Morandi e racconti – Edizione 2018.

“La scrittura non è magia ma può diventare la porta d’ingresso per quel mondo che sta nascosto dentro di noi. La parola scritta ha la forza di accendere la fantasia e illuminare l’interiorità.”
Ho scelto le parole dello scrittore israeliano Aharon Appelfeld per introdurre i racconti concepiti quest’anno dai ragazzi del corso avanzato di scrittura creativa che ho tenuto al Liceo Morando Morandi.
Storie che fanno intravedere gli universi nascosti dentro ognuno di loro, ma anche ricordi, incubi e sogni, la loro grande fantasia e, a volte, la rabbia, per quello che vorrebbero cambiare se solo potessero farlo. Perché scrivere è anche questo; combattere con le parole un mondo imperfetto. E crearne nuovi, di mondi, su carta. Affinché risplendano come i sogni di domani.

Livia, di Francesco Fava
In un giardino di rose la percentuale di spine è minima, il numero di petali è nettamente superiore a quello delle spine, eppure sono le spine quelle che fanno male.

Un taglio con la carta è oggettivamente insulso, però è immensamente fastidioso.
Le piccole cose sono quelle più fastidiose; una persona può morire dissanguata per un braccio amputato, come per mille tagli con la carta.

Sono le piccole cose quelle che mi uccidono.

Mi ricordo ancora la prima volta che mi sono tagliata con la carta: stavo sfogliando il quadernone di matematica per fare gli esercizi dettati con cura maniacale alla classe di primini dalla maestra con la coda castana, quando sento un improvviso lancinante fastidio all’indice.

La fine del mondo. Come poteva un foglio di carta farmi male?
Ripensandoci adesso penso che questo mini trauma sia la ragione per il mio disprezzo verso la matematica.
Neanche un minuto e la maestra era già arrivata con il cerotto rosa perfettamente abbinato al fiocchetto perfettamente legato sul grembiulino bianco perfettamente immacolato.
Il bianco mi ha sempre dato ansia, era così vuoto, implorava di essere riempito, ma non sapevo mai come. Inghiottisce tutto con la sua perfezione, odio le cose perfette.
Nemmeno il rosa mi era mai piaciuto. Perché non potevo avere un fiocchetto giallo o verde?
Perché le ragazze dovevano essere rosa e i ragazzi blu? Sin da quando ero piccola questa chiara classificazione cromatica mi irritava.
Mi irritava tanto quanto quel piccolo taglio con la carta.

«Livia! Mi hai tenuto il posto?» disse una voce distinta dalla folla di studenti salita sull’autobus, una folla disordinata e rossa.
Spostai lo zaino dal sedile di fianco al mio per fare posto a Lucrezia
«Grande Liv!»
Liv mi piaceva di più di Livia, Livia era grigio-viola, un nome che senti la polvere in bocca quando pronunci le sue due sillabe. Liv era viola acceso.
«La prossima volta sali con me però, sono stanca di mandare via una serie di stanchi pendolari gialli» le dissi sbuffando
«Sono stanca di venire alla fermata ogni mattina!»
«Sei pure stanca di essere chiamata Lulu…»
«Smettila di chiamarmi Lulu, è dalla seconda media che te lo dico! O Lu, o Lucrezia ma MAI Lulu!»
Lu era la mia migliore amica da sempre, era viola-arancio-verde, era il mio esatto opposto e la mia parte complementare.
«Quand’è pure che devi tornare dal parrucchiere? Posso venire con te? Voglio farmi anche io un colore strano! Che ne dici di rosa?» disse Lu tirando fuori il libro di scienze dal suo zaino blu.
«Ma tu sei castana.»
«Perché tu sei uscita da tua madre con la frangetta e i capelli verde fluo?»
«No ma il tuo castano è rosso-arancio-viola, su di me è verde-grigio-giallo.»
«Lo prendo per un complimento.»
«È un complimento!»
«Scusa, normalmente la gente non usa i colori al posto di tre quarti del vocabolario italiano.»
«Normalmente la gente non intinge le patatine nel succo d’arancia.»
«È successo solo una volta! Piuttosto aiutami a ripassare scienze che la Iliceto oggi interroga.»
«Ecco una cosa disgustosamente gialla…»

L’autobus squarciava l’infinito grigio mattutino, quel grigio che ai miei occhi appariva così blu, quel grigio per il quale avrei dato tutto per sparirci dentro.

 

What if? Federico Aldrovandi, di Sofia Fabbri
E’ stata una bella serata. Io e miei amici ci siamo divertiti molto, a dir la verità.
Non andavamo spesso fino a Bologna per passare le nottate nei locali, siamo una compagnia tranquilla, di ragazzi normali, ma ogni tanto anche noi vogliamo provare il brivido del sentirci grandi, atteggiamento tipico dei diciottenni, come quella sera. Abbiamo deciso qualche giorno fa di andare in un locale abbastanza in della città, il Link, frequentato da gente più grande, estrosa, con la musica nel sangue. La musica che tanto amo e che sempre mi accompagna in tutto quello che faccio durante le mie giornate.

Non mi piace molto bere, quindi non ho esagerato, un drink è più che sufficiente per farmi passare una bella serata. D’altro canto, non sono così diligente per quanto riguarda l’ambito degli stupefacenti: è questa la mia bestia nera, il consumo occasionale di sostanze. Ho pensato bene di assumerne in maniera modesta, perché sono ben consapevole che da quel giro non si esce, una volta entrati sul serio. Insomma, la serata è trascorsa tra balli, risate, canti, chiacchiere, scherzi: le serate che ogni diciottenne dovrebbe passare. Era una calda notte di fine settembre, punteggiata dalle stelle che la nebbia emiliana non era ancora riuscita a vincere al cielo terso. Dopo qualche ora di baldoria, i miei amici hanno deciso di andare; io non ho la patente, quindi mi sono dovuto adeguare agli orari del gruppo. Non che mi sia dispiaciuto, alla fine ero parecchio stanco anche io e sinceramente mi girava un po’ la testa. Meglio mettersi a letto.

Il viaggio in auto è stato tranquillo e sereno e dopo quaranta minuti siamo arrivati a Ferrara, la nostra città natale. Essendo il più piccolo del gruppo, sono sempre il primo a essere portato a casa dai miei amici, taxisti improvvisati, solo che quella sera mi sentivo un po’ stranito, ecco. Avevo una strana sensazione di tachicardia che proprio non mi abbandonava e non avevo idea di che cosa sarebbe potuto essere. Era come un presentimento, una sorta di preludio a qualcosa di brutto.
Ho cercato di non pensarci e ho chiesto all’autista di farmi scendere in una via vicino alla mia, così da fare due passi e tranquillizzarmi. Una volta fatto, ho iniziato a camminare tranquillamente, cercando di calmare il senso di nausea che mi saliva in modo sempre più urgente. Quasi subito ho visto il lampeggiare di abbaglianti di una macchina, ma chi era? I miei amici no, sicuramente.

L’automobile si avvicinava a me a passo d’uomo, ma i lampioni illuminavano a malapena ciò che c’era davanti a me, quindi ho continuato a scrutare il veicolo. Quando è stato abbastanza vicino, le portiere si sono aperte e sono scesi due uomini in divisa. Avevano i manganelli in mano e subito hanno iniziato a urlarmi comandi e domande, del tipo: «Stai fermo, non muoverti», oppure «Che cazzo fai in giro alle tre di notte? Sei andato a rubare? O a drogarti? Eh?»

Ero terrorizzato, pietrificato, talmente improvvisa e senza senso era la situazione in cui mi ero venuto a trovare. Ho alzato le mani sopra alla testa, come ho visto fare tante volte nei film d’azione che amavo guardare con mio padre Lino, sperando in un errore dei poliziotti, in uno scambio di persona, in un abbaglio.
Ho chiuso gli occhi dal terrore, mentre sentivo i loro passi che si avvicinavano a me e le loro ingiurie che aumentavano. Ho dovuto riaprire gli occhi quasi subito: un dolore lancinante si stava diffondendo dal mio ventre a tutto il mio corpo. Tossivo, tossivo talmente forte che ho sputato sangue, mentre con entrambe le braccia mi cingevo l’addome. Ho provato a urlare che sicuramente c’era stato uno sbaglio, ma appena ho provato ad aprire bocca mi è arrivata un’altra manganellata sul fianco destro, così forte da farmi inginocchiare a terra e da farmi venire le lacrime agli occhi. Io urlavo, provavo a scappare, ma appena mi alzavo in piedi, il manganello di entrambi i poliziotti mi faceva cambiare idea, facendomi accasciare sempre di più a terra.
Ero tramortito, frastornato, finchè non ho visto aggiungersi ai due uomini originari un altro uomo e una donna, sempre in divisa. Pensavo fossero venuti lì per salvarmi, che qualche passante o abitante della zona, sentendo la confusione e le mie grida, si fosse allertato e avesse chiamato le forze dell’ordine per aiutarmi. La speranza iniziava a farsi strada nel mio cuore e quasi per miracolo mi sono alzato in piedi, con mio enorme sforzo fisico. Ormai ero completamente sporco di sangue e vedevo su di me ferite, lividi e gonfiori ovunque. Mi sono avviato verso la donna, in cui, nel mio stato delirante, ho intravisto il viso tanto amato di mia mamma Patrizia. L’avevo quasi raggiunta, quando da dietro ho sentito un’altra manganellata sulla schiena, esattamente nella zona lombare. Mi sono sbilanciato e sono caduto, sbattendo il viso sul marciapiede di cemento. Non riuscivo più a fare niente, avevo capito che anche i miei due presunti angeli salvatori erano in realtà dei Lucifero.

Ho ricevuto talmente tante altre percosse che quasi ero arrivato a credere che mi stessero cercando l’anima, distruggendo tutto quello che di fisico avevo. Tutto ciò è continuato per troppo, avvolto nel silenzio: non avevo nemmeno più le forze per mugugnare. Volevo semplicemente che quel supplizio finisse in fretta; mai come allora ho sperato di morire.

Finchè la donna, mossa da un atto di compassione, ha detto ai suoi colleghi di smetterla, che sarei morto se avessero continuato, che sarebbero stati sollevati dal loro incarico, che sarebbero andati in prigione, che stavano uccidendo un ragazzino. Incredibilmente, i miei boia si sono fermati, lasciando cadere i loro manganelli. Li hanno raccolti subito dopo e, nonostante non abbia visto la scena perchè ero in posizione prona, sono corsi verso le volanti, lasciandomi lì, solo, sanguinante. Sono stato immobile per ore intere, fino a che, all’albeggiare, non ho trovato le forze di alzare il busto: ero ancora vivo.
Ho iniziato a trascinarmi, come i serpenti, per i pochi metri che mi separavano da casa mia. Ho suonato il campanello, nonostante avessi le chiavi nelle tasche dei pantaloni. Ho aspettato solo due secondi: mia mamma mi ha aperto la porta, sgridandomi per l’orario ancora prima di vedermi. Ha abbassato lo sguardo, mi ha osservato per qualche secondo buono. Dopodiché si è accasciata davanti a me, prendendomi la testa tra le sue mani e piangendo, disperata, sussurando appena il mio nome: Federico.

Non sono riuscito a dirle quello che mi era successo, non ne avevo le forze. Ma ero vivo e a casa: questo era quello che mi importava, il resto non contava.

Anche oggi che lo ricordo mi piacerebbe pensare che sia andata così, ma in realtà le cose sono andate diversamente. L’anima me l’hanno trovata davvero a suon di botte e hanno distrutto anche quella.
Me ne sono andato via così, senza aver detto addio a mia mamma, a mio papà, ai miei amici.
Me ne sono andato via da solo, con solamente le manganellate come compagne.
Me ne sono andato via da solo, per mano di quattro poliziotti che avrebbero il dovere di difendermi.
Me ne sono andato via da solo.

 

Inchiostro disperso, di Martina Mazzoli
Era un giorno come qualsiasi altro quello in cui ho perso la mia penna blu.
Stavo mordicchiando il tappo in plastica, cercando di concentrarmi sui complicati grafici di matematica che si stendevano sulla pagina davanti a me.
Stavo immaginando il momento in cui, terminati i complicati calcoli che affollavano la mia mente, mi sarei potuta concentrare sul libro che volevo finire o rilassarmi davanti a un bel film.

Nemmeno cinque minuti dopo la penna era sparita. Completamente volatilizzata senza lasciare alcun segno della sua presenza. Una penna che era con me dai miei sette anni e che, per i successivi dieci, avevo usato per ogni esame importante. L’avevo sempre con me nei momenti di ansia e mi piaceva giocherellarci cercando di tenere impegnate le mie mani tremanti. Ogni due mesi, puntualmente, mi recavo nella cartoleria della mia città e compravo un cambio di inchiostro. Non l’avevo mai persa né dimenticata in nessun luogo, a differenza della maggior parte dei miei averi.

Ma quel giorno, tranquillo e ordinario, l’avevo persa.

Ho cercato ovunque nella mia stanza: sotto il letto, dietro le tende, tra i libri e dentro i cassetti di vestiti. Ma senza successo. Ho cominciato l’ispezione della casa. Se qualcuno mi avesse visto in quel momento avrebbe pensato a me come una ladra in cerca degli oggetti di valore della famiglia che avevo deciso di derubare. Mi aggiravo in modo incostante per la casa, riguardando più volte negli stessi posti, raggiungendo angoli impossibili da notare e sistemandomi compulsivamente una ciocca di capelli; arrivavano giusto a toccarmi le spalle ed erano quindi impossibili da tenere al loro posto.

Trovai polvere, bottoni, caramelle e cartacce ma della mia amata penna blu non c’era traccia.
La sera raccontai l’accaduto a mia madre e lei si rattristò per me, sapendo quanto tenevo alla mia penna, ma nulla di più. Non poteva capire il valore che, quell’oggetto all’apparenza insignificante, aveva per me. Mi chiusi in camera e
mi sdraiai sul letto, guardando il soffitto e sospirando pesantemente. Non avevo voglia di fare nulla e dovevo ancora finire i compiti di matematica, lavarmi, mettermi in pigiama e…
Ancora una volta mi stavo facendo prendere dall’ansia.

In casi come questi, quando sentivo il respiro farsi affannato e pressante, afferravo la mia penna e piano piano regolavo il mio respiro con grandi boccate d’aria. Poi sedevo al computer e cominciavo a disegnare, rilassandomi con musica tranquilla e un buon tè al lampone. Ma la penna blu non c’era questa volta e l’unica cosa che potevo fare era contare le macchie sul soffitto, assicurandomi che fossero sempre lo stesso numero.
Stavolta sembrava ce ne fosse una nuova però. Là, proprio nell’angolo più remoto del soffitto; e sembrava si muovesse. Mi tolsi gli occhiali e li strofinai, rimettendoli e cercando di mettere a fuoco meglio la chiazza sul soffitto. Ma era scomparsa o meglio… si era spostata.
Era più in basso ora, sul muro e non più sul soffitto. Mi avvicinai per osservarla meglio.
Pulsava, come se respirasse.
Allungai una mano per toccarla e all’improvviso…
Tutto fu buio.

 

Fotografia, di Gaia Tassinari
Carnevale è una festività magica per i bambini, non a caso infatti, era il periodo dell’anno che aspettavo con più impazienza. Era anche meglio del Natale; senza le messe lunghissime durante le quali scimmiottavo sulla panca tra un rimprovero e l’altro o le cene interminabili con i parenti che prima si abbuffavano come se non avessero mai toccato cibo, poi si lamentavano di aver mangiato troppo. In più potevo travestirmi da Biancaneve: la mia principessa Disney preferita, che effettivamente per com’ero all’epoca mi si addiceva molto.

Il mio viso paffutello era incorniciato da un caschetto nero lucente che risaltava tantissimo sulla carnagione lattea, fatta eccezione per le guanciotte rosate, e sugli occhioni castani.
Non ero certo docile come la principessa, anzi ero piuttosto pestifera, tuttavia quando indossavo quell’abito strappavo un sorriso a tutti.

Il giorno di Carnevale a scuola facevamo una festicciola all’interno della palestra, che si trasformava in un mosaico di musica e colori. I maschietti si travestivano da cowboy, supereroi dei fumetti e  astronauti, mentre, scontatissimo, le femminucce puntavano sulle principesse o fatine; l’ambiente scolastico assumeva tutto un altro fascino con le stelle filanti che danzavano nell’aria, i gridolini di felicità e spensieratezza tipica dei più piccoli e la pioggia di coriandoli che si annidava fra i miei capelli. A mensa poi ci venivano servite bevande zuccherate, patatine, pop corn, pizzette. Insomma, era il paradiso!

Il momento più bello, però, era quando arrivavo a casa. La nonna mi aspettava con un bel vassoio di sfrappole prelibate, che mangiavo voracemente, impiastricciandomi le manine e il viso di zucchero a velo, così mi aggiravo pericolosamente per la casa impolverata dallo zucchero e con un nido di coriandoli in testa, finché papá non mi acchiappava e mi faceva il bagno.

Di domenica, invece, andavo a vedere sfilare i carri e, nonostante non fossero chissà che, mi esaltavo un sacco, soprattutto quando riuscivo ad acciuffare quelle caramelle durissime alla frutta che adesso non lanciano più. Il loro gusto non mi piaceva per niente, tuttavia mi sentivo vittoriosa quando tornavo a casa con un bel bottino di dolciumi, piccoli peluche e palloni da calcio in gomma.

Ricorderò per sempre quando una volta mamma è riuscita ad accaparrarsi un animale gonfiabile. Con un sorrisone raggiante mi chiese: «Indovina un po’ cosa ho preso?»
Da dietro la sua schiena intravedevo il muso di un coccodrillo, animale per il quale ero in fissa a causa dei documentari che mio padre guardava sempre. Subito iniziai a saltellare dalla gioia, esclamando: «Coccodrillo!!»
Ogni volta che rivedo questa pseudo principessina seduta sui gradini in marmo non posso fare a meno di ripensare ai coriandoli, all’allegria e ai colori.

 

La foresta, di Jacopo Botti
La nebbia lo circondava da circa un paio d’ore quando la macchina si fermò. Scese, per accorgersi di essere finito fuori strada in una foresta. Magari camminando ne sarebbe uscito.

Guardò l’orologio. Per fortuna era ancora giorno, non gli andava per niente di passare la notte al freddo in una foresta. Per sicurezza prese la torcia dalla macchina e si incamminò fra gli alberi.

Non era passato troppo tempo quando vide un gufo volare sopra la sua testa. Era strano vedere gufi volare di giorno ma decise di non farci troppo caso. Man mano che avanzava gli alberi si facevano sempre più spessi.
Non si accorse nemmeno che era calata la notte dal gran che era fitta la nebbia. A un certo punto si ritrovò su un sentiero delimitato da alberi morti, dove erano appollaiati centinaia di gufi che lo fissavano con i loro occhi gialli. Fu in quel momento che la nebbia si diradò e vide una gigantesca luna rossa in cielo e la notte che lo circondava. Si maledisse da solo per essersi allontanato così tanto e accese la torcia decidendo di avanzare nella speranza di trovare una sorta di riparo.

Poco dopo notò un fuocherello e una sagoma sotto una roccia Si avvicinò con cautela e vide che si trattava di uomo anziano dai capelli grigi e lunghi.
«Buonasera» disse cercando di attirare l’attenzione.
«Buonasera a lei. Vuole unirsi attorno al fuoco con me?» rispose lo sconosciuto.
«No, no, qui sto bene» rispose lui a disagio.
«Sa, si dice che con la luna rossa in cielo accadano strane cose in questi boschi» disse il vecchio alzandosi in piedi. Poi schioccò le dita e scomparve in una nuvola di fumo, spegnendo il fuoco.

Doveva essere stata una semplice allucinazione. Era stanchissimo, ma voleva uscire dal bosco.
La luna era alta in cielo quando trovò una pozza circondata da alberi. Si avvicinò credendo fosse acqua ma scoprì che si trattava di un liquido nero e appiccicoso. Quando alzò lo sguardo deluso vide una strada ciottolata alla cui fine c’era una villa.
Si avviò lungo quella strada e quando arrivò alla villa trovò la porta aperta e fu accolto da un maggiordomo che lo accompagnò in una sala dove erano presenti alcune poltrone di pelle nera e un tavolino su cui erano appoggiati un piatto con una fetta di torta e una tazza di caffè. Il maggiordomo sparì e lui si servì da solo.
Poco dopo, da una tenda di velluto rosso sangue fecero il loro ingresso un nano vestito di rosso, un uomo con una benda sull’occhio sinistro, una donna dai capelli rossi e un uomo dagli occhi vitrei che si misero in un angolo a parlare. Lui si alzò e si avvicinò a loro ma quando li raggiunse la casa prese fuoco.

Si risvegliò accanto alla pozza di fango la mattina e si convinse di aver sognato tutto quanto. Si incamminò lungo un sentiero che partiva alla sua destra. Mentre seguiva il sentiero vide arrivare il vecchio della sera precedente. Accelerò il passo ripetendosi che era soltanto un’allucinazione. Il vecchio lo raggiunse comunque e fece per dirgli qualcosa, ma prima che aprisse bocca si ritrovarono scagliati per aria e il mondo girò sottosopra.
Davanti a loro apparve un occhio gigantesco che si aprì come una tenda e ne uscì l’uomo con la benda del suo sogno.
«Hai fallito nel tuo intento abominio» disse rivolto al vecchio.
«Come sarebbe? La casa si è salvata. Scommetto che è stato merito tuo. Non è che potresti farmi il favore di mostrare la tua vera faccia così ci posso sputare sopra?» ribatté il vecchio.
Poi l’uomo con la benda si girò verso di lui e disse: «Mi dispiace per il disagio che questo essere orrendo le ha provocato. Se desidera posso riportarla alla macchina, signor Cooper.»
Il vecchio si lanciò contro l’uomo bendato e gli distrusse il cranio a mani nude. Il resto del corpo si sciolse in argilla. Il vecchio si voltò verso di lui dicendo con voce roca: «Ci rivedremo ancora.»

Sentì che stava per svenire; l’ultima cosa che vide prima di chiudere gli occhi furono un paio di gigantesche mani di luce che andavano verso di lui.
Si svegliò nella sua macchina chiedendosi che razza di incubo avesse avuto.

Quattro anni dopo Great Northern Hotel
Entrò nella sua camera per lasciare le valige e aprì la finestra. Vide di sfuggita un’ombra ma pensò si trattasse di un qualche animale. Diede le spalle alla finestra e provò a sintonizzare la radio che però rimase muta.
Si guardò allo specchio, si sistemò la cravatta, prese fiato e tirò una testata allo specchio così forte da provocare numerose crepe.

Un rivolo di sangue gli scendeva lungo la fronte mentre lo specchio rimandava l’immagine di un uomo anziano dai capelli lunghi e grigi che rideva.

La radio cominciò a cantare:
«We’ll meet again.
Don’t know where, don’t know when,
but I know we’ll
 meet again some sunny day.»

 

Cosa vedi?, di Francesco Guidoboni
Digitò una sequenza su un muro spoglio. Era certa che la tastiera si trovava in quel posto, non poteva essere altrimenti.
Quello era il riquadro a cui portavano le coordinate; il limite dell’unico punto di accumulazione della funzione che tracciava la spirale logaritmica del soffitto indicava esattamente quel punto. «Il limite del cielo è la soluzione. La forma della terra, la chiave», era ciò che l’immortale assassino le aveva detto prima di sparire dentro al vecchio casolare abbandonato in cui lei aveva i suoi ricordi d’infanzia e dove, senza esitazione, l’aveva seguito.
La sequenza le appariva ovvia. La forma della terra è la chiave, il pavimento era composto da 59.049 mattonelle di ozono cristallizzato, 1.048.576 di ciclobutano stablizzato, 9.765.625 di fruttosio compattato.

Aveva impiegato solamente qualche secondo per accorgersi che questi numeri erano la potenza di esponente dieci del numero dei lati che contraddistingueva le loro molecole. Sfiorando la tastiera riconobbe il materiale: era composta di cristalli benzenici, non aveva più dubbi.
Sorrise delusa quando vide il muro diventare prima trasparente e poi volatile.
«Il killer immortale, l’amante degli enigmi che non sa perdere? I tuoi giochetti sono a dir poco mediocri» disse a voce alta, in tono di sfida.

Entrò in quella che anni prima era stata la sua stanza da letto. Era rimasta identica a come la ricordava: la grossa vetrata come muro esterno, il letto e l’oloteca la riportarono indietro nel tempo. Ricordava bene quei giorni, quando ancora la pace regnava, quando la guerra era solamente un lontano ricordo. Al centro della stanza un segno di luce verde lacerava quel luogo, una macchia apparentemente casuale si ergeva dove una volta era posizionato il generatore di campi.

«Cosa vedi?», una voce ammaliante le sussurrò nell’orecchio.
Quella domanda fece vacillare il suo animo. Non aveva risposta. Era una rappresentazione, ma non le appariva leggibile
«Cosa vedi?», sentì la sua presunzione infrangersi, la sua mente vagò febbrilmente in cerca della risposta.
«Cosa vedi?», non sapeva cosa dire.
«Cosa vedi?», la domanda iniziò a riecheggiarle in testa.
«Cosa vedi?», sapeva che non era solo una luce. Cos’era?

Cosa vedo? Perché non aveva risposte? Perché vedeva la soluzione ?

Cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi, la domanda continuava a rimbombare nella sua mente, come a prendersi gioco di lei.
«Basta!» gridò accasciandosi a terra, in lacrime. Era stata sconfitta, senza nemmeno aver avuto la possibilità di combattere. Sentiva dentro di sé odio. La voce aveva dimostrato di esserle superiore.

«So come ti senti.» Avvertì una mano posarsi sulla sua spalla. Voleva reagire, ma si sentiva vuota dopo quell’umiliazione. «Ho trascorso due secoli pensando alla soluzione», il killer continuò, «solamente per scoprire che non esiste una risposta corretta.»

Myal si rialzò, consapevole della sua morte imminente.
La meritava, il fallimento la feriva più di ogni lama, la faceva ardere più di ogni offesa.
Il suo interlocutore la incalzò. «Sei come me», rise amaramente, «Umana, eppure superiore alle persone, Viva, ma incapace di comprendere l’emotivo.» Il tono era pacato e tradiva un affetto quasi fraterno. «Sei rimasta nella tua convinzione di superiorità.»

Aveva ragione, lo sapevano entrambi, ma lei si rifiutava di accettarlo.
«Taci!» Myal si girò di scatto solo per vedere la figura. Era alta, si stagliava contro l’oscurità che ribolliva lungo le pareti, mossa dalla luce innaturale. Lo sguardo della ragazza lo aggredì. Myal arse nella voglia di uccidere quella figura, desiderava ardere i suoi capelli rossi, deturpargli quel viso tranquillo.
«Non sei poi tanto meglio di una persona normale.» A quell’affermazione la sua anima si risvegliò dallo sconforto.
«Taci!» urlò ancora la ragazza scaricando la sua rabbia in un coltello diretto verso la figura che l’avvolgeva da dietro. Non aveva più le forze nemmeno di cercare un’altra parola per zittire il suo aguzzino.
Sentì le sue gambe falciate, cadde. Girò lo sguardo e vide la figura avvolta nell’ombra tenere la lama tra l’indice e il medio. Era riuscito a fermare il suo colpo, l’aveva surclassata perfino nel combattimento, aveva dimostrato la sua superbia.

Rassegnata chiuse gli occhi pregustando già la sua morte.

«Non riuscirai a uccidermi, sono pur sempre il fratello maggiore.»

 

Mariette, di Grazia Caruso
Mariette non era come le altre; i suoi vestiti la rendevano simile a una ninfa, una di quelle che ammaliano anche i poeti più apatici.
Amava leggere, in un’epoca in cui leggere era considerato strano, diverso.

Ma lei era così; non ascoltava niente e nessuno, se non il suo cuore.

Mentre la guardavo scendere le scale mi resi conto che il suo sorriso illuminava qualsiasi cosa incontrasse lungo il suo cammino.
I suoi occhi azzurro zaffiro mi scrutavano. Ma nel momento in cui i nostri sguardi si incrociarono le sue palpebre, colte dalla delicata carezza della timidezza, si chiusero.
Ci prendemmo per mano e ci dirigemmo verso il lago e, tra gli abbai di Willie, arrivammo sulle sponde di quell’anonimo lago in cui alberi e arbusti avevano preso il sopravvento. Ma in realtà il lago non era stato dimenticato, almeno non da noi.

Forse, proprio come regalo per non averlo dimenticato, quel lago esisteva per noi, e come diceva sempre Mariette «L’amore anima ogni cosa in qualsiasi luogo.»
La presi per mano e la accompagnai sulla nostra barca, da noi soprannominata Calliope, dal nome della musa che con la sua voce vinse le Piche.
Willie prese posto per primo e noi, dopo di lui, ci sedemmo, uno accanto all’altra, mentre lei cominciò a raccontarmi della sua giornata. Io mi volsi verso di lei ad ascoltarla, pensando che fosse la mia felicità fatta persona.

 

Urbico, di Davide Garuti
Timilo corse in casa terrorizzata e chiuse porta e serratura dietro di sé. Respirava affannosamente, al punto che sua madre si voltò di scatto e, sorpresa dal rientro anticipato, chiese: «Hai già comprato la cena? Hai fatto presto.»
«Sì, no, è che c’è un ragno immenso e velocissimo in cortile!»
Sua mamma andò alla porta, sbirciò fuori, dopo di che spalancò la porta e rispose in tono altero: «Timilo quello è un comune granchio di città! Ok che siamo qui da poco, ma la città è famosa in tutto il mondo per i granchi che ti vengono a pulire gli avanzi. MUOVITI e va a prendere la cena!»
Timilo scappò fuori e percorse i trenta metri che la separavano dal chiosco del fast food più vicino ma, una volta metabolizzati i ragni di strada, vi furono gli altri incubi da affrontare.
La città di Urabo offriva ai topi d’appartamento come Timilo la musica pop che veniva pompata da altoparlanti, o che veniva strillata dal vivo da artisti di strada, i quadri e altre opere di arte visiva che variavano da pubblicità con modelli e modelle spesso nudi e occasionalmente intenti in attività che la gente del ventesimo secolo non avrebbe rappresentato per strada, fino a quadri impressionisti o surrealisti, con contrasti di colore degni di un pastello spalmato sulla retina. Poi c’erano i video solitamente pagati dalle catene di fast food, trailer di film, pubblicità di nuove attività, notiziari flash su eventi appena successi che, subito dopo la sigla martellavano con domande tipo: Chi? Cosa? Dove? Come? Quando? Perché? E saluti.
Un vero e proprio paradiso per un’agorafobica come Timilo; un’area urbana riempita di ville basse con mongolfiere e dirigibili pubblicitari, che competono per lo spazio aereo.

Dopo essere arrivata in casa e aver consegnato il cibo a sua mamma, Timilo si rifugiò in un’imitazione di quella che era stata la sua camera a Urbico. Un posto in cui riesce, almeno parzialmente, a trovare riparo dal mondo esterno. Quello stesso loculo che le aveva fatto dire “camera mia” con una veemenza e una sicurezza tali da sorprendere i suoi genitori. Quel loculo in cui leggeva le storie scritte in braille, osservava tutti i dettagli delle foto dei suoi libri preferiti mentre ascoltava la musica che amava.

Ma tutto questo non c’è più. È stato demolito e i mobili sono in un deposito. Questo è il prezzo che tutti gli urbiconesi devono pagare: cinque anni nel motore economico del mondo e tre mesi fuori, mentre il grattacielo in cui abiti viene ricostruito a causa della crescita della popolazione. Sua mamma odiava quel loculo, come chiamava il vecchio appartamento, e amava invece la villa in cui risiedevano ora, con le finestre e i lucernari che facevano entrare molta luce, l’open space che le permetteva di osservare tutti i quadri che aveva recentemente comprato, mentre chiacchierava con gli ospiti che invitava all’interno della casa.
Timilo ripensò a tutti i litigi avvenuti nelle ultime tre settimane. Quante volte la madre l’aveva minacciata di trasferirsi permanentemente qui, quante volte aveva pronunciato il fatidico “se ci fosse papà” ed entrambe avevano pensato “per fortuna che i test per la maturità di fatto si possono prendere a ogni età.”

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