Quante vite può vivere una persona?

LemiedueviteAlmeno una per ogni scelta che ha compiuto, è la risposta che dà Jo Walton tramite questo suo romanzo Le mie due vite (Gargoyle books, pp. 320, traduzione di Daniela di Falco), immaginando che una scelta determinante nella nostra vita possa essere come il battito d’ali di una farfalla in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo.

«Quanti mondi c’erano? Uno? Due? Un numero infinito?» si chiede la protagonista, Patricia, alla fine della sua esistenza, non riuscendo a ricordare quale vita tra quelle che ricorda sia quella autentica. Per quanto possa sembrare paradossale, lo sono tutte allo stesso modo, perché Patricia «era se stessa, che fosse Pat o Trish. Conosceva cose diverse e voleva bene a persone diverse, ma lei era sempre la stessa. Era la ragazza che guardava il mare a Weymouth e a Barrow-in-Furness, la donna che ammirava Botticelli e difendeva le sue idee di fronte a un consiglio ostile. Non importava come la chiamavano, Patricia o Patsy, Trish o Pat. Era se stessa. Aveva amato Bee, e Firenze, e tutti i suoi figli».

Ciò che amo del fantasy britannico è l’imprevedibilità, ma anche la sua vicinanza alla literary fiction, la narrativa “pura”. Si potrebbe catalogare Le mie due vite come un romanzo ucronico, dato che sviluppa ben due filoni di storia alternativa, ma risulta difficile considerarlo strettamente di genere, anche per il fatto di porsi continuamente domande esistenziali, sociali, politiche, e poi il preoccuparsi delle faccende quotidiane, delle sue difficoltà, della sfida nel crescere i figli, della sensazione di straniamento nel vederli crescere, via via allontanarsi dal nucleo familiare, costruirne a sua volta nuclei propri e compiere a loro volta scelte che condizioneranno il loro futuro e – probabilmente – il futuro dell’intera umanità. C’è spazio anche per la bellezza, con un’Italia (e Firenze in particolare) sempre presente e vista con l’ammirazione che (purtroppo) spesso solo l’occhio di uno straniero riesce ad apprezzare.

Affrontando la cronistoria dell’intera vita (anzi, di intere due vite) di Patricia, lo stile di scrittura è necessariamente un po’ didascalico, ma non perde mai il gusto per un buon dialogo o per l’adeguato sviluppo delle scene chiave nelle vite della protagonista. Basi lunari e matrimoni nello spazio, esplosioni nucleari, omicidi di presidenti. E l’intimità di due famiglie che affrontano con coraggio gli sconvolgimenti planetari. Questo romanzo fa dell’inaspettato una grande opportunità per riflettere senza retorica sul significato dell’amore, sulla profonda ingiustizia della discriminazione tra amore omosessuale e amore eterosessuale, o tutte le altre forme di amore che esistono, facendoci vivere attraverso gli occhi della protagonista le inutili difficoltà opposte da certe leggi che si oppongono con strenua ostilità al buon senso.

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