Io vedo e non mi muovo

IMG_5184Io vedo e non mi muovo (Caosfera editore) è un libro piccolo, lo leggi in fretta e le pagine scorrono veloci. Ma è un libro che poi ti rimane dentro anche quando hai chiuso l’ultima pagina. E ti fa pensare.

Si parla di violenza contro le donne, ma dal punto di vista dei bambini, quei figli testimoni di scene che non vorrebbero vedere neppure in un film e che invece coinvolgono i loro genitori.

“L’impossibilità di reagire è predominante. Il blocco. La paura che ferma e, dentro alla mente di un bimbo, diventa convinzione di vigliaccheria. Un senso di colpa che va a sommarsi a quello di essere causa. A quello di essere sbagliati. A quello di essere nati” spiega Cristiana Cesari, l’autrice.

Cristiana ha raccolto le testimonianze di cinque piccole anime che questa violenza l’hanno ancora negli occhi, ma sono cresciute. Cresciute con la zavorra di aver visto e sentito. Sono testimonianze pure e fragili come cristallo, che ho letto con rispetto e senza far rumore.

Io vedo e non mi muovo è un libro delicato, nel suo trattare una tematica così terribile e scottante. Un libro che consiglio a tutti. L’autrice ha deciso di devolvere  le royalties della vendita al centro anti violenza di Modena.

Ma ora lascio a lei la parola. Ciao Cristiana e benvenuta su Scritture barbariche. Io vedo e non mi muovo, da dove nasce questa inchiesta?
Il momento preciso in cui nasce l’idea di questa piccola inchiesta è una conferenza a cui ho assistito a Perugia sulla violenza contro le donne, nella quale ho ascoltato una ricercatrice e dei numeri, drammatici. Quel giorno ho acquistato un libro e ho pensato che ci fossero altre vittime oltre alle donne. I loro figli. E mi pareva se ne parlasse poco.
Io vedo e non mi muovo, dentro di me, nasce però molto prima. Molti anni fa.

Come ti sei approcciata alla stesura del libro? Hai preferito intervistare di persona “le piccole anime”, così come le definisci, testimoni di violenze più grandi di loro? O hai preferito comunicare via mai? Com’è stato, umanamente parlando, raccogliere le loro confidenze?
Il mio approccio è stato istintivo. Non avevo idea di cosa sarebbe stato.
Volevo solo trovare un modo per fare uscire delle voci.
Parlare di violenza è difficilissimo, devi farlo in punta di piedi.
Le persone spesso non vogliono sentire. Preferiscono non vedere altro che un sole, a volte posticcio, ma che rassicura.
I miei testimoni hanno scelto il “loro modo”. La maggioranza ha “buttato fuori” scrivendo. È più facile. Ho detto loro di non pensare al modo ma solo al contenuto. Avrei pensato io, in accordo con loro, a levigare in seguito le parole.
Devo dire che sono stati bravissimi.
Raccogliere le loro confidenze è stato profondamente naturale.
“Il dolore è pudico e silenzioso”, scrivi nelle conclusioni al testo. Io credo nel potere salvifico della parola. Ma so che non è facile riaprire certe ferite. Pensi che le piccole anime si siano sentite meglio nel condividere la loro esperienza?
Ne sono certa. Quando senti che puoi condividere significa che è “passato”. Come dice Melissa, hai abbandonato il tuo vestito da vittima.
Il dolore è pudico e silenzioso fino a che non trovi chi lo comprende e non lo giudica. Allora non si vergogna più di essere.
I nomi sono di fantasia per rispetto dovuto.
Sono molto soddisfatti per come è uscita la loro voce.
Quella del maltrattamento alle donne è un’odiosa piaga sociale, che coinvolge tutti, senza distinzione di classe sociale o cultura. Da dove si potrebbe cominciare, secondo te, per sradicarla?
Io non ho la risposta. Non sono una sociologa o un’esperta. Io ho cominciato da Io vedo e non mi muovo.
Credo che sia tutto troppo difficile, che sia necessario un processo sociale e culturale lunghissimo. Si dovrebbe forse cominciare dalle scuole, ma spesso certi argomenti sono considerati inopportuni, da insegnanti ma anche da genitori che non vogliono assolutamente “contaminazioni”.
Si dovrebbe forse cominciare dal mondo del lavoro, una donna che non è indipendente è comunque in una situazione di condizionamento.
Si dovrebbe forse cominciare dalle donne, perché, pur essendo un problema, in questo specifico caso, dell’uomo, io credo che sia necessario mettere in condizione una donna di capire e di salvarsi da sola. Perché vedi, se un bambino vede e non riesce a muoversi, una donna, una madre, per evitargli tutto questo, ha il dovere di muoversi. E ha il diritto di trovare aiuto.
E noi, adulti di genere, dovremmo sentirci un po’ genitori di tutti i bambini. Ma è un’utopia.

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