Coney Island: intervista a Gianfranco Manfredi

Coney-Island-coverFaccio coming out: amo gli anni Venti. Alla follia. The Roaring Twenties, in cui tutto sembrava possibile. Da Il grande Gatsby e al cinema in bianco e nero, da Louise Brooks ai tagli alla garçonne. Amo le storie di pupe e gangster, e sono attratta in modo irresistibile da quelle in cui appaiono illusionisti e mentalisti, spettacoli di magia ed escapologia. Perché vi dico questo? Perché c’è una miniserie che racchiude tutto questo e cattura in modo minuzioso l’atmosfera degli Anni Ruggenti.

Sto parlando di Coney Island, la miniserie di tre numeri edita da Sergio Bonelli editore, scritta da Gianfranco Manfredi, con Giuseppe Barbati alle matite e Bruno Ramella alle chine. Sì, proprio il trio di Magico Vento.

wUKiINRgcy+Q8eJI2mizhJxQaOVNDVM=--coney_island_n_2__al_capone_ringrazia____testi_di_gianfranco_manfredi__disegni_di_giuseppe_barbati_e_bruno_ramella_Si tratta di un romanzo a fumetti di ampio respiro, un’opera immensa che è costata agli autori quattro anni di lavoro. Da appassionata dell’epoca, sono rimasta estasiata di fronte alla cura con cui le ambientazioni, esterne e interne, sono state ricostruite. Così come abbigliamento e mood. Ho inoltre apprezzato l’idea di far interagire personaggi di fantasia con altri realmente esistiti, come Al Capone.

Sfogliando le pagine, forse ad alcuni sembrerà  di assistere a una puntata di Boardwalk Empire. Per quanto mi riguarda, era come guardare un film in bianco e nero, di quelli che ti inghiottono e di portano lontano, in un mondo di luci e ombre, in cui il bene e il male coesistono e a volte fanno a pugni come le due metà del cielo.

d2746981ba69a9c3d1816ca914614da2Ci tengo ad aggiungere che quest’opera è in qualche modo l’eredità che Giuseppe Barbati lascia ai suoi estimatori. Si tratta della sua ultima fatica, a cui ha lavorato fino alla fine e che, come ha sottolineato Gianfranco Manfredi in una recente intervista, rappresenta in qualche modo «il vertice espressivo frutto di tutti questi anni di lavoro comune».

Ma ora è proprio a Manfredi che lascio la parola. È un onore averlo qui, ospite su Scritture Barbariche. Parleremo fumetto e della sua carriera, partendo proprio da Coney Island, di cui vi ricordo sono usciti i primi due volumi: La pupa e lo sbirro e Al Capone ringrazia (ora in edicola). Entrambi sono impreziositi dalla copertina di Corrado Mastantuono. Dal 27 maggio potrete leggere la conclusione della miniserie con l’atteso Attacco al luna park.

1425045309227Ciao Gianfranco e benvenuto su Scritture Barbariche. Quello che mi colpisce ogni volta nelle tue storie è l’attenzione all’ambientazione e la ricostruzione storica minuziosa. In Magico vento era come essere catapultati in un western visto dalla parte degli indiani. E per rendere ancora più veritiere le atmosfere, spesso si incontravano personaggi realmente esistiti, come Cavallo Pazzo o il generale Custer. In Coney Island ci si immerge sin dalla prima pagina nella New York degli Anni Venti. Dall’omonimo luna park che fa da cornice agli eventi, ai gangster, primo tra tutti Al Capone, dalle flapper, le ragazze emancipate dell’epoca, al proibizionismo. Quanto è importante per te la documentazione? Come ti sei preparato per rendere gli anni Ruggenti davvero tali?

Il vero problema è stato, in questo caso, l’eccesso di documentazione, perché tra biografie, saggi, film d’epoca, documentari, fotografie, illustrazioni, cataloghi di moda, gli anni Venti sono davvero un mare magnum in cui non è facile navigare. Dunque il problema è stato scegliere, tra tanto materiale, quello giusto per la storia.

Gianfranco-ManfrediConey Island può essere definito a tutti gli effetti un romanzo storico illustrato. Se fosse un film, immaginerei le scene d’azione e gli inseguimenti come lunghi piani sequenza. Ma anche la quotidianità è rappresentata con precisione. È una serie a fumetti che potrebbe essere un romanzo… ma che si “guarda” come un film. Pensi che ci siano differenze sostanziali quando si sceglie di utilizzare un media piuttosto che un altro, oppure sia la forza della storia a poter essere narrata in più modi?
Un film, fatto così, sarebbe costosissimo e richiederebbe ricostruzioni di ambienti che non ci sono più e in quelli che esistono ancora sarebbe impossibile girare, in quanto andrebbero bloccate intere zone della città per giorni.  Per esempio nel capitolo finale c’è un inseguimento da Coney Island fino a Brooklyn. Con Ramella abbiamo percorso quella strada in Google street view cercando i punti in cui ambientare la lunga sequenza, e riscontrandoli con fotografie d’epoca. Anche per certe dinamiche di incidenti abbiamo pescato sequenze di incidenti reali. In fumetto si può fare a meno degli stuntmen, però a me danno molto fastidio i movimenti puramente inventati che nel “fermo immagine” di una singola vignetta risultano spesso  implausibili oppure molto meno spettacolari di quanto non siano dal vero. Riguardo agli interni d’epoca, molti film sono stati utili, in quanto il cinema di New York non era quello di Hollywood: i film si giravano in ambienti reali, non negli studi di posa. Per esempio per l’appartamento di Brenda ci siamo basati su quello della ragazza di Harold Lloyd in uno dei suoi film. Se uno facesse il confronto con la casa di Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”, vedrebbe che in quel tipo di palazzi, quel tipo di struttura di interno è durata per decenni, a New York.

Personalmente sono sempre stata attratta dal mondo dell’illusionismo e della magia. Il personaggio di Mr Frolic, mago, sensitivo ed eroe di guerra, mi ha particolarmente colpito. Per dargli vita ti sei ispirato a qualche personaggio realmente esistito? Cos’è per te la magia?
I maghi all’epoca abbondavano. Quello poi era il periodo del trionfo di Houdini che in un suo libro svelò molti trucchi dei maghi da palcoscenico. Lo fece perché lo irritava non poco che l’arte del trucco venisse scambiata per prodigio reale. Oltre ai maghi infuriavano gli spiritisti che imbrogliavano le persone e Houdini li smascherava. D’altro canto, in un racconto di fantasia, è seducente esplorare la possibilità che qualcuno sia un vero sensitivo e abbia facoltà paranormali cui il “trucco” fa soltanto da copertura e mascheramento. Alle origini, Mandrake, per esempio, era davvero dotato di facoltà sovrannaturali: al punto che in un episodio fece persino resuscitare un morto. Questo causò scandalo tra i religiosi, accuse di profanazione e di demonismo, e dunque in seguito Mandrake fu ricondotto a un ruolo più normale di abile manipolatore. Frolic è comunque un mago molto particolare, dotato fin da bambino di una sorta di shining e poi con un sorprendente curriculum bellico, cose che verranno svelate soltanto nella terza e ultima parte. Come molti personaggi dello spettacolo, Frolic è sempre allegro e spiritoso in pubblico, ma in privato è una persona che ha subito e subisce dei traumi profondi con i quali deve sempre combattere o trovare dei compromessi, ai limiti della schizofrenia.

maxresdefaultMagico vento, Adam Wild e Coney Island, passando per Tex e Dylan Dog (ma non solo). Guardando in prospettiva la tua produzione come sceneggiatore, pensi ci sia un filo conduttore che lega il tuo percorso?
Un filo forse c’è. Sono attratto dai contrasti. Per mettere in risalto il bello ci deve essere anche il mostruoso, per capire la Storia è anche necessario studiare le Leggende, e perché la Ragione non diventi una divinità, è bene che la si accompagni all’Immaginazione che molto ha a che fare con il magico e con il mistero, perché non è completamente spiegabile. Dunque nelle mie storie, anche quando parto da altri presupposti, finisco quasi sempre per mescolare i due aspetti. Tex fa eccezione, perché mi piace trattarlo come un western classico e, anche se ci sono state molte storie di magia nella serie, io questo aspetto preferiscono non considerarlo. La magia in Tex, e lo si vede nel bellissimo personaggio di Mefisto, tende all’effetto speciale, ma semplice, senza esagerazione, e con un simbolismo molto basic, cioè facile. In MV invece si parla di “visioni”, cioè il mio modo di raccontare il “magico”  è più simbolico, surreale, ha a che fare con l’inconscio e con il mondo dei sogni e delle premonizioni. Raccontare così la magia in Tex, non sarebbe da Tex, dunque preferisco evitarlo. Il western classico è molto concreto: piombo e dollari, in sostanza. Cioè cose estremamente terrestri e ben poco “spirituali”.

Re Nudo 0Giovanissimo sei entrato a far parte della redazione di Re Nudo, una delle principali riviste di controcultura e controinformazione fondata a Milano nel 1970. Nel tuo primo album, “La crisi” del 1972, guardavi con occhio disincantato ai giovani e al loro rapporto con la società e la politica, dai movimenti studenteschi, ai gruppi più estremisti. Questo mi fa pensare ai disordini avvenuti proprio qualche giorno fa a Milano, causati da coloro che la stampa ha definito “No Expo”. Oggi ci sono giovani che credono di fare “la rivoluzione” lanciando sassi o distruggendo vetrine e purtroppo, a volte, senza sapere neppure perché lo fanno. Che idea ti sei fatto al riguardo? E, domanda difficilissima, come vedi cambiata la tua Milano e la sua gioventù in questi quarant’anni?
A parte il fatto che i No Expo sono cosa ben diversa dai casseurs e fare di ogni erba un fascio è deplorevole, più in generale direi che c’è la tendenza a considerare il presente alla luce del passato e per di più di un passato non vissuto e malinteso. Invece bisognerebbe fare l’opposto cioè riconsiderare il passato alla luce del presente cioè alla luce di quanto ha prodotto: le cose si vedono meglio quando se ne possono valutare i risultati, perché allora si riesce a vederle nel loro divenire e nel loro percorso. Se invece vediamo nel presente una specie di riproposizione del passato, viviamo guardandoci sempre all’indietro e senza capire in che mondo viviamo oggi. Si corre verso un futuro imprevedibile e molti per rassicurarsi ripiegano sul già accaduto, più o meno nostalgicamente, o in modo rozzamente replicante. Così fioccano paragoni tra eventi e circostanze che sembrano a prima vista simili, ma non lo sono affatto. Si va per analogie , si giudica all’ingrosso, si mimano comportamenti fuori contesto, si usano parole a sproposito perché un tempo significavano una cosa e oggi ne significano un’altra. Si sopravvive in una totale confusione “opinionista” ed emotiva, perché la cosa che fa davvero paura è considerare il nostro presente in proiezione futura. Della parola “rivoluzione” poi si fa un abuso intollerabile. Ormai non c’è campagna pubblicitaria che non pronunci a sproposito la parola rivoluzione e questo proprio quando in Europa in realtà crescono i reazionari, a tutti i livelli, nella politica e nella società. Riguardo a “La crisi”, mi ha fatto ridere che riscoprendo quel lontanissimo e datatissimo disco, alcuni ragazzi si siano stupiti al punto da considerarmi una specie di “profeta” . Evidentemente non sanno che di crisi , nel secolo scorso, ne abbiamo attraversate almeno una a decennio e ciascuna con caratteristiche diverse, che certo mostrano un aspetto strutturale del nostro sistema economico, ma hanno anche avuto un andamento ciclico. Purtroppo nella scuola secondaria non si insegna la Storia dell’Economia e dunque ci ritroviamo costantemente disarmati di fronte all’indagine della realtà che ci circonda e delle sue dinamiche. Dopodiché armarsi a cazzo non serve a niente se si è intellettualmente disarmati (quanto disarmanti). E per “intellettualmente” intendo sul piano delle conoscenze. Il pensiero scientifico è andato avanti in modo impetuoso, ma si è scavato un solco immane tra il Pensiero frutto della continua Ricerca (e non di formulette erediate dal passato) e l’Ignoranza che regna socialmente e nella coscienza pubblica. Il giornalismo televisivo e via web, poi, con l’assoluto predominio delle immagini sul concreto e sul vissuto, e la diffusione di un attualismo minuto per minuto, senza pausa alcuna di riflessione, hanno fatto e fanno danni devastanti. Ben più di un pugno di macchine date alle fiamme, di qualche vetrina scassata e di qualche muro imbrattato. Danni alla percezione stessa delle cose, danni che se non si curano diventano permanenti.

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