Il piccolo Caronte: quanto è difficile crescere?

L’etimologia della parola “crescere” è latina e ha la stessa radice di “creare”. Perché crescendo il bambino crea il proprio carattere, la propria identità. Crea l’adulto che sarà domani.

Ed è proprio di crescita che parla Il piccolo Caronte, di Sergio Algozzino e Deborah Allo (Tunué, collana Prospero’s Books, cartonato, 144 pp).

Un racconto di formazione fatto di immagini oniriche, di colori che riempiono i sensi, di dubbi e paure, ma anche di improvvise illuminazioni.

Il protagonista della vicenda è il piccolo Mono, figlio del famoso Caronte, traghettatore di anime, psicopompo dell’oltretomba.

Un figlio d’arte insomma, che come tutti non ha scelto dove nascere, e soprattutto è soltanto… un bambino. Un bambino che dopo la scomparsa del padre si ritrova a dover prendere il suo posto nell’Oltretomba. A dover rivestire un ruolo nella società, a doversi prendere delle responsabilità: a dover crescere.

Tre capitoli: Inferno, Vita e Morte. Tre episodi in cui Algozzino ci racconta il viaggio di Mono dal rifiuto, alla consapevolezza, fino all’accettazione del proprio destino.

Un percorso di formazione che porta, infine, alla comprensione della perdita. L’elaborazione del lutto, perché la morte fa parte integrante della vita.

Il piccolo Caronte mi ha riportato alla mente Momo, di Michael Ende. E mi piace pensare che sia la resa grafica del protagonista, che il nome, che varia solo per una consonante, sia un omaggio a questa pietra miliare della letteratura per ragazzi datata 1973.

E per finire, parliamo della parte grafica: Deborah Allo è bravissima nel creare un’atmosfera rarefatta in cui il sogno, l’incubo e la vita vera si mescolano in una danza delicata e colma di lirismo. Alcune illustrazioni sono veri e propri dipinti in cui classicismo e modernità risultano in perfetto equilibrio, e l’effetto di tridimensionalità esplode. Tutto questo anche grazie a una sapiente colorazione (Algozzino e Allo sono, tra le altre cose, stimati coloristi).

«Tuo padre è scomparso. E tu dovrai prendere il suo posto.»
«Ma io sono solo un bambino.»

 

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