Liceo Morandi e scrittura creativa, una storia d’amore che non si spegne

Gli appuntamenti con i miei corsi di scrittura creativa di quest’anno, al Liceo M. Morandi, sono ormai conclusi. Ed eccomi qui, davanti al foglio bianco, a scrivere qualche considerazione a caldo. Non è facile, questa volta più che le precedenti. Perché quello che è successo tra i banchi, in questo ottobre così nostalgico da non essersi ancora deciso a  salutare l’estate, è stata una vera e propria magia. E non è facile descrivere la magia a parole.

Ma il corso di scrittura non serve forse anche a questo? A dar voce a emozioni, a storie e personaggi che vivono dentro di noi e altrimenti non potrebbero uscire?

Lo hanno fatto con determinazione e talento i ragazzi del Corso Base. Una classe immensa, 36 alunni con davanti a loro solo tre lezioni per assorbire i rudimenti che si nascondono dietro a ogni storia di successo, si tratti di un romanzo, un film o un fumetto. Prima che il corso iniziasse ero un po’ preoccupata per il fatto che la classe fosse così numerosa, ma non ne avevo motivo. Silenziosi come ninja e armati della loro fantasia hanno dato vita a personaggi pieni di sfumature, poliedrici, crepuscolari o romantici. A ogni lezione, dimostravano di aver totalmente assimilato i concetti, e quando si sono trovati a dover costruire un’ambientazione credibile – in sole quindici righe, per di più – hanno brillantemente superato la sfida. Eravamo in classe, ma ci siamo ritrovati in riva al mare, nella campagna emiliana profumata di sole, tra le pareti di un istituto psichiatrico o al campo di addestramento di un soldato. E ancora, immersi nella neve artica, in un laboratorio steampunk o soffocati da una parete piena di specchi nell’Inghilterra di Anna Bolena, tanto per citarne alcuni.

I ragazzi del Corso Avanzato sono guerrieri scelti che ormai non temono il confronto con autori professionisti. Quest’anno abbiamo lavorato in profondità con la scrittura, perché ogni guerriero della penna che si rispetti deve poter essere capace, se necessario, di scrivere su qualsiasi argomento. Com’è possibile?, qualcuno si chiederà. La risposta è semplice: con la pratica. Perché la mente è come un muscolo, si può allenare. Scrivere e riscrivere è come sguinzagliare la fantasia e il talento che a volte si nascondono in fondo all’anima.

I ragazzi sono passati dalla scrittura interiore a quella della memoria, hanno creato un diario fotografico, rivivendo episodi toccanti per poi scattare, a posteriori, fotografie mai realmente immortalate. Scrivere di emozioni, scrivere per appunti, raccontare la vita di persone comuni. Viaggi temporali e tropismo. Quest’anno abbiamo fatto un esperimento: a fine lezione, tra gli argomenti trattati, ogni studente ne sceglieva uno, il preferito, o… il più temuto. Diversificando gli esercizi a casa, abbiamo potuto affrontare in maniera più approfondita i singoli argomenti. Sono nate perle preziose, che potete leggere qui sotto.

Perché la scrittura può essere la nostra arma per difenderci dal mondo.

Lucia Bagnolati si è cimentata nel racconto fotografico, scegliendo due foto dei suoi bisnonni e regalandoci una storia d’amore e nostalgia.

12166957_1683261218555542_1718804284_nIl vento le scompigliava i capelli, ormai portati in quel modo da anni.
Quella stessa chioma mora che aveva sistemato velocemente prima di uscire, il pomeriggio stesso.
Sentiva che non stava andando abbastanza in fretta, nonostante la gonna le stesse svolazzando e il fiato era ormai corto.
Voleva urlargli di restare, voleva urlare il suo nome e sapere con certezza che si sarebbe fermato.
Il campanello della bicicletta suonava a ogni buca che frettolosamente superava.
Si guardò attorno, cercandolo e mormorando il suo nome a ogni pedalata.
Non riusciva a trovarlo, in mezzo a tutte quelle divise uguali l’una all’altra.
Lui aveva il volto coperto da una macchina fotografica, di quelle da poco, che suo padre gli aveva regalato nel ’48, un po’ per documentare l’anno di leva, un po’ per garantirsi che il figlio gli avrebbe scritto.
La vide in quel modo, lui.
La fotografò con lo sguardo perso tra i ragazzi che, come lui stavano per salire su quel treno, la sua figura esile, in sella alla bicicletta della zia. Ridacchiò dietro alla vecchia Polaroid, pensando che probabilmente Lidia avesse preso il mezzo senza chiedere.
12083764_1683261241888873_939757554_nLa fotografò e seppe che Lidia era lì per lui.
Sorrise, mentre lentamente fece scorrere verso il basso l’oggetto che gli stava nascondendo gran parte del viso, arrivando a coprirgli solo il mento. Sorrise mentre guardava le sue gambe magre coperte da quei calzettoni bianchi, che probabilmente sua madre la obbligò ad indossare per il freddo.
Guardò Lidia alzarsi dalla sella, la bocca schiusa, le guance rosse e pure e pensò che era esattamente come l’aveva lasciata. Il maglioncino blu con i soliti cinque bottoni, perché il sesto non era riuscita a ricucirlo.
Lidia buttò a terra la bicicletta, correndo verso qualche gruppo di ragazzi, spingendoli per poi scusarsi.
E lo vide. Tirò un sorriso nel riconoscere la solita espressione vagamente corrucciata, mentre se ne stava dritto con le spalle alte, affianco a Nadio. L’elmetto sotto il braccio, la giacca pesante della divisa a coprirgli il busto, i guanti a riscaldare le mani affusolate che Lidia ricordò di aver tenuto così tante volte.
Lidia guardò prima la Polaroid che teneva fra le dita, poi spostò l’attenzione ai vagoni dietro a Italo, sperando invano che non partissero.
“Non dovresti essere qui” Italo si avvicinò alla sua Lidia, prendendola per un braccio e avvicinandola al suo corpo, così che solo lei potesse sentire la sua voce roca, che le sarebbe mancata così tanto.
“Tu non dovresti partire” Lidia parlò con voce rotta, guardandosi intorno per evitare l’imbarazzo nel guardarlo in quei suoi occhi neri.
La ragazza sussultò non appena il treno fischiò, bloccata come in quella foto in bianco e nero che Italo le aveva scattato, perché si sentiva così, si sarebbe sentita così senza di lui. Una ragazza che in sella a una bicicletta lo avrebbe seguito ovunque solo per salutarlo un’ultima volta, una ragazza che avrebbe vissuto per qualche tempo, come in quella fotografia, come se la sua vita fosse bloccata lì, senza colori, in attesa del suo ritorno.

 

Giulio Medici crea un perfetto esempio di monologo esteriore, in cui il protagonista sfoga la sua rabbia e svela la sua lotta interiore parlando con un interlocutore che “gli è molto vicino”, anche se per certi versi è il suo più acerrimo nemico.

Che cosa combini, maledizione, siamo di nuovo daccapo! Lo so, non sei tu che causi tutto questo e in fondo non sei altro che un muscolo, incapace di qual si voglia decisione sentimentale, ma ti userò per indicare tutto il corpo e tutto questo gran caos che ora mi assale.

Insomma cuore che mi combini!

Già mi era successo che mi obbligavi a situazioni assurde o disperate, altre volte ti prendevi gioco di me con obiettivi impossibili, eppure sono sempre riuscito a sfuggirti, a difendermi dai tuoi attacchi. È forse per questo che ora mi aggredisci con foga maggiore?

Eppure dovremmo lavorare all’unisono e non combatterci.

Mi hai intaccato varie volte e comunque ne sono uscito. Forse lo hai fatto per studiarmi, per registrare i miei punti deboli e non appena hai scoperto colei che li incarnava tutti hai deciso di agire.

Perché, perché mi tratti così? Mi conosci, non sono esattamente un tipo… regolare.
Sono un po’ eccentrico. T
ogliamo un po’, va là. E tu di chi mi fai innamorare, maledetto? Di una ragazza precisa, una sobria che non raggiunge mai il “punto di non ritorno”, per usare un’espressione raffinata. Inoltre sai che io sono pessimista, materialista e ateo, insomma quella persona che ti mette un’allegria addosso da farti star sveglio la notte, e lei… lei è credente, ma con la C maiuscola!

Sarebbe come l’incontro tra la morte e la vita, il male e il bene, due opposti incongiungibili.

E date le sue caratteristiche, mi sento proprio l’antagonista della storia.
Ammettilo ci provi gusto, le scegli pure graziose! Un viso fantastico, celestiale, un’intelligenza ineguagliabile, ma soprattutto la voce; il sorriso e la sua risata mi distruggono, come se davvero potessi udire i famosi cori angelicati del Paradiso. Anche il nome, quel nome semplice di quattro lettere che mi stordisce, mi aliena da questo mondo facendomi sognare.

Ah che diamine, anche solo pensare a lei mi ha fatto aumentare le palpitazioni e comparire un sorriso ebete!

Se potessi rimpiazzarti con un cuore metallico incapace di darmi emozioni e che dico, diventare una macchina e non dover più patire le tue angherie. Perché devo tremare all’idea di parlarle? Perché mi stordisci con le sue immagini? Vuoi forse la mia morte? A che pro, non moriremmo forse entrambi? È forse questo, che desideri? Dimmelo e finiamola una volta per tutte!

Vorrei che smettessi di manipolarmi, di torturarmi con questa storia. Vorrei avere la possibilità di non sentire più queste fitte che mi colpiscono il corpo. Non voglio più ingelosirmi quando la vedo abbracciare un suo amico, non voglio più tremare al suo nome o alla sua voce.

Non voglio più… amare…

Non voglio più che tu batta. Donami questo, almeno. Se non per me, almeno per te. Il riposo, un riposo eterno senza preoccupazioni, senza emozioni. Dammi la freddezza della morte.

Ti prego, e smettiamola con questa inutile guerra.

 

Cristina Barbieri dà vita a un esercizio emozionale. Il titolo potrebbe essere: le parole che non ti ho mai detto.

Se io ti dicessi che vorrei piangere…

Perché non ce la faccio più a tenermi tutto dentro. Perché non ho più le forze per andare avanti. Perché sono a pezzi, distrutta. Perché vorrei tante cose, ma non riesco, non posso ottenerle. Perché vorrei davvero essere me stessa con te; mostrarti tutto di me. Ma non ce la faccio. Mi sentirei troppo vulnerabile a espormi così tanto, aprirmi totalmente a te. Però vorrei davvero dire basta.

Basta muri. Basta barriere. Basta menzogne. Basta segreti. Basta scudi. BASTA.

Basta a tutto. A ogni stramaledetta paura. Paura di sbagliare. Paura di non essere accettata per come sono davvero. Troppo lontana da ciò che tutti si aspettano, da ciò che tutti vogliono, pretendono da me. Vorrei mettere la parola FINE a tutto ciò. Togliere tutte le maschere e i trucchi ed essere semplicemente me stessa.

Sì… vorrei… vorrei… vorrei…

Ma resterà sempre un condizionale. Resterà sempre solo un desiderio, una parola persa nel vento, un sussurro nella mia stanza, un urlo nella mia mente, una macchia di inchiostro su questo foglio. Perché non ho le forze sufficienti. Perché alla fine è inutile. Preferisco vivere nascosta dietro una bugia che mi rende felice, perché mi permette di averti al mio fianco, piuttosto che essere davvero me stessa e perderti.

Se io ti dicessi che vorrei piangere…

E che ormai non riesco più a frenare le lacrime che ora mi stanno rigando il viso…

Tu cosa faresti?

 

Azzurra Balboni ci ha regalato brandelli di quotidianità con il suo diario per appunti.

Giorno 1: Questa sera the caldo e biscotti Non sul divano con la mamma, sul tavolo vicino ai libri.

Giorno 2: È strano sentire che quel tempo che diciamo tutti passi in fretta, stia superando anche la mia percezione di esso. Alle 16 scuola guida, ormai non ho più paura delle macchine intorno a me. Penso all’ansia per l’esame di patente molto vicino e a quella che avrò per l’esame di quinta e ho molta paura. Penso poi alla sensazione di gioia che proverò dopo averli completati. Forse un pò mi spaventa anche quella.

Giorno 3: Un paio di ore con i bambini della casa famiglia. “Quando ci sei te non faccio il monello” e mi dá un bacino sul naso. Ho imparato cosa vuol dire responsabilitá, ho imparato a cambiare pannolini e a fare i bagnetti, non ho imparato a non affezionarmi troppo.

Giorno 4: Guardo i papaveri sulla mia schiena. Fanno così parte di me che mi sembra siano sempre stati qui. Questo tatuaggio è il primo che descrive solo me. Ne era pienissima la mia via, quando ero piccola.

Giorno 5: Questa sera the e caldo e biscotti. Non devo studiare per domani, quindi sul divano con la mamma.

 

Siria Pignatti torna indietro nel tempo per regalarci una fotografia mai scattata, ma che appare vivida nella sua memoria.

Crick, crock.
Noce piena, noce vuota.
È un pomeriggio di sole, quando dal garage intravedo una figura in penombra. Non capisco, è mio nonno quello?
La giacca è diversa, è enorme, vecchia e di un colore indefinito, tra il grigio, il blu e il nero. E poi il cappello non è lo stesso, non è più ardesia, bensì beige. E l’orologio? Dov’è finito quell’orologio che ogni mattina, dopo essersi preparato, metteva per sapere esattamente che ora fosse in qualsiasi momento della giornata, perché sì, era fondamentale per lui. C’era l’ora per andare al bar, l’ora per fumare, quella per il gioco e quella per la cura del giardino. Ma più importante di tutto il resto, nei freddi pomeriggi di novembre, c’era l’ora per sgusciare le noci.
Ecco, sono esattamente le 14:00, il pranzo si è concluso, la nonna sta sicuramente finendo di mettere a posto la cucina e lui? Deve essere lui quell’uomo ripiegato su se stesso e nascosto dall’enorme giacca che indossa. Deve essere lui perché non c’è in nessun altro posto.
Ma io ho paura, ho solo sei anni e voglio mangiare una noce.
Se corro e non è lui cosa posso fare?
Lo chiamo? Sì dai, provo a farlo.
“Nonno?” Silenzio. “Nonno sei te?” Ancora nulla.
Crick.
Mi avvicino per capire meglio cosa sta succedendo. Sento il rumore di qualcosa che cade a terra, e poi di nuovo crick.
Fumo. Vedo del fumo provenire da una sigaretta. Sì, deve essere per forza mio nonno quello, perchè le sue migliori compagne erano proprio loro, quelle che più di tutto lo stavano portando via, poco per volta, da me.
Sono le 14:07 e lui non si è ancora voltato a guardare cosa sta succedendo nel mondo. Non si è accorto che nei sette minuti che io lo sto osservando sono successe tante cose: mia nonna ha steso la tovaglia, il gatto che un attimo fa dormiva è sceso dal furgone, un aereo ha oltrepassato le nostre teste, come a volerci salutare.
Lui non si è accorto di nulla, perché la sua unica preoccupazione è quella di riempire il cesto vuoto di noci da portare a noi.
Avvolto da un alone di fumo, sembra quasi scomparire, così come ha fatto 3 anni fa: senza dire niente.
Ho fame, ho voglia di una noce. Corro, corro rischiando di cadere per quella brutta discesa ricca di buche e sassi. Corro e non penso più. Corro perché voglio vedere mio nonno, per ricordargli quanto bene gli voglio e quanto sono buone le noci.

 

Ed ecco Melissa, che dà vita a una lettera resa dei conti, struggente e potente come il suo stile.

Quando sento la parola mamma mi viene in mente quella scritta malinconica sullo schermo del cellulare, triste e dimenticato in rubrica. Una parola di cinque lettere che esito e mi sforzo prima di pronunciare. Una parola a cui non trovo un rimpiazzo e un significato. Una parola che non ha alcun valore per me.

Non l’ho mai sentita mia la parola mamma, me l’hanno strappata via prima che potessi pronunciarla per la prima volta, me l’hai tolta tu, senza compassione, senza neanche pensarci su.

Mi hai rubato l’infanzia, di cui mi rimane poco e niente: qualche foto e alcuni sorrisi. Mi hai lasciato quel vuoto che una bambina non merita di possedere e via via lo hai allargato che quasi smetto di esistere cadendoci dentro. Mi hai piantata lì, sola e mi hai guardata crescere senza toccarmi, hai assistito come se fossi il pubblico ed io il film dell’anno. Mi hai ignorata e hai preferito gli altri. Perché gli altri sono sempre stati migliori di me.

Ho cercato sempre, ma quel pezzo mancante non mi è mai stato dato. È cresciuto con me quel vuoto da colmare, che ho sempre cercato di riempire con le mie forze, e ora, anche se mi sorridessi dolcemente, quel poco affetto che mi mostreresti sarebbe troppo poco e mai abbastanza per il mio male, diventato ormai una voragine nel mio cuore.

Ho acquisito il sorriso falso a tenera età. Ho imparato a non farci caso all’assenza di affetto.

Mi hai privata di baci e carezze. Mi hai privata della buonanotte affettuoso e del buongiorno lieto. Mi hai negato la soddisfazione e la fierezza con cui una bambina dovrebbe crescere. 

Mi hai persa tante volte e non ti sei degnata di conquistarmi neanche una volta.

Mi hai schifata. Mi hai abbandonata. Mi hai condannata. Mi hai pestata e calpestata e sei stata complice delle parole che mi hanno ferita in questi anni. Mi hai ingannata regalandomi scarpe, telefoni, vestiti, sorrisi finti, abbracci vuoti e quando hai visto che ti volevo ancora un po’ di bene, hai ripreso a sputarmi in faccia il peggior veleno. Mi hai reso il tuo giocattolo personale.

Mi sono limitata a guardare le altre mamma prendersi cura dei proprio bambini, quando io al mio fianco avevo il mio papà a farmi da entrambi i genitori. Il mio papà mi ha insegnato a rialzarmi a ogni caduta e tu non hai voluto darmi una mano, fare la tua parte. Il mio papà ha ricostruito con impegno e amore i miei sogni, che tu hai distrutto e ridotto in polvere più e più volte. Mi hai vista cadere e soffrire e non ti sei degnata neanche di provare pena per me. Perché tu eri occupata a pensare a te stessa e agli altri. Perché gli altri sono sempre stati migliori di me.

Farò di questo dolore la mia forza, farò di te una favola per la bambina che sono stata, che cercava invano uno sguardo materno tenero. Insisterò sulla tua assenza con la presenza di mio padre. Mancherai ai giorni più belli della mia vita e forse ti dispiacerà, ti pentirai.

Rimedierò a questa sofferenza diventando la persona che avrei voluto che fossi.

Sarò il tuo pensiero fisso quando rimarrai sola, perché l’affetto che avrei dovuto dare a te andrà a qualcun altro. Ma non farai nulla di concreto, perché lmubica cosa che sai fare tu è male. Passerai ancora tempi a pensare a te stessa e a occuparti degli altri, ma questa volta, io sarò migliore degli altri.
E tu non ne reggerai il peso.

 

Elena Lodi ha scelto di dar vita a un dibattito interiore tra l’Io e la sua coscienza con un racconto dai toni orrorifici dal titolo “Dalle tenebre alla luce”.

Soltanto la luna piena, le stelle e i lampioni della mia via illuminano le tenebre di questa notte.
Nel parco di fronte a casa mia, le ombre allungate degli alberi oscurano i dondoli e le altalene che cigolano a causa di un forte soffio di vento gelido, il quale, passando fra i rami spogli, emette uno strano fischio.

Dall’alto del terzo piano di casa mia, questo paesaggio, incorniciato dalla finestra della mia camera, è un po’ inquietante, ma non posso assolutamente permettermi di distrarmi dal mio obbiettivo. Avevo già progettato tutto al pomeriggio, quando i miei genitori erano a lavoro: lo sgabello è come al solito sotto la scrivania per non creare alcun sospetto, mentre la corda è nascosta sotto al letto, con il nodo ad anello già realizzato seguendo le istruzioni di un video su YouTube.

Li afferro entrambi e provo a scendere le tre rampe di scale che mi separano dall’uscita in silenzio assoluto, soprattutto nel passare dal secondo piano dove i miei dormono chiusi nella loro stanza, ignari di tutto, in modo da non svegliarli.

L’adrenalina mi sta mangiando il fegato.

Mi chiudo la porta alle spalle accompagnandola per non fare chiasso e, con passo felpato, attraverso la via giungendo al parco. Mi posiziono sotto l’albero più oscurato dalle ombre degli altri. Non voglio rischiare di farmi avvistare da un possibile passante. Poi, salgo sullo sgabello, lego la corda, bella tesa, a un ramo robusto e non troppo alto.

È il momento.

Sono in preda all’agitazione. Mi infilo l’estremità della corda, annodata ad anello, al collo e mi concedo gli ultimi minuti della mia vita per ripensare a tutte le avversità che mi hanno colpito come pugnali al cuore, per darmi la forza di calciare via quell’odioso sgabello sotto i miei piedi e farla finita.

Le lacrime mi si ghiacciano. Ho paura. La parte razionale di me non è d’accordo con la decisione che ho preso;  perché porre fine alla propria vita non è così facile e immediato come credevo. In ogni modo tutto mi porta a pensare che è la cosa giusta da fare.

La mia testa continua a ripetermi: DEVI farlo! Non vali nulla! Nessuno ti vuole con sé, nessuno ti ama, la tua vita a questo mondo non ha più alcuno scopo! I tuoi genitori ti odiano, quando parli non ti ascoltano, se provi anche solo a rivolger loro la parola ti rispondono infastiditi a monosillabi. D’altronde l’aveva ammesso lo stesso Armando (tuo padre), quando gli hai chiesto come eri nata per svolgere un compito che ti avevano assegnato in seconda elementare: ”Sei stata uno sbaglio, noi non ti volevamo, ma sei piombata all’improvviso, quando tua madre era poco più che sedicenne e io avevo diciott’anni appena compiuti. Devo ammettere che è stato un mio errore, perciò, per cercare  di rimediare almeno in parte e per tranquillizzare tua madre, chiesi ai miei genitori se fossero stati disposti a tenerti per i primi tempi. Per fortuna accettarono.”

Ovviamente non si è mai dimenticato di ricordarmelo ogni volta che lo facevo arrabbiare, e insieme a lui anche Rebecca, quella manesca di mia madre, che ogni tanto aggiungeva anche una sberla di troppo se facevo i capricci.

È così che mi sento: un errore.

Sono una ragazza scontrosa, irascibile, antipatica e strana. Me lo sono sentita ripetere miliardi di volte dai miei genitori, dai miei compagni di classe, persino dalle mie amiche. Già, dopo l’ennesima discussione ho perso anche loro. Del resto è palese, chi mai mi vorrebbe nella propria compagnia? Cos’hanno fatto di male per dovermi sopportare?

Ormai mi sono rassegnata, sono irrimediabile, non cambierò mai.

Ora toglierò il disturbo e andrò a trovare mia nonna nell’aldilà. È lei la vera ragione di questa mia azione. È morta d’infarto da tre giorni appena, alle prime luci dell’alba sul lettino dell’ambulanza dove i dottori cercavano di salvarla invano. Non era ancora la sua ora: aveva soltanto cinquantasette anni.

Non perdonerò MAI Dio  per avermi portato via mia nonna: la mia unica vera amica, la madre che non ho mai avuto, l’unica persona al mondo che mi volesse bene.

Mi ha tolto l’unica ragione di vita, perciò sono convinta che calciare via quello sgabello e farla finita sia la scelta giusta. Mia nonna era tanto devota a questo suo Dio, gli era fedele, ma sono certa che Lui non abbia mai ascoltato le sue preghiere, se ha deciso di ucciderla così.

Dal canto mio, sono stata tanto egoista da credere che lei sarebbe rimasta per sempre, come se fosse una parte di me, quella buona, perciò mi sento in dovere di seguirla fin lassù. Anche se una vocina debole dentro di me mi consiglia di non farlo. Forse è il mio istinto di sopravvivenza. Ora è il momento di zittirla, devo seguire l’altra me.

Finalmente con una spinta delle gambe, faccio rotolare lo sgabello sull’erba ghiacciata.

Sento la gola chiusa in una pressa, non riesco a respirare.

Mi dimeno con le gambe e con le mani afferro istintivamente la corda che mi sta strozzando.

Le forze mi abbandonano.

Perdo i sensi.

Sono morta, o almeno credo.

In un tempo che mi sembra un attimo, riapro gli occhi , ma una luce accecante mi costringe a richiuderli. Mi stropiccio le palpebre con le mani per qualche secondo fino a quando, abituata alla luminosità, riesco a dischiuderle. Davanti a me si definisce la figura di un volto.

È bello come un Dio, ma dopo quello che ho combinato non posso che essere all’Inferno.

 

Elisa Betz si è trasferita in un mondo al contrario, per regalarci un’altra forma di memoria per frammenti: le idiosincrasie.

In un mondo parallelo…
Non mi piace la pizza, non mi piacciono gli occhi azzurri, le cose gratis e le ferie.

Odio mangiare dalla nonna e stare sotto alle coperte.

Mi piace: perdere le cose, lavorare fino a tardi, dormire poco. Mi piacciono i bambini che strillano, il traffico, la pubblicità in TV.

Amo quando c’è internet lento, il treno in ritardo e il telefono scarico.

Amo quando apro il frigo e non c’è niente da mangiare, quando arrivano le bollette e quando mi guardo allo specchio e sono piena di ricrescita.

 

Martina Molinari ha affrontato il viaggio nel tempo per incontrare un mito senza tempo. Chi non vorrebbe trovarsi faccia a faccia con Kurt Cobain?

Apro gli occhi. Un senso di vuoto mi invade.
Dove sono? Di fianco a me ci sono due ragazzi di una trentina d’anni. Mi guardo le mani, sì sono le mie. Ma addosso non ho i miei soliti vestiti. Sembrano vissuti, come se avessero una storia che non mi appartiene. Abbasso lo sguardo e vedo che al collo ho un cartellino. Leggo in caratteri cubitali “PASS”, ma di cosa?!

Lo giro. “MTV Unplugged Nirvana”, è l’unica scritta. Non capisco.

Mi trovo in uno studio televisivo, o almeno credo. Ci sono cameraman ovunque e proprio davanti a me c’è un palco pronto, con ai lati dei gigli bianchi tra cui spuntano delle candele nere accese, che lo rendono macabro al punto da sembrare una veglia funebre. È un ambiente opprimente anche se grande. Mi ricorda quasi un salotto, con la luce offuscata proveniente da grossi lampadari e pieno di persone anonime.

Qualcosa non mi torna. Chiedo al ragazzo alla mia destra che giorno è. Questo mi guarda, poi ridendo mi risponde: “È il 18 novembre! Giorni come questo non si dimenticano facilmente”

Gli sorrido perplessa. Mi giro verso il ragazzo sulla sinistra, intento a canticchiare un motivetto incomprensibile. Lo fisso per un po’, indecisa. Poi con voce tremolante lo chiamo: “Mi scusi, potrebbe dirmi in che anno siamo?”

Lui senza farci neanche tanto caso mi risponde 1993 e torna a canticchiare.

1993?! Se io sono nata nel 1998 non è possibile che adesso sia il 1993! Continuo a non capire. La mia confusione aumenta ogni secondo che passa.

Non faccio in tempo a chiedere altro, che un gruppo di persone inizia a battere le mani, senza un apparente motivo. Sul palco un membro della troupe annuncia che tra breve avrà inizio il concerto. Devo assolutamente fare mente locale prima che cominci. Allora, teoricamente io dovrei ancora nascere, Cobain è ancora vivo a quanto pare, e come se non bastasse tra poco si esibirà a qualche metro di distanza da me. Rileggo attentamente il pass al collo e riguardo  lo studio in cerca di chiarimenti. O sono impazzita e questa è un’allucinazione, o tutto questo è vero, anche se non ho la minima idea di come sia possibile.

Mi viene in mente il CD che ho a casa, di fianco alla tv: “Nirvana Unplugged in New York”. Mi si apre un mondo.
Ora so esattamente dove mi trovo e cosa succederà tra breve.

 Non ho più tempo di riflettere, il concerto sta iniziando. Un applauso accoglie la band, Pat Smear e una violoncellista. Non so come, ma sento una pressione allo stomaco, mi blocco. Il mio sogno impossibile si sta realizzando, Kurt è a pochi metri da me, insieme a Dave e Krist. Iniziano a tremarmi le ginocchia anche se sono seduta, non riesco a controllarle. L’emozione ha preso il sopravvento. In altre circostanze mi sarebbe già venuto come minimo un infarto.

La band prende posto, hanno tutti un volto abbastanza sereno tranne Kurt che, al contrario, sembra persino scocciato e con noncuranza apre dicendo: “Buonasera, questa canzone è tratta dal nostro primo album, ma molti ancora non la conoscono”. E con “About a girl” inizia un lungo concerto acustico, che però a me pare durare troppo poco. Si potrebbero dire tante cose sull’esibizione, ma ciò che conta è quello che mi è rimasto dentro: giuro di non aver mai assistito a un concerto così toccante e anticommerciale come questo. Arrivare alla fine piangendo per la quasi totalità dell’esibizione, mi ha stremato. Non solo fisicamente, ma anche mentalmente.

Durante lo spettacolo ho avuto l’occasione di soffermarmi su ogni membro dei Nirvana, partendo da Krist, che essendo alto due metri risulta quasi buffo lì seduto, mentre suona la sua chitarra su uno sgabello che sembra troppo piccolo per lui. Indossa un paio di jeans, non troppo larghi, che lo slanciano, con una maglietta a maniche lunghe verde militare. Dave invece, alla batteria, porta un girocollo blu  a maniche lunghe e la riga nei capelli, raccolti in una cosa bassa. Sembra così innocente. Se penso che adesso è il cantante dei Foo Fighters mi si stringe il cuore. L’impatto maggiore però è quello che mi dà Kurt, anche se indossa jeans troppo larghi per lui, una maglietta bianca, una camicia e per finire un cardigan verde sbiadito, apparentemente pesante, che però si abbina alla sua figura, quasi eterea.

Ho i suoi occhi impressi davanti a me.

Non è possibile che due semplici occhi azzurri racchiudano così tante sensazioni. Mi ricordano il mare in inverno, così solitario e per certi aspetti triste, ma anche così enigmatico nel suo essere semplice.

Il concerto è ufficialmente finito. Quasi inconsciamente mi alzo per raggiungere le quinte, schivando ogni persona che incontro. Senza problemi mostro il pass e vengo accompagnata nel camerino da due grossi tipi della sicurezza. La porta si chiude dietro di me. Dave sta bevendo una birra su un divanetto, appoggiato a Krist. Entrambi mi salutano con un sorriso spontaneo, mentre Kurt è seduto in un angolo della stanza intento a fumare, tanto da non accorgersi della mia presenza. Mi dirigo verso di lui come ammaliata, completamente esterrefatta. In testa mi turbinano vorticosamente miliardi di domande. Adesso che ci penso non so neanche come presentarmi.

L’importante è rivedere i suoi occhi ancora una volta.

Goffamente urto un gruppetto di bottiglie vuote, per terra. Dal rumore, Kurt si gira. I nostri sguardi di incrociano.

 Lo chiamo.

Una luce troppo forte mi avvolge inaspettatamente. Sento qualcuno scuotermi le spalle.
“Marti svegliati! Siamo già a scuola!”
Apro gli occhi, ma Kurt non c’è più, Dave non c’è più, Krist non c’è più; al loro posto ci sono le mie amiche. Sbatto nervosamente le palpebre. In questo momento dire che sono confusa sarebbe riduttivo. Guardo fuori dal finestrino. Mi sento vuota. Non può essere stato tutto un sogno.

 

Lasciamo l’unplugged dei Nirvana a New York, per seguire Eleonora Po in Irlanda. Il suo, è un esempio di diario di viaggio.

 

01 Gennaio 2015, tarda mattinata. 

Lo sapevo che avremmo dormito fino a tardi! Era quasi mezzogiorno, quando Neville, premuroso come sempre, è venuto a trascinarci forzatamente giù dal letto per partire, ovviamente in ritardo, con il programma di oggi.
La prima tappa era Malahide, un piccolo villaggio sulla costa, guardato a vista dal suo possente castello. Quest’ultimo, impregnato di magia e suggestione, era appena visibile attraverso i rami degli alberi secolari che lo circondavano.

Fu tuttavia un’altra cosa ad attirate la mia attenzione: i bambini.

Ce n’erano di ogni età, altezza, corporatura, tutti bardati nei loro cappottini voluminosi e stivaletti da pioggia colorati. Alcuni correvano nei prati, inseguendo gabbiani o piccoli cagnolini, altri sfrecciavano sul viale in sella a biciclette traballanti, altri ancora, troppo stanchi dopo i numerosi giochi, se ne stavano nei passeggini o rintanati tra le braccia della mamma.
Rimasi incantata ad osservarli per un tempo infinito, scattando foto che, tuttavia, non erano in grado di catturare nemmeno uno scampolo di quell’allegria.
Passeggiando lungo il viale di ghiaia, potei finalmente ammirare il castello in tutta la sua austerità: la possente costruzione in mattoni scuri si ergeva al centro perfetto del parco, incurante del vento ululante che lo sferzava, portando con sé i lamenti dei fantasmi del passato.

Ecco che il film della mia vita era tornato nelle mie mani. Il tempo si ferma e torna indietro, il parco cambia aspetto. Le pareti crollate tornano al loro antico splendore e nei saloni dame eleganti conversano davanti al fuoco, scambiandosi segreti scabrosi e avventure amorose con valenti paladini.

Anche io cambio: il pesante cappotto si tramuta in un suntuoso mantello di velluto orlato di fili d’oro e i vecchi jeans lasciano spazio ad una lunga veste rossa come i melograni maturi.

Avanzo flagellata dal vento verso il retro del castello, diretta al bosco. Supero il pesante portone di legno rossiccio e la scaletta laterale che porta alle cucine. Devo fare in fretta, il mio paladino mi attende.
Tra la fitta vegetazione del bosco, un sentiero fangoso apre l’unica via d’accesso. Lo percorro trasognata, quasi in preda a un sortilegio. Scruto tra gli alberi in cerca di folletti o fate.
Una risata attrae la mia attenzione. Un suono breve e acuto come il tintinnio dei campanelli d’argento nelle stanze della servitù. Un esserino alto come le mie ginocchia mi sfreccia accanto. Ancora quel suono.

Sbatto gli occhi confusa, il berretto di lana al posto del cappuccio e i pesanti anfibi di nuovo ai miei piedi.

Alzo lo sguardo dalla pozzanghera che riflette il cielo scuro. Davanti a me non c’è una radura, né tantomeno un principe pronto ad accogliermi tra le sue braccia, ma un parco giochi brulicante di bambini, che ai miei occhi sembrano piccole fatine colorate. Credo di avere gli occhiali appannati , sarà per questo che vedo piccole ali spuntare dai quei cappotti?

Corrono veloce da una parte all’altra senza mai inciampare, si arrampicano su scalette di legno, tentano di toccare il cielo cavalcando altalene argentate. Il suono dei campanelli riempie l’aria, accarezzandomi le orecchie prima di venire portato via dal vento. Per un attimo desidero tornare bambina ed essere in grado di capire quel linguaggio sottile che gli adulti non sanno più utilizzare, per perdermi in quel dolce mondo cullato da desideri che sembrano infinitamente più facili da realizzare.

 

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