Vicini: diario di un’ossessione

vicini«Non si “cade innamorati”. Si sprofonda nella lussuria. Sull’amore ci si arrampica. Lentamente e dolorosamente. L’amore sta sempre sopra, mai sotto. L’amore non è appagamento, è disciplina. Tutto l’apprendistato, tutta l’assurdità dell’educazione, ci inculca il concetto che l’arte della vita consiste nel prendere, e che l’Amore serve a dirci che il senso della vita rimane nascosto finché non impariamo a donarci».

Pur essendo il romanzo d’esordio di Claude Houghton, Vicini (Castelvecchi, pp. 186, traduzione di Gianluca Testani) esce ora in Italia a un anno di distanza del suo più celebre Io sono Jonathan Scrivener. Scritto nel 1926, e tuttavia incredibilmente contemporaneo per tematiche e ritmo di narrazione a quasi un secolo di distanza, Vicini è una sorta di diario in cui il protagonista trascrive i dialoghi provenienti dalla stanza adiacente a quella affittata da lui. A occuparla è un certo Victor, un uomo nei confronti del quale il protagonista prova sentimenti contrastanti: da un lato l’odio inspiegabile non appena sente per la prima volta la sua voce dal pianerottolo, dall’altro l’insaziabile curiosità per il destino del vicino che lo spinge a un assoluto isolamento per mesi, e poi per anni, in cui vive come un’ombra, schiacciato dalla soverchiante personalità di Victor, condannato a vivere di riflesso la “vita dell’altro” con implacabile metodicità.

«Accadde qualcosa; qualcosa di così apparentemente banale che ancora adesso mi è quasi impossibile credere che si sarebbe rivelato il precursore degli eventi che mi avrebbero infine derubato del senso della mia vita. Fu una semplice risata su per le scale. Niente di più».

Quella di Victor non è l’unica voce proveniente dalla stanza adiacente che il protagonista origlia nel corso del tempo: ci sono Hen e Howard, con cui Victor si confronta su temi come la natura di Dio, il senso del vivere, dei suoi affanni, l’assurdità di certe convenzioni sociali. «Mi sentivo dentro le potenzialità di ogni esperienza, e se in me c’era quella che ambiva a scalare le sommità di tutti gli ideali, c’era anche quella che desiderava esplorare gli estremi abissi della degradazione. Mi ribellavo all’idea che presto o tardi tutta quella ricchezza di potenzialità dovesse andare perduta, e che gli orizzonti infiniti si dovessero restringere finché non mi sarei trovato davanti nient’altro che la visione rigida e definita di una sola vita umana. Il paradosso è che smisi di vivere la mia vita dopo pochissimo tempo che ero arrivato in questa mansarda».

E poi c’è Pam, una ragazza dalla «voce profonda, ma allegra e piacevole, era la voce di una che rideva tanto, e conteneva la musica delle risate», una ballerina con cui Victor conduce una relazione turbolenta e con la quale è in grado di passare con disinvoltura da disquisizioni filosofiche alla poesia di una smagliatura di una calza. Quando è lei a entrare in scena si dipinge tra le righe una sensualità primordiale. Pam «somiglia a una dea quando il suo unico abito è la luce della luna».

Houghton sosteneva che la sua produzione narrativa fosse basata sulla convinzione che la civiltà moderna avrebbe collassato perché «non credeva più di avere un destino». Questa sua visione si riflette suoi suoi personaggi; sia Victor che il protagonista-narratore si dibattono in cerca di un modo per superare le convenzioni, ma in fondo sono un prodotto della stessa società che criticano ferocemente.

Si dice che Houghton abbia influenzato Orson Welles, che in Citizen Kane ha utilizzato la tecnica di descrivere un personaggio attraverso i ricordi degli altri. Ma, se fosse un film, Vicini sarebbe un film di David Cronenberg, dal crescendo febbrile, allucinatorio e implacabile, fino al colpo di scena finale.

Come Io sono Jonathan Scrivener, anche Vicini è un libro brillante, sovversivo, intriso di sarcasmo ma anche di poetica sensibilità, che riflette sul cinismo della nostra epoca con dissacrante arguzia.

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