Il clan dei miserabili: intervista a Umberto Lenzi, regista, uomo e scrittore

Milano_odiaRicordo la prima volta che ho visto il film Milano odia: la polizia non può sparare di Umberto Lenzi. Ricordo che era tardi e avrei dovuto andare a dormire, ma non riuscivo a staccarmi dalle immagini che si rincorrevano sullo schermo. Un film che non faceva sconti a nessuno, iperviolento, graffiante, ambientato in una Milano che non c’è più, un ritratto impietoso degli anni settanta nella loro accezione più estrema.

Ricordo quanto era cattivo quel Giulio Sacchi, interpretato da un Tomas Milian in stato di grazia. Che lo odiavo e mi faceva paura, ma arrivata alle ultime battute del film quando cerca di fuggire e si dimostra codardo, e scappa davanti al commissario Grandi e poi gli dice che è un poliziotto e non gli può sparare, ma invece il commissario preme il grilletto e il piccolo re della malavita muore su un cumulo di rifiuti, be’ a quel punto mi sono pure commossa. Poi, sono rimasta per qualche istante immobile, davanti al televisore e nei giorni successivi ho cercato tutti i film di quel Lenzi che aveva saputo sorprendermi. Perché in fondo ci aveva regalato un’Arancia meccanica all’italiana e non è cosa da poco.
In successione recuperai Napoli violenta con il mitico Maurizio Merli che per l’occasione, senza controfigura, fa acrobazie sulla funicolare di Montesanto. Ancora iperviolenza, altri personaggi indimenticabili, primo tra tutti il Commissario Betti interpretato appunto da Merli e ancora un ritratto dell’Italia dei poveri, degli emarginati. Dal poliziottesco, seguendo le orme di Lenzi, sono passata a Gatti rossi in un labirinto di vetro e in successione ho visto Incubo sulla città contaminata, uno tra i film più citati da Tarantino e inserito nel filone zombie anche se in realtà c’è una centrale atomica che esplode e la popolazione si trasforma in cannibali assassini. Vi ricorda qualcosa? (28 giorni dopo, ndr).

1004973_759470480739517_66903557_nPerché questa lunga premessa cinematografica? Perché Umberto Lenzi regista è inscindibile da Umberto Lenzi uomo e scrittore.

L’ho incontrato per una chiacchierata in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo Il clan dei miserabili, edito da Cordero editore nella collana Crimen, curata da Daniele Cambiaso. Si tratta della sesta e ultima avventura di Bruno Astolfi, ex pugile, ex poliziotto e ora detective privato antifascista, protagonista di una serie di romanzi che ripercorrono la storia d’Italia e del cinema dalla primavera del 1940 fino alla dichiarazione della costituzione nel 1948.

Umberto scherza dicendo che ha iniziato a scrivere per evitare l’alzheimer, ma parlando con lui si rimane sbalorditi dalla straordinaria precisione con cui cita date, episodi storici e aneddoti del passato con il talento del narratore che sa raccontare una storia indipendentemente dallo strumento che utilizza per farlo.

Quello di Lenzi è una sorta di Cinema su carta. E l’idea forte che sta alla base di questo ciclo di romanzi è proprio quella di far interagire i personaggi reali con quelli immaginari, mescolando il tutto ad aneddoti storici, stralci di canzoni e autentici bollettini di guerra e titoli dei giornali. La fantasia si impasta quindi con la realtà in una ricetta personale e dal sapore autentico.

Durante le sue indagini, Bruno Astolfi conosce Totò, Mario Soldati, Romolo Valli, Clara Calamai, Aldo Fabrizi, tanto per citarne alcuni. Umberto, durante il suo lavoro come regista li ha realmente conosciuti e, per questo, ammette che non gli è stato difficile farli interagire su carta.

Umberto LenziC’è tanto di Umberto Lenzi nel personaggio di Bruno Astolfi. In primo luogo condividono le stesse passioni, che Umberto cita scherzosamente in ordine di importanza: il cinema, il pugilato, il buon bere unito alla buona cucina e l’amore per la moglie. Ride, ma poi torna serio Umberto, e mi racconta che anche lui come Astolfi era di famiglia anarchica e ha vissuto gli orrori della guerra in prima persona. Il suo tono si abbassa e con la mente ritorna alla Pasqua del ’43 quando con il padre, su un calessino, stavano raggiungendo Grosseto proprio nel momento dei bombardamenti e mitragliamenti sulla città da parte degli americani. “Ho visto una giostra di bambini falcidiati” dice. E poi racconta di aver vissuto la resistenza e di essere stato critico di pugilato per la rivista di boxe Sport match .

“Che cosa rappresentava la boxe?” gli chiedo. Mi risponde senza esitare che era uno dei pochi modi per prendersi una rivalsa dalla vita, per affermarsi dalla miseria. E così mi racconta del suo libro Terrore ad Harlem e di come anche in questo caso abbia inserito nella narrazione aneddoti reali. Quello che mi ha colpito di più? Che il regista Carmine Gallone, durante le riprese di Harlem volesse rendere  il film più autentico e, dopo aver ricostruito perfettamente l’ambientazione americana con tanto di Madison Square Garden dove si svolgevano davvero gli incontri tra i pugili, avesse voluto ragazzi neri come comparse. Ma nel gennaio del 1943, dove si potevano trovare 250 neri disponibili come comparse? Li aveva fatti prelevare dal campo di concentramento di Fara Sabina, prigionieri portati a Cinecittà e trasformati in attori. Lì venivano cambiati d’abito e istruiti per dar vita alla magia del cinema.

Ma torniamo a Il clan dei miserabili ambientato a Roma nella primavera del 1947, una città affamata dalla guerra. Questa volta il film che prende vita su carta e fa da sfondo alla vicenda è “I miserabili” diretto da Riccardo Freda, ovvero la prima trasposizione italiana del romanzo di Victor Hugo. “Che è anche una delle migliori trasposizioni” dice Umberto. Per scrivere il romanzo,  il film Umberto l’ha riguardato una cinquantina di volte e i dialoghi riportati nel libro, come quello dell’arresto di Jean Valjean o quello della sua morte, sono realmente quelli della pellicola del 1948.

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C’è un omicidio e il corpo della vittima è ritrovato sul set. Durante le indagini, Astolfi incontra Gino Cervi e Valentina Cortese. Il clima che si respira nel romanzo è quello dell’italia del dopoguerra tra americani ancora mescolati tra la gente, la malavita locale sempre più arrabbiata, la corruzione e il desiderio di ripresa che animava la gente comune.

Il clan dei miserabili può quindi essere letto come una sorta di grande omaggio al cinema neorealista. L’omaggio di un uomo che al cinema ha dedicato tutta la vita. Lui, Umberto Lenzi, nato da una famiglia di origini modeste e arrivato a Cinecittà con una valigia di cartone, senza conoscenze ma armato di una grandissima passione. La stessa passione che intravide nei suoi occhi Mario Verdone, il padre di Carlo Verdone, all’epoca direttore del Centro Sperimentale, quando nel 1954 lo interrogò durante un esame di regia e decise di dargli fiducia. Umberto Lenzi che, insieme al suo professore di letteratura, quello che a scuola insegnava l’importanza del montaggio e parlava dei grandi registi invece che di Manzoni, fondò il primo Circolo del cinema nella sua città. Allora, non era facile recuperare i film per poterli trasmette e più di una volta Umberto dovette armarsi di faccia tosta: arrivò a scrivere a Rossellini che, colpito dal suo entusiasmo, gli fornì una copia di quel capolavoro del neorealismo che è Germania anno zero, in tedesco, perché in italiano non l’avevano ancora tradotto.

Germania-anno-zero

Umberto Lenzi dice che con Astolfi condivide anche lo stesso carattere conflittuale. Quel carattere che spinge il detective privato del suo romanzo a non arrendersi quando l’indagine porta a false piste o terreni minati. E che ha portato Umberto a continuare a regalarci storie, nonostante l’editoria, come il cinema, sia una giungla. E questo perché certe passioni scorrono nel sangue e il cinema scorre nel sangue di Lenzi al punto da trasformarsi in film… da leggere.

downloadHo chiesto all’autore di regalarci la colonna sonora da ascoltare durante la lettura. Ha scelto tre tracce: Stardust, il brano composto nel 1927 da Hoagy Carmichael. Valencia composta da José Padilla e suonata dalla Paul Whiteman’s band. E ancora La vie en rose di Edith Piaf.

Gli ho chiesto anche quale dei suoi film, come atmosfere, si avvicina di più a Il clan dei miserabili e ha risposto Napoli violenta.
In conclusione, che dire?
Buona lettura e… buona visione!

Per saperne di più, cliccate qui per accedere alla pagina dell’editore Cordero dedicata a Il clan dei Miserabili.

La prima presentazione ufficiale de Il clan dei miserabili si terrà venerdì 21 marzo alle ore 18:00 presso La casa del cinema a Roma. Ne parleranno con l’autore Giancarlo de Cataldo, Marco Giusti, Alfredo Baldi e Caterina D’Amico.

volantino lenzi

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