L’avventura e il potere delle storie: YA. La battaglia di Campocarne

81oEi3TPVJL«Il carro era coperto da un telo di stoffa scura che forse un tempo era blu come la notte ma che ora era liso e sbiadito dal sole. Sul telo campeggiava una grande scritta in semplici lettere argentate: PER L’AVVENTURA, YA!!
Stecco conosceva quelle parole. Come le conosceva qualsiasi altro ragazzo della sua età. Erano il grido di battaglia del Granduomo e della Compagnia dei Giovani Avventurieri. Stecco l’aveva sentito declamare centinaia di volte quando, insieme agli altri bambini del villaggio, si era seduto attorno al fuoco ad ascoltare i cantastorie raccontare le imprese degli eroi. Adesso Stecco era diventato troppo grande per sedere attorno al fuoco, ma non ancora abbastanza da smettere di credere che, un giorno, il Granduomo sarebbe potuto arrivare anche nel suo sperduto paesino e che gli avrebbe chiesto di seguirlo in un lungo e pericoloso viaggio dove avrebbero sfidato la morte, compiuto eroiche gesta e conquistato fortuna e gloria. Insieme!
Era quello il suo sogno più segreto.
Quello che Stecco non sapeva è che, seppur raramente, i sogni si avverano.
E che spesso si rivelano incubi».

Quanti avranno sognato, almeno una volta nella vita, di vivere una grande Avventura, sì, proprio con la A maiuscola. Lo ha fatto Stecco, il giovane protagonista di “YA. La Battaglia di Campocarne” (Mondadori), il romanzo d’esordio di Roberto Recchioni. Stecco vive nel piccolo paese di Zarafa, Stecco è magro come l’osso di un cane, Stecco non sa combattere ma è un maestro nell’arte di schivare, Stecco sa cos’è la paura. ma conosce altrettanto bene il coraggio. Stecco crede nel potere delle storie.

YA. La Battaglia di Campocarne è un fantasy sui generis, ambientato in un tempo lontano dove esistono ancora i Cantastorie e se sbagli sentiero ti puoi imbattere il un branco di Invasati, un po’ come i vaganti di The walking dead… ma più spaventosi. Un mondo dove ti devi guardare dagli Iettatori, che ti lanciano cattivi auspici e più ci credi e più fa male, un mondo in cui non puoi mai dare le spalle agli uomini d’arme. Un mondo in cui le storie possono ferire quanto la spada. Perché, come dice il Granduomo: «Sono storie. E più sei bravo a raccontarle, più la gente ci crederà. E più persone ci crederanno, più diventeranno vere».

Ma YA. La Battaglia di Campocarne è anche, a tutti gli effetti, un romanzo di formazione. Il giovane protagonista parte per un’avventura che è la vita stessa. Il crescere, che passa attraverso incontri, battaglie furiose e salvataggi in extremis, perdite da strappare il cuore, sconfitte e nuovi inizi.

E poi c’è l’amore. Imperfetto e a volte improbabile, che ha il volto di Marta la Brutta, a mio avviso uno dei personaggi più riusciti di tutta la storia. Marta, con il suo carattere ribelle e indomito. Lei, che conosce le montagne e sa ascoltare la loro voce, perché «Le montagne lo sanno. Puoi mentire agli altri e a te stesso, ma non a loro.»
E proprio con il rito delle montagne, Marta diventa moglie di Stecco e lui suo marito.

Marta mi ha ricordato per certi versi altri due personaggi femminili dell’universo recchioniano. Due giovani donne altrettanto selvagge e fuggevoli. Si tratta di Mocciosa e Rosa, che conosce bene chi ha esplorato l’universo di Orfani. E come in Orfani prima, e Ringo e Nuovo Mondo poi, anche in YA sono gli adolescenti i protagonisti di una storia più grande di loro. Loro, a cercare di essere eroi per non soccombere, loro a dover sanguinare, a volte per gli errori del mondo a cui appartengono, a volte per inseguire… L’Avventura! E la copertina di Gipi sembra l’unica capace di poter racchiudere tutto questo.

Lo stile di Recchioni è fluido e cinematografico. Le scene ti scorrono davanti con la potenza di un racconto per immagini e ti conducono, pagina dopo pagina, all’interno di un mondo parallelo, pulsante, in cui convivere riferimenti letterari (Tolkien, Rice Burroughs), cinematografici (Bergman) e videoludici (impossibile non riconoscere un affettuoso omaggio alla saga di Zork della Infocom).
«Perché è questo che fanno le storie quando sono buone: diventano sempre più grandi. E nessuno avrebbe mai potuto immaginare quanto enorme sarebbe diventata quella di Stecco».

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