Promesse, lacrime e amori infiniti: il mio cane del Klondike

«A un cane, anche se parla la nostra lingua, non si può mentire come a un umano. Il cane sa anche nel silenzio. E lui sapeva.»

Ho letto Il mio cane del Klondike di Romana Petri (Neri Pozza)durante una trasferta in treno. È stato uno sbaglio.
Sono una persona schiva nel dimostrare le mie emozioni, un’ex timida; che in fondo è soltanto un altro modo per descrivere chi dopo anni e anni di allenamento riesce a nasconderla meglio, la timidezza. Immaginate quindi il mio disagio nello scoppiare a piangere, un pianto disperato, su un Frecciarossa gremito diretto a Milano.

Il mio cane del Klondike è un libro che narra una storia d’amore. Quella tra un cane e la persona che lui ha scelto e da cui è stato scelto nella vita. Una storia d’amore pura perché puro e selvaggio è il modo che hanno i cani di amare. «Esisterà mai una storia, tra cane e padrone, in cui il padrone abbia amato più del cane?» si chiede l’autrice. E poi si risponde «Mai visto un padrone morire sulla tomba di un cane.»

La voce di Romana Petri è diretta e sincera, quasi che anche lei, da sempre amante dei cani, abbia custodito parte della loro natura selvaggia. Qualcosa che rende le sue parole un fluido denso e senza filtri, che abbraccia, colpisce, cura, fa arrabbiare, a seconda di quello che sta raccontando. E quella che racconta è una storia vera, che ci arriva intrisa di amore e di senso di colpa, di passione e di dolore.

Dolore perché spesso le storie d’amore raccontano anche di tradimenti. E la padrona di Osac – anagramma di caos – a un certo punto è costretta a fare una scelta dolorosa. Strappa i lacci del suo rapporto con Osac, la fiera nera che ha salvato dalla strada e scelto di curare con caparbietà, ma che ora minaccia il suo “cittino”. Osac non accetta infatti che la sua padrona sia diventata madre. Per gelosia, o forse per paura di essere abbandonato una seconda volta, non vuole che nessun altro si metta tra lui e colei che ama fin nelle viscere. E così il loro rapporto esclusivo, di rispetto e di empatia forte come il vento del nord si spezza, e le ferite iniziano a sanguinare. «Povera bestia mia. Io continuavo a diventare madre, non smettevo più. Andavo avanti per quella strada, facevo ogni giorno il tratto che mi spettava. Non è a mettere al mondo un figlio che si diventa madre, è una storia lenta che dura una vita intera.»

Questo libro mi ha straziata, e gli sono grata per questo. È doloroso, nella sua bellezza e crudeltà. E dopo mille lacrime, tra le pagine lette, ho ritrovato Bobo, il mio primo cane, che ha protetto me e i miei fratelli come un guardiano del focolare per sedici anni. Ho ritrovato Lillo, il figlio di Bobo che ha percorso con me altri sedici anni, tra le panchine del parco a leggere le poesie di Baudelaire e le corse in campagna, al tramonto. Ho ritrovato Dodo, il nostro cagnaccio ispido. Lui che puzzava sempre, anche dopo il bagnetto. Lui che all’inizio non voleva essere accarezzato, ma poi per una carezza avrebbe dato l’ultimo osso. E poi Chicca, una randagina spaventata che è stata con noi troppo poco, ma non dimenticherò mai. E Leo e Luna che sono con noi adesso. Perché un cane, quando ti sceglie, darebbe la vita per te. Senza pensarci un istante. E quando ci si sceglie finisce che l’amore dura oltre la morte. È estate, leggete questo libro prima di adottare un cane. Perché l’abbandono non è un’opzione quando dall’altra parte c’è un cuore selvaggio.

Grazie a Romana per questa storia. E un pensiero a te, indomito cane del Klondike.

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Ryuko: storia di una fenice

«Un passero non può pensare di comprendere una fenice.»

Vi avevo parlato del primo volume di Ryuko, il gekiga di Eldo Yoshimizu, uscito lo scorso anno per i tipi di Bao Publishing. QUI  potete leggere la recensione.

Ryuko è tornata con il secondo e conclusivo capitolo dell’acclamata saga dedicata alla misteriosa assassina a capo dell’organizzazione criminale giapponese del Drago Nero.

Anche questa volta Bao ci regala una copertina che è un gioiellino. Cartonata con i dettagli rossi lucidi e leggermente a rilievo, si abbina perfettamente alla prima creando un binomio da collezione. E il colore rosso non è casuale data la quantità di sangue che scorre nelle 240 pagine del volume.

Se nel primo episodio usciva forte il tema della vendetta e dell’onore, senza perdere di vista l’aspetto psicologico, in linea con le tematiche dei gekiga degli anni Sessanta e Settanta, in questo capitolo finale l’autore entra più profondamente nel cuore della protagonista. Vediamo il lato umano di Ryuko, le sue battaglie interiori e fragilità. La vediamo piangere e sorridere. Ci scontriamo con il suo dramma di guerriera che non ha potuto essere “figlia”.

Ryuko combatte contro una tradizione antichissima, quella portata avanti da una società segreta chiamata Hei Hua, che da trecento anni unisce i clan malavitosi cinesi e si è espansa in tutto il mondo. La società tramanda un gioiello, il sigillo d’oro, che viene donato alla regina dell’organizzazione, la Longtou. Ma per diventare regina è necessario un altro requisito: aver ucciso il proprio padre.

Ryuko è la prescenta, possiede entrambi i requisiti. Ma rinuncia al potere che questa posizione le offrirebbe, per mettere fine a una maledizione che trasforma giovani donne in parricide. Ryuko vuole salvare tutte le altre figlie, che nessuna debba più sporcarsi le mani con il sangue del proprio padre

Le donne di Yoshimizu sono come sempre conturbanti, spietate, bellissime, potenti. Le scene d’azione coinvolgono, escono dalla pagina, spaccano tutto. Perché le sue illustrazioni sono così dinamiche e meravigliosamente sporche da travolgere i sensi. Consigliato. Magari da leggere con un pezzo come Tornado of souls dei Megadeth come sottofondo.

Le strade di sera

«In quella radura i bambini avrebbero dovuto giocare spensierati, innocenti come quegli animaletti simili ai personaggi di un cartone animato. Per associazione di idee, il commissario pensò ad Alice nel paese delle meraviglie. Chissà se anche in quel bosco c’era la tana di un coniglio bianco in cui precipitare per vivere fantastiche avventure prima di tornare alla realtà. Un luogo in cui ambientare una favola, o ispirarsi per le scene di un film d’animazione, una storia in cui elfi e folletti giocano nascosti nell’erba e i bambini si entusiasmano alle loro disavventure, che si concludono inevitabilmente con un lieto fine. Invece questa era una brutta storia, dove i cattivi lo erano per davvero, e la principessa addormentata non si sarebbe svegliata più.»

Un paesino dell’Umbria in cui tutti sembrano nascondere segreti. Una bambina trovata morta in un bosco e una madre alla ricerca della verità. Un poliziotto, Michele Forestieri, esperto in reati contro l’infanzia ma ora in convalescenza, in fuga da se stesso. Questi gli ingredienti di Le strade di sera (Hobby & Work), il giallo del bravo Enrico Luceri.

«Le strade di notte mi sembrano più grandi e anche un poco più tristi. È perché non c’è in giro nessuno. Anche i miei pensieri di notte mi sembrano più grandi e forse un poco più tristi. È perché non c’è in giro nessuno» cantava Gaber. Canzone perfetta per fare da sottofondo all’intera vicenda. Una vicenda intrisa di malinconia, un viaggio all’interno dell’animo umano alla ricerca del colpevole, ma anche dell’unico ingrediente che può rendere un uomo davvero libero: la verità.

Intervista a Dario Correnti

Lo pseudonimo Dario Correnti nasconde due talentuosi autori, sulla cui vera identità il dibattito in rete è accesissimo, che con ironia pungente hanno raccontato una storia nerissima. Una storia che affonda le radici nelle vicende di Vincenzo Verzeni, il vampiro di Bottanuco, ovvero il primo serial killer italiano della storia, che a fine Ottocento uccideva le sue vittime e poi compiva atti di cannibalismo sui cadaveri.

Alcuni giorni fa, ho avuto il piacere di intervistare Dario Correnti durante la presentazione letteraria virtuale del thriller Nostalgia del sangue (Giunti). La riporto in sede “barbarica” per chi se la fosse persa.

BB: Buonasera a tutti e benvenuti a questa presentazione letteraria un po’ insolita. Insolita perché avverrà tutto online, ma io modererò questo incontro come se mi trovassi in una libreria o a un festival del giallo. Insolita e… misteriosa. Perché misteriosa è l’identità dei due scrittori che si celano dietro allo pseudonimo Dario Correnti.
DC: Ciao a tutti e grazie a Barbara.

BB: Bentrovato Dario, felice di conoscerti. Per prima cosa, per scavare nell’origine di questo primo mistero, perché la scelta di utilizzare uno pseudonimo?
DC: Darione, così l’abbiamo soprannominato, è un terzo individuo, molto diverso da noi. Nessuno dei due aveva mai scritto un giallo, con questo pseudonimo ci sentivamo più liberi di sperimentare il thriller.

BB: Nostalgia del sangue riporta alla luce la figura controversa di Vincenzo Verzeni, soprannominato Il vampiro di Bottanuco, il serial killer che ha agito nelle campagne del bergamasco nella seconda metà dell’Ottocento. Cesare Lombroso lo definì “un sadico sessuale, divoratore di carne umana” ma leggendo gli atti processuali si rimane spiazzati di fronte al suo candore. Cosa ti ha spinto a scegliere proprio Verzeni? E cosa ti ha più colpito di lui e della sua storia?
DC: Uno dei due l’ha scoperto per caso e da lì siamo rimasti affascinati. È vero quello che dici, c’è del candore in lui, nonostante tutto. E la sua storia anticipa alcuni dei grandi temi della criminologia moderna, in particolare il rapporto fra psicopatia e libero arbitrio e quindi responsabilità penale.

BB: Mi rifaccio proprio a questa tua risposta. Nel romanzo una parte importante è dedicata all’indagine e al criminal profiling. Parli di Lombroso, della fisiognomica e sono citati gli atti del processo a Verzeni. La documentazione è una fase delicata e impegnativa del processo creativo. Vuoi parlarcene?
DC: Senza dubbio. Abbiamo cercato gli atti e più in generale abbiamo dovuto studiare parecchio, da Lombroso alle moderne neuroscienze. Poi però scrivere è una cosa diversa, allora abbiamo preso come modello il romanzo storico, dove si usano le fonti ma si inventa.

BB: Venendo alle questioni più tecniche. Due menti, quattro mani. Come vi siete approcciati alla scrittura?
DC: E’ complicato. Qui ci sono due menti (e due persone che studiano) ma due mani sole, non quattro. Cioè studiamo, costruiamo e pensiamo insieme (da soli non lo faremmo mai: funziona l’incastro) ma chi di fatto scrive il grosso è uno solo.

BB: Marco Besana e Ilaria Piatti, com’è stato il primo incontro con quelli che sarebbero divenuti i protagonisti del romanzo?
DC: Sono venuti fuori da soli, una sera d’estate (ma molto piovosa, sembrava autunno). A un certo punto, uno dei due si è messo a camminare avanti e indietro e diceva all’altro: Dunque qui ci sono una certa Ilaria Piatti e un certo Marco Besana. Non so cosa vogliono, ma sono arrivati qui.

BB: Succede lo stesso anche a me. Credo che in qualche modo siano i personaggi a “sceglierci” più che il contrario.
DC: Infatti siamo curiosi di sapere che rapporto ci sarebbe secondo te fra Aurora e Ilaria, se si incontrassero.

BB: Credo che si piacerebbero. Si scatenerebbe quella che definisco “sorellanza”. Donne che si riconoscono e scelgono in qualche modo di sostenersi. Credo che Aurora, come fa Besana, sgriderebbe Ilaria per come a volte si sminuisce.
DC: Sulla sorellanza ci stiamo. Ma non credo che Ilaria sia correggibile.

BB: Ilaria è perfetta così. La si corregge perché le si vuole bene.
Ancora su Besana e Piatti: un giornalista di nera a un passo dal pensionamento e una stagista. Ma anche un uomo anziano con le sue disillusioni e una donna insicura. Due antieroi che combattono una battaglia più grande di loro. Il tuo è stato anche un modo per dare voce a chi a volte fa fatica a far sentire la sua voce?
DC: Senza dubbio. A noi piacciono gli antieroi. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi, come diceva Brecht. Sono più umani, i perdenti. In questo momento poi, in cui i giornalisti vengono sempre insultati. Ma non sono tutti da buttare. Anzi, di gente che fa seriamente il suo mestiere c’è sempre bisogno.

BB: Anche qui ci troviamo concordi. e, citando Bowie, ciascuno di noi può essere Eroe per un giorno.
Veniamo all’ambientazione che diventa quasi protagonista della vicenda con la sua nebbia, il freddo che sembra entrare nelle ossa, la campagna che può nascondere i mostri e la città di Milano. Che ruolo ha per te?
DC: Abbiamo capito che con un thriller è difficile fare letteratura, il genere spesso pretende troppa azione e troppa rapidità. Gli unici momenti concessi a pagine più alte, in cui puoi usare davvero la scrittura, sono quelli legati al paesaggio. E lì, di colpo, ci sentivamo più liberi dalle regole del thriller, che sono implacabili.

BB: Si dice, secondo me non a torto, che il poliziesco ha raccolto l’eredità del romanzo sociale. Al termine del lavoro di documentazione, come hai trovato l’Italia di fine Ottocento rispetto all’Italia di oggi?
DC: Domanda molto interessante. Noi non sapevamo niente della Bergamasca, per esempio. Ma eravamo costretti a guardarla con attenzione perché il romanzo poteva essere ambientato solo lì per via di Verzeni. E così ci siamo accorti di tante cose. Per esempio che la solitudine di Verzeni e la sua disperazione è più attuale di quel che sembra. Oggi forse giocherebbe compulsivamente alle slot.

BB: Incredibile leggere che non sapevate nulla della bergamasca. Credevo che uno di voi fosse originario di lì…
DC: Invece no. Fa parte della gran fatica di scrivere i romanzi. Che ti porta però al piacere di scoprire mondi nuovi. Ci entri e devi guardarli come se ci fossi nato.

BB: So di cosa parli. È qualcosa di forte. Alla fine entri così tanto nello studio prima, e nella narrazione poi, che i luoghi e i personaggi ti scorrono nel sangue.
DC: Esatto.

BB: Stephen King afferma che scrivere (e leggere) di paura è un modo per allenarsi alla paura. Qual è stata la molla che ti ha spinto a scegliere il thriller come romanzo d’esordio?
DC: Urca. Dobbiamo andare tutti e due dallo psicanalista per capirlo. Al momento non ce l’abbiamo, ma domani facciamo un giro di telefonate per chiedere dei nomi. Sicuramente leggere storie di paura è catartico: ti aiuta a allontanarti dalla paura vera, che è la morte. Scrivere, non lo sappiamo. Forse è un bisogno analogo.

BB: Sono convinta che sia così in entrambe le direzioni. Leggere e scrivere di paura, aiuta a esorcizzare la paura vera, che è la morte sì. Ti chiedo: se Nostalgia del sangue diventasse un film a chi vorresti fosse affidata la regia? E chi vedresti nelle vesti dei protagonisti?
DC: La regia a qualcuno di appassionato. Forse i toni cupi e insieme ironici di Garrone sarebbero adatti. Sugli attori non sapremmo dire. Un francese tipo Lindon o un Auteuil per Besana non sarebbe male. Ma non vogliamo farci dei film noi!

E poi il tempo è scaduto e ci siamo dovuti salutare. Per iscrivervi al gruppo fb dedicato a Nostalgia del sangue e leggere le domande dei lettori che sono intervenuti a questa presentazione virtuale, non vi resta che cliccare QUI.

Salvare le ossa

«China sembra impegnata in un combattimento, e in fin dei conti è quello che è nata per fare. Combatte con le nostre scarpe, con gli altri cani e con i cuccioli che stanno cercando di uscire, ciechi e bagnati. China è sudata e anche la pelle dei miei fratelli brilla, e dalla finestra della baracca vedo papà con la faccia tutta lucida e scintillante, come il guizzo di un pesce sott’acqua illuminato dal sole. C’è silenzio. Afa. Sembra che debba piovere, e invece no. Non ci sono stelle, e alla Fossa le lampadine sono accese.»

Salvare le ossa di Jesmyn Ward (NN editore) è un romanzo poetico, feroce, letterario. Un romanzo che ti entra dentro, come le unghie nella carne quando stringi troppo il pugno. Un romanzo pieno di metafore avvolgenti, intriso di odori, umori, sangue e verità. Un romanzo altissimo, capace di descrivere le bassezze dell’animo umano con una sincerità disarmante. Un romanzo che fa male, ma insieme ti innalza.

La voce narrante è quella di Esch, ancora una ragazzina che si abbandona con piacere ai ricordi dell’infanzia, ma insieme donna in un mondo di uomini. Donna che ha provato il desiderio ed è rimasta incinta di chi non la ama e non la amerà mai. Sorella, orfana di madre, anima impaurita di fronte ai cambiamenti del suo corpo e all’uragano Katrina in arrivo, ma insieme guerriera coraggiosa che guarda negli occhi il futuro. L’altra guerriera del romanzo è lei, China, un pitbull da combattimento diventata madre. Una fiera che darebbe la vita per Skeetah, padrone a cui giura fedeltà a ogni respiro, il fratello selvatico della protagonista.

Lo sfondo è la Fossa, un luogo di povertà e rottami, ma anche di natura selvaggia, foreste e acquitrini. Un luogo che sentirete vivo e pulsante al frusciare di ogni pagina sfogliata.

Salvare le ossa è un racconto di formazione, una tragedia classica ambientata in un presente lontano da noi, eppure così vicino. Ma anche la storia di una famiglia, imperfetta eppure fieramente unita contro il vento più impetuoso.

«Questo libro è per Medea, che va incontro a Giasone tremante nel vento, per chi dopo la pioggia pesca a mani nude i girini nei fossi, per chi gioca a nascondino nelle stanze di vapore tra lenzuola stese ad asciugare, e per chi corre mano nella mano con suo fratello, ogni passo il balzo di un uccello che si alza in volo.»

L’ultimo tramonto

«Ho sempre pensato alla mia vita come a un lungo, faticoso viaggio. Con molte fermate, nessuna definitiva. Sempre pronta a ripartire, ricominciare. Andare alla ricerca di qualcosa… ma cosa? Una volta ho letto una frase, da qualche parte qui in Germania. Forse un proverbio. Heimat ist dort, wo man nicht nach dem weg fragen muss. Non sono mai riuscita a tradurla bene. Casa è là dove non devi chiedere la strada. Casa, patria, terra natia.» Oggi vi parlo de L’ultimo tramonto, scritto da Marco Rincione e illustrato da Mattia Surroz per Timed” dell’editore Shockdom.

La collana narra delle «vite tormentate dei Timed, persone all’apparenza comuni ma con superpoteri logoranti e fatali per le loro esistenze.» Ci tengo subito a dire che la vicenda è autoconclusiva e si può leggere indipendentemente dalle altre storie racchiuse in questo universo narrativo. L’edizione è di pregio, copertina cartonata, a colori.

Seguo Marco da anni; credo di aver letto tutto di lui. La sua cifra stilistica è come la firma di un writer che riconoscerei sul muro di qualsiasi città. Mi è quindi bastato aprire la prima pagina per sentirmi… a casa, citando l’incipit del volume che vi ho proposto a inizio chiacchierata.

Ma una casa scomoda, sospesa tra le nebbie di paure ancestrali. Una casa dalle pareti impastate di dolore e le cui finestre hanno vista sul giardino dei sogni infranti.

«Mi chiamo Paola C. e questa è la storia di un viaggio. L’ultimo viaggio della mia vita.» È questa la sfida dell’autore, farci sapere sin dal principio che stiamo per affrontare un viaggio doloroso, spietato, all’interno dell’animo umano. E ugualmente farci preparare i bagagli con la fiducia che alla fine di questo viaggio ne usciremo arricchiti. Perché L’Ultimo viaggio racchiude anche la scintilla della speranza. Una speranza flebile, più di una volta calpestata ma ancora viva.

La speranza che non sia mai troppo tardi per capire per che cosa vale la pena vivere. E per che cosa morire.

Le tematiche affrontate sono molteplici: la solitudine, il rimpianto, la violenza sessuale, l’omofobia, la malattia e l’Amore. Quello con la A maiuscola che se non lo riconosci in tempo, poi ti perseguita per tutta la vita. La narrazione è un filo sottile e affilato,  le azioni sul piano reale sono pochissime; perché quello che conta avviene dentro. L’anima.

E ora veniamo alla parte visiva. Mi ero innamorata del tratto raffinato ed emozionale di Mattia Surroz dai tempi de Il Suono della Sirena (Shockdom). Mattia riesce a dar spessore alle emozioni narrate con espressività e potenza. Alcune sue illustrazioni provocano dolore fisico dal quanto sono capaci di superare il piano visivo per infilarsi sotto i nervi.

Sceneggiatore e disegnatore diventano una persona sola, l’artista capace di comunicare a più livelli, tra la pancia e il cuore. E i colori scelti raccontano gli stati d’animo della protagonista. Dal buio della scena iniziale ambientata in Germania, a quell’ultimo tramonto di fuoco. Disturbante, lacerante, poetico, come la morte del sole sul mare.

Pulixi e il buio dell’animo umano

«Nessuna notizia corre veloce in questura come quella della morte di un poliziotto. Omicidio o suicidio non fa differenza. In pochi minuti tutti lo sanno. E non importa che si tratti dell’ultimo degli agenti o del più alto dirigente. Quello che conta è che era un poliziotto. Uno di loro.»

La scelta del buio di Piergiorgio Pulixi (Sabot/age – Edizioni E/O) è il secondo volume della serie i Canti del male, con protagonista il commissario Vito Strega. Un solitario, di natura, un solitario per condanna visto che «per i colleghi non era più uno di loro da quando aveva ucciso in servizio un suo collaboratore, l’ispettore Jacopo Di Giulio. Poco importava che una commissione disciplinare interna l’avesse scagionato e reintegrato, giudicato quando successo quella notte un tragico incidente. Assassino di sbirri, sussurravano alle sue spalle. Nessuno gli rivolgeva più la parola. Era come un fantasma.»

Ed è proprio il “commissario fantasma” a dover far luce sulla morte del collega Roberto Larocca. La scena del crimine fa presupporre che si tratti di un suicidio, ma a Strega qualcosa non torna. Il dubbio si è insinuato nella sua mente come una spina impossibile da estirpare. Ed è attorno a un dettaglio apparentemente poco importante che Vito Strega fa partire la sua indagine.

Solo contro tutti, incurante delle pressioni della Digos, dell’odio dei colleghi, dei fantasmi del passato che non gli danno tregua.

La scrittura di Pulixi è essenziale, chirurgica. Nessuna frase di troppo, nessuna scorciatoia. L’indagine si dipana quasi come un pretesto per illuminare il buio dell’animo umano. Il tutto camminando sull’orlo del precipizio. Proprio come fa Strega, un uomo imperfetto che trova schegge di pace tra i suoi libri e un pezzo di Coltrane e la compagnia della gatta nera Sofia.

Tra le altre cose, ho apprezzato particolarmente il finale che non vuole essere per niente consolatorio, in linea con chi sceglie di narrare il buio.