L’arte del Lo so fare anch’io

La stanza rossa Henri MatisseQuante volte vi sarà capitato di imbattervi in un’opera d’arte in rete e leggere decine di commenti di persone che dicono “se questa è arte, posso farla anch’io”. Succede di continuo e non solo davanti a un’opera d’arte contemporanea in un museo. La rete brulica di commenti del genere a fotografie, sculture o dipinti. Ma cosa fa la differenza tra un Artista con la A maiuscola, che disegna una linea e fa scuola, e chi vorrebbe esserlo? Che nesso c’è tra un Botticelli e un Fontana? Nel secondo appuntamento con la sua rubrica “Arte in ogni dove”, la nostra Cecilia Civardi prova a rispondere a questo difficile quesito con un articolo seducente dalle svariate chiavi di lettura. Pronti a un viaggio ne La stanza rossa di Matisse?

L’arte vive grazie a un flusso continuo di correnti, innovazioni, idee. Come ogni storia che sia mai stata scritta e raccontata parte con una maiuscola e termina con un punto. Il passare degli anni, e il continuo tentativo di stupire ha portato l’artista a cercare sempre qualcosa di nuovo, qualcosa di mai visto. I primi cambiamenti radicali si collocano nel Novecento, con la nascita delle avanguardie, ma anche in passato non era stato tutto così lineare. Basti pensare agli sviluppi che colpirono la stesura dei colori, le varie dimensioni di tela o blocchi di marmo. Ogni cosa, dai primi approcci all’arte ai giorni nostri è stata garantita da una successione di idee e spunti. Non sarebbe esistito Surrealismo senza Dadaismo, come Bernini non avrebbe fatto ciò che ha fatto senza l’influenza di Caravaggio. Questo fragile equilibrio venne però –per così dire- a rompersi con l’avvento di un’arte diversa, sintetica, semplice. Persone abituate a rimanere esterrefatte davanti a un quadro con una perfetta resa pittorica, tenente conto di ogni singolo particolare, cominciarono a doversi confrontare con figure spoglie, semplici. Come può una mente trovare un nesso tra un Botticelli e un Fontana, come può riuscire ad assimilarli nella stessa categoria culturale? Il problema è rappresentato dalla mente dell’uomo che non ha seguito abbastanza i cambiamenti dell’ambito artistico, o forse, dagli artisti che con il tempo hanno provato ad approfittare di questa situazione? Andy_Warhol_by_Jack_MitchellEntrambe le ipotesi si sono verificate con il passare del tempo. Da un lato ci sono persone o entità che anche avendo prodotto grandi cose hanno ammesso pubblicamente di aver sfruttato un periodo di grandezza. Si potrebbe citare Andy Warhol che, nonostante la sua importanza, ha dichiarato di aver seguito una tendenza per arricchirsi. Dall’altro lato il coraggio di rompere gli schemi antecedenti. E’ fondamentale, per capire i meccanismi che precedono la creazione di un’opera, affrontare e analizzare il perché quell’opera sia stata fatta e le idee latenti dell’artista. Provando ad allontanare le teorie su come l’arte debba essere un gesto libero che dipenda solo dall’impeto del momento, si può riscontrare nel gesto dell’artista un capo e una fine. Prendiamo per esempio Henry Matisse e il suo famosissimo quadro La stanza rossa. Obbiettivamente potrebbe sembrare dal lato tecnico, una rappresentazione bambinesca: una semplice donna seduta a un tavolo imbandito, alle sue spalle una finestra che guarda ad un paesaggio primaverile. Provando ad andare oltre, si nota che la totale assenza di prospettiva, la dominazione del colore rosso su tutto il quadro, le forme piatte date dall’assenza chiaroscurale toccano i nostri sentimenti in un modo a noi sconosciuto. La piccola donna con il capo chino ci racconta una malinconia che però è subito contrastata da questo colore potente, forte. Riesce a donarci energia e tristezza allo stesso tempo, con un semplice collage di forme e idee abbandonate a una tela così giovane. Guardare un quadro scomposto, che non ha interesse nel riprodurci una realtà dovrebbe essere come guardare il mare. Con le sue onde continue, e il suo blu cristallino rimane immobile e non ha forme che tendono a rappresentarci qualcosa, ed è proprio per questo che ognuno si sente libero di provare ciò che più preferisce davanti ad esso. Con uno stesso identico orizzonte qualcuno proverà dolore e qualcuno felicità, chi si sentirà colpito nel profondo e chi più coraggioso del solito. Con questo carattere terribilmente soggettivo, l’artista ci consente di essere padroni delle nostre emozioni e di non conformarci. Mark RothkoÈ quindi considerata arte un’enorme tela di Rothko, con i suoi pochi colori e i suoi enormi quadrati, non perché segue regole stilistiche bensì perché emoziona. L’ideale genera l’arte, e questa può essere definita tale giacché lascia un ricordo, un istante, un sorriso, un pianto. Una semplice macchia rossa può diventare amore, sangue, vita o forse un’esperienza passata. L’associazione rende intimo il rapporto che noi abbiamo con il quadro. L’aura di mistero che circonda questo periodo -e che ci porta indubbiamente a chiederci cos’è l’arte- viene quindi risolta in un piccolo momento di confusione, provato davanti a un Fontana, un Picasso o ad un giocoso Klee. Questo differenzia chi crea da chi sostiene di poterlo fare. L’emozione è la differenza, il saper emozionare. Ogni pittore deve prima di tutto raccontare se stesso, e ciò può sfociare in un dettagliatissimo paesaggio o in una linea informe. In continuo mutamento, in continua evoluzione riesce a donarci giorno dopo giorno un momento per ricordare il nostro passato, il nostro futuro, ed è questo che differenzia tra un artista da una qualsiasi altra persona.

Di Cecilia Civardi 

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