Il tempo della vita e il tempo dei ricordi: La casa di Parigi

4542601«Gli addii generavano una sorta di repulsione nei confronti delle persone da cui bisognava accomiatarsi. Era un momento doloroso, ed era meglio per tutti pensare che non si sarebbe mai più ripetuto. Qualunque altro incontro successivo avrebbe ricondotto sempre a quel momento. Se anche non fosse stato un distacco definitivo, un giorno ci sarebbe stato l’ultimo addio. Le porte di casa, i moli, le banchine ferroviarie avevano sempre un che di premonitorio…»

La casa di Parigi di Elizabeth Bowen (Sonzogno, traduzione di Alessandra di Luzio) è un romanzo datato 1935, e di quei tempi porta una delicata nostalgia, che è difficile scrollarsi di dosso anche dopo aver chiuso l’ultima pagina.

Strade che si incrociano, quelle di due bambini di passaggio, in una casa di Parigi che sarà il fulcro dell’intera vicenda. Henrietta e Leopold, undici anni, non si conoscono, ma si riconoscono. Entrambi estranei alle regole del mondo degli adulti, entrambi destinati a diventare testimoni di una vicenda tinta di rosso, come la passione ma anche come il sangue, che in passato ha segnato le vite di tutte le persone che, assenti o presenti in questo presente in divenire, hanno gravitato in quella casa a loro sconosciuta.

Tra tradimenti, amori passionali e amori concordati, la scoperta del sesso e la difficoltà di accettare la morte, la consapevolezza dei propri desideri e i rimpianti, La casa di Parigi si dipana su differenti punti di vista e piani temporali, che sembrano sfociare, nel finale, in un piccolo istante perfetto in cui tutto può essere riscritto e il futuro è soltanto un foglio bianco su cui scrivere il domani.

È il domani ad attendere Henrietta e il suo scimmiotto, in viaggio dopo aver passato l’unica giornata a Parigi tra le pareti di casa Fisher.

È il domani, ad attendere Leopold che aspetta il taxi «sotto un cielo notturno screziato di riflessi dorati».

Un romanzo di non facile lettura, questo della Bowen, che ti costringe a pensare e a guardare indietro. Un romanzo che è un affresco di un’epoca, e insieme un viaggio nella psicologia dei personaggi. Tutti differenti ma accumunati dallo stesso senso di precarietà. Vittime o carnefici, manipolatori o manipolati. Ossessionati dai ricordi o in fuga da essi, ma sempre prigionieri. Perché in fondo, come diceva Tillich, l’unico modo per far continuare la vita è “gettare il passato nel passato, liberando il presente dal suo peso”.

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