Dov’è la nostra Parigi?

parisLa Parigi del ventesimo secolo è un periodo a cui sono molto legata, al punto da averlo citato in Scarlett attraverso la vita passata di uno dei personaggi, Ofelia, dal volto e le fattezze prese in prestito da Louise Brooks, la stella del cinema muto che ha ispirato anche la Valentina di Crepax. Oggi vi propongo un articolo scritto da Cecilia Civardi, appassionata d’arte e penna graffiante, ospite su Scritture barbariche con la sua rubrica “arte in ogni dove”. Com’è nata la nostra collaborazione? In treno, per caso, così come molti incontri tra artisti avvenivano in quella Parigi leggendaria.
Cecilia si pone e ci pone una domanda: Dov’è la nostra Parigi?

“Parigi, in quegli anni, è quella città del sogno nella quale ogni genio sregolato, ritenuto nella sua patria, o nella sua città , un pazzo da segnare a dito, si poteva finalmente sentire a suo agio in mezzo a tanti altri, ritenuti anch’essi folli, pur nel pieno esercizio d’ogni eventuale sua follia o -diciamo meglio- stravaganza.”(da Modigliani, i classici dell’arte, Corriere della sera, Rizzoli ).

Parigi; patria culturale del XX secolo, centro di unione per chiunque avesse qualcosa da donare al futuro o al suo stesso presente, ma non avesse le capacità di farlo. Parlare di Parigi ora, è come parlare di un ragazzino che scappa di casa, una mattina che il sole gli regala più emozioni del solito, con solo una biro, un taccuino, un pennello, un’idea. Recandosi nella città del cambiamento, della rivoluzione artistica letteraria, ed andare, andare lontano, andare incontro al proprio futuro con i pugni ben in vista. Questo ragazzino, potrebbe chiamarsi Brancusi, o semplicemente Hemingway, perché è questo che fecero, è così che decisero di chiamare un sogno ed è questo che noi, grazie al loro coraggio chiamiamo cultura.
Immaginare quelle strade, quei canali, quei caffè traboccanti di sognatori, di ideatori, di innovatori mi mette i brividi. Proprio quel punto del mondo, una piccola città diventata, forse casualmente, un’esplosione di emozioni.

Picasso, Modigliani e Salmon Nel 1920 il surrealismo, gruppo di giovani artisti che decisero di rompere con tutto quello che era il passato per dare nuova forma alle cose, alle immagini, alle sensazioni che l’inconscio poteva regalare al mondo.
Futurismo, 1909 Italia, Marinetti si propone con aggressività come sostenitore del movimento, del dinamismo, scagliando frecce di fuoco contro la staticità ricorrente. Non accadde a Parigi, ma rappresenta l’esempio perfetto poiché lo stesso Marinetti sentì a un certo punto della sua vita di coinvolgere la città, di interpellare chi la viveva in quel periodo al fine di sostenerlo.
Modigliani, Duchamp, Picasso, Matisse la loro importanza in tale ambiente non è legata a che cosa hanno fatto, ma alle circostanze per cui hanno potuto farlo. Nessuno di loro può essere visto come entità singola in un contesto così ampio, risulterebbe terribilmente riduttivo. Parigi è il fulcro di tutta la loro arte, molti di loro non erano francesi, ma sentirono il bisogno nel corso della loro vita di recarcisi e di lasciare un segno.

Chi era acclamato nella sua città o nel suo paese, una volta arrivato a Parigi diventava niente per ricostruirsi tutto, non era poeta, scultore o pittore bensì era solo artista, questo è decisivo nella storia poiché ha permesso un contatto diretto tra tutte le arti. Altro importantissimo fattore era la concentrazione di passato/presente nella città in quel momento.
Tutti gli artisti passati avevano lasciato qualcosa, un ricordo, una firma, un’idea, un segno. Venne a crearsi così un legame tra passato e presente che sarebbe servito da filo conduttore per tutta l’arte novecentesca.

Qual è stata quindi l’importanza di Parigi, alla fine di tutto, adesso che è tornata ad essere una città, adesso che culla tutto ciò che ha vissuto e che permette a chiunque di ricordare con lei. Il suo ruolo basilare è stato regalare un sogno, donare a chi non aveva il coraggio di saltare una spinta. Riempire le piazze di quella generazione perduta che aveva solo bisogno di essere trovata.

Dov’è quindi, la nostra Parigi, nel 2014, dove può andare quel ragazzino con la sua biro, e il suo sogno, ora? Dove può sentirsi un po’ meno solo, un po’ meno pazzo e un po’ meno illuso. Ed è forse per questa perdita che anche il valore dell’arte è cambiato, che l’artista non si sente più tale, ma tende a idealizzarsi e cercare la sua posizione?

Di Cecilia Civardi.

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Un pensiero su “Dov’è la nostra Parigi?

  1. Ciao Cecilia complimenti per il tuo blog, è molto interessante. Ti lascio il link del mio romanzo, ambientato a Parigi, e se ti interessano le generazioni perdute…

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