Un appartamento a Torino: Intervista a Marco Ponti e Cristiano Spadavecchia

10014660_10152285100963960_1327560718_nOggi vi voglio parlare di un fumetto dal titolo che mi piace un sacco: Un appartamento a Torino (Pavesio editore).

Ma prima parliamo di storie. Le storie rimangono storie con qualsiasi linguaggio si vogliano raccontare. Belle, brutte, avvincenti, d’amore o di orrore (che a volte poi sono la stessa cosa). Ci sono le storie speciali, quelle che ti entrano dentro e non ti lasciano più. E ci sono quelle che le dimentichi subito, come certe farfalle che nascono e, tempo un battito d’ali, si sono spente.

Film, romanzi, fumetti, canzoni, sono tutti modi per raccontare storie.

E se vi dicessi che oggi su Scritture barbariche incontriamo il regista che ha scritto il fumetto Un appartamento a Torino?
Ok, vi sto confondendo. Ma la colpa non è mia. E’sempre colpa loro, delle storie intendo.

Marco Ponti, è bravo a raccontare storie.
Così bravo da farlo attraverso film da lui scritti e diretti, come Santa Maradona che ha vinto ben due David di Donatello e Passione sinistra, tanto per citarne un paio.
Marco ha anche diretto video musicali e un film documentario girato a Los Angeles e dedicato a Jovanotti.

Film, musica, ma non si doveva parlare di un fumetto?

E va bene. Un appartamento a Torino rappresenta l’esordio di Marco Ponti come sceneggiatore di nuvole parlanti. Il tutto con la complicità di Cristiano Spadavecchia, un disegnatore di quelli che bastano poche linee per riconoscere il suo segno.
Cristiano è conosciuto, tra le altre cose, per aver firmato albi bonelliani delle serie Magico vento e Brendon ma ha anche lavorato per il cinema come disegnatore degli storyboard.
E se vi dicessi che Un appartamento a Torino diventerà un film?

unnamed (3)Ciao Marco e ciao Cristiano, benvenuti su Scritture barbariche. So che vi siete divisi i ruoli e Marco risponderà a parole mentre Cristiano con i suoi disegni. O forse voi due siete già stati sostituiti da Rossi e BB. Vediamo un po’…
Perché Un appartamento a Torino non è Un appartamento a Roma o Londra o Bologna?
Buona domanda. Un po’ perché Torino è una città dove sono transitato molte volte e la conosco, non dico benissimo, ma benino. Ci ho anche fatto due film, per dire, anche se non è che fare un film in una città significhi automaticamente conoscerla.
Ma poi anche per certe cose peculiari di Torino. Quella che il grande sceneggiatore Paolo Benvenuti definì la città più “woodyalleniana” d’Italia è in fondo un bel mix di contraddizioni. Grande immigrazione e poca integrazione. Città operaia e fighetta. Città fredda-grigia e divertentissima. Juventus e Torino. Amore e odio. Cose del genere. L’ideale per i piccoli drammi dei nostri due eroi, studenti senza arte né parte, vitelloni fuori sede e fuori luogo che alla vita vera trovano più confortevole il divano e la televisione (non necessariamente accesa).

Rossi, mi dici chi è BB? E BB, mi parli un po’ di Rossi?
Mh. Io Rossi dico che BB è quello meno bello, forse anche meno pulito. Ha sempre addosso la stessa camicia hawaiana, come quel medico di una serie TV di mille anni fa, M*A*S*H*.
Mh. Io BB dico che Rossi è quello meno sveglio, forse anche meno elegante. Ha sempre addosso delle strane scarpe a punta, fuori moda, come quei ragazzi in quella serie TV di mille anni fa, Hazzard.

unnamed (4)C’è differenza tra creare il mondo di un film e quello di un fumetto, o si tratta soltanto di raccontare una storia in modo diverso?
Sempre di racconto per immagini si tratta. Il bello del fumetto è che fare due persone sedute sul divano ha lo stesso budget di una scena di battaglia con mille cavalli. Cercando di tenere comunque un basso profilo, ho optato comunque per le persone sul divano, non tanto per risparmiare soldi ma per risparmiare fatica. Io faccio sempre una fatica enorme a pensare a mille cavalli. Tu no?

Che personaggio dei fumetti avresti voluto essere?
Oh, guarda, te ne dico un po’. L’eternauta. Il Clark Gaybeul di Edika. Lo Zio Paperone di Carl Barks. Corto Maltese. Jill Bioskop di Bilal. L’Omino Bufo di Castelli. Mort Cinder. Il sarcastico Riccio di B.C. Mafalda. E naturalmente, infine, Rossi e BB.

E ora vorrei sbirciare tra gli scaffali della tua libreria: l’ultimo libro che hai letto, un cd/vinile che non ti stancheresti di ascoltare e un film da vedere assolutamente.
Parto con i libri sul comodino, senza barare. Il sentiero dei nidi di ragno, di Calvino. Se questo è un uomo, di Levi. La progenie di Guillermo del Toro & Chuck Hogan. Il secondo volume di Striges dell’amata Barbara Baraldi. Tutto ricominciò con un’estate indiana di Pratt & Manara. Le opere in due volumi di Cesare Pavese dell’Einaudi Gallimard. Il GGG di Roald Dahl. Il Trattamento Ridarelli di Roddy Doyle. Ho un comodino capiente, come vedi.
Il CD lo dico senza esitare, Casa Babylon dei Mano Negra. La traccia numero cinque si chiama, attenzione, Santa Maradona.
Un film? Qualunque film di Steven Spielberg. Forse The Sugarland Express. Oppure E.T. O Schindler’s List.

10155902_10203866404487439_5783154890883057116_nE ora una sorpresa: Volete incontrare Rossi e BB in carne, ossa e divano? E magari avere una super dedica come la mia, che potete ammirare qui a fianco.
Con loro ci saranno anche Marco, Cristiano e ci sarò anch’io.

Dove? L’appuntamento è alla Fiera internazionale del libro di Torino.

Quando? Sabato 10 maggio, dalle ore 17 alle 18, SALA ARANCIO
Evento “Aurora- Sleeping beauty” (Baraldi- Parrillo) incontra “Un appartamento a Torino” (Ponti- Spadavecchia).
Si parlerà di storie, cinema e fumetto. Non mancate!

 

 

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Intervista a Paola Caterina D’Arienzo: perché la vita può essere come una fiaba

Paola C. D'arienzoPaola Caterina D’Arienzo ha un nome importante, da nobildonna di altri tempi. Guardandola di persona non ho potuto fare a meno di pensare che la sua figura eterea e luminosa la fa assomigliare proprio a una fata del bosco. Ed è proprio una fata, il personaggio che interpreta per la Melevisione, Fata Lina.  Durante il Torino Comics, era Fata Lina che i bambini e le mamme riconoscevano tra la folla chiedendo di scattare insieme a lei una foto ricordo. 
Ma come tutti i personaggi delle fiabe anche Paola ha dovuto affrontare grandi difficoltà. Il suo sorriso illumina e i suoi occhi scintillano, oggi, perché ieri la nostra fatina ha dovuto attraversa foreste tenebrose e grandi difficoltà.
Oggi su Scritture barbariche, Paola Caterina D’Arienzo ci parla di tutto questo, della sua carriera di attrice, del teatro, di come certi personaggi ti entrano dentro e non ti lasciano più, di Fata Lina ma anche della donna guerriera che vive dentro di lei e ha combattuto per preservare i suoi sogni.

Ciao Paola, benvenuta su Scritture barbariche. Attrice di teatro, cinema e televisione. C’è un personaggio tra quelli che hai interpretato a cui ti senti particolarmente legata?
Mi diplomai alla scuola del Teatro Stabile di Torino, e il mio maestro ed allora direttore era Luca Ronconi, che, a dispetto della sua misoginia, amavo tantissimo artisticamente. Avevo 19 anni. Posso dire di aver amato ogni personaggio interpretato, perché mi ha permesso di tirare fuori e usare una delle tante facce del prisma che compone la nostra personalità. Li ho amati perché fondamentalmente amo il mio lavoro e adoro farlo. Quando mi avvicinai a questo mestiere ero timidissima, mi era impossibile persino leggere in chiesa, quindi credo mi sia servito per comunicare con la protezione della quarta parete, ciò che non riuscivo a dire nella vita.

CordeliaAlcuni personaggi hanno più respiro scenico e necessitano più lavoro e per questo entrano più in profondità e restano attaccati addosso. Luca Ronconi mi ha fatto recitare per anni in ruoli da Lolita un pò pestifera e ribelle, sfruttando il mio aspetto in modo interessante e non banale. Glauco Mauri anni dopo mi ha affidato Cordelia del Re Lear di Shakespeare.
Durante quella tournée, ormai più di dieci anni fa, successe un grave incidente. Dopo una replica pomeridiana a Padova, io e un mio collega trentatreenne venimmo travolti a piedi da un’auto che viaggiava contromano sulla corsia preferenziale dei bus in pieno centro. Il mio adorato collega non c’è più e io restai parecchio ferita (naso, dente, legamenti del ginocchio, piede e un braccio spezzato). Brutta storia, tournée finita per me, catapultata a casa con vari tutori. Una coppia di insegnanti che poco prima aveva assistito allo spettacolo, vide anche l’incidente e mi riconobbe a terra. Ero in trauma cranico commotivo e ciò che riporto mi è stato raccontato, io non ho mai ricordato nulla. Aprendo la brochure del teatro mi chiesero se ero Paola Caterina D’Arienzo, e io risposi: “No, sono Cordelia, la regina di Francia”. Questo per dire che quel personaggio, mio malgrado, è dentro dentro di me.

paola c. d'arienzoAvevi perso tutto ciò per cui avevi lavorato duramente. Cosa hai fatto in quella situazione?
Non mi persi mai d’animo, ero incredula e arrabbiata per l’accaduto. Frequentavo l’università di Lettere e Filosofia a Torino, e nei mesi successivi, col braccio rimasto illeso scrissi la mia tesi di Laurea. Sei mesi dopo l’incidente mi vedevo laureata con 110 e venivo presa nel cast di Melevisione come fata.
Fata Lina rappresenta forse la mia rinascita dopo il trauma dell’incidente e mi ha permesso di rielaborare l’accaduto al punto che tre anni fa ho debuttato in uno spettacolo come acrobata mettendo in atto quanto appreso in una scuola di circo. A distanza di anni dal trauma ho fatto in scena due numeri aerei, col cerchio aereo e i tessuti, cose che non ero in grado di fare prima di spappolarmi l’omero del braccio. Alla faccia delle fisioterapiste che mi dissero che con quell’arto non avrei fatto manco più una ruota!

10250900_10203463316414292_1363358336_nFata Lina vive in un mondo fiabesco. Qual è la tua fiaba preferita? E quanto della vera te c’è in questo personaggio così amato dai più piccoli (e non solo)?
Fata Lina è un personaggio magico, e devo dire che alcuni eventi della mia vita hanno del fiabesco anch’essi. Entrambe poi amiamo gli animali. Possiedo un cane e un gatto, ma se potessi avrei anche un asino e una capretta. Siamo vegetariane e ambientaliste, vagamente androgine e meravigliosamente imperfette e pasticcione. Amiamo cose e persone controcorrente e strane, amiamo il talento e la diversità, ritenendo impensabile un mondo senza fantasia.
Le fiabe preferite ovviamente sono quelle che prevedono la presenza di eroine non leziose, ironiche e forti, che siano Biancaneve, Virginia Woolf nella sua stanza tutta per sé, Cordelia, Margherita Hack.

Melevisione non vuole soltanto intrattenere e divertire. L’episodio “Il segreto di Fata Lina”, affronta la difficile tematica dell’abuso su minori. Da qui è partito un progetto che si occupa di educazione emotiva e di prevenzione dell’abuso sessuale. Vuoi parlarcene?
Adoro le puntate in cui ci sono da affrontare temi complessi e delicati. In quelle occasioni si può recitare davvero e si deve tener conto di vari strati di significato. Come allieva di Ronconi, questo è il mio pane. Arrivare non solo al cuore degli spettatori ma essere il tramite per aiutare qualcuno a superare o tirare fuori un trauma, ovviamente è un onore per me.
Se l’arte riesce a fare riflettere e far “vivere” delle emozioni che vengono pilotate in modo sensibile e consapevole, ecco, il mio compito è svolto e ne risulto accresciuta anche io.

10248795_10203463269413117_59000430_nDevo dire che ci riesci bene, a trasmettere emozioni intendo. Credo che ci dovrebbero essere più puntate a tematica sociale ed educativa. Del resto, la televisione per ragazzi ha un compito importante, è in qualche modo un veicolo e spesso riveste il ruolo di, passami la parola, babysitter.
Purtroppo mi occorre rilevare che i troppi tagli alla cultura e alla televisione sono ricaduti sul settore ragazzi. La Melevisione si è fermata per molto tempo e ora riprende in modo anomalo: la metà del minutaggio, set dimezzatissimo e quasi fisso, solo tre personaggi alla volta. E’ molto complesso in questo momento storico, in Italia, difendere la propria carriera e professionalità.

Donna, mamma e attrice. Come ci riesci?
La risposta è “non so”. Oppure “ci riesco?”. Donna lo sono, e fin qui va da sé, attrice spero di riuscire a continuare a esserlo nonostante i tempi infausti. Sennò mi riciclerò come artista-costumista: da anni lavoro con materiali di riciclo e faccio creazioni che trovano riscontri positivi. E poi cucio, vestiti e cappellini. Anzi se mi dici che colore preferisci te ne faccio avere uno…
“Mamma” lo sono da quaranta giorni e per ora posso dire che è una avventura meravigliosa. Scrivono libri e libri su questo primo periodo della maternità definendolo davvero difficile. Forse me ne ero fatta un’idea tanto terribile da dover constatare che invece per me è stato non solo sopportabile ma piacevole. La mia piccola fatina è molto brava e allattarla è un piacere. Insomma per ora va bene, fino a sette mesi sono stata in scena e ho fatto ruote ballando, e tra un mese circa riprenderò pian piano a varcare le scene, non posso lamentarmi. Inoltre confesso che mi sento più completa e forte dopo aver affrontato un parto naturale senza analgesia… Ti vien da dire che superata quella prova, puoi fare tutto!

10253170_10203463290973656_1309774909_nPer il cappellino cucito e confezionato da te che dire? Wow, lo indosserò con orgoglio. Per il colore direi nero, a costo di risultare troppo ripetitiva. Ma torniamo a te, puoi raccontarci i tuoi esordi? E hai qualche consiglio per chi vuole intraprendere la carriera di attrice?
Ho scoperto il mio amore per la recitazione quando un attore fantastico, Eugenio Allegri, venne a fare delle lezioni teatro nel mio liceo scientifico e la sua arte mi stregò. Frequentavo la terza, da allora seppi chiaramente che avrei fatto quel mestiere. I miei erano assolutamente contrari, e mi ostacolarono, cosa che mi fece ovviamente andare ancora più velocemente verso il mio destino. Iniziai a seguire le prove degli spettacoli dell’allora Teatro Settimo diretto da G.Vacis, dove Eugenio lavorava attorniato da Marco Paolini, Lucilla Giagnoni, Laura Curino, tutti mostri di bravura. Dopo il diploma liceale, nell’estate feci il provino al Teatro Stabile di Torino e venni presa. Così è iniziata e per ora continua. Ogni giorno sono stupefatta e felice di vivere del mestiere, per me, più bello del mondo. E constatare che forse, continuando a farlo, si può mantenere un grande amore e far nascere una bimba.
Consigli per chi inizia questa carriera? Mettersi in testa che è difficile, sempre di più, se si può contare solo sulle proprie forze e sul proprio talento. Spesso lavorando nel campo artistico in Italia non si è tutelati e ripagati. Altra cosa da pensare è che bisogna crederci forte e lavorare sodo, non solo cerebralmente ma anche fisicamente. Essere forti emotivamente perchè è un lavoro che tocca molto la sfera intima della nostra psiche, e perchè è un lavoro che non dà certezze e porta a doversi ripensare continuamente come artisti. Altra cosa importante è cercarsi dei buoni maestri e modelli da seguire: gli attori solo ladri di natura anche se devono rendersi conto di chi sono davvero e fare i conti coi propri limiti.
Ho sicuramente dimenticato cose fondamentali che forse aggiungerò in seguito, oppure ognuno le scoprirà perseguendo la propria strada….

10259369_10203463316294289_1268551273_nDove possiamo vederti all’opera, nel prossimo futuro?
Si tratta di uno dei lavori di cui vado fiera:”The Coast of Utopia” di T. Stoppard, con la regia di Marco Tullio Giordana. E’ uno spettacolo composto di 3 parti, nella prima e nella seconda ho un bel ruolo. Lo daranno, una parte per data, su Rai 5, il 19 e 26 aprile e il 3 maggio. Lo spettacolo ha vinto il premio Ubu come miglior spettacolo dell’anno.

Ti guarderò senz’altro. Grazie per questa intervista in cui ci hai permesso di scoprire che meravigliosa donna si può celare dietro un’attrice e… fata 🙂
Grazie a te!

Il clan dei miserabili: intervista a Umberto Lenzi, regista, uomo e scrittore

Milano_odiaRicordo la prima volta che ho visto il film Milano odia: la polizia non può sparare di Umberto Lenzi. Ricordo che era tardi e avrei dovuto andare a dormire, ma non riuscivo a staccarmi dalle immagini che si rincorrevano sullo schermo. Un film che non faceva sconti a nessuno, iperviolento, graffiante, ambientato in una Milano che non c’è più, un ritratto impietoso degli anni settanta nella loro accezione più estrema.

Ricordo quanto era cattivo quel Giulio Sacchi, interpretato da un Tomas Milian in stato di grazia. Che lo odiavo e mi faceva paura, ma arrivata alle ultime battute del film quando cerca di fuggire e si dimostra codardo, e scappa davanti al commissario Grandi e poi gli dice che è un poliziotto e non gli può sparare, ma invece il commissario preme il grilletto e il piccolo re della malavita muore su un cumulo di rifiuti, be’ a quel punto mi sono pure commossa. Poi, sono rimasta per qualche istante immobile, davanti al televisore e nei giorni successivi ho cercato tutti i film di quel Lenzi che aveva saputo sorprendermi. Perché in fondo ci aveva regalato un’Arancia meccanica all’italiana e non è cosa da poco.
In successione recuperai Napoli violenta con il mitico Maurizio Merli che per l’occasione, senza controfigura, fa acrobazie sulla funicolare di Montesanto. Ancora iperviolenza, altri personaggi indimenticabili, primo tra tutti il Commissario Betti interpretato appunto da Merli e ancora un ritratto dell’Italia dei poveri, degli emarginati. Dal poliziottesco, seguendo le orme di Lenzi, sono passata a Gatti rossi in un labirinto di vetro e in successione ho visto Incubo sulla città contaminata, uno tra i film più citati da Tarantino e inserito nel filone zombie anche se in realtà c’è una centrale atomica che esplode e la popolazione si trasforma in cannibali assassini. Vi ricorda qualcosa? (28 giorni dopo, ndr).

1004973_759470480739517_66903557_nPerché questa lunga premessa cinematografica? Perché Umberto Lenzi regista è inscindibile da Umberto Lenzi uomo e scrittore.

L’ho incontrato per una chiacchierata in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo Il clan dei miserabili, edito da Cordero editore nella collana Crimen, curata da Daniele Cambiaso. Si tratta della sesta e ultima avventura di Bruno Astolfi, ex pugile, ex poliziotto e ora detective privato antifascista, protagonista di una serie di romanzi che ripercorrono la storia d’Italia e del cinema dalla primavera del 1940 fino alla dichiarazione della costituzione nel 1948.

Umberto scherza dicendo che ha iniziato a scrivere per evitare l’alzheimer, ma parlando con lui si rimane sbalorditi dalla straordinaria precisione con cui cita date, episodi storici e aneddoti del passato con il talento del narratore che sa raccontare una storia indipendentemente dallo strumento che utilizza per farlo.

Quello di Lenzi è una sorta di Cinema su carta. E l’idea forte che sta alla base di questo ciclo di romanzi è proprio quella di far interagire i personaggi reali con quelli immaginari, mescolando il tutto ad aneddoti storici, stralci di canzoni e autentici bollettini di guerra e titoli dei giornali. La fantasia si impasta quindi con la realtà in una ricetta personale e dal sapore autentico.

Durante le sue indagini, Bruno Astolfi conosce Totò, Mario Soldati, Romolo Valli, Clara Calamai, Aldo Fabrizi, tanto per citarne alcuni. Umberto, durante il suo lavoro come regista li ha realmente conosciuti e, per questo, ammette che non gli è stato difficile farli interagire su carta.

Umberto LenziC’è tanto di Umberto Lenzi nel personaggio di Bruno Astolfi. In primo luogo condividono le stesse passioni, che Umberto cita scherzosamente in ordine di importanza: il cinema, il pugilato, il buon bere unito alla buona cucina e l’amore per la moglie. Ride, ma poi torna serio Umberto, e mi racconta che anche lui come Astolfi era di famiglia anarchica e ha vissuto gli orrori della guerra in prima persona. Il suo tono si abbassa e con la mente ritorna alla Pasqua del ’43 quando con il padre, su un calessino, stavano raggiungendo Grosseto proprio nel momento dei bombardamenti e mitragliamenti sulla città da parte degli americani. “Ho visto una giostra di bambini falcidiati” dice. E poi racconta di aver vissuto la resistenza e di essere stato critico di pugilato per la rivista di boxe Sport match .

“Che cosa rappresentava la boxe?” gli chiedo. Mi risponde senza esitare che era uno dei pochi modi per prendersi una rivalsa dalla vita, per affermarsi dalla miseria. E così mi racconta del suo libro Terrore ad Harlem e di come anche in questo caso abbia inserito nella narrazione aneddoti reali. Quello che mi ha colpito di più? Che il regista Carmine Gallone, durante le riprese di Harlem volesse rendere  il film più autentico e, dopo aver ricostruito perfettamente l’ambientazione americana con tanto di Madison Square Garden dove si svolgevano davvero gli incontri tra i pugili, avesse voluto ragazzi neri come comparse. Ma nel gennaio del 1943, dove si potevano trovare 250 neri disponibili come comparse? Li aveva fatti prelevare dal campo di concentramento di Fara Sabina, prigionieri portati a Cinecittà e trasformati in attori. Lì venivano cambiati d’abito e istruiti per dar vita alla magia del cinema.

Ma torniamo a Il clan dei miserabili ambientato a Roma nella primavera del 1947, una città affamata dalla guerra. Questa volta il film che prende vita su carta e fa da sfondo alla vicenda è “I miserabili” diretto da Riccardo Freda, ovvero la prima trasposizione italiana del romanzo di Victor Hugo. “Che è anche una delle migliori trasposizioni” dice Umberto. Per scrivere il romanzo,  il film Umberto l’ha riguardato una cinquantina di volte e i dialoghi riportati nel libro, come quello dell’arresto di Jean Valjean o quello della sua morte, sono realmente quelli della pellicola del 1948.

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C’è un omicidio e il corpo della vittima è ritrovato sul set. Durante le indagini, Astolfi incontra Gino Cervi e Valentina Cortese. Il clima che si respira nel romanzo è quello dell’italia del dopoguerra tra americani ancora mescolati tra la gente, la malavita locale sempre più arrabbiata, la corruzione e il desiderio di ripresa che animava la gente comune.

Il clan dei miserabili può quindi essere letto come una sorta di grande omaggio al cinema neorealista. L’omaggio di un uomo che al cinema ha dedicato tutta la vita. Lui, Umberto Lenzi, nato da una famiglia di origini modeste e arrivato a Cinecittà con una valigia di cartone, senza conoscenze ma armato di una grandissima passione. La stessa passione che intravide nei suoi occhi Mario Verdone, il padre di Carlo Verdone, all’epoca direttore del Centro Sperimentale, quando nel 1954 lo interrogò durante un esame di regia e decise di dargli fiducia. Umberto Lenzi che, insieme al suo professore di letteratura, quello che a scuola insegnava l’importanza del montaggio e parlava dei grandi registi invece che di Manzoni, fondò il primo Circolo del cinema nella sua città. Allora, non era facile recuperare i film per poterli trasmette e più di una volta Umberto dovette armarsi di faccia tosta: arrivò a scrivere a Rossellini che, colpito dal suo entusiasmo, gli fornì una copia di quel capolavoro del neorealismo che è Germania anno zero, in tedesco, perché in italiano non l’avevano ancora tradotto.

Germania-anno-zero

Umberto Lenzi dice che con Astolfi condivide anche lo stesso carattere conflittuale. Quel carattere che spinge il detective privato del suo romanzo a non arrendersi quando l’indagine porta a false piste o terreni minati. E che ha portato Umberto a continuare a regalarci storie, nonostante l’editoria, come il cinema, sia una giungla. E questo perché certe passioni scorrono nel sangue e il cinema scorre nel sangue di Lenzi al punto da trasformarsi in film… da leggere.

downloadHo chiesto all’autore di regalarci la colonna sonora da ascoltare durante la lettura. Ha scelto tre tracce: Stardust, il brano composto nel 1927 da Hoagy Carmichael. Valencia composta da José Padilla e suonata dalla Paul Whiteman’s band. E ancora La vie en rose di Edith Piaf.

Gli ho chiesto anche quale dei suoi film, come atmosfere, si avvicina di più a Il clan dei miserabili e ha risposto Napoli violenta.
In conclusione, che dire?
Buona lettura e… buona visione!

Per saperne di più, cliccate qui per accedere alla pagina dell’editore Cordero dedicata a Il clan dei Miserabili.

La prima presentazione ufficiale de Il clan dei miserabili si terrà venerdì 21 marzo alle ore 18:00 presso La casa del cinema a Roma. Ne parleranno con l’autore Giancarlo de Cataldo, Marco Giusti, Alfredo Baldi e Caterina D’Amico.

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Quando il genere diventa culto: “tutte dentro” e “nero criminale”

Che cosa rientra nella cosiddetta narrativa o filmografia di “genere“? E ancora, che cos’è il “genere“, da tanti considerato di serie B e per registi come Tarantino inseguito e osannato?
Be’ la risposta a questa domanda è quantomeno personale, e per una risposta generica basta dare un’occhiata su wikipedia. Per me il genere è linfa vitale, spirito ribelle, genialità. Come ho voluto sottolineare più di una volta, sono fermamente convinta che esistano semplicemente buoni libri e brutti libri, belle storie e storie trascurabili, indipendentemente dal genere con cui vengono identificate.

Dopo questa necessaria premessa, è con grande piacere che do il benvenuto a un autore che ha fatto del genere la sua bandiera e che rimane uno dei portavoce più rappresentativi della spy story e del thriller nostrano grazie al suo fortunato personaggio, Chance Renard, il Professionista, che calca le pagine di Segretissimo da ormai dodici anni, con più di venti romanzi all’attivo, oltre a racconti e graphic novel: Stefano Di Marino. Ma Stefano è anche un appassionato ed esperto di cinema e, insieme a Corrado Artale che mangia film a colazione, hanno scritto un saggio, Tutte dentro, sul cinema della segregazione femminile, il cosiddetto cinema di exploitation . Chi potrebbe essere l’editore di questa chicca se non Bloodbuster? Come, non sapete di cosa sto parlando? Dello storico e famigerato B-movie store milanese di via Castaldi! Quel luogo bizzarro dove (cit,) gli assassini guantati di Dario Argento convivono felicemente con Lino Banfi e Alvaro Vitali, i poliziotti delle città violente anni 70 imperversano, le grida di Godzilla e le revolverate di Sartana riecheggiano furiose tra città popolate da zombi assetati di sangue mentre Bruce Lee sfida le tettone di Russ Meyer!

Parlare di Tutte dentro è doveroso, soprattutto a un giorno di distanza dalla morte del grande e da molti sottovalutato regista spagnolo Jesus Franco. Tanto prolifico quanto controverso, amava definirsi lui stesso un outsider. Rimasi ammirata quando vidi il suo Vampyros LesbosShe killed in ecstasy, entrambi con una meravigliosa Soledad Miranda, prematuramente scomparsa a soli 27 anni.

Iniziamo questa chiacchierata con il dare la parola a Stefano Di Marino. Nero criminale – I segreti di una città corrotta (Edizioni della sera) e Tutte dentro (Bloodbuster), due volumi freschi di stampa che esprimono due delle tue passioni: la letteratura hard boiled-thriller, secondo la definizione che Altieri ha creato per il tuo Nero Criminale, e il cinema di genere. Vuoi parlarcene?

SDM: Fa tutto parte della mia formazione, della mia passione, se vuoi, per la narrativa popolare che è finalizzata al divertimento, non vuole (di principio) insegnare nulla o prendere posizioni politiche e deve essere fruibile in termini di linguaggi e di costi per il maggior numero di persone. Io ho abbracciato da lungo tempo il Pulp proprio perché mi ci riconosco pienamente. L’hard boiled, nella sua versione più nera o quella più avventurosa, hanno riempito i sogni di quando ero ragazzo e così anche il cinema di genere, quello che veniva snobbato nei cineclub ma che, anche nelle pellicole più indifendibili, qualche spunto, qualche idea te la dava. Io studio continuamente queste cose, per lavoro. Per passione.

Da dove nasce l’ispirazione per Nero criminale? E come é stato ambientare un’avventura del Professionista ancora una volta nella tua città?
SDM: Nella collana Segretissimo le storie che riscuotono maggior successo sono, come è logico, quelle di spionaggio avventuroso, esotico. Però dei vari volumi dedicati a Gangland, che poi è Milano come la vivo e la vedo io, ho ricevuto ottimi pareri da parte dei lettori e, periodicamente, mi chiedono di raccontare storie nere della mia città. Così quando Enzo ‘Body Cold’ Carcello mi ha chiesto una storia nera per la collana che cura per EDS, ho deciso di tornare in campo. Un po’ anche per prendermi una soddisfazione personale nei confronti di quanti (troppi) scrivono storie nere milanesi un po’ troppo cliché, rassicuranti, venate di sfumature politiche. Nero criminale è una storia nera dura e pura. È basata su alcuni fatti avvenuti non solo a Milano ma in varie parti d’Italia e il ritratto criminale che ne esce è realistico… forse solo un po’ accentuato perché è una fiction. Ma i locali, i personaggi, i luoghi sono veri. Come sono vere le persone che popolano questa storia, basta cercare un po’ e scoprire quello che ho mascherato… è una storia piuttosto crudele, un po’ controcorrente, decisamente ‘politicamente scorretta’ ma anche il Professionista lo è.

Il cinema della segregazione femminile: registi che osavano, icone ed exploitation. dove possiamo ritrovare queste atmosfere oggi?
SDM: Eh, ahimè quel cinema è finito dagli anni 80. Proprio in questi giorni è scomparso Jesùs Franco che ne è stato uno dei grandi protagonisti, a volte con opere di qualità altre con lavori più… alimentari. Il sottotitolo ‘ cinema della segregazione femminile’ può essere ingannevole. In verità soprattutto nel Women in Prison e nel Conventuale emergono figure femminili fortissime. Alcune esagerate come Dyanne Thorne e Pam Grier altre come Flavia la monaca musulmana sono esempi (sfortunati) di femminismo ante litteram.
Chissà se i conventi erano costruiti per tenere le donne dentro o gli uomini fuori? Poi, vabbè, certo c’è il piacere di rivedere la Bouchet, la Muti con il velo (anche senza…), Rosalba Neri con le autoreggenti sotto il camice da carcerata ma, se ci guardiamo bene, i ruoli meschini sono riservati agli uomini. Insomma il giudizio sul genere è sempre in bilico.

Tutti parlano di crisi, ma nessuno cerca una soluzione. Vorrei conoscere il tuo parere da professionista indiscusso in questo campo: come far rialzare il piedi cinema e letteratura in Italia?
SDM: Io posso parlare di editoria perché il cinema mi pare oltre l’orlo del recuperabile da più di vent’anni e non è il mio campo specifico. Per l’editoria sarebbe il momento di proporre… proprio il Pulp, a basso costo, popolare ma non sciatto. Purtroppo c’è una gran massa di autori velleitari che riescono a farsi pubblicare da una casa editrice minuscola una volta e già si pavoneggiano come ‘SCRITTORI’. E intervengono, partecipano a dibattiti, sgomitano e quel che è peggio si avvolgono in bandieroni politici e crociate di cui, alla fine non importa loro veramente nulla. Vogliono la fama, il nome in copertina. Invece è la passione per il racconto che conta, la voglia di comunicare emozioni. Di questa gente andrebbe fatta una bella sfoltita. E magari se ai vertici editoriali si pensasse a trovare opere originali e a investire su idee nuove piuttosto che scopiazzare i successi del momento proponendo cloni su cloni dello stesso prodotto, magari il pubblico si allagherebbe un po’.

E per chiudere l’intervista ci consigli un libro e un film?
SDM: Se volete spaventarvi davvero andate a vedere Sinister che non è un film perfetto ma di sicuro è uno degli horror più riusciti degli ultimi tempi. Come libro vi consiglio di ripescare negli scaffali. L’ultimo che ho letto si intitola The Night of Thunder di Stephen Hunter, autore con grande conoscenza cinematografica mal proposto in passato qui in Italia ma che sicuramente ha moltissimo da insegnare.

E ora, diamo spazio a Corrado, che nel frattempo stava guardando una pellicola splatter in attesa del suo intervento. Avete scelto di parlare di un tipo di cinema molto particolare, il cosiddetto “femmine in gabbia”, perché? Cosa ti ha attirato del genere e come ti sei preparato a questa prova?
Corrado: Il progetto nasce da un’idea di Stefano cui ho aderito con entusiasmo perché discutere di un certo tipo di cinema, oltraggioso e politicamente scorretto quanto si vuole ma parte essenziale di quel che era l’exploitation in celluloide anni 70, è sempre una sfida divertente. Ti domandi: che tipo di pubblico li andava a vedere, quei film? L’impatto che potrebbero avere sugli spettatori odierni sarebbe il medesimo? Chi leggerà il nostro libro e magari si accosterà a certi titoli ne sarà incuriosito, turbato, offeso, affascinato?

Ovviamente nell’affrontare determinate tematiche mi sono sforzato di mantenere un atteggiamento obiettivo: impostare una difesa di questo filone dai detrattori non avrebbe senso, son film indifendibili e di estremo cattivo gusto ma spassosi e a mio avviso degni di riscoperta proprio per il coraggio e l’assoluto sprezzo di ciò che è convenzionale o giudicato accettabile dai benpensanti. Ho cercato di fare una cernita, sforzandomi di separare il buono dal meno buono in base agli elementi che caratterizzano il nazi-erotico e potrebbero venire incontro ai gusti di chi ama questo tipo di intrattenimento. Assurdo cercare valori estetici tradizionali in robe tipo SS Lager 5 – l’inferno delle donne di Sergio Garrone, devi chiederti piuttosto: cosa attira il pubblico in queste pellicole? Nell’ambito del genere, quanto verrebbe gradito? E, naturalmente, la regola aurea rimane quella di non prenderli sul serio e tralasciare paletti etici di sorta. Chi li realizzava non si preoccupava di quanto eventualmente sgradevoli potessero risultare, anzi più erano trucidi meglio era; che senso ha volerli giudicare moralmente oggi che potrebbero risultare perfino datati e meno osceni di quanto la sensibilità dell’epoca valutasse?

Dovendo scegliere un solo titolo rappresentativo del genere, un regista e un’attrice, che nomi faresti e perché?
Corrado: Un titolo rappresentativo rimane sicuramente “la bestia in calore”, di Luigi Batzella. Proprio perché racchiude in sé quello spirito oltraggioso, naif e spiazzante che caratterizza il filone: un nazi-porno che è anche horror, con tanto di mad doctors e un mostro creato in laboratorio che anziché spaventarti ti fa schiantare dal ridere. E poi effettacci sanguinolenti a profusione, donnine desnude (tanto per cambiare), ufficiali tanto sadici quanto ridicoli, scene action maldestre… pensare che quando lo davano al cinema Esperia di Battipaglia (SA), paese dove ho trascorso la mia infanzia, la vista degli occhi porcini di Salvatore Baccaro (il “mostro”) che campeggiavano sul manifesto pubblicitario mi inquietavano pure. Oddio, m’è caduto un mito!
Riguardo il regista, direi Sergio Garrone. Il contributo che ha dato al genere con le sue due pellicole (il sopracitato SS Lager 5 e l’altrettanto famigerato Lager SSadis Kastrat Kommandatur che meriterebbe l’oscar al titolo più originale) è notevole, raramente s’è visto qualcosa di altrettanto efferato (ed esilarante, of course. Ci provavano a farli seriamente ma alla fine…)
Infine, l’attrice. E qui la scelta non può cadere che sulla giunonica Dyanne Thorne, ovvero la celebre Ilsa le cui nefandezze hanno dato il via a tutto. E’ una sorta di Vampirella nazi, deliziosamente perversa e non priva di quello spirito auto-ironico (in linea di massima voluto ma non ci metterei la mano sul fuoco) che in fondo è quel che mi garba davvero in questi piccoli gioielli trashosi e grondanti emoglobina e sudicerie.

Intervista a Roberto Recchioni: perché per i bulli non tifa mai nessuno

Oggi incontriamo Roberto Recchioni, uno dei personaggi più controversi del mondo del fumetto, oggi. O lo si ama, o lo si odia Roberto perché si esibisce come una rockstar, come blogger affronta gli argomenti più disparati, dalla nuova pornodiva allo sparatutto di ultima generazione e non si tira indietro quando c’è da rispondere a una polemica. Una delle ultime, in occasione dell’uscita del suo Mater Morbi, storia cucita addosso a Dylan Dog ma che racconta con delicatezza un argomento caro all’autore, quello della malattia, arrivando a estrapolare la tematica dell’eutanasia e scatenando le ire di molti giornalisti.

Ciao Roberto, benvenuto su Scritture barbariche. Parliamo del volume che presenterai a Lucca Comics quest’anno. Cos’ha in comune il tuo Asso con l’omonimo personaggio creato da Stephen King? E quali sono le sue peculiarità?
Tutto nasce dal mio blog. Che nella sua evoluzione ha cambiato nome mille volte, passando da “Pronto alla Resa” a “Nani in Fiamme”, a “Dalla Parte di Asso Merrill”. Asso Merrill è uno dei cattivi di Stephen King. Un bullo e un cattivo. Lo vediamo da ragazzo in “Stagioni Diverse” e poi fa una brutta fine in “Cose Preziose”. Mi è sempre piaciuto e visto che il mio blog ha come sottotitolo “Che per i bulli non tifa mai nessuno”, mi era parso giusto rendergli omaggio. Con il tempo, il riferimento ha sempre avuto meno senso. Il titolo del blog è diventato solo “Dalla Parte di Asso” e Asso è diventato il nome del mio alter-ego fumettistico, una versione distorta (in positivo e negativo) di me stesso. Un personaggio attraverso cui racconto la mia vita e non solo.

Ho amato la tua Mater Morbi, bellissima e sadica creatura che lega a sé Dylan Dog in un numero a mio avviso memorabile della serie bonelliana. E come non citare Morte, la fatale datrice di lavoro di John Doe nel fumetto da te creato. Dark ladies e arte, un connubio inscindibile?
Non ho mai pensato di essere un tipo affascinato dalle femme fatale. Di fatto, però, ho scoperto che quasi tutte le mie storie più importanti e i miei progetti più complessi, ruotano intorno alla figura di una donna oscura, bellissima e terribile, declinata a seconda delle esigenze e di quello che voglio raccontare. Ma se ti dovessi dire il perché, non saprei. Forse c’è una parte del mio inconscio che sta cercando di dirmi qualcosa…

Hai voglia di svelarci degli aneddoti che non hai mai rivelato prima sui tuoi esordi nel mondo del fumetto?
Non ho molte storie da raccontare che non abbia già raccontato o che, per motivi di privacy, non posso raccontare. Diciamo che è un pazzo, pazzo mondo. E che ogni giorno diventa più pazzo.

Hai la fama di rockstar del fumetto, e dalle foto che circolano in rete sembri un tipo piuttosto esibizionista. Alcuni tuoi post sono definiti da tanti “polemici” e hai un vasto numero di follower. Un modo provocatorio di portare avanti la tua personale battaglia contro il sistema? Scusa ma con Point break ci sono rimasta in mezzo.
Questa è complicata. Allora, premesso che hai ragione: sono un egomaniaco. Ma la questione non si riduce solamente a quello. Parecchi anni fa, all’inizio della mia carriera, ho riflettuto sul fatto che nel settore del fumetto c’erano un sacco di personaggi ma le personalità, dai primi anni ’80 in poi, erano del tutto sparite. Tanti pupazzi, nessuna persona dietro. Adesso, è vero che i personaggi vincono sempre (nel fumetto come nella narrativa) ma è pure vero che i pupazzi parlano solo all’interno della loro opera, le personalità, invece, parlano ovunque. La dittatura dei personaggi è una cosa che agli editore fa comodo: i personaggi, nel mondo del fumetto, per tradizione restano legati all’editore (ma le cose stanno cambiando anche in questo senso) gli autori, invece, capita che se ne possano andare. Nella letteratura, invece, l’autore è in primo piano e questo gli da forza, a fronte di un successo. Ecco, quello che cerco di fare io, da vent’anni a questa parte, è mettere l’autore in primo piano. Voglio che la gente segua me, non solo i miei personaggi. E vorrei che tanti altri autori, come me, facessero la stessa cosa per portare il fumetto a un livello diverso di percezione. Se non si comincia a far capire alla gente che dietro un’opera a fumetti c’è un autore, non si riuscirà mai a far capire che il fumetto è qualcosa di più di un prodotto industriale usa e getta. La Redenzione del Samurai (questo il titolo del mio primo albo de Le Storie) e Asso, nascono da una spinta diversa. Il mio rapporto con la narrativa è complicato. In primo luogo, scrivere romanzi non è il mio mestiere. E per farlo bene, ho bisogno di tempo. Che non ho. In secondo luogo, il settore della narrativa è talmente affollato che per emergere avrei bisogno di dedicarmici con tutto me stesso (non solo in fase di scrittura ma anche di rapporti professionali e promozione) e non ne ho la forza. Il fumetto, per ora, rimane la mia principale attività.

Come blogger sei attivissimo e ti avventuri negli ambiti più vari. Ne approfitto quindi per chiederti di consigliare ai nostri lettori un film, un libro e naturalmente un videogames tra i tuoi preferiti di questo periodo.
Di questo periodo… per i libri, Voglia di Vincere di Tom Bissell (uno strano e bellissimo saggio sui videogiochi che, in realtà, è qualcosa d’altro). Per i videogiochi Halo 4. Che non è ancora uscito al momento in cui ti scrivo ma che sarà bello a prescindere. Deve esserlo per forza. Ne va della mia vita. Per il cinema, recentemente ho molto amato Ted, ParaNorman, Reality e Coogan.

Per saperne di più il blog di Roberto è: http://prontoallaresa.blogspot.it/

Potete incontrarlo al prossimo Lucca Comics and Games allo stand NPE e a quello Bonelli.