Ragazze di campagna: un romanzo “proibito”

Ragazze di campagna«E fu così che vidi sorgere il sole sulla baia di Dublino. Stavamo seduti lì da ore, a chiacchierare, fumare e ad abbracciarci. Avevamo ammirato le luci verdi del porto, ci eravamo osservati a lungo, in quella penombra, e avevamo pronunciato parole d’amore. Poi venne l’alba, le luci verdi si spensero all’improvviso e un gabbiano solitario si levò in volo. 
“Ti piacerebbe se ci fosse la luna anche di giorno?” gli domandai.
“No. Mi piacciono il mattino e la luce del sole”. La sua voce era spenta, assonnata, remota. Si era allontanato da me come sempre.
Fece marcia indietro verso le dune di sabbia semicoperte dall’erba e poi girò la macchina, veloce e preciso. Ripartimmo, passando sopra la sabbia liscia. Era l’ora dell’alta marea e sapevo che avrebbe cancellato i segni delle ruote e che non li avrei ritrovati mai più, nemmeno se fossi venuta a cercarli.»

Caithleen, la giovane protagonista di Ragazze di campagna di Edna O’Brien (Elliot, pp. 256, traduzione di Cosetta Cavallante) è una ragazza che non ha perso le tracce del suo passato ed è alla continua ricerca di segni che le facciano capire qual è la strada per il suo futuro, scritto sulla sabbia della clessidra della vita.

Caithleen pensa molto, pondera e soppesa, ma poi agisce d’istinto, si fa coinvolgere e sbaglia. Ma vive. Prima in un piccolo villaggio della cattolicissima campagna irlandese e poi a Dublino, dove rincorre il suo sogno. O forse si tratta del sogno di Baba, la sua migliore amica e temibile aguzzina, sin da quando sono soltanto due bambine con i cerotti sulle ginocchia. Perché Caitheen si lascia trasportare, è insicura e timida e non sa ancora fino in fondo quello che vuole. Non è un personaggio forte, ma fragile, a tratti infantile, spesso impreparato di fronte alla vita ed è proprio questo a renderla così vera, e a farla sentire così vicina.

Ragazze di campagna è scritto con un linguaggio semplice e immediato, capace di arrivare dritto al cuore. Credo sia per questo che quando è uscito per la prima volta nel 1960 in Irlanda si è urlato allo scandalo. Il libro è stato messo all’indice, bruciato sui sagrati delle chiese e l’autrice è stata condannata dal pubblico sdegno. E non perché Ragazze di campagna abbia contenuti particolarmente forti o pornografici, ma perché ha avuto il coraggio di raccontare con estrema sincerità le pulsioni e i desideri più segreti di una nuova generazione di donne che rivendicava il diritto di poter vivere e parlare liberamente della propria sessualità.

«Dietro lo stagno, lontano, c’era un filare di pioppi che chiudeva fuori il mondo, quel mondo in cui avrei voluto vivere. Ora che c’ero riuscita, però, l’immagine della torbiera e i volti della mia gente erano in cima ai miei pensieri”. Il passato rincorre Caitheen, così come la sua educazione. Del resto lei è stata allevata prima dalla morale del suo paesino e poi dalle suore di un collegio. E questo rende la sua fuga ancora più coraggiosa. Caithleen scappa da un padre alcolizzato, dai ricordi della madre morta dopo una vita di stenti, da una proposta di matrimonio di comodo.

Caithleen scappa dal mondo in cui è nata. «Capii in quel momento che era lì che volevo vivere. Da quel giorno avrei sempre cercato la folla, le luci, i rumori. Ne avevo avuto abbastanza di suoni malinconici, di piogge improvvise che si abbattono sul tetto di lamiera del pollaio, dei lamenti delle vacche di notte, quando partorivano sotto un albero.» E lo fa con il coraggio della giovinezza. Perché «la gente ci guardava ma eravamo giovani e non ce ne importava niente».

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