al mese), non possono più permetterselo. Qualcuno, al telefono, ha suggerito alla mamma di Elena e Emma di spedire le bambine da qualche parente. Come un pacco indesiderato, come se avere due figlie fosse una colpa da espiare. Inoltre, per le piccole, allo shock del cataclisma si sommerebbe quello della lontananza.

Emma necessita delle attenzioni di una bambina della sua età, Elena si nasconde quando non riesce a trattenere le lacrime. Non hanno neanche un giocattolo, nella fuga non c’è stato il tempo per prenderli. Ho regalato loro una copia di Topolino che avevo in macchina, così Elena poteva allenarsi alla lettura, e Emma guardare le figure. Hanno improvvisato un gioco in cui cercavano la stessa vignetta con Qui, Quo e Qua che sghignazzavano facendo “eh eh”, per poi sgarbirsi il giornalino e correre via.

La mamma cerca di contattare da giorni gli enti locali, ma una sistemazioni non è ancora saltata fuori. Domani, ricomincerà a lavorare. Al colmo dello sconforto, dice che è disposta a chiamare Striscia.

Elena e Emma sono state lasciate sole dalle istituzioni. In un paese civile, nessuna bambina dovrebbe affrontare quello che stanno passando loro.

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3 pensieri su “I bambini, se la loro mamma è vicina, giocano anche se c’è il terremoto

  1. Già dal terremoto dell’Acquila il popolo italiano ha dimostrato di non saper affrontare una catastrofe naturale, né a livello organizzativo né, peggio ancora, quello umano. Grazie per raccontarci tutto quello che sta succedendo lì. Un abbraccio

  2. Sono senza parole … Un’ennesima onta tra le tante che infangano questa nazione. Siamo grottescamente ed oscenamente ridicoli. Ridicoli. Si parla di diritti ma dove sono? Non ho parole … Un abbraccio forte, Barbs

  3. Leggendo quello che hai scritto mi si sono annacquati gli occhi, non posso credere che ci sia così tanta crudeltà, sopratutto da parte di persone che stanno vivendo di persona questo dramma. che dire, possiamo comprarla noi una tenda da fargli avere? io metto a disposizione qualche soldo, quello che posso. che amarezza. l’unica consolozaione è quel raggio di luce delle bimbe che si divertono con un topolino

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