Fiabe immortali: le visioni dark di Paolo Barbieri

fiabe_immortali_paolo_barbieriÈ da pochissimi giorni in libreria il nuovo imperdibile volume illustrato di Paolo Barbieri, Fiabe immortali (Mondadori, pp.104, euro 22). Dopo aver brindato insieme agli dei dell’Olimpo, dopo essere sceso all’inferno ed essere sopravvissuto all’Apocalisse, questa volta l’artista mantovano si è cimentato nell’illustrazione di alcune tra le più famose fiabe della nostra tradizione. In questo libro seguiremo Cappuccetto Rosso nel bosco, assaporeremo tra le pagine il profumo de La rosa e l’amaranto (forse, in assoluto una delle mie illustrazioni preferite del libro), attraverseremo la porta proibita della casa di Barbablù e morderemo la mela insieme a Biancaneve. Come sempre accade con ogni suo libro, Paolo imprime alle illustrazioni il profondo senso di meraviglia che solo il suo tratto quasi abbagliante, esplosivo nelle forme e nei colori, riesce a dare. Ogni illustrazione, proprio come ogni fiaba, cerca l’aspetto meno rassicurante contenuto nelle storie, e suscita domande piuttosto che suggerire risposte. Paolo ha privilegiato l’aspetto più gotico delle fiabe che ha scelto di interpretare, lasciando nel fruitore un senso di vaga tragicità persino nella lettura della frase che termina il libro: “E vissero felici e contenti”. Paolo è uno dei pochi illustratori italiani in grado di evocare autentici incantesimi con il suo pennello; non a caso lo scrittore fantasy Herbie Brennan, nell’introduzione al volume, non ha esitato a descrivere le tavole del libro come «esempi eccellenti di magia».

Ciao Paolo, bentornato su Scritture barbariche. Dopo Favole degli dei, in cui ti sei cimentato con la tua personale visione della mitologia greca, dopo aver ridisegnato l’immaginario dell’Inferno di Dante, aver affrontato l’Apocalisse di San Giovanni, eccoti al lavoro sulle fiabe più conosciute della storia (parlando almeno della cultura occidentale). Qual è il filo conduttore che lega le tue visioni?
Indubbiamente è un percorso in cui ho esplorato una buona parte della mia anima e del mio immaginario, ricercando sempre una continua evoluzione tra le mie rappresentazioni.
Favole degli Dei è diverso dall’Inferno, così come Apocalisse differisce da Fiabe immortali (e non parlo solo di tecnica o tematiche).
Con Favole ho voluto avvicinarmi alle figure mitologiche anche dal punto di vista visivo, utilizzando spesso piani americani o mezzobusto. Ho voluto dissezionare la vera anima di creature e dei, riconducendo la mia reinterpretazione del mito alle origini, in effetti molto distanti dalla concezione cinematografica ed editoriale che spesso mette su due strade parallele cattolicesimo e pantheon greco (Zeus è Dio, Ade è Lucifero etc).
Nell’Inferno di Dante ho ricercato pennellate più evidenti che dessero la sensazione della terra e del fuoco, del putrido e del viscido. A differenza di Favole ho spesso allontanato il punto dell’osservatore ampliando il paesaggio che diventava più simile ad un essere vivente, o meglio al’idea di vita passata che si può trovare soprattutto nei fossili. E proprio in questa vita/non vita ho voluto rendere i paesaggi protagonisti così come i soggetti, anime torturate e mutilate.
L’apocalisse mi ha portato verso una fine del mondo in technicolor, figlia tra l’altro del mio imprinting da cartoni robotici giapponesi (in Mazinga o Jeeg, quando arrivavano i nemici sotto forma di robot mostruosi, i cieli diventavano rossi e verdi, quasi a confrontarsi simbioticamente con il pericolo, e tramutatosi in una quinta ideale per le epiche battaglie). I quattro cavalieri, i cieli da cui piovono montagne infuocate, creature mostruose che si innalzano dalla terra o dal mare; con questo libro ho cercato di tramutare i personaggi in una metafora della natura, come gli angeli che di volta in volta svuotano le coppe sotto forma di elementi naturali.
E poi ecco arrivare le Fiabe, che definisco un libro completamente schizofrenico.
A differenza degli altri illustrati, questa volta non ho cercato un trait d’union su una tematica base, ma mi sono lasciato di volta in volta guidare. Ed ecco arrivare disegni in cui ho sentito affinità con incisori dell’800, o altri in cui una maggiore spiritualità è stata perfetta per visualizzare temi più onirici e impalpabili.
Le favole spesso portano il lettore attraverso temi apparentemente semplici verso la profondità dell’inconscio, così come il lupo porta Cappuccetto Rosso verso quel labile confine tra desiderio e paura.
Forse è proprio in questo confine che ho cercato di portare me stesso attraverso matite o colori digitali, perché è proprio l’ignoto che attraverso le favole è reso cosa affascinante.

La rosa e l'amarantoUna domanda è d’obbligo: qual è la tua fiaba preferita, tra quelle che hai scelto di illustrare?
Difficile dire quale sia stata la fiaba che ho preferito rappresentare. Probabilmente La Regina della Neve è colei che mi ha condotto verso il giusto sentiero che poi si è aperto verso visioni che di volta in volta hanno umanizzato animali o hanno reso “attraente” la Morte in fronte al Contadino (disegno nato tra l’altro anche come un piccolo omaggio spontaneo a Giger, spentosi proprio in quei giorni).
Ho adorato rappresentare la follia della Lepre che salta vicino alla Tartaruga, e poi mi sono calato in fondo al mare scoprendo una Sirenetta impaurita ma anche conscia del proprio sentimento, fino ad arrivare al Cigno, bellezza suprema attraverso cui una creatura martoriata si è tramutata in un dio.

Scrive Garcia Lorca: «La musa sveglia l’intelligenza, reca paesaggio di colonne e falso sapore di lauro, e spesso l’intelligenza è nemica della poesia, poiché imita troppo». Non posso fare a meno di chiederti quali sono state le fonti da cui hai tratto ispirazione per questo lavoro, e so già che la tua risposta sarà inaspettata…
Così come tutta la mia fantasia, anche le fiabe e il fascino verso di esse è cominciato da piccolo, con le prime favole lette da mia nonna su libri Disney o prese dai Quindici (mitica enciclopedia di tanti anni fa).
Poi sono arrivati i cartoni animati giapponesi, che hanno sconvolto la mia fantasia, seguiti dai film con cui ho forse “riflettuto” maggiormente e inconsciamente sulla forza del fantasy , e su quanto fosse bello poter rappresentare e disegnare i sogni o le fantasie. Di certo tutto influisce sulla maturazione del visivo fantastico, dai paesaggi famigliari agli amici, dalla musica preferita fino a passioni come il modellismo, senza tralasciare quella percentuale di casualità che fa parte della vita di ogni essere vivente.
In genere non faccio particolari ricerche in funzione della simbologia presente nei miei disegni. Questa è frutto del mio inconscio, attraverso il quale mi immedesimo sempre in film virtuali da cui traggo i miei fotogrammi che poi si trasformano in disegni. Probabilmente la ricerca di tale simbologia è più “sottile”, frutto di un’osservazione continua verso ciò che mi circonda e mi colpisce, portando poi tali elementi essenziali anche nelle mie interpretazioni.

Osservando le illustrazioni del tuo nuovo libro non posso fare a meno di trovare una carica istintiva, dirompente, nel modo in cui ha interpretato l’atmosfera di certe fiabe, che travalica l’aspetto più formale, senza però mai perdere un tuo personale ideale di bellezza che sembri inseguire in ogni tua opera…
Spesso io ho seguo il mio istinto ove questo mi è concesso, e nei libri illustrati ho sempre avuto questa libertà interpretativa.
Mi piace rappresentare il bello, e in molte circostanze ho riflettuto su questo “fantomatico” senso del bello.
A volte il lettore/pubblico/osservatore si immedesima in una rappresentazione, e mi chiedo da cosa sia dovuto.
Come dicevo io mi lascio trasportare attraverso la mente verso un immaginario che mi piace e che ha dei tratti ben definiti.
A volte, in alcuni disegni presenti nei libri illustrati, ho volontariamente fuso la bellezza più “classica” con difetti fisici, o meglio, particolarità più vicine alla fisicità reale. Quei disegni non hanno avuto un grande apprezzamento, e tuttora mi chiedo (senza troppi dilemmi esistenziali), se questo è dovuto proprio a una rappresentazione della bellezza non perfetta, ma reale.
In fondo, quando si cerca l’immedesimazione in un disegno, lo si fa per motivi imperscrutabili o semplicemente perché quell’immagine identifica la bellezza perfetta, e di conseguenza irreale (e tanto più è irreale tanto più può avvicinarsi ai sogni di molti).
A volte le domande sono tante, ma poi seguo l’istinto e dimentico le risposte.

Non posso non concludere questa intervista senza chiederti quali sono i tuoi progetti futuri…
Per ora mi affido alle Fiabe, in futuro chissà.

Paolo presenterà il suo volume Fiabe immortali a Lucca comics & Games sabato 1 novembre alle ore 11:30 presso la Sala Ingellis. E io approfondirò le tematiche di questa intervista nelle vesti di relatrice. Non mancate!

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