Da cortometraggio a graphic novel: Il guardiano della diga, una storia sul superare le paure

«Niente sopravvive nella nebbia…se non i ricordi. Ricordi dolorosi. Che mi tormentano.»

Robert Kondo e Dice Tsutsumi sono bravi a creare meraviglie. Lo hanno fatto per anni alla Pixar, con film animati come Monsters University, Toy Story 3 e Ratatouille (a quest’ultimo ha collaborato soltanto Kondo). Poco dopo, hanno fondato Tonko House, il loro studio indipendente di animazione a Berkeley in California.

Dal loro sodalizio è nato un cortometraggio incredibile: The Dam Keeper, nominato agli Oscar nel 2015. Ammetto che mi aveva colpito tantissimo, per la forza con cui affronta il tema del bullismo, illuminando la solitudine e il dolore del protagonista (Maiale) senza alcuna retorica. È stato quindi con gioia che ho accolto la notizia dell’uscita, due giorni fa, del primo volume della trilogia Il guardiano della diga a opera degli stessi Kondo/Tsutsumi per i tipi di BAO.  Personaggi antropomorfi, un mondo a colori, quello della Valle dell’Aurora, ma circondato dall’oscurità.

«Anni fa l’oscurità ha consumato il mondo e ha reso silenti le voci di molti. Il mondo fuori dalla mia città è morto.» A parlare è Maiale, il piccolo protagonista della storia. Orfano dei genitori, porta avanti il lavoro del padre di guardiano della diga, senza la riconoscenza dei compaesani. Perché «quando le persone si dimenticano della nebbia mortale, vuol dire che il guardiano della diga ha fatto il suo lavoro.» Ma sono proprio le persone che Maiale protegge con il suo lavoro a prenderlo in giro e trattarlo con freddezza, se non disprezzo. Tutti tranne Volpe, la sua migliore amica. Ed è proprio nell’amicizia che nasce la speranza di un’esistenza migliore. E una grande avventura, fuori dal regno protetto della Valle, cercando di vincere le paure e convivere con i ricordi, anche quelli che fanno più male. Perché l’avventura della crescita è proprio così.

Consigliato, non solo ai più piccoli.

 

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Fumetti di evasione: trent’anni senza Andrea Pazienza

E quest’anno sono trent’anni. Trent’anni da quella notte del 15 giugno 1988 in cui il cuore di Andrea Pazienza ha smesso di battere, stroncato da un’overdose di eroina. Trent’anni in cui la sua presenza è stata immanente sul mondo dell’arte italiana, aleggiando come scomodo e indecifrabile modello con cui il confronto è virtualmente impossibile. Trent’anni in cui non abbiamo mai smesso di parlare di lui, soprattutto adesso, in questo anniversario, in cui la ricorrenza di questa parola – Pazienza – associata al fumetto italiano, echeggia attraverso una moltitudine di voci.

Perché, credo, con la morte di Andrea non abbiamo ancora fatto i conti. Come di fronte a una tragedia più grande della nostra capacità di comprenderla. Come di fronte a un evento ingiusto eppure inevitabile per cui nutriamo un sentimento di rifiuto. Ci vorranno anni, credo, prima che si cominci a pensare davvero a cosa è il fumetto italiano senza lo sguardo del Paz. E c’è un libro, tra tutti, che spicca per rigore e sensibilità, senza cedere alla tentazione della nostalgia, tracciando i punti cardinali dell’opera di Andrea, sviscerando le tematiche, le ricorrenze, la complessità dietro un linguaggio apparentemente semplice, diretto, le ossessioni che fanno dei suoi fumetti un unicum nel panorama mondiale. È il libro scritto da Oscar Glioti, Fumetti di evasione – Vita artistica di Andrea Pazienza (Fandango, 300 pp, 15 euro).

Pentothal. Zanardi. Pompeo. Dal piombo degli anni Settanta alla frenesia edonistica degli Ottanta, dalla riflessione sulle contestazioni studentesche all’immersione di un nichilismo così sfrontato da disorientare il lettore impreparato, fino alla cronaca di una quotidianità vissuta con un braccio stretto intorno alla schiena della morte. Il ritratto dei personaggi creati da Andrea riflette le nevrosi di una generazione perduta, spaesata, sacrificata sull’altare di un progresso sociale che assomiglia a uno strappo sul diritto all’individualità. Al pensiero. Al dissenso.

È un libro che vorresti che non finisse mai, scritto con raffinato puntiglio e malcelato, infinito amore per un autore che non smetterà mai di far sentire la sua mancanza. Che siate amanti del fumetto, della letteratura, dell’arte, leggetelo. Leggetelo se non ve ne importa niente di Andrea Pazienza o se per voi Pazienza era tutto. «Ora che non c’è più, ci sono giorni in cui la realtà della sua esistenza mi assale con un’immensa, schiacciante forza; e tuttavia sul mio onore ci sono momenti, anche, in cui mi passa davanti agli occhi come uno spirito incorporeo smarrito fra le passioni di questa terra, pronto ad arrendersi lealmente alle richieste del proprio mondo di ombre».

Ryuko: storia di una fenice

«Un passero non può pensare di comprendere una fenice.»

Vi avevo parlato del primo volume di Ryuko, il gekiga di Eldo Yoshimizu, uscito lo scorso anno per i tipi di Bao Publishing. QUI  potete leggere la recensione.

Ryuko è tornata con il secondo e conclusivo capitolo dell’acclamata saga dedicata alla misteriosa assassina a capo dell’organizzazione criminale giapponese del Drago Nero.

Anche questa volta Bao ci regala una copertina che è un gioiellino. Cartonata con i dettagli rossi lucidi e leggermente a rilievo, si abbina perfettamente alla prima creando un binomio da collezione. E il colore rosso non è casuale data la quantità di sangue che scorre nelle 240 pagine del volume.

Se nel primo episodio usciva forte il tema della vendetta e dell’onore, senza perdere di vista l’aspetto psicologico, in linea con le tematiche dei gekiga degli anni Sessanta e Settanta, in questo capitolo finale l’autore entra più profondamente nel cuore della protagonista. Vediamo il lato umano di Ryuko, le sue battaglie interiori e fragilità. La vediamo piangere e sorridere. Ci scontriamo con il suo dramma di guerriera che non ha potuto essere “figlia”.

Ryuko combatte contro una tradizione antichissima, quella portata avanti da una società segreta chiamata Hei Hua, che da trecento anni unisce i clan malavitosi cinesi e si è espansa in tutto il mondo. La società tramanda un gioiello, il sigillo d’oro, che viene donato alla regina dell’organizzazione, la Longtou. Ma per diventare regina è necessario un altro requisito: aver ucciso il proprio padre.

Ryuko è la prescenta, possiede entrambi i requisiti. Ma rinuncia al potere che questa posizione le offrirebbe, per mettere fine a una maledizione che trasforma giovani donne in parricide. Ryuko vuole salvare tutte le altre figlie, che nessuna debba più sporcarsi le mani con il sangue del proprio padre

Le donne di Yoshimizu sono come sempre conturbanti, spietate, bellissime, potenti. Le scene d’azione coinvolgono, escono dalla pagina, spaccano tutto. Perché le sue illustrazioni sono così dinamiche e meravigliosamente sporche da travolgere i sensi. Consigliato. Magari da leggere con un pezzo come Tornado of souls dei Megadeth come sottofondo.

L’ultimo tramonto

«Ho sempre pensato alla mia vita come a un lungo, faticoso viaggio. Con molte fermate, nessuna definitiva. Sempre pronta a ripartire, ricominciare. Andare alla ricerca di qualcosa… ma cosa? Una volta ho letto una frase, da qualche parte qui in Germania. Forse un proverbio. Heimat ist dort, wo man nicht nach dem weg fragen muss. Non sono mai riuscita a tradurla bene. Casa è là dove non devi chiedere la strada. Casa, patria, terra natia.» Oggi vi parlo de L’ultimo tramonto, scritto da Marco Rincione e illustrato da Mattia Surroz per Timed” dell’editore Shockdom.

La collana narra delle «vite tormentate dei Timed, persone all’apparenza comuni ma con superpoteri logoranti e fatali per le loro esistenze.» Ci tengo subito a dire che la vicenda è autoconclusiva e si può leggere indipendentemente dalle altre storie racchiuse in questo universo narrativo. L’edizione è di pregio, copertina cartonata, a colori.

Seguo Marco da anni; credo di aver letto tutto di lui. La sua cifra stilistica è come la firma di un writer che riconoscerei sul muro di qualsiasi città. Mi è quindi bastato aprire la prima pagina per sentirmi… a casa, citando l’incipit del volume che vi ho proposto a inizio chiacchierata.

Ma una casa scomoda, sospesa tra le nebbie di paure ancestrali. Una casa dalle pareti impastate di dolore e le cui finestre hanno vista sul giardino dei sogni infranti.

«Mi chiamo Paola C. e questa è la storia di un viaggio. L’ultimo viaggio della mia vita.» È questa la sfida dell’autore, farci sapere sin dal principio che stiamo per affrontare un viaggio doloroso, spietato, all’interno dell’animo umano. E ugualmente farci preparare i bagagli con la fiducia che alla fine di questo viaggio ne usciremo arricchiti. Perché L’Ultimo viaggio racchiude anche la scintilla della speranza. Una speranza flebile, più di una volta calpestata ma ancora viva.

La speranza che non sia mai troppo tardi per capire per che cosa vale la pena vivere. E per che cosa morire.

Le tematiche affrontate sono molteplici: la solitudine, il rimpianto, la violenza sessuale, l’omofobia, la malattia e l’Amore. Quello con la A maiuscola che se non lo riconosci in tempo, poi ti perseguita per tutta la vita. La narrazione è un filo sottile e affilato,  le azioni sul piano reale sono pochissime; perché quello che conta avviene dentro. L’anima.

E ora veniamo alla parte visiva. Mi ero innamorata del tratto raffinato ed emozionale di Mattia Surroz dai tempi de Il Suono della Sirena (Shockdom). Mattia riesce a dar spessore alle emozioni narrate con espressività e potenza. Alcune sue illustrazioni provocano dolore fisico dal quanto sono capaci di superare il piano visivo per infilarsi sotto i nervi.

Sceneggiatore e disegnatore diventano una persona sola, l’artista capace di comunicare a più livelli, tra la pancia e il cuore. E i colori scelti raccontano gli stati d’animo della protagonista. Dal buio della scena iniziale ambientata in Germania, a quell’ultimo tramonto di fuoco. Disturbante, lacerante, poetico, come la morte del sole sul mare.

Di maschere e secessionismo: La signorina Else

«Ecco, finito il rosseggiare alpino. Sta già facendo notte. E io me ne sto tranquilla qui sul davanzale mentre papà dovrà essere incarcerato. No. Mai e poi mai. Non può accadere. Io lo salverò. Sì papà, ti salverò. È semplicissimo in fondo.»

La signorina Else di Manuele Fior (Coconino) è la trasposizione a fumetti dell’omonima novella di Arthur Schnitzler, del 1924.

Vi anticipo subito che ho amato alla follia questo graphic novel: l’edizione grande e con carta di pregio che ci permette di ammirare le tavole in tutto il loro splendore, la copertina ruvida e i contenuti speciali, con lo sketchbook di disegni e gli appunti di lavorazione, fino alla postfazione dell’autore che ci fa sbirciare nei dietro alle quinte dell’opera.

I disegni di Fior lasciano a bocca aperta. È come se i padri del secessionismo viennese si fossero dati appuntamento per una partita a scacchi con l’autore. L’omaggio a Klimt è chiaro sin dalle prime pagine, Schiele arriva in punta di piedi e le inquietudini di Munch fanno capolino quando meno te lo aspetti. «Ho capito che l’opera grafica di Klimt sarebbe stata il mio nord» dice l’autore stesso nella postfazione. «Quella sua linea a filo di ferro che si modella sulle cosce delle donne, ne ritaglia nasi aguzzi e si incurva sulle fronti ampie delle sue modelle.»

Ma si tratta di suggestioni, perché Fior crea il proprio stile emozionale per raccontare questa storia vecchia quasi un secolo, eppur ancora attualissima.

Else non è altri che una ragazza come tante, che si è da poco affacciata all’età adulta e della vita sa ben poco. Appartenente all’alta borghesia viennese, è in villeggiatura in Italia con la zia quando viene raggiunta da una lettera da parte della madre: il padre rischia l’arresto per bancarotta. L’unica possibilità per salvarlo è chiedere un aiuto economico al ricco signor Dorsday, ospite dello stesso hotel. Quest’ultimo accetta, ma in cambio chiede alla ragazza di incontrarla da sola, di poterla vedere nuda. Ricatto sessuale, si direbbe oggi.

La dignità che si scontra con il potere del denaro. Ma il denaro può davvero comprare tutto?

Con il suo tratto liquido ed emozionale, con i colori che virano a seconda dello stato d’animo della protagonista, Fior mette in scena il dramma della signorina Else. Sceglie di farlo mantenendo lo stesso monologo interiore del racconto originale.

Ci troviamo quindi nella mente di Else, un posto scomodo dove resteremo imprigionati fino all’ultima pagina.

Poche ore separano la vita alla morte. Poche ore dalla partita a tennis che apre il volume alla bara, il tutto sotto gli occhi della società dell’epoca racchiusa nel microcosmo dell’hotel che fa da sfondo alla vicenda. È il teatro della falsità borghese in contrapposizione con la natura incontaminata che lo circonda. 

Come nella sua controparte letteraria, anche qui la scena della resa dei conti tra Else e il signor Dorsday – ma anche tra la sua purezza e il falso perbenismo della società – ha luogo nella sala della musica, mentre una pianista incurante esegue il Carnaval di Schumann. Il tutto è fortemente simbolico: le maschere di chi la circonda non sono diverse da quelle che si indossano a carnevale. Fior sceglie di disegnare le note sulla pagina. Nere su bianco, forti come un grido. Il grido di una persona disposta a tutto pur di battere la società ipocrita che la circonda. E su queste note vi do appuntamento alla prossima recensione barbarica.

Leda e il destino

«Le nostre idee non sono la moneta dell’avaro, tenuta chiusa nel forziere per la paura che venga rubata, ma sono il buon seme che deve essere gettato nel terreno da fecondare, perché possa moltiplicarsi, fiorire, dar frutti: Germinal.»

Leda Rafanelli – che solo amore e luce ha per confine, scritto da Francesco Satta e Luca de Santis e illustrato da Sara Colaone per Coconino Press, è più di una biografia a fumetti. Perché, come diceva Leda, la vita è un romanzo e come tale va raccontata. E quella di Leda Rafanelli vale indubbiamente la pena di essere raccontata (e letta).

Leda è una donna che ha attraversato gli anni più tumultuosi del Novecento senza venirne travolta, ma piuttosto travolgendo e ispirando artisti e intellettuali, lottando ogni giorno, in primo luogo contro il proprio destino, quel “dromedario dagli occhi di fuoco” del misterioso proverbio beduino che apre la prima pagina del volume.

Ma le sue battaglie sono tante e costanti. E non potrebbe essere altrimenti visto che lei è stata scrittrice, attivista, giornalista ed editrice, appassionata di Oriente ed esoterismo, anarchica e futurista, musulmana e anticonformista, intellettuale e chiromante, amante, moglie e madre, sempre fedele a se stessa.
Donna emancipata, ha portato avanti una lotta costante per l’affermazione della figura femminile all’interno della società.

La verità è che nessuna etichetta è capace di contenerne la personalità dirompente. 

Gli eventi sono filtrati dagli occhi di Leda, per questo il viaggio è a tratti onirico e a tratti storico e realistico. I salti temporali ci permettono di fluire avanti e indietro nel tempo, dalla sua infanzia alla vecchiaia, per poi tornare indietro e percorrerne gli amori travolgenti e le battaglie, in un girotondo di emozioni e avvenimenti.

Uno dei pregi del volume è di saper narrare tematiche importanti che vanno dalla politica, alla guerra, al lutto, alla lotta tra amore e ideali, sempre mantenendo una leggerezza di fondo. La narrazione è fluida, i dialoghi cesellati.

Costante è l’intensità con cui Sara Colaone traduce gli eventi. Un bianco e nero con toni del grigio che racconta stati d’animo, battaglie interiori, drammi e personaggi.

I disegni sono vividi, dinamici, liberi da una griglia prestabilita.

Dalla tipografia di Pistoia al deserto, dalla camera da letto di Leda ai salotti anarchici, dall’abbigliamento alla pettinatura, tutto è soppesato in modo che ogni dettaglio, persino uno sguardo, contribuisca a comporre il mosaico dell’esistenza di Leda. In tal senso, l’attenzione ai particolari è magistrale e dimostra un attento lavoro di documentazione da parte degli autori, confermato dai ringraziamenti in calce al libri. Hanno infatti avuto accesso a fotografie, scritti editi e inediti, nonché libri appartenuti alla Rafanelli grazie all’omonimo fondo ospitato nell’Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa con sede nella Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia.

Credo che a Leda questa biografia piacerebbe molto. Consigliato!

 

 

Indomite: 15 donne di ieri, che oggi possono insegnare molto.

L’otto marzo è la Giornata Internazionale della donna, conosciuta ai più come Festa della donna. Una ricorrenza che affonda le radici nel lontano 1917, quando le donne di San Pietroburgo scesero in piazza per chiedere la fine della guerra. Anche se una delle prime conferenze internazionali per i diritti delle donne ebbe luogo nel 1907 a Stoccarda e, negli Stati Uniti, già nel 1908 si tenne il cosiddetto Woman’s day, che poi si ripeté gli anni successivi nell’ultima domenica di febbraio.

Oggi la festa della donna ha assunto connotati fortemente consumistici, ma c’è ancora chi si impegna a organizzare manifestazioni o eventi affinché non si dimentichi perché è nata: un riconoscimento delle lotte per i diritti che le donne hanno portato avanti nei secoli. Perché le conquiste di chi è venuta prima di noi sono le nostre conquiste. Ma questa giornata serve anche a ricordare che, purtroppo, violenza e discriminazioni sono ancora all’ordine del giorno.
Per questo la memoria è importante. 

Memoria collettiva, ma anche di battaglie individuali che sono diventate parte della lotta di tutte le donne, come recita la quarta di copertina di Indomite – volume 1 di Pénélope Bagieu, che esce in Italia proprio l’8 di marzo per i tipi di Bao Publishing.

Il volume raccoglie le storie di quindici eroine straordinarie che, con grande forza interiore e coraggio, hanno sfidato luoghi comuni e società maschiliste e misogine per fare un passo in avanti nel raggiungimento della parità tra i sessi. Pubblicate inizialmente sul blog del quotidiano «Le Monde», ora splendono tra le pagine di questo cartonato di 144 pagine a colori.

Ho ammirato l’ironia e la forza interiore di Margaret Hamilton, la strega dell’Ovest nel famoso film Il Mago di Oz del 1939, che pur di recitare ha accettato di diventare l’incubo dei bambini della sua epoca, per poi essere etichettata come una delle cattive più terrificanti di sempre per l’American Film Istitute (dopo Hannibal Lecter, Norman Bates e Darth Vader).

 

Ho amato le tre sorelle Mariposas, nate nella Repubblica Dominicana ai tempi del dittatore Trujillo. Coraggiose e ribelli, hanno combattuto per i diritti del loro popolo a costo della vita. Assassinate brutalmente (mentre erano insieme) nel 1960, sono ricordate nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne che si tiene ogni anno proprio nel giorno della loro morte.

Anche Agnodice, nata in Grecia nel IV secolo A.C., rischia una condanna a morte per aver sfidato le leggi della società ateniese che vietava alle donne di esercitare l’attività medica. Molte partorienti, provando vergogna di fronte a medici uomini, preferivano sbrigarsela da sole. Questo metteva a repentaglio la loro vita e quella del nascituro. Per far fronte a questa ingiustizia, Agnodice si traveste da uomo e continua a esercitare la professione. Quando viene scoperta e condannata alla pena capitale sono le altre donne a sfidare il tribunale per salvarle la vita.

Tra i volti che si incontrano tra le pagine di Indomite c’è Joséphine Baker, ballerina, musa dei pittori cubisti e partigiana. C’è Nzinga, regina guerriera nell’Africa di fine Cinquecento. Ci sono Lozen, sciamana e guerriera Apache e Wu Zetian, prima e unica donna nella storia della Cina a diventare imperatrice (era il 690). C’è Christine Jorgensen, nata uomo negli anni Venti e divenuta donna dopo aver affrontato terapie dolorose e l’ottusità di un’epoca.

È difficile non spendere qualche riga per ognuna di queste magnifiche donne, ma non voglio rovinarvi la sorpresa. Sappiate solo che, con uno stile semplice e d’impatto, Pénélope Bagieu ci consegna un libro sincero e senza alcuna retorica. Un libro sorprendente, come le quindici donne che vivono tra le sue pagine.
Donne che ispirano e spronano a continuare a combattere in nome dei propri sogni e ideali. 

Non solo oggi, viva le donne!