Non saremo mai più gli stessi

Quello che non dimenticherò mai, è la voce del terremoto. Un rumore profondo, un boato pulsante che viene dalle viscere della terra ed entra nelle tue, di viscere. Più delle grida in lontananza delle persone, deformate dall’angoscia come di sirene stregate. Più dei muri che respiravano, vibrando come foglie nella tempesta, più del pavimento che pulsava come un cuore rivelatore. La casa sembrava viva. O meglio, indemoniata.

E poi lo stridio di coppi che sobbalzavano sul tetto, gli scricchiolii sinistri delle pareti, il fracasso dei vetri in frantumi delle mie vetrinette che cadevano a terra, insieme ai ricordi che custodivano.

Domenica 20 maggio. Ore 4:04. Interno notte. Terzo piano della mia palazzina. Brusco risveglio. Non riuscivo a stare in piedi. Cadevo in ginocchio mentre le cose mi cadevano addosso, non capivo se cocci, intonaco o le travi del soffitto. E ogni volta mi rialzavo. Cercando di arrivare alla soglia, ero già caduta due volte. Ho pensato che stavo per morire. Lo ricordo bene, è marcato a fuoco nella mia mente. È stato nell’attimo in cui ho appoggiato la mano allo stipite e quello mi ha respinto come imbizzarrito. Poi, mi sono guardata indietro. Il mio compagno era in ginocchio. Ho gridato che dovevamo uscire da lì. L’ho aiutato ad alzarsi. È stato in quel momento, che è partito il carillon.

Sembrava una beffa, una burla del destino. Come una melodia a effetto per un film dell’orrore, una canzoncina tetra si è insinuata tra il frastuono, e dalla stanza accanto è partito il tema del Lago dei cigni.

Non mi è passata la vita davanti agli occhi, non mi sono messa a piangere, né immobilizzata. Volevo solo uscire, e guardare in faccia la luna. Uscire dal mio appartamento, che in quel momento era una trappola, e che come una furia ci spintonava come burattini senza fili.

Buio, poi flash di luce quando per brevi istanti tornavano ad accendersi i lampioni. Aggrappati al corrimano della scala a chiocciola che sembrava sconnesso, ci siamo trovati al piano di sotto. Corridoio, ho attraversato un fiume di vetri bagnati e maleodoranti, bottiglie squarciate di nocino e superalcolici, e qualcosa di dolciastro. Miele e zafferano, avrei scoperto poi.

Ho afferrato le scarpe, dall’appendiabiti il giubbotto di pelle, mi sono trovata in mano il cellulare. Poi, fuori dalla porta dell’appartamento. Rampe di scale, il cuore a palla e un solo pensiero: i miei genitori e i miei fratelli che vivono dall’altra parte del paese.

Quando ho avuto il cielo sulla testa, con la camicia da notte di Trilli, senza calzini, con le scarpe da ginnastica con i teschi e il giubbotto di pelle, ho guardato il mio compagno e senza dirci una parola abbiamo iniziato a correre. I nostri vicini erano in strada, i volti stravolti dal freddo e la paura. Forse qualcuno ha parlato, ho visto la bocca che si muoveva, ma non ho sentito cosa ha detto.

Il sottopassaggio sembrava lo scheletro di un dinosauro. Ho pensato che con un’altra scossa sarebbe venuto giù, ma dovevo attraversarlo se volevo arrivare dai miei. Così, ho cercato di correre ancora più forte, come quando ero bambina e facevo le gare di velocità con mio fratello grande.

Arrivata dall’altra parte, non mi sono guardata indietro. Ho rallentato l’andatura perché avevo il fiato in gola. C’era una famiglia di senegalesi in mezzo alla strada, le sclere bianche dilatate. Erano almeno in dieci tra adulti e bambini. Sono arrivata davanti alle mie vecchie scuole medie. La strada era allagata. Il rumore dell’acqua scrosciante che si mescolava a quello degli allarmi. Ho provato a chiamare mia madre, i miei fratelli, mio padre. Ma il terremoto ti taglia fuori. “No, la casa non può essere crollata” pensavo. E mi ripetevo che dovevano stare bene.

La via dei cani, così la chiamo e mi fermo ad accarezzarli tutti quando vado a cena dei miei, quella notte era piena di persone. Una donna anziana con gli occhi ribaltati all’indietro e la bocca spalancata sembrava morta. Camicia da notte chiara e il volto deformato. Una ragazza di fianco a lei singhiozzava tra le braccia del marito. Ovunque facce sconvolte. Ogni abitazione presidiata dai fantasmi dei suoi abitanti. I commenti della gente mi volavano accanto perché non smettevo di correre. Ho attraversato il campetto dei marciapiedi rosa, questo nome invece glielo ha dato mio fratello piccolo che voleva andarci a pattinare. Insisteva un po’ e alla fine ce lo portavo sempre. A quell’ora i marciapiedi sembravano pozze gialle, tanto la luce intorno risultava irreale.

Mancava una via soltanto a casa dei miei e io mi aggrappavo al poco fiato che mi rimaneva. Poi l’ultima svolta con il terrore che mi pugnalava. E ho visto la punto rossa di mia madre e la sua sagoma che si alzava e usciva dalla portiera. In camicia da notte mi ha corso incontro e ci siamo abbracciate. Forte. In cortile ho visto mio padre e ho abbracciato anche lui. Mio fratello grande aveva preso l’auto per andare a controllare a casa delle mie due nonne. E poi ha chiamato quello di mezzo, stava bene anche lui.

Ho respirato. E mi sono resa conto che fino a quel momento avevo corso in apnea.

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13 pensieri su “Non saremo mai più gli stessi

  1. Ti capisco. Abito a 60 km dall’epicentro, e nonostante la mia angoscia sia ben inferiore alla tua, ti capisco. Un enorme abbraccio, anche se non ci conosciamo.

  2. Ti capisco, ho vissuto il terremoto dell’ 80, avevo solo dodici anni, la paura mi è rimasta dentro insieme all’ immagine della casa che sembrava pulsare di vita propria. Mio fratello aveva solo dieci anni ma, come me, ricorda ogni attimo di quell’ evento e purtroppo ha rivissuto quella tremenda esperienza perché ora vive in uno di quei meravigliosi luoghi feriti dal sisma. Un abbraccio, Barbara!

    • Grazie Maria, un grande abbraccio anche a te. La speranza è che le scosse cessino, per sperare di lasciarci questa brutta esperienza alle spalle, e ricominciare a costruirci una vita.

  3. Ciao Barbara, la tua terra è in ginocchio, e anche la sua gente. Ma noi, gli italiani più fortunati che del sisma abbiamo avvertito solo lievi scosse, siamo tutti lì insieme a voi. Con le braccia, per darvi sostegno e aiuto, ma anche con il cuore.
    Mariangela Camocardi

  4. La tua arte di narrare le cose fa rivivere la scena nei miei occhi. La tua vicenda con tutti i famigliari in zona, il panico, i pensieri che galoppano come imbizzarriti, il tempo che non ha più un procedere regolare ma a strattoni, i suoni, i boati come esplosioni, le sirene che si rincorrono e gli allarmi delle auto che fanno eco…e le parole? Zero! Solo sguardi, volti che silenti parlano a gran voce più di mille parole!!!
    Io l’ho vissuta un poco diversamente, vivendo da SOLO nella “bassa”, in una casettina in campagna: buttato giu dal letto a vedere una danza macabra di mobili che si cambiavan di posto in sala, stando sotto l’arco della porta della camera, attendendo che il boato che mi vomitava i libri dagli scaffali desse fine alla folle danza di mobili, per potermi rifugiare in auto, e lì passar la notte continuamente “cullato” dalle scosse, fino al mattino!

  5. Hai ragione, non saremo mai più gli stessi. Io e mia moglie dopo la scossa siamo fuggiti da San Felice e siamo andati a casa di mia madre, in Toscana. Ma neanche qua, al sicuro, nulla è più come prima. La notte ha perso il silenzio. E ogni rumore, anche lo sferragliare di un camion o il fischio del vento, mi ricorda lo stridìo sordo della terra e mi fa sobbalzare nel letto. Mi sono risparmiato l’esperienza delle notti in macchina o in tenda, ma ti assicuro che non riesco più a dormire tranquillo. E se riesco ad addormentarmi, sovente faccio incubi sognando il fracking, Giuliani, i precursori sismici e le prove con il radon. Altre volte dormo con l’ansia dell’attesa che arrivi un’altra scossa. Appena mi sveglio accendo il cellulare e controllo se ci sono state repliche. Mi capita di farlo più volte durante la notte.
    Un forte abbraccio e complimenti per l’emozionante (ed al tempo stesso lucida) descrizione che hai fatto di quei terribili e lunghissimi minuti.

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