Al Morandi si scrive per davvero!

imagesInsegno scrittura creativa perché credo nel potere della parola. Credo che attraverso la scrittura si possano esprimere emozioni e stati d’animo che altrimenti rimarrebbero imprigionati dentro di noi. Quando ero ragazzina la timidezza mi impediva di comunicare come avrei voluto, ma quando scrivevo i pensieri uscivano come farfalle che nessuno avrebbe potuto imprigionare.

Questo non significa per forza scrivere racconti autobiografici. Spesso si parla d’altro, si inventano personaggi diversi da noi e si vivono vite che non avremmo mai il coraggio o la possibilità di vivere. Ma ugualmente quello che nasce viene dalla parte più profonda e sincera di noi.

Sono sicura che, se a scuola avessi avuto la possibilità di incontrare un vero scrittore, avrei capito molto prima che era quella la mia strada. A patto di impegnarmi al massimo ed essere disposta a lottare per il mio sogno, naturalmente. Per questo, da alcuni anni a questa parte dedico un po’ del tempo che utilizzerei per scrivere, all’insegnamento della scrittura nelle scuole.

Insegnare al Liceo Morandi è sempre una grande emozione perché è la scuola che ho frequentato quando da adolescente schiva e attratta dal gotico (non solo nella letteratura) mettevo le basi della mia cultura. Tra quei banchi ho scoperto di avere un amore inestinguibile per la letteratura romantica e per personaggi divisi tra luce e oscurità, ragione e sentimento, come Dracula, il mostro Frankenstein, il giovane Werther o Madame Bovary. Personaggi tormentati e in lotta con se stessi, come quelli che ora popolano le mie storie.

Quest’anno, oltre al corso base, ho tenuto anche un corso avanzato con gli studenti che avevano già frequentato il base lo scorso anno. E questo articolo nasce proprio dall’entusiasmo per i risultati raggiunti.

Gli alunni del corso base mi hanno sorpresa, spiazzandomi con domande specifiche su argomenti che solitamente affronto nei corsi successivi. Ognuno di loro ha dato vita al proprio personaggio, attingendo dal gusto personale o alle proprie passioni. Chi si è ispirato alla serie televisiva preferita, chi al manga più amato o al romanzo che gli ha fatto battere il cuore. Ciascuno ha scelto di far muovere il proprio personaggio all’interno del genere che più sentiva affine; dal fantasy al romanzo storico, dal romanzo sepolcrale a quello di formazione. Anche l’ambientazione è stata trattata in modo specifico, perché la nebbia che avvolge la nostra zona può diventare uno strumento perfetto per creare atmosfera e mistero. Alla fine del corso, la fantasia dei ragazzi ha dato vita a piccoli mondi perfetti che prima non esistevano. Piccoli mondi che potrebbero crescere e diventare persino romanzi, a patto di lavorarci con la stessa passione ed entusiasmo che hanno dimostrato durante il corso.

E ora parliamo del corso avanzato e dei ragazzi che ormai mi seguono da due anni. Hanno dimostrato di essere cresciuti tantissimo e di saperci davvero fare, quando si tratta di raccontare storie. Insieme siamo scesi in profondità tra i misteri della scrittura per scoprire cosa c’è dietro a un personaggio indimenticabile o l’alchimia che può fare di un romanzo un bestseller. Abbiamo parlato di scrittura giornalistica e osservato con la lente di ingrandimento il romanzo, attraverso l’uso differente della scrittura a seconda della storia che si vuole raccontare.

Ma ora voglio che a parlare sono loro. Come, vi starete chiedendo? Attraverso stralci delle storie che hanno creato durante il corso, naturalmente!

Avevo chiesto agli alunni del corso avanzato di far muovere i loro personaggi in un’ambientazione o uno stato d’animo ben definito, in modo che si riconoscesse a prima vista chi fosse veramente il loro character. Mi spiego meglio: un medico, un musicista, un bambino o una levatrice vissuta in un paesino dell’entroterra siciliano nel XIX secolo parlano con un linguaggio differente. E per mantenere la sospensione dell’incredulità da parte del lettore è necessario che le parole scelte dallo scrittore siano adatte al luogo, al tempo, alla condizione sociale e alla cultura del personaggio. Per aumentare la difficoltà, ho chiesto loro di utilizzare metafore insolite che lasciassero il segno.

Per gli elaborati dei ragazzi non c’era limite di battute. C’è chi ha scelto di esprimersi tramite stralci brevi e taglienti, chi ha preferito racconti di più ampio respiro. Siete pronti a vivere un viaggio “musicale” nella Germania della seconda guerra mondiale? A visitare il Giappone del passato tramite le parole di una geisha o a combattere per la vita in un futuro post apocalittico abitato da zombie? Siete pronti a “vedere” con i sensi insieme a un ragazzo cieco o a provare malinconia insieme a una figlia che rimpiange l’amore della madre che non c’è più?

Elisa Betz, 4a X

Non mi sono mai visto. Ho solo una vaga idea di come gli altri mi vedono e, a dirla tutta, a volte mi chiedo se la percezione che ho del corpo umano corrisponda alla realtà. Mi potrei descrivere con gli occhi degli altri, ma dire che ho i capelli neri, per me, purtroppo, non significa nulla.
Io ho i capelli come i gatti d’inverno: folti, morbidi, dritti. Ho il naso grande all’incirca quanto il mio pollice, la bocca più sottile del mignolo, una fossetta sul mento in cui posso affondare il mio indice. Ho peli in tutto il corpo che al tatto mi ricordano i maglioni vecchi lavati e strofinati troppe volte che da piccolo non volevo mai mettere perché mi pizzicavano le braccia.
Se mi stendo sul letto i miei talloni si poggiano sul bordo; se mi passo le dita sui fianchi sento tanti piccoli dossi; se mi circondo la coscia con le mani riesco quasi a unire i medi; se chiedo ad una ragazza come sono, mi risponde ‘normale’.
Oggi c’è un fortissimo odore di pioggia: ogni volta che l’aria mi entra nel naso mi sembra di mangiare una pozzanghera. Mi sento le mani umide e anche se so che è solo una mia suggestione non riesco a smettere di strofinarmele compulsivamente sulla mia maglia blu.
So che è blu. L’ho sentito dire stamattina da una signora sull’altro lato della strada.
È da quel momento che mi chiedo come possa essere questo ‘blu’…

Lucia Bagnolati, 3a R

Il Natale del 1942 fu il più bello che avesse mai trascorso, nonostante tutto.

Il padre le aveva regalato il suo primo pianoforte verticale, era uno Steinway & Sons, costatogli 50 mila lire.
La famiglia di Else era benestante, se lo potevano permettere nonostante i tempi che correvano e considerata la situazione della Germania.
Else si sentiva ripagata di tutti gli sforzi dovuti agli esercizi passati sulle scale armoniche.
Lo Steinway si trovava a ridosso del muro della vecchia libreria, affiancato a un tavolino in mogano su cui vi era riposta la radio a condensatori.
La musica classica era colma di schemi metrici. Un po’ come la personalità di Else, aveva il potere di distrarla da tutte le perdite subite in soli due anni.
Else spostò i suoi boccoli biondi, arricciati alla perfezione, su una spalla.
Un lungo sospiro lasciò le sue labbra rosee.
Else allungò le braccia, scrocchiando le dita in un solo gesto.
Toccò poi al collo, che mosse velocemente, prima a destra e poi a sinistra.
Era pronta.
Il piede si mosse veloce sul pedale, intento ad allungare ogni nota toccata.
La bionda iniziò ad agitarsi sullo sgabellino, quando, come ogni volta, le girate non le riuscivano alla perfezione.
Le scale veloci non erano il suo forte, lo riconosceva. La sua mano non era abbastanza pronta, le rimproverava Adalbert, il suo insegnante privato dalla terza elementare, costretto a non esercitare più la sua professione dal ’39.
Else, quel giorno, aveva scelto uno dei suoi brani preferiti: il Quarto minuetto di Bach, eroe nazionale, almeno per lei.
Era abituata a suonare quel pezzo con Emelie, la sua migliore amica da sempre, che aveva fatto ritorno in Palestina, o forse no.
Gli occhi azzurri come il mare che Else non aveva mai visto, correvano sullo spartito, che ricordava averlo acquistato al negozio di fronte a casa Musik von Barny.
Il negozio era stato distrutto nella notte tra il 9 e il 10 Novembre del ’38. Non ci sarebbe più stato nessun Barny a consigliarle che spartito comprare con le poche lire che i suoi genitori le lasciavano in tasca.
Il Quarto minuetto era in sol maggiore, e Else doveva prestare decisamente attenzione alla mano sinistra, considerando che quello era uno fra i tanti, se non l’unico brano, in cui Bach non utilizzava il suono portato.
Una melodia per Adalbert.
Una melodia per Barny.
Una melodia per Emelie.
Una melodia per Else.

Else significava “dedicato a Dio” e più la si guardava più non si faceva a meno di pensare a quanto le si addicesse quel nome.
I suoi boccoli erano armoniosi e arricciati come una chiave di violino, dello stesso colore dell’avorio ormai vecchio e consumato, colorati d’estate, colorati di quella luce di speranza.
Gli occhi di Else erano diamanti grezzi nascosti dalle folte ciglia scure, erano il mare che non aveva mai visto, erano azzurri e burrascosi come il cielo della Germania d’inverno.
Le sue gote erano rosee come quella di una vecchia signora al seguito di un complimento da parte di un gentiluomo.
Le labbra di Else erano onde, disegnate alla perfezione da un qualche artista, rosse come lo sfondo della bandiera che tanto detestava.
Il ritratto di Else era l’orgoglio di un’intera nazione.
Ma Else si sentiva uguale a molte altre bambine della sua età, perché doveva per forza essere migliore la sua bellezza rispetto ai colori della notte che aveva Emelie?
Perché lei era giusta e alcuni erano “sbagliati”?
Else non voleva più essere la forza della sua nazione, i suoi colori non avrebbero rispecchiato quelli della Germania. Else non voleva più avere i capelli biondi e non voleva avere gli occhi azzurri, anche se questo poteva permetterle di sapere di che colore fosse il cielo al di fuori da quello contaminato da guerra e odio sotto cui era costretta a stare.

Azzurra Balboni, 4a X

Mio figlio oggi compierebbe un anno, ma vive in un’altra famiglia di cui io non
faccio parte. Lo amavo, ma non ero in grado di potergli dare tutte le cure che
gli servivano.
Mia mamma però, mi accarezzava i capelli.
Da quando vennero quegli uomini a casa a prendermi, dicendo che la mamma era morta in un incidente, la mia vita è cambiata.
È finita, forse, la mia vita.
Probabilmente il mio bambino oggi sarebbe con me, e io gli accarezzerei i
capelli.
Mia mamma non ha più accarezzato i miei capelli. Come se le sue mani si
fossero bloccate per sempre a causa dei nodi che da piccola non avevo mai, come
se invece ora i nodi facessero parte di me.

Eleonora Po, 4a Z

Con un gesto sicuro annodo l’obi attorno alla vita, raccolgo la custodia del mio shakuhnaci e mi incammino spedita verso l’engawa.
Nel giardino, il vento di primavera colora l’aria di petali di ciliegio e il sole entra gentile dagli shoji aperti, scaldando il tatami con i suoi raggi.
Il pannello in carta di riso che conduce al portico si presenta davanti a me, seguito da una grande agitazione. Faccio un lungo respiro e mi sistemo le pieghe del kimono. Socchiudo appena il pannello. «Onee-san, posso…?»
Da dietro la sottile parete, la dolce voce della mia maestra mi esorta ad entrare. «Ti stavo aspettando, Michiko.»
Seduta sul bordo dell’engawa, Onee-san è ancora più bella del solito: indossa un elegante kimono di seta color pesca e i suoi lunghi capelli neri sfiorano il pavimento, ornati di bellissime orchidee, candide come la pelle del suo viso.
Noto che tiene qualcosa tra le mani.
«Avvicinati, Michiko.»
Obbedisco e prendo posto accanto a lei. «Perché volevate vedermi Onee-san?» domando curiosa.
In tutta risposta, Ran prende la mia custodia e ne estrae il piccolo flauto di bambù, porgendomelo. «Vorrei che suonassi qualcosa per me.»
Disorientata, raccolgo lo strumento e mi alzo, posizionandomi al centro della stanza, come mi era stato insegnato. «Cosa devo suonare?» chiedo.
«Quello che più ti piace» risponde lei con uno dei suoi radiosi sorrisi, tranquillizzandomi.
In pochi secondi la musica sottile del flauto invade il portico, accarezzando la calda luce del pomeriggio e mescolandosi con la brezza leggera.
Lascio che la musica mi trasporti lontano, in uno di quei saloni imperiali a Kyoto, dove ogni sera si esibiscono le geisha più famose del Giappone. È da quando sono entrata all’Okiya all’età di cinque anni che sogno di essere tra di loro, circondata da stoffe pregiate e da infusi dall’aroma floreale.
Le ultime note si dileguano nell’aria.
Faccio un profondo inchino e accenno un’occhiata in cerca d’approvazione.
«Sei stata bravissima, Michiko.» Il suo sguardo fiero mi convince più di mille parole.
«Vi ringrazio di cuore Onee-san» dico, tornando a sedermi accanto a lei.
Ran prende le mie mani tra le sue. «Ti prego, non darmi più del voi» sorride.
Arrossisco, distogliendo lo sguardo. «Maestra, ma cosa dite!»
Una lunga pausa precede la sua risposta. «Michiko cara, ho una splendida notizia da darti. Ho parlato con Oka-san, e insieme abbiamo deciso una cosa.»
Un’altra, interminabile pausa.
«Oh, vi prego, parlate!» esclamo esasperata.
La sua risata cristallina alleggerisce l’atmosfera. «Dolce Michiko, eterna bambina, da oggi non sarò più la tua maestra. Da oggi abbandonerai per sempre questa casa e il tuo stato di maiko, perché da oggi…» Ran allunga una mano, posandomi in grembo un fermacapelli di giada poi, lentamente, mi prende il viso tra le mani, donandomi un bacio sulla fronte leggero come una farfalla. «…da oggi, Michiko, sarai una vera geisha.»

Giulio Medici, 4a B

Le pale dell’elicottero sollevarono polvere e terriccio, obbligando il Wolf team a coprirsi il volto con le mani.
Una volta decollato, rimasero solo loro in mezzo a un campo abbandonato, in cui erano presenti alcune balle di fieno che si erano ingrossate e si stavano rompendo a causa dell’umidità.
La squadra Wolf era composta da quattro componenti, uomini di età comprese tra i venticinque e trenta anni, erano molto giovani! La Wolf era una delle tante compagnie di mercenari che la Umbrella Corporation assoldava per i propri loschi affari; la segretezza era un obbligo.
Del gruppo, Skull, il ricognitore, giocava con una baionetta da venti centimetri lanciandola in aria per riafferrarla per il manico. Era il più giovane della squadra, indossava una cerata militare e aveva il cappuccio fin sopra la testa, indossava sempre maschere o passamontagna ogni volta che era in missione, ne era ossessionato. Skull non era molto robusto, era alto e slanciato. Senza il giubbotto antiproiettile, le protezioni e il resto dell’equipaggiamento si poteva facilmente vederlo quasi come uno scheletro.
Completamente diverso per aspetto era Tank, l’esperto di esplosivi e demolizioni. Si trovava accanto a Skull e giocherellava con la spoletta di una granata accecante. La sollevava con il bordo del dito e la faceva ricadere producendo un tintinnio metallico. Era un uomo molto robusto di grossa statura e con le protezioni sembrava ancora più grosso.
Lontano da loro vi era Reflex, il tiratore della squadra, lui se ne stava seduto accanto a una balla e osservava minuziosamente il suo SVDS-N con visore notturno sbuffando ogni tanto annoiato. Erano le due e ventitré di sera e vi era un silenzio innaturale. Neppure i grilli o altri rumori tipici della notte potevano essere percepiti dalle orecchie della squadra.
Il silenzio fu improvvisamente rotto da Reflex. — Allora, Sektor, andiamo a fare qualcosa o ci giriamo ancora un po’ i pollici?!
Sektor, il capo della squadra, stava controllando i dintorni con un binocolo a visione notturna. Alla domanda di Reflex si staccò dal binocolo e disse con calma: — Reflex, devi avere pazienza. Stavo controllando il settore in modo rapido. Ora che ho potuto constatare che è sgombro posso contattare il QG dell’Umbrella Security Service. Ok, pronti?
Subito tutta la squadra era pronta ad ascoltare il quartier generale attraverso i loro auricolari. Dopo un momento d’interferenza si poté finalmente udire una voce maschile calma e profonda.
— Wolf team, rapporto.
— Qui Wolf team. Ti riceviamo forte e chiaro USS leader, siamo atterrati e ora attendiamo ordini.
— Ottimo, Wolf. Ora vi ritrovate nelle montagne vicino alla città di Fërnold. Dovete entrare in città e raggiungere il municipio. Lì sarete aggiornati sul da farsi.
Dopo due secondi di silenzio, — Dobbiamo tenere conto di qualcosa? — domandò Skull.
— Sì. La città è piena d’infetti e Bio-Organic-Weapon. È stata circondata dall’esercito e si pensa che vi siano superstiti nell’area. Sapete come agire. Dovete farcela, il fallimento non è contemplato.
— Non si preoccupi, andrà tutto come secondo i piani — ridacchiò Tank.
— Vedremo — disse secco l’uomo attraverso il microfono, prima di chiudere il collegamento.
Ci fu un attimo di silenzio in cui i vari componenti del Wolf team si guardarono reciprocamente.
— Ok, partiamo. Controllate l’equipaggiamento del compagno; la maschera antigas, l’equipaggiamento, le protezioni… Tutto deve essere a posto. Tra due minuti al massimo, tutti pronti. — Detto ciò, Sektor si avvicinò a Reflex e iniziò a controllarlo come facevano nello stesso momento Skull e Tank.
Dopo trenta secondi appena avevano finito e si stavano già incamminando verso la città. Proseguirono per una stradina sterrata, camminando in fila come formiche, a ridosso della strada. Era buio, ma non troppo da impedire di distinguere bene le sagome e le figure, ma le divise nere che indossava la Wolf li rendeva invisibili senza una fonte di luce diretta.
Aveva piovuto da poco e gli stivali annegavano nel fango. Faceva freddo, ma le divise li proteggevano senza per questo far caldo e farli sudare, cosa molto utile in effetti.
A un tratto Skull parlò: — Scusate la domanda, ma in che condizioni è la città? Ci aspetta un’altra Raccoon City?
— Non è esattamente così — disse Sektor. — L’esercito ha circondato la città e ci sono ancora dei superstiti, tuttavia gli infetti ci sono e sono pure tanti nel centro città. Non credo la situazione sia così disperata come a Raccoon. Dobbiamo solo entrare dalla postazione 23, dai dati sembra che le guardie siano meno rispetto agli altri. Tutto chiaro?
Tutta la Wolf rispose in modo affermativo.
Dopo un po’ Reflex scosse la testa. — Quindi oltre ai soldati e agli infetti abbiamo pure i civili tra i piedi, va sempre meglio!
— Beh, credi che non si possano ammazzare? — sghignazzò Tank.
La Wolf rise per un attimo.
Quando furono arrivati sopra una collina, Sektor ordinò di abbassare la voce. Si entrava in azione!
Dalla collina si vedeva benissimo la città, a ridosso delle montagne. Era una città di medie dimensioni, abitata da ventimila abitanti… prima del disastro. Ora chissà quanti erano i sopravvissuti, forse meno di mille!
La città era completamente distrutta. Da alcune zone, lingue di fuoco e incendi illuminavano lo scenario, dandogli un aspetto infernale.
Quella città era come un gigantesco foruncolo, bastava un foro e tutto lo schifo che conteneva sarebbe fuoriuscito, e forse l’ago sarebbe stato proprio il Wolf team.
Sektor e Reflex osservavano l’area con il binocolo a visione notturna.
— Vedo il centro — disse Reflex appoggiando il binocolo ai vetri della maschera — è farcito di infetti!
— Ok. Ora però controlla le difese dell’esercito che abbiamo davanti — lo corresse Sektor.
— Uhm, per una volta devo dare ragione al QG… Banale, fin troppo facile. Tre edifici in tutto, una torre di guardia con una sola sentinella, un edificio attaccato, l’armeria probabilmente, e davanti a quest’ultima quello che dev’essere il dormitorio. Conto quattro guardie in tutto, le altre saranno dentro. Non vedo veicoli o difese come mitragliatrici pesanti o lanciarazzi, troppo semplice!
— Meglio! — esultò Tank. — Così entriamo ed usciamo subito senza problemi. Ammesso che non ci siano mine, ma è impossibile… nessuno minerebbe il proprio accampamento. Tanto vale mettersela sotto al culo che fai prima!
— Formiamo due gruppi. Ho visto che c’è una pattuglia vicino ai campi. Tank e io penseremo a quella per poi riunirci con voi alla postazione del nemico, tutto chiaro?
Skull e Reflex fecero sì con la testa e poi si diedero il cinque.
— Ehi, teschietto. Non incominciare senza di noi! — disse Tank ridendo.
— Vedremo, gigante! Dipende da quanto ho voglia di usare il mio coltello!
Skull e Reflex si incamminarono verso le difese dell’esercito, mentre un attimo dopo Sektor e Tank puntavano verso i campi.
Ci vollero cinque minuti e poi Skull e Reflex erano accanto al perimetro della base.
— Ho una buona visuale della torre di guardia. Nessuno osserva il cecchino su di essa, lo elimino?
— Aspetta! Ci sono due guardie contro un muro e c’è una luce che illumina il terreno attorno a loro. Uhm… facciamo così, pensi di riuscire a colpire la guardia e poi a far scoppiare la lampadina con un proiettile?
Si sentì Reflex soffiare dal naso: — Ovvio! Nulla di più facile. Dimmi quando, e io lo faccio. Piuttosto, attento tu a non farti scoprire!
— Vai tranquillo. Quando vuoi.
Reflex controllò il mirino dell’SVDS-N. La visione era chiarissima. Si stese a terra, prese un respiro profondo e affondò il dito sul grilletto. Il guanto grattò impercettibilmente sul metallo. Dal silenziatore uscì un piccolo lampo e un rumore simile a un debole applauso e poi il proiettile iniziò a viaggiare.
Reflex si alzò di scatto con la Beretta in mano. Con precisione chirurgica sparò alla lampadina.
Mentre il primo proiettile stava già penetrando il cranio della guardia lacerando muscoli, rompendo ossa e distruggendo cervella, il secondo proiettile ruppe la lampadina facendone fuoriuscire per un attimo delle scintille, per poi fermarsi nel copri lampada in metallo. Produsse un suono metallico, come quando si colpisce il tegame di una pentola.
Nel frattempo, Skull si era lanciato verso le due guardie. Erano a cinque metri da lui, ma in un attimo gli fu addosso.
Erano una di fronte all’altra vicino alla parete. Fecero in tempo a notare che la lampada era spenta che la guardia girata di spalle fu sgozzata dalla baionetta di Skull, che con un gesto rapido lanciò il cadavere sanguinante sul nemico di fronte. Quest’ultimo, per la velocità e il buio improvviso non riuscì a capire cosa stesse accadendo. Poté solo afferrare il corpo del compagno per poi essere buttato a terra da Skull che, come un felino sulla preda, gli era saltato addosso e ora gli stava trapassando le costole con una lama. Il cuore esplose come un palloncino pieno d’acqua, facendo morire il soldato in pochi istanti. Non abbastanza, visto che stava per urlare. Ma la mano guantata di Skull lo aveva bloccato. Ora dormiva, per sempre.
Skull si alzò pulendo il coltello sulla giacca del cadavere.
Si voltò e notò che Reflex si era spostato accanto alla caserma e aveva appena ucciso una guardia, la missione era davvero facile!
— Allora, Reflex. Ci divertiamo? —rise Skull attraverso il microfono.
— Sì, è come combattere contro dei bambini.
A un certo punto una voce profonda irruppe come un esplosione:
— Ma state già facendo casino?!
Skull rise: — Sì, gigante. Goditi i tuoi soldati perché noi ammazziamo tutti questi!
— Ah, che figlio di puttana! Dai, almeno ne abbiamo seccati sei!
— Beh questo spiega perché sono così pochi qui dentro — disse Reflex.
— Squadra, stiamo convergendo sulla vostra posizione. Nulla da segnalare?
— Nulla — disse con uno sforzo Skull, mentre stava sgozzando un’altra guardia che era uscita per fumare. — C’è solo una caserma con una decina di soldati che dormono, e forse ho già in mente qualcosa.
— Ci illuminerai al nostro arrivo.
Skull fece un segno a Reflex, che avanzò verso l’armeria dalla porta anteriore, mentre Skull da quella sul retro.
L’armeria era piena di scaffali e casse delle più disparate dimensioni, alcune aperte, altre ancora sigillate.
Al centro della stanza c’era un tavolo a cui stavano giocando quattro guardie. Il gioco sembrava Poker o qualcosa di simile. Scommettevano parecchio denaro!
Skull e Reflex controllarono se nell’edificio ci fosse qualcun altro: negativo.
Skull fece muovere il pollice della mano sul collo come se lo tagliasse con un coltello, Reflex alzò la mano con tre dita sollevate, ne abbassò uno, due, un altro, uno e poi quattro lampi prodotti dalle pistole silenziate annunciarono i quattro proiettili che uccisero le guardie.
Caddero tutte stecchite.
Skull in un attimo iniziò a frugare fra le casse.
— Sono certo che siano qui, non possono non esserci.
Reflex lo osservava con indifferenza mentre raccoglieva i soldi dal tavolo su cui stavano i corpi esanimi delle guardie.
— Eccole, Eccole! — urlò con fragore Skull
Reflex fece cadere qualche banconota e si diresse con calma verso Skull.
— Cos’hai trovato di così interessante, amico?
— Il preparato per arrosti — rispose l’altro, ridendo.
In quel momento arrivarono Tank e Sektor. Furono prontamente aggiornati sull’idea di Skull.
Una volta ascoltata, Tank colpì con forza la schiena di Skull urlando: — ben fatto Teschietto! Ti sei fatto perdonare!
La Wolf si preparò, con delle sbarre di ferro bloccarono le maniglie delle porte in modo che nessuno potesse entrare o uscire senza toglierle. Poi si divisero; Tank e Skull andarono sul retro e Reflex e Sektor rimasero davanti. Con una pietra ruppero le finestre.
Alcune guardie si svegliarono incuriosite poi videro cadere altre cose, erano a cilindro e sembravano…
In un attimo le granate incendiarie fecero esplosero i vetri di tutte le finestre, vomitando lingue di fuoco.
Si poterono sentire un paio di colpi contro le porte, qualcuno cercava di aprirle, ma in un secondo si fermarono. Era fosforo bianco, e in un attimo a contatto con l’ossigeno stava cuocendo tutto ciò che toccava, non si fermava neppure all’osso! Ben presto la struttura iniziò a deformarsi per il calore.
La Wolf aveva eliminato velocemente il posto di blocco, ora poteva entrare indisturbata in città.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...