La ragazza con l’orecchino di perla

Vermeer_Ragazza-con-orecchino-di-perlaCosa succederebbe se i dipinti potessero parlare? Se i soggetti dei dipinti più famosi avessero voce, quali storie avrebbero da raccontare?

Oggi, la rubrica Arte in ogni dove, ospita questo prodigio.

Cecilia Civardi immagina di dar voce a La ragazza con l’orecchino di perla, protagonista del famosissimo quadro di Vermeer. Lo fa con un racconto colmo di malinconia e dolcezza che vi trasporterà nell’Olanda del XVII secolo.

“La città era un teatro fin troppo movimentato quella mattina. I palazzi muovevano, sotto il frenetico orchestrare di una popolazione nata in fretta, i colori che la riempivano, come lunghe scie di luci.
Il cemento scottava, ma sembravo l’unica con il tempo di accorgersene; l’afa saliva fino alle mani, lungo la vita, per arrivare alle tempie ed inebriarmi caoticamente. Sotto questa stessa aria, in questa stessa Olanda che non riconoscevo, seguivo gli sguardi di chi come me, disorientato, cercava la strada più desolata.
Proseguii così tra fenici e aquile, madri e figli, urla e grosse spese; tra la tranquillità azzurra del cielo e l’instancabile frenesia della terra.

Ricordavo perfettamente il numero civico ed anche il colore del portone, di un legno sbiadito, vissuto, abbandonato alla sua stessa morte. Quella zona era stata la meta di infinite passeggiate nei giorni precedenti, come preparare il mio cuore a meno sorprese possibili, come cercar di far rientrare la novità nella quotidianità.
Bussai senza forza, timidamente. Nessuno rispose. Ritentai con energia e fermezza, soffocando un inspiegabile tremolio del polso. Sì udì una voce, la porta si aprì lentamente.

Mi stava davanti, ora, ed era come lo ricordavo. Le labbra socchiuse in un sorriso speranzoso, i suoi occhi brillavano di una luce riflessa e i vestiti erano sporchi di tonalità accese. Passandosi una mano tra i definiti riccioli mi invitò a entrare e a seguirlo per un lungo e buio corridoio.

Il silenzioso era il nostro miglior alleato, non parlammo per qualche tempo, nessun saluto esplicito e nessuna chiacchiera di cortesia. Era un equilibrio condiviso, un patto silenzioso. Entrambi pervasi da paure, diverse e divergenti, guardavamo prima il soffitto e poi il cemento. Il corridoio portava a una piccola stanza, arieggiata e luminosa, quattro finestre invitavano la luce ad abbracciare lo spoglio arredamento. Al centro spiccava la tela, coperta meticolosamente da un drappo color terra di Siena. Mi ritrovai d’innanzi a essa.

Non ricordo precisamente quanto stetti fissando inebetita quel telo rovinato. Il tempo e i miei pensieri viaggiavano nella stessa direzione e io non potevo far altro che seguirli e assecondarli. Era quella la prima volta che mettevo gli occhi sul dipinto, non per mia volontà, ma perché ero la cavia di un esperimento minuziosamente strutturato.

Mi tornò in mente la prima volta che mi fu chiesto di prendere parte a tale progetto. Stavo seduta in piazza aspettando il calare del sole, indossavo il mio solito vestito color foresta; mi si avvicinò con il suo solito sguardo pesante. Iniziammo a parlare e mi convinse del fatto che sarebbe stata la mia salvezza, unita alla sua. Secondo una sequenza di eventi che ancora non mi spiego, finii per vivere nel suo studio. Arrivavo tutte le mattine in anticipo e restavamo a fissarci, camminavo e posavo, sorridevo e piangevo. Quello che mi era stato chiesto era esattamente questo, vivere per lui, liberare ciò che ero all’interno di quattro mura spoglie.

Poche volte l’avevo visto dipingere, prendere misure, studiare il mio cranio, e così via…
Mi tornò alla mente quella sua camicia sgualcita dalla posa morbida, quel suo girare intorno allo studio, da una parte all’altra, con quel suo sguardo da bambino. Mi fissava proprio così, come se non avesse mai visto nulla nella sua vita, come se ogni cosa fosse stata annullata in quello stesso luogo.

Questo flusso irrefrenabile fu interrotto. Mi toccò la spalla dolcemente, ricordandomi del mio compito, del dipinto. Feci un passo avanti. Allungai debolmente la mano, tendendola fino ad afferrare il drappo. Ogni nervo, ogni vena, ogni parte del mio sistema, del mio corpo, palpitava all’unisono. Alzai il braccio furiosamente svelando il dipinto. Balzai indietro di qualche passo.

Lo fissai. Mi fissai.

Guardavo per la prima volta ciò che di me non avevo mai avuto il coraggio di vedere. Il mio sguardo, quello dipinto, raccontava del male e del bene che avevo vissuto nella mia giovane vita. I miei occhi brillavano nel loro pesante color terra. Vedevo la mia famiglia abbandonata, mia madre prendere il pane tutte le mattine con il crescere del sole. Mio padre urlare che quella vita non era vita se non potevi viverla. Mio fratello piangere sulla soglia della porta, troppo piccolo per capire le difficili relazioni umane. Rivedevo quella giornata al parco, quella felicità logorante.

Lo sfondo buio non faceva che richiamare continuamente l’attenzione sulla solitudine dei miei tratti. La bocca, socchiusa, parlava di qualcuno che invece parlare non sapeva.
Notando il dettaglio del turbante trasalii, lo guardai nervosamente. Perché coprire il capo a qualcuno, spogliandolo poi davanti al mondo intero.
Mi sentii libera.
Mi sentii truffata, spogliata. Ero un libro, uno di quelli che amavo riporre sullo scaffale dopo averci passato la notte. Ero fatta di pagine, la mia vita scandita da numeri in alto a destra.
Ero stata scritta, con inchiostro indelebile.
Questione di pochi giorni e sarei stata inchiodata ad un muro, derubata della mia intimità, flagellata davanti all’intero mondo.
Fissai intensamente l’orecchino. L’avevo perso qualche settimana prima, e ora era lì. Come qualcosa che non riesce ad andarsene, come averlo inciso sul cuore, quel quadro cambiò ogni carta in tavola.
Non riuscivo a negarlo, era un capolavoro.

Aveva vinto lui, era riuscito ad andare oltre la fisionomia, aveva scavato fino in fondo.

Lo guardai e nel silenzio mi rendevo conto di non essere più trasparente. La sua curiosità pesava sulle mie spalle. Detti un ennesimo sguardo a quel lacerante specchio. Non riuscivo a distogliere i miei occhi, dai miei stessi occhi. Vedevo la mia incessante paura del diventare come mia madre, la mia incapacità di fuggire. Vedevo quella volta che le cose mi erano passate davanti come veloci motori, e io neanche me ne ero resa conto. Vedevo una donna per metà, vinta, stanca.
“Sono io” esclamai senza ritegno.
Si rigirò come sorpreso, ma leggero di quel silenzio rotto. “Sei tu” rispose dolcemente.
Non serviva aggiungere altro. Non serviva vivere oltre in quel posto.
Raccolsi velocemente le mie pagine, il mio inchiostro caduto, mi chiusi con dolore in me. Scappai di corsa lungo il corridoio.” di Cecilia Civardi.

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