Meka Chan – un cartone animato (vintage)… a fumetti

mekachan

«Il mio nome è Meka Chan. E sono uscita dalla meteora che c’è giù in giardino». Con queste parole la protagonista di Meka Chan (Bao publishing, pp.96, Euro 16) si presenta al vecchio pittore Yasujiro, dopo essersi intrufolata, nottetempo, nel suo studio.

Siamo in un futuro prossimo, distopico, in cui un virus alieno minaccia la sopravvivenza del pianeta Terra.  Meka Chan è una ragazza metà umana e metà robotica, troppo… umana per vivere in mezzo ai robot, ma troppo diversa per vivere in mezzo agli umani. Un’anomalia, insomma.

Esattamente come il volume che la vede protagonista. Fin dalla copertina si ha l’impressione di trovarsi di fronte alla locandina promozionale di un cartone animato giapponese anni Settanta, e sfogliando il volume ci si può trovare persino storditi dal rigore della gabbia: ogni tavola è strutturata in quattro strisce da tre vignette, in cui ogni vignetta è in formato 4:3, ovvero le proporzioni dello schermo televisivo all’epoca del tubo catodico, dell’analogico, quando non si parlava di HD ma di Hi-Fi e le tv private iniziavano a trasmettere gli anime che provenivano dal Sol Levante.

Sì, Meka Chan è un’anomalia nel panorama editoriale. E questo è solo uno dei suoi punti di forza. Rivisitazione del concetto di fumetto o evoluzione di uno storyboard? Inutile perdere tempo cercando di classificarlo, etichettarlo. Non ci sono balloon, né onomatopee. Dialoghi e didascalie sono posizionati sotto le vignette come se si trattasse di… sottotitoli. Insomma, Claudio Acciari, che proviene dal mondo dell’animazione (ha lavorato per anni alla Dreamworks, collaborando a progetti quali Il principe d’Egitto e La strada per Eldorado) ha realizzato la cosa più simile a un cartone animato vintage riversato su carta. E vi assicuro che il risultato è assolutamente credibile, grana da “segnale analogico” compresa tra le sfumature del suo bianco e nero.

Debitore nei confronti della scuola di Miyazaki almeno quanto del segno Disney anni Cinquanta, il tratto di Claudio Acciari possiede la sintesi che solo i grandi disegnatori hanno. La narrazione è ritmata, priva di punti morti, l’occhio scorre fluidamente da un fotogramma all’altro di questa storia con andatura lieve. Ci si trova alla fine del racconto con il desiderio di leggere altro di questo autore che per la prima volta si affaccia al mondo editoriale, e lo fa secondo le sue regole, imprimendo una fortissima personalità alla sua opera prima.

Androidi, cloni, cani robot in grado di “fecondare” pianeti: Meka Chan è una fiaba fantascientifica sui sentimenti ma senza sentimentalismi, che riesce a fondere consapevolmente l’ingenuità di certi cartoon d’annata e la riflessione sul fumetto all’epoca di Photoshop. Doverosa, al termine della lettura, una visita al blog di Claudio, pieno di bozzetti e “contenuti speciali” di un artista del quale, ne sono certa, sentiremo parlare sempre di più in futuro.

 

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