Io la troverò: intervista a Romano De Marco

9788807020148_quarta.jpg.207x324_q100_upscaleMi è capitato di soffermarmi a osservare i volti dei senzatetto nelle grandi città, i cosiddetti invisibili, e mi sono sempre chiesta quale storia nascondessero e cosa li avesse spinti a vivere ai margini della società. Il protagonista di Io la troverò (Feltrinelli, pp. 328, euro 15) è proprio uno di loro, ha un passato che ogni giorno cerca di dimenticare ma che un giorno ritorna a stanarlo sotto forma dell’ex collega di polizia Luca Betti. Perché si sa, puoi correre più veloce che puoi ma i fantasmi del passato corrono sempre più veloci.

Io la troverò di Romano De Marco è una storia di amicizia, di colpe e di redenzione, di violenza e inganno ma anche di perdono. Un padre e una figlia scomparsa, una nuova missione per l’ex sbirro e clochard Marco Tanzi, la più importante della sua vita.

Benvenuto su Scritture barbariche, Romano. Molti scrittori ammettono di creare un romanzo partendo da una storia, da un fatto di cronaca o da un personaggio. Io la troverò sembra essere costruito intorno a un sentimento: l’amore per i figli. Sbaglio?
Innanzitutto Barbara grazie dell’ospitalità sul tuo blog e un saluto a tutti i tuoi affezionati lettori. Non sbagli affatto, Io la troverò è nato dalla volontà di raccontare una storia che parlasse di amore per i figli dal punto di vista di un padre. A questo spunto iniziale si è affiancata, nel corso della scrittura, l’opportunità di parlare di temi come l’amicizia, il tradimento, la rinascita. Mi attirava da tempo l’idea di narrare l’epopea di due uomini ultraquarantenni usciti entrambi sconfitti dalle vicissitudini della vita. Nel caso di Marco Tanzi la sconfitta è rappresentata da una disperata sete di Giustizia e di verità, dal tentativo di dare un senso alla propria esistenza rovinosamente fallito in conseguenza dei tragici esiti di un errore commesso nell’ambito del proprio lavoro di poliziotto. Luca Betti, invece, è un uomo che dopo vent’anni di matrimonio si rende conto di aver vissuto una vita basata solo su l’illusione. L’amore totale per sua moglie, mai adeguatamente corrisposto, e lo spirito di sacrificio con il quale ha rinunciato a se stesso per votarsi patologicamente a un’idea di famiglia felice, lo lasceranno improvvisamente solo e psicologicamente nudo, a doversi reinventare completamente per cercare di dare un senso a ciò che resta della propria esistenza. In entrambi i casi l’ancora di salvataggio sarà l’amore per i figli: una forza primordiale, assoluta, capace di modificare il corso degli eventi, ma anche una vera e propria condanna biologica, ultimo possibile risorsa degli sconfitti.

Romano de MarcoAmbientazione italiana, una Milano cupa, pericolosa, che nasconde ombre e fantasmi. Ma anche altre città italiane, come scorci affilati. Vuoi parlarci di questa tua scelta?
Nella prefazione di un altro mio romanzo ambientato nel capoluogo lombardo (Milano a mano armata) Eraldo Baldini affermò che Milano è l’unica vera realtà metropolitana italiana. Sono d’accordo con lui e col fatto che sia lo sfondo ideale per un certo tipo di vicenda. In questo romanzo, in particolare, avevo la necessità di collocare il clochard Marco Tanzi in una città fredda, distaccata, che non ha spazi da riservare agli sconfitti, costretti a confondersi con gli angoli bui e con i luoghi maledetti della metropoli. E a passare inosservati davanti a quei cittadini operosi e distratti che non hanno tempo per curarsi di loro. Riguardo agli altri luoghi, mi piace inserire scorci diversi della provincia italiana nei miei romanzi. Solo luoghi che ho conosciuto personalmente però, e dai quali ho tratto delle suggestioni, delle idee, delle sensazioni che mi piace riportare nelle cose che scrivo.

MaurizioMerliDa appassionata di cinema di genere non mi sono sfuggite le citazioni presenti nel tuo romanzo. I cognomi dei tuoi protagonisti hanno richiamato alla mia mente il mai dimenticato commissario Tanzi di Roma a mano armata e il commissario Betti, sempre interpretato da Maurizio Merli e che rappresentò il suo esordio nel genere poliziottesco in quel capolavoro che fu Roma violenta. Anche la tua scrittura può essere definita cinematografica. Scrittura e linguaggio filmico possono essere complementari?
Sei la seconda persona ad accorgersi di questa sorta di omaggio subliminale! La prima è stata Andrea Pinketts che ne ha parlato durante la presentazione milanese di Io la troverò. In effetti i nomi di Tanzi e Betti sono un omaggio a Maurizio Merli, ma non al personaggio interpretato nei suoi tanti poliziotteschi, il “commissario di ferro” (vera e propria icona di un genere che, nel bene e nel male, ha segnato un’epoca della nostra cinematografia). L’omaggio, in realtà, è a Merli uomo, sul quale scrissi, un paio d’anni fa, un saggio pubblicato sulla rivista “Action”, diretta dall’amico comune Stefano Di Marino. Merli era un ottimo attore, diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica, che recitò con importanti compagnie teatrali (fra le quali quella di Luca Ronconi) e ottenne un buon successo interpretando in TV “Il giovane Garibaldi” . A un certo punto della sua carriera tentò la strada del cinema d’autore. Non riuscì mai ad imporsi in quella veste e il grande successo gli derivò solo dal filone del poliziesco all’italiana. Un genere che lui, in realtà, non apprezzava e nel quale si ritrovò quasi per caso (sostituì all’ultimo momento Franco Nero in Roma Violenta che, originariamente, doveva essere il sequel di La polizia incrimina, la legge assolve). Durante tutta la sua vita professionale tentò più volte, inutilmente, di liberarsi da quel personaggio, senza mai riuscirci e tornando sistematicamente ad interpretarlo dopo aver subito l’ennesimo flop di qualche pellicola alternativa. Morì giovane, a 49 anni. Di lui serbo l’immagine di un uomo malinconico, sconfitto (nonostante il successo) e, in un certo senso, simile ai miei personaggi. Sulla scrittura cinematografica, devo dire che sì, in effetti spesso scrivo come se dovessi comporre una sceneggiatura piuttosto che un’opera narrativa. Forse perché la gran parte delle mie suggestioni è di tipo visivo… Mi ispiro a immagini di film, di serie TV, di fatti di cronaca e di luoghi conosciuti personalmente. In questo senso la mia scrittura è senz’altro complementare al linguaggio cinematografico.

C’è chi dice che uno scrittore forte è prima di tutto un lettore forte. Cosa legge Romano De Marco?
Leggo di tutto, seguendo con entusiasmo i consigli di lettura dei tanti amici autori che ho. Purtroppo, dovendomi dividere tra un lavoro molto impegnativo, i figli, la scrittura e mille altre passioni, non riesco a leggere più di una quarantina di libri l’anno. Di questi al massimo dieci sono narrativa di genere. Per lo più leggo autori classici (recuperando le letture che non ho fatto da ragazzo, quando i miei preferiti erano Sanantonio e Mike Spillane…). Seguo i contemporanei italiani e ho una venerazione particolare per Pontiggia del quale rileggo, ciclicamente, tutto. Fra i miei preferiti, inoltre, figurano stabilmente Raul Montanari e Sergio “Alan D.” Altieri. Due veri e propri “fari” che mi indicano il cammino.

Domanda culinaria: vuoi svelarci cinque ingredienti per costruire un thriller che funziona?
Mmmm… classica domanda da cento milioni di dollari! Al primo posto metterei l’onestà nei confronti dei lettori, categoria alla quale non dimentico mai di appartenere. Poi la competenza. Mai parlare di un’arma o di una procedura investigativa se non sei adeguatamente informato. Il lettore ti “sgama” sempre e (giustamente…) non ti perdona. Al terzo posto metterei l’originalità. Mai cercare di copiare gli altri, soprattutto i giallisti stranieri che si copiano già abbastanza da soli! Quarto, non aver paura delle contaminazioni. Il thriller funziona benissimo anche quando è un “contenitore” che ti permette di spaziare e parlare d’altro. Quinto ed ultimo, direttamente collegato al quarto… Non sottovalutare il contenitore! Storie credibili, tensione narrativa, colpi di scena degni di questo nome. Un buon romanzo deve reggere sotto tutti i punti di vista. Se scrivi in copertina “thriller” poi non puoi essere il primo a snobbare o sottovalutare il genere. La narrativa di genere ha una sua dignità e va rispettata, sempre. Se poi ti dicono che sei riuscito ad andare oltre e a scrivere qualcosa di “mainstream”… Tanto meglio!

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Se Feltrinelli mi vorrà ancora (e me lo auguro di cuore) è in preparazione una nuova storia con alcuni dei personaggi di Io la troverò ovvero la prosecuzione della serie “Nero a Milano”. Ma ho anche un paio di inediti belli e pronti: il seguito del mio primo romanzo (Ferro e fuoco) che da anni sento scalpitare in un cassetto con la voglia di essere pubblicato, e un noir breve, che amo molto, ambientato fra Milano e l’Abruzzo. Vedremo… Inoltre sto collaborando con la Delos Books di Franco Forte scrivendo racconti lunghi per un paio di collane del progetto “Bus Stop”, sempre con lo zampino del “Prof.” Stefano Di Marino, grande amico e vero e proprio maestro.

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