Barbarica in pillole: Bernardo Cavallino

«In origine si spegnevano le candeline per allontanare gli spiriti maligni dal festeggiato: si credeva che il fumo prodotto dallo spegnimento delle candele allontanasse queste presenze demoniache pronte a trascinarti nell’oscurità. Che, se ci pensi bene, è un controsenso: per combattere il buio spegni la luce?»

Che una storia con protagonisti uomini piccione potesse commuovermi non me lo aspettavo. Sto parlando di “Bernardo Cavallino” di Mattia Labadessa (Feltrinelli Comics), un racconto di formazione sulla depressione, il non sentirsi accettati, sull’amicizia e l’amore, e la paura della morte, e sull’accendere candele che possano illuminare il buio interiore.

Lo stile sintetico è di forte impatto emotivo. Ogni tavola riempie gli spazi in modo ingegnoso, creando un piccolo mondo a parte, una sorta di storia nella storia che fa scaturire riflessioni.

Bernardo Cavallino è una graphic novel che mi ha sorpresa. E così ho acceso una candela. Un soffio di vento. Buio.
#labadessa

Annunci

La notte del corvo, un viaggio all’inferno e poi il ritorno

Non basta una corda a fare un impiccato. È una frase che mi è sempre rimasta impressa, sin dalla prima volta che ho visto “Il buono, il brutto, il cattivo”, western culto di Sergio Leone del 1966. Se non sbaglio, a pronunciarla è Sentenza, il cattivo.
Ma non importa chi la dice, ciò che importa è che questa frase mi è sempre suonata come un inno al non arrendersi mai.
Ed è questa la frase che mi è balenata in testa leggendo la storia che c’è dietro a “La notte del corvo” (Coconino Press- Fandango), un western moderno dell’autore Marco Galli, che qui si firma Apehands, ovvero mani di scimmia.

Torniamo indietro alla fine di marzo del 2016. Ricordo ancora quando la sorella di Marco diede la notizia attraverso la pagina social del fratello. Marco era stato colpito da un male oscuro, la sindrome di Guillain-Barrè, che lo tiene per sette mesi in bilico tra la vita e morte. Paralizzato, a parte gli occhi.
Poi il “risveglio” e la lunga riabilitazione. L’indebolimento dei muscoli gli nega per lungo tempo l’uso del pollice opponibile, ma Marco non si arrende; non rinuncia alla sua forma di espressione. Perché non basta una corda a fare un impiccato. E così Marco si inventa un nuovo modo di disegnare, lo fa nonostante la mano non gli obbedisca, lo fa in modo libero, furente, quasi anarchico; e se i disegni gli sembrano fatti da un’altra persona, lui inizia a firmarsi con un altro nome, Apehands appunto.

La notte del corvo è il grande ritorno di Marco Galli, una ballata western potente e viscerale, un urlo di rabbia e di libertà. C’è un vecchio sceriffo candidato a sindaco, c’è un giovane giornalista che odia il selvaggio west, con la sua polvere e la puzza di merda di cavallo e vorrebbe scrivere di vizi, di soldi, di polo e di Henry James; “non di vaccari puzzolenti”. C’è la tedesca, che non rinuncia al piacere e segue soltanto i propri interessi. E poi c’è lui, El Grajo. «È un pistolero, un ammazza cristiani, uno dei più spietati, mi dice un tizio tra la folla accorsa per vedere il morto, se ci sarà. Mi dice anche che parla strano, è vestito tutto di nero e che gli manca qualche rotella…»

Dall’arrivo dell’uomo con la maschera da corvo tutto precipita in modo imprevedibile. E il sangue scorre a fiumi. Perché «Avete già capito che una faccenda violenta come questa non poteva finire in modo così scialbo. I conti si devono pagare quando si scomodano i demoni dell’inferno.»

Il pulp dilaga, le colt sparano, ma rimane lo spazio per una riflessione sulle disparità sociali e sui confini, sul diverso che fa paura. La nave carica di schiavi che naufraga sulle coste della ridente cittadina di Bajada e scatena il panico nella popolazione si rifà a un presente vicino, attualissimo. Una storia che fa pensare, una storia che è una ripartenza da una frontiera buia.
Un viaggio all’inferno e poi il ritorno.

 

Da cortometraggio a graphic novel: Il guardiano della diga, una storia sul superare le paure

«Niente sopravvive nella nebbia…se non i ricordi. Ricordi dolorosi. Che mi tormentano.»

Robert Kondo e Dice Tsutsumi sono bravi a creare meraviglie. Lo hanno fatto per anni alla Pixar, con film animati come Monsters University, Toy Story 3 e Ratatouille (a quest’ultimo ha collaborato soltanto Kondo). Poco dopo, hanno fondato Tonko House, il loro studio indipendente di animazione a Berkeley in California.

Dal loro sodalizio è nato un cortometraggio incredibile: The Dam Keeper, nominato agli Oscar nel 2015. Ammetto che mi aveva colpito tantissimo, per la forza con cui affronta il tema del bullismo, illuminando la solitudine e il dolore del protagonista (Maiale) senza alcuna retorica. È stato quindi con gioia che ho accolto la notizia dell’uscita, due giorni fa, del primo volume della trilogia Il guardiano della diga a opera degli stessi Kondo/Tsutsumi per i tipi di BAO.  Personaggi antropomorfi, un mondo a colori, quello della Valle dell’Aurora, ma circondato dall’oscurità.

«Anni fa l’oscurità ha consumato il mondo e ha reso silenti le voci di molti. Il mondo fuori dalla mia città è morto.» A parlare è Maiale, il piccolo protagonista della storia. Orfano dei genitori, porta avanti il lavoro del padre di guardiano della diga, senza la riconoscenza dei compaesani. Perché «quando le persone si dimenticano della nebbia mortale, vuol dire che il guardiano della diga ha fatto il suo lavoro.» Ma sono proprio le persone che Maiale protegge con il suo lavoro a prenderlo in giro e trattarlo con freddezza, se non disprezzo. Tutti tranne Volpe, la sua migliore amica. Ed è proprio nell’amicizia che nasce la speranza di un’esistenza migliore. E una grande avventura, fuori dal regno protetto della Valle, cercando di vincere le paure e convivere con i ricordi, anche quelli che fanno più male. Perché l’avventura della crescita è proprio così.

Consigliato, non solo ai più piccoli.

 

Fumetti di evasione: trent’anni senza Andrea Pazienza

E quest’anno sono trent’anni. Trent’anni da quella notte del 15 giugno 1988 in cui il cuore di Andrea Pazienza ha smesso di battere, stroncato da un’overdose di eroina. Trent’anni in cui la sua presenza è stata immanente sul mondo dell’arte italiana, aleggiando come scomodo e indecifrabile modello con cui il confronto è virtualmente impossibile. Trent’anni in cui non abbiamo mai smesso di parlare di lui, soprattutto adesso, in questo anniversario, in cui la ricorrenza di questa parola – Pazienza – associata al fumetto italiano, echeggia attraverso una moltitudine di voci.

Perché, credo, con la morte di Andrea non abbiamo ancora fatto i conti. Come di fronte a una tragedia più grande della nostra capacità di comprenderla. Come di fronte a un evento ingiusto eppure inevitabile per cui nutriamo un sentimento di rifiuto. Ci vorranno anni, credo, prima che si cominci a pensare davvero a cosa è il fumetto italiano senza lo sguardo del Paz. E c’è un libro, tra tutti, che spicca per rigore e sensibilità, senza cedere alla tentazione della nostalgia, tracciando i punti cardinali dell’opera di Andrea, sviscerando le tematiche, le ricorrenze, la complessità dietro un linguaggio apparentemente semplice, diretto, le ossessioni che fanno dei suoi fumetti un unicum nel panorama mondiale. È il libro scritto da Oscar Glioti, Fumetti di evasione – Vita artistica di Andrea Pazienza (Fandango, 300 pp, 15 euro).

Pentothal. Zanardi. Pompeo. Dal piombo degli anni Settanta alla frenesia edonistica degli Ottanta, dalla riflessione sulle contestazioni studentesche all’immersione di un nichilismo così sfrontato da disorientare il lettore impreparato, fino alla cronaca di una quotidianità vissuta con un braccio stretto intorno alla schiena della morte. Il ritratto dei personaggi creati da Andrea riflette le nevrosi di una generazione perduta, spaesata, sacrificata sull’altare di un progresso sociale che assomiglia a uno strappo sul diritto all’individualità. Al pensiero. Al dissenso.

È un libro che vorresti che non finisse mai, scritto con raffinato puntiglio e malcelato, infinito amore per un autore che non smetterà mai di far sentire la sua mancanza. Che siate amanti del fumetto, della letteratura, dell’arte, leggetelo. Leggetelo se non ve ne importa niente di Andrea Pazienza o se per voi Pazienza era tutto. «Ora che non c’è più, ci sono giorni in cui la realtà della sua esistenza mi assale con un’immensa, schiacciante forza; e tuttavia sul mio onore ci sono momenti, anche, in cui mi passa davanti agli occhi come uno spirito incorporeo smarrito fra le passioni di questa terra, pronto ad arrendersi lealmente alle richieste del proprio mondo di ombre».

Ryuko: storia di una fenice

«Un passero non può pensare di comprendere una fenice.»

Vi avevo parlato del primo volume di Ryuko, il gekiga di Eldo Yoshimizu, uscito lo scorso anno per i tipi di Bao Publishing. QUI  potete leggere la recensione.

Ryuko è tornata con il secondo e conclusivo capitolo dell’acclamata saga dedicata alla misteriosa assassina a capo dell’organizzazione criminale giapponese del Drago Nero.

Anche questa volta Bao ci regala una copertina che è un gioiellino. Cartonata con i dettagli rossi lucidi e leggermente a rilievo, si abbina perfettamente alla prima creando un binomio da collezione. E il colore rosso non è casuale data la quantità di sangue che scorre nelle 240 pagine del volume.

Se nel primo episodio usciva forte il tema della vendetta e dell’onore, senza perdere di vista l’aspetto psicologico, in linea con le tematiche dei gekiga degli anni Sessanta e Settanta, in questo capitolo finale l’autore entra più profondamente nel cuore della protagonista. Vediamo il lato umano di Ryuko, le sue battaglie interiori e fragilità. La vediamo piangere e sorridere. Ci scontriamo con il suo dramma di guerriera che non ha potuto essere “figlia”.

Ryuko combatte contro una tradizione antichissima, quella portata avanti da una società segreta chiamata Hei Hua, che da trecento anni unisce i clan malavitosi cinesi e si è espansa in tutto il mondo. La società tramanda un gioiello, il sigillo d’oro, che viene donato alla regina dell’organizzazione, la Longtou. Ma per diventare regina è necessario un altro requisito: aver ucciso il proprio padre.

Ryuko è la prescenta, possiede entrambi i requisiti. Ma rinuncia al potere che questa posizione le offrirebbe, per mettere fine a una maledizione che trasforma giovani donne in parricide. Ryuko vuole salvare tutte le altre figlie, che nessuna debba più sporcarsi le mani con il sangue del proprio padre

Le donne di Yoshimizu sono come sempre conturbanti, spietate, bellissime, potenti. Le scene d’azione coinvolgono, escono dalla pagina, spaccano tutto. Perché le sue illustrazioni sono così dinamiche e meravigliosamente sporche da travolgere i sensi. Consigliato. Magari da leggere con un pezzo come Tornado of souls dei Megadeth come sottofondo.

L’ultimo tramonto

«Ho sempre pensato alla mia vita come a un lungo, faticoso viaggio. Con molte fermate, nessuna definitiva. Sempre pronta a ripartire, ricominciare. Andare alla ricerca di qualcosa… ma cosa? Una volta ho letto una frase, da qualche parte qui in Germania. Forse un proverbio. Heimat ist dort, wo man nicht nach dem weg fragen muss. Non sono mai riuscita a tradurla bene. Casa è là dove non devi chiedere la strada. Casa, patria, terra natia.» Oggi vi parlo de L’ultimo tramonto, scritto da Marco Rincione e illustrato da Mattia Surroz per Timed” dell’editore Shockdom.

La collana narra delle «vite tormentate dei Timed, persone all’apparenza comuni ma con superpoteri logoranti e fatali per le loro esistenze.» Ci tengo subito a dire che la vicenda è autoconclusiva e si può leggere indipendentemente dalle altre storie racchiuse in questo universo narrativo. L’edizione è di pregio, copertina cartonata, a colori.

Seguo Marco da anni; credo di aver letto tutto di lui. La sua cifra stilistica è come la firma di un writer che riconoscerei sul muro di qualsiasi città. Mi è quindi bastato aprire la prima pagina per sentirmi… a casa, citando l’incipit del volume che vi ho proposto a inizio chiacchierata.

Ma una casa scomoda, sospesa tra le nebbie di paure ancestrali. Una casa dalle pareti impastate di dolore e le cui finestre hanno vista sul giardino dei sogni infranti.

«Mi chiamo Paola C. e questa è la storia di un viaggio. L’ultimo viaggio della mia vita.» È questa la sfida dell’autore, farci sapere sin dal principio che stiamo per affrontare un viaggio doloroso, spietato, all’interno dell’animo umano. E ugualmente farci preparare i bagagli con la fiducia che alla fine di questo viaggio ne usciremo arricchiti. Perché L’Ultimo viaggio racchiude anche la scintilla della speranza. Una speranza flebile, più di una volta calpestata ma ancora viva.

La speranza che non sia mai troppo tardi per capire per che cosa vale la pena vivere. E per che cosa morire.

Le tematiche affrontate sono molteplici: la solitudine, il rimpianto, la violenza sessuale, l’omofobia, la malattia e l’Amore. Quello con la A maiuscola che se non lo riconosci in tempo, poi ti perseguita per tutta la vita. La narrazione è un filo sottile e affilato,  le azioni sul piano reale sono pochissime; perché quello che conta avviene dentro. L’anima.

E ora veniamo alla parte visiva. Mi ero innamorata del tratto raffinato ed emozionale di Mattia Surroz dai tempi de Il Suono della Sirena (Shockdom). Mattia riesce a dar spessore alle emozioni narrate con espressività e potenza. Alcune sue illustrazioni provocano dolore fisico dal quanto sono capaci di superare il piano visivo per infilarsi sotto i nervi.

Sceneggiatore e disegnatore diventano una persona sola, l’artista capace di comunicare a più livelli, tra la pancia e il cuore. E i colori scelti raccontano gli stati d’animo della protagonista. Dal buio della scena iniziale ambientata in Germania, a quell’ultimo tramonto di fuoco. Disturbante, lacerante, poetico, come la morte del sole sul mare.

Di maschere e secessionismo: La signorina Else

«Ecco, finito il rosseggiare alpino. Sta già facendo notte. E io me ne sto tranquilla qui sul davanzale mentre papà dovrà essere incarcerato. No. Mai e poi mai. Non può accadere. Io lo salverò. Sì papà, ti salverò. È semplicissimo in fondo.»

La signorina Else di Manuele Fior (Coconino) è la trasposizione a fumetti dell’omonima novella di Arthur Schnitzler, del 1924.

Vi anticipo subito che ho amato alla follia questo graphic novel: l’edizione grande e con carta di pregio che ci permette di ammirare le tavole in tutto il loro splendore, la copertina ruvida e i contenuti speciali, con lo sketchbook di disegni e gli appunti di lavorazione, fino alla postfazione dell’autore che ci fa sbirciare nei dietro alle quinte dell’opera.

I disegni di Fior lasciano a bocca aperta. È come se i padri del secessionismo viennese si fossero dati appuntamento per una partita a scacchi con l’autore. L’omaggio a Klimt è chiaro sin dalle prime pagine, Schiele arriva in punta di piedi e le inquietudini di Munch fanno capolino quando meno te lo aspetti. «Ho capito che l’opera grafica di Klimt sarebbe stata il mio nord» dice l’autore stesso nella postfazione. «Quella sua linea a filo di ferro che si modella sulle cosce delle donne, ne ritaglia nasi aguzzi e si incurva sulle fronti ampie delle sue modelle.»

Ma si tratta di suggestioni, perché Fior crea il proprio stile emozionale per raccontare questa storia vecchia quasi un secolo, eppur ancora attualissima.

Else non è altri che una ragazza come tante, che si è da poco affacciata all’età adulta e della vita sa ben poco. Appartenente all’alta borghesia viennese, è in villeggiatura in Italia con la zia quando viene raggiunta da una lettera da parte della madre: il padre rischia l’arresto per bancarotta. L’unica possibilità per salvarlo è chiedere un aiuto economico al ricco signor Dorsday, ospite dello stesso hotel. Quest’ultimo accetta, ma in cambio chiede alla ragazza di incontrarla da sola, di poterla vedere nuda. Ricatto sessuale, si direbbe oggi.

La dignità che si scontra con il potere del denaro. Ma il denaro può davvero comprare tutto?

Con il suo tratto liquido ed emozionale, con i colori che virano a seconda dello stato d’animo della protagonista, Fior mette in scena il dramma della signorina Else. Sceglie di farlo mantenendo lo stesso monologo interiore del racconto originale.

Ci troviamo quindi nella mente di Else, un posto scomodo dove resteremo imprigionati fino all’ultima pagina.

Poche ore separano la vita alla morte. Poche ore dalla partita a tennis che apre il volume alla bara, il tutto sotto gli occhi della società dell’epoca racchiusa nel microcosmo dell’hotel che fa da sfondo alla vicenda. È il teatro della falsità borghese in contrapposizione con la natura incontaminata che lo circonda. 

Come nella sua controparte letteraria, anche qui la scena della resa dei conti tra Else e il signor Dorsday – ma anche tra la sua purezza e il falso perbenismo della società – ha luogo nella sala della musica, mentre una pianista incurante esegue il Carnaval di Schumann. Il tutto è fortemente simbolico: le maschere di chi la circonda non sono diverse da quelle che si indossano a carnevale. Fior sceglie di disegnare le note sulla pagina. Nere su bianco, forti come un grido. Il grido di una persona disposta a tutto pur di battere la società ipocrita che la circonda. E su queste note vi do appuntamento alla prossima recensione barbarica.