L’uomo di casa.

«La risposta è che non c’è un perché al male. Non c’è mai stato.
Siamo solo noi, tutti noi, che abbiamo voluto fingere che il mondo fosse un luogo di pace e d’amore. È una sciocca patetica illusione, mia cara. Dentro il nostro cuore sappiamo bene che non è così, sappiamo che stiamo cercando riparo dentro a una bugia, perché il mondo, in realtà, è solo un luogo orribile, dove succedono cose orribili.»

L’uomo di casa di Romano De Marco (322 pp., Piemme editore) è un domestic thriller ambientato in una cittadina della Virginia dal nome europeo, Vienna, contea di Fairfax.

La protagonista è Sandra Morrison, moglie e madre modello, la cui vita è distrutta dalla morte del marito Alan in circostanze scabrose.

La donna è costretta a rimettere tutto in discussione. Chi era l’uomo con cui ha condiviso vent’anni? Un irreprensibile uomo di casa, marito e padre amorevole, stimato professionista? Oppure un ipocrita dalla doppia vita? 

È per rispondere a queste domande che la protagonista si trova invischiata in un’indagine che risale a trent’anni prima: il caso della Lilith di Richmond, ladra di bambini e assassina seriale, mai consegnata alla giustizia.

L’indagine del presente, narrata con capitoli in terza persona che si intervallano a capitoli in prima persona in cui è Sandra stessa a farci entrare nella sua mente, si mescola all’indagine del passato con balzi temporali a partire dal 1979, anno in cui Gina Cardena, detective afroamericana coraggiosa e indomita, porta avanti una lotta contro tutti alla ricerca della verità.

Ai due piani temporali, si intervallano capitoli scritti in corsivo, che riportano i dialoghi di chi conosce la verità e come un ragno, trama nell’oscurità, giocando con le sorti degli ignari protagonisti.

La voce di De Marco è fresca, sicura. Lo scrittore mescola indizi e dosa i colpi di scena fino all’ultima pagina in cui si aggiunge un’ulteriore chiusa, in cui l’oscurità viene a galla portando con sé l’origine di un male antico quando spaventoso.

 

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Non chiudere gli occhi: una fiaba nera per non dormire

«Camminavano lentamente, uno dietro l’altro, intrufolandosi tra gli sterpi, scansando i rami davanti al viso; il silenzio si faceva più denso e cupo a mano a mano che si allontanavano dalla strada, e la vegetazione era così fitta che avevano l’impressione potesse chiudersi su di loro come le fauci di un enorme animale preistorico. Chi poteva dire che non stessero camminando sul dorso di un animale gigantesco che, proprio adesso, sentendo il solletico dei loro passi, si sarebbe svegliato ingoiandoli in un boccone?»

Non chiudere gli occhi di Francesco Formaggi è un romanzo per ragazzi sul potere della paura. È uscito per i tipi di Pelledoca, un editore con un catalogo davvero interessante, che si prefigge di portare ai lettori più giovani storie da brivido, capaci di tenerli con il fiato sospeso e gli occhi incollati alla pagina. Perché, come si legge dal sito ufficiale “affrontare emozioni come la paura attraverso la lettura insegna fin dalla tenera età a superare le difficoltà”. Proprio come nelle fiabe tradizionali, ricche di elementi spaventosi che venivano snocciolati ad arte per mantenere viva la suspance e insieme fornire elementi pedagogici.

Il protagonista di Non chiudere gli occhi è Giovanni, un ragazzo di tredici anni che si trova coinvolto insieme al suo migliore amico Nico e alla coraggiosa Alice, in un’avventura dai toni decisamente noir. Le premesse sono le seguenti: “Una sera di primavera, quando la scuola sta per finire, compaiono una donna e un uomo misteriosi. Nessuno sa dove abitino, da dove vengano e cosa siano venuti a fare. Hanno un aspetto inquietante ed escono solo di notte: lei davanti, lui dietro, a una decina di passi. Quando improvvisamente scompare un bambino, il paese intero è sconvolto e l’opinione pubblica è convinta che in qualche modo la strana coppia abbia a che fare con la sparizione.”

Giovanni, detto Gio, sembra l’unico a non credere alle apparenze e inizia un viaggio alla ricerca della verità. Per farlo, dovrà affrontare le sue paure e mettere da parte i demoni del passato. Oltre agli amici, ad aiutarlo in questa ricerca, il suo dono: Giovanni sente sulla pelle, fin dentro alle ossa, se una persona è cattiva.

Un romanzo sulla crescita, sull’importanza di guardare in faccia le proprie paure, sull’elaborazione del lutto e sull’amicizia. Mi ha ricordato le atmosfere di Stand by me, il meraviglioso film diretto da Rob Reiner e tratto dal racconto The body di Stephen King. A proposito, non è stato forse il maestro del Maine a dire che leggere racconti di paura aiuta ad allenarsi alla paura?

Vivi e vegeta: un noir vegetariano

«Sai come si dice, alla fine ci si abitua un po’ a tutto…»
«Non speri mai che esca il sole?»
«Credimi, ragazzo… qui nessuno spera mai che esca il sole.»

Questa è la storia di un webcomic che ha fatto il suo esordio su Verticalismi nel novembre del 2014, ha vinto numerosi premi, tra cui il Micheluzzi nel 2016 come Miglior web-comic e infine è sbocciato in cartaceo per i tipi di Bao publishing. Sto parlando di Vivi e vegeta – un noir vegetariano (brossura, pp. 168), scritto da Francesco Savino e illustrato (e colorato) da Stefano Simeone, coadiuvato da Lorenzo Magalotti. 

Voi non potete saperlo, ma sin da bambina avevo una passione per le piante grasse e puntute. Potete quindi immaginare la mia curiosità nello scoprire che il protagonista di questa graphic novel, Carl, è il principe delle piante grasse: un cactus. Nel mondo di Vivi e Vegeta gli umani non sono ammessi. Non ne compare uno, anche se di tanto in tanto vengono nominati come spauracchi, come nelle fiabe della malanotte quando si parla del Babau o del lupo cattivo, piuttosto che della perfida strega che ruba i denti ai bambini (o era una fatina buona? Beh, ci siamo capiti).

Nel mondo di Vivi e vegeta ci sono regole che non vanno infrante. Nel Distretto dei fiori, per esempio, le piante non sono ben accette. Lo scoprirà sulla sua pelle (verde) Carl, che si trasferisce lì per scoprire perché non gli stiano più arrivando notizie dalla sua ragazza, Nora, giornalista alla ricerca di uno scoop e scomparsa nel nulla.

Piove sempre, nel Distretto dei fiori, e quando non piove è pure peggio. Perché il sole porta nemici, gli spietati girasoli, mercenari al servizio di una misteriosa figura a cui si rivolgono come Sua Fluorescenza. I girasoli rapiscono fiori che poi non fanno più ritorno a casa. Così, gli abitanti del Distretto, sono costretti a piangere i loro cari  su tombe vuote, nel terrore continuo di essere le prossime vittime. Ed è qui che la trama noir si infittisce…

«La tua mente ha scavato fino alle tue radici… è un viaggio doloroso, ma è l’unico che permette di arrivare alla verità…», è solo guardandosi dentro ed affrontando le sue paure che Carl potrà andare fino in fondo per scoprire la verità. Perché gli eroi, in fondo, sono individui normali che fanno scelte coraggiose.

Potrei azzardarmi a definire Vivi e Vegeta un pulp tarantiniano. Gli elementi non mancano: margherite traumatizzate dopo essere scampate al m’ama non m’ama nel mondo degli umani, tulipani cocainomani e vegetali motociclisti-trafficanti che muovono le fila in un mondo disperato.

La vicenda procede a un ritmo forsennato, che non rinuncia mai alla spettacolarità (ricordiamo che Francesco si è dovuto inizialmente confrontare con i veloci tempi di lettura del web). Ma Vivi e Vegeta nasconde un messaggio più profondo, si parla di discriminazioni, di amore e amicizia. Si parla di sogni, e non manca un’ironia di fondo sulle tendenze più radicali in fatto di alimentazione.

Stefano Simeone ha uno stile perfetto per inseguire la velocità delle azioni. Le immagini sembrano fotogrammi di un film, ricche di movimento, come a inseguire le aspirazioni dei personaggi stessi. Le figure sono conturbanti.

Per finire, vi ricordo che il libro è disponibile con la cover regular dello stesso Simeone e con la cover variant a tiratura limitata di Gabriele Dell’Otto. Le splendide copertine che suddividono i capitoli interni (altro elemento classico tarantiniano) sono opera di Roberta Ingranata. E tra i contenuti speciali c’è un adorabile bonus track: lo stilosissimo racconto di Natale, Per qualche petalo in più, scritto da Savino e illustrato e colorato dalla bravissima Nicoletta Baldari. 

«I fiori hanno fatto i loro comodi troppo a lungo. È ora di piantarli.»

Il clan dei miserabili: intervista a Umberto Lenzi, regista, uomo e scrittore

Milano_odiaRicordo la prima volta che ho visto il film Milano odia: la polizia non può sparare di Umberto Lenzi. Ricordo che era tardi e avrei dovuto andare a dormire, ma non riuscivo a staccarmi dalle immagini che si rincorrevano sullo schermo. Un film che non faceva sconti a nessuno, iperviolento, graffiante, ambientato in una Milano che non c’è più, un ritratto impietoso degli anni settanta nella loro accezione più estrema.

Ricordo quanto era cattivo quel Giulio Sacchi, interpretato da un Tomas Milian in stato di grazia. Che lo odiavo e mi faceva paura, ma arrivata alle ultime battute del film quando cerca di fuggire e si dimostra codardo, e scappa davanti al commissario Grandi e poi gli dice che è un poliziotto e non gli può sparare, ma invece il commissario preme il grilletto e il piccolo re della malavita muore su un cumulo di rifiuti, be’ a quel punto mi sono pure commossa. Poi, sono rimasta per qualche istante immobile, davanti al televisore e nei giorni successivi ho cercato tutti i film di quel Lenzi che aveva saputo sorprendermi. Perché in fondo ci aveva regalato un’Arancia meccanica all’italiana e non è cosa da poco.
In successione recuperai Napoli violenta con il mitico Maurizio Merli che per l’occasione, senza controfigura, fa acrobazie sulla funicolare di Montesanto. Ancora iperviolenza, altri personaggi indimenticabili, primo tra tutti il Commissario Betti interpretato appunto da Merli e ancora un ritratto dell’Italia dei poveri, degli emarginati. Dal poliziottesco, seguendo le orme di Lenzi, sono passata a Gatti rossi in un labirinto di vetro e in successione ho visto Incubo sulla città contaminata, uno tra i film più citati da Tarantino e inserito nel filone zombie anche se in realtà c’è una centrale atomica che esplode e la popolazione si trasforma in cannibali assassini. Vi ricorda qualcosa? (28 giorni dopo, ndr).

1004973_759470480739517_66903557_nPerché questa lunga premessa cinematografica? Perché Umberto Lenzi regista è inscindibile da Umberto Lenzi uomo e scrittore.

L’ho incontrato per una chiacchierata in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo Il clan dei miserabili, edito da Cordero editore nella collana Crimen, curata da Daniele Cambiaso. Si tratta della sesta e ultima avventura di Bruno Astolfi, ex pugile, ex poliziotto e ora detective privato antifascista, protagonista di una serie di romanzi che ripercorrono la storia d’Italia e del cinema dalla primavera del 1940 fino alla dichiarazione della costituzione nel 1948.

Umberto scherza dicendo che ha iniziato a scrivere per evitare l’alzheimer, ma parlando con lui si rimane sbalorditi dalla straordinaria precisione con cui cita date, episodi storici e aneddoti del passato con il talento del narratore che sa raccontare una storia indipendentemente dallo strumento che utilizza per farlo.

Quello di Lenzi è una sorta di Cinema su carta. E l’idea forte che sta alla base di questo ciclo di romanzi è proprio quella di far interagire i personaggi reali con quelli immaginari, mescolando il tutto ad aneddoti storici, stralci di canzoni e autentici bollettini di guerra e titoli dei giornali. La fantasia si impasta quindi con la realtà in una ricetta personale e dal sapore autentico.

Durante le sue indagini, Bruno Astolfi conosce Totò, Mario Soldati, Romolo Valli, Clara Calamai, Aldo Fabrizi, tanto per citarne alcuni. Umberto, durante il suo lavoro come regista li ha realmente conosciuti e, per questo, ammette che non gli è stato difficile farli interagire su carta.

Umberto LenziC’è tanto di Umberto Lenzi nel personaggio di Bruno Astolfi. In primo luogo condividono le stesse passioni, che Umberto cita scherzosamente in ordine di importanza: il cinema, il pugilato, il buon bere unito alla buona cucina e l’amore per la moglie. Ride, ma poi torna serio Umberto, e mi racconta che anche lui come Astolfi era di famiglia anarchica e ha vissuto gli orrori della guerra in prima persona. Il suo tono si abbassa e con la mente ritorna alla Pasqua del ’43 quando con il padre, su un calessino, stavano raggiungendo Grosseto proprio nel momento dei bombardamenti e mitragliamenti sulla città da parte degli americani. “Ho visto una giostra di bambini falcidiati” dice. E poi racconta di aver vissuto la resistenza e di essere stato critico di pugilato per la rivista di boxe Sport match .

“Che cosa rappresentava la boxe?” gli chiedo. Mi risponde senza esitare che era uno dei pochi modi per prendersi una rivalsa dalla vita, per affermarsi dalla miseria. E così mi racconta del suo libro Terrore ad Harlem e di come anche in questo caso abbia inserito nella narrazione aneddoti reali. Quello che mi ha colpito di più? Che il regista Carmine Gallone, durante le riprese di Harlem volesse rendere  il film più autentico e, dopo aver ricostruito perfettamente l’ambientazione americana con tanto di Madison Square Garden dove si svolgevano davvero gli incontri tra i pugili, avesse voluto ragazzi neri come comparse. Ma nel gennaio del 1943, dove si potevano trovare 250 neri disponibili come comparse? Li aveva fatti prelevare dal campo di concentramento di Fara Sabina, prigionieri portati a Cinecittà e trasformati in attori. Lì venivano cambiati d’abito e istruiti per dar vita alla magia del cinema.

Ma torniamo a Il clan dei miserabili ambientato a Roma nella primavera del 1947, una città affamata dalla guerra. Questa volta il film che prende vita su carta e fa da sfondo alla vicenda è “I miserabili” diretto da Riccardo Freda, ovvero la prima trasposizione italiana del romanzo di Victor Hugo. “Che è anche una delle migliori trasposizioni” dice Umberto. Per scrivere il romanzo,  il film Umberto l’ha riguardato una cinquantina di volte e i dialoghi riportati nel libro, come quello dell’arresto di Jean Valjean o quello della sua morte, sono realmente quelli della pellicola del 1948.

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C’è un omicidio e il corpo della vittima è ritrovato sul set. Durante le indagini, Astolfi incontra Gino Cervi e Valentina Cortese. Il clima che si respira nel romanzo è quello dell’italia del dopoguerra tra americani ancora mescolati tra la gente, la malavita locale sempre più arrabbiata, la corruzione e il desiderio di ripresa che animava la gente comune.

Il clan dei miserabili può quindi essere letto come una sorta di grande omaggio al cinema neorealista. L’omaggio di un uomo che al cinema ha dedicato tutta la vita. Lui, Umberto Lenzi, nato da una famiglia di origini modeste e arrivato a Cinecittà con una valigia di cartone, senza conoscenze ma armato di una grandissima passione. La stessa passione che intravide nei suoi occhi Mario Verdone, il padre di Carlo Verdone, all’epoca direttore del Centro Sperimentale, quando nel 1954 lo interrogò durante un esame di regia e decise di dargli fiducia. Umberto Lenzi che, insieme al suo professore di letteratura, quello che a scuola insegnava l’importanza del montaggio e parlava dei grandi registi invece che di Manzoni, fondò il primo Circolo del cinema nella sua città. Allora, non era facile recuperare i film per poterli trasmette e più di una volta Umberto dovette armarsi di faccia tosta: arrivò a scrivere a Rossellini che, colpito dal suo entusiasmo, gli fornì una copia di quel capolavoro del neorealismo che è Germania anno zero, in tedesco, perché in italiano non l’avevano ancora tradotto.

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Umberto Lenzi dice che con Astolfi condivide anche lo stesso carattere conflittuale. Quel carattere che spinge il detective privato del suo romanzo a non arrendersi quando l’indagine porta a false piste o terreni minati. E che ha portato Umberto a continuare a regalarci storie, nonostante l’editoria, come il cinema, sia una giungla. E questo perché certe passioni scorrono nel sangue e il cinema scorre nel sangue di Lenzi al punto da trasformarsi in film… da leggere.

downloadHo chiesto all’autore di regalarci la colonna sonora da ascoltare durante la lettura. Ha scelto tre tracce: Stardust, il brano composto nel 1927 da Hoagy Carmichael. Valencia composta da José Padilla e suonata dalla Paul Whiteman’s band. E ancora La vie en rose di Edith Piaf.

Gli ho chiesto anche quale dei suoi film, come atmosfere, si avvicina di più a Il clan dei miserabili e ha risposto Napoli violenta.
In conclusione, che dire?
Buona lettura e… buona visione!

Per saperne di più, cliccate qui per accedere alla pagina dell’editore Cordero dedicata a Il clan dei Miserabili.

La prima presentazione ufficiale de Il clan dei miserabili si terrà venerdì 21 marzo alle ore 18:00 presso La casa del cinema a Roma. Ne parleranno con l’autore Giancarlo de Cataldo, Marco Giusti, Alfredo Baldi e Caterina D’Amico.

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Io la troverò: intervista a Romano De Marco

9788807020148_quarta.jpg.207x324_q100_upscaleMi è capitato di soffermarmi a osservare i volti dei senzatetto nelle grandi città, i cosiddetti invisibili, e mi sono sempre chiesta quale storia nascondessero e cosa li avesse spinti a vivere ai margini della società. Il protagonista di Io la troverò (Feltrinelli, pp. 328, euro 15) è proprio uno di loro, ha un passato che ogni giorno cerca di dimenticare ma che un giorno ritorna a stanarlo sotto forma dell’ex collega di polizia Luca Betti. Perché si sa, puoi correre più veloce che puoi ma i fantasmi del passato corrono sempre più veloci.

Io la troverò di Romano De Marco è una storia di amicizia, di colpe e di redenzione, di violenza e inganno ma anche di perdono. Un padre e una figlia scomparsa, una nuova missione per l’ex sbirro e clochard Marco Tanzi, la più importante della sua vita.

Benvenuto su Scritture barbariche, Romano. Molti scrittori ammettono di creare un romanzo partendo da una storia, da un fatto di cronaca o da un personaggio. Io la troverò sembra essere costruito intorno a un sentimento: l’amore per i figli. Sbaglio?
Innanzitutto Barbara grazie dell’ospitalità sul tuo blog e un saluto a tutti i tuoi affezionati lettori. Non sbagli affatto, Io la troverò è nato dalla volontà di raccontare una storia che parlasse di amore per i figli dal punto di vista di un padre. A questo spunto iniziale si è affiancata, nel corso della scrittura, l’opportunità di parlare di temi come l’amicizia, il tradimento, la rinascita. Mi attirava da tempo l’idea di narrare l’epopea di due uomini ultraquarantenni usciti entrambi sconfitti dalle vicissitudini della vita. Nel caso di Marco Tanzi la sconfitta è rappresentata da una disperata sete di Giustizia e di verità, dal tentativo di dare un senso alla propria esistenza rovinosamente fallito in conseguenza dei tragici esiti di un errore commesso nell’ambito del proprio lavoro di poliziotto. Luca Betti, invece, è un uomo che dopo vent’anni di matrimonio si rende conto di aver vissuto una vita basata solo su l’illusione. L’amore totale per sua moglie, mai adeguatamente corrisposto, e lo spirito di sacrificio con il quale ha rinunciato a se stesso per votarsi patologicamente a un’idea di famiglia felice, lo lasceranno improvvisamente solo e psicologicamente nudo, a doversi reinventare completamente per cercare di dare un senso a ciò che resta della propria esistenza. In entrambi i casi l’ancora di salvataggio sarà l’amore per i figli: una forza primordiale, assoluta, capace di modificare il corso degli eventi, ma anche una vera e propria condanna biologica, ultimo possibile risorsa degli sconfitti.

Romano de MarcoAmbientazione italiana, una Milano cupa, pericolosa, che nasconde ombre e fantasmi. Ma anche altre città italiane, come scorci affilati. Vuoi parlarci di questa tua scelta?
Nella prefazione di un altro mio romanzo ambientato nel capoluogo lombardo (Milano a mano armata) Eraldo Baldini affermò che Milano è l’unica vera realtà metropolitana italiana. Sono d’accordo con lui e col fatto che sia lo sfondo ideale per un certo tipo di vicenda. In questo romanzo, in particolare, avevo la necessità di collocare il clochard Marco Tanzi in una città fredda, distaccata, che non ha spazi da riservare agli sconfitti, costretti a confondersi con gli angoli bui e con i luoghi maledetti della metropoli. E a passare inosservati davanti a quei cittadini operosi e distratti che non hanno tempo per curarsi di loro. Riguardo agli altri luoghi, mi piace inserire scorci diversi della provincia italiana nei miei romanzi. Solo luoghi che ho conosciuto personalmente però, e dai quali ho tratto delle suggestioni, delle idee, delle sensazioni che mi piace riportare nelle cose che scrivo.

MaurizioMerliDa appassionata di cinema di genere non mi sono sfuggite le citazioni presenti nel tuo romanzo. I cognomi dei tuoi protagonisti hanno richiamato alla mia mente il mai dimenticato commissario Tanzi di Roma a mano armata e il commissario Betti, sempre interpretato da Maurizio Merli e che rappresentò il suo esordio nel genere poliziottesco in quel capolavoro che fu Roma violenta. Anche la tua scrittura può essere definita cinematografica. Scrittura e linguaggio filmico possono essere complementari?
Sei la seconda persona ad accorgersi di questa sorta di omaggio subliminale! La prima è stata Andrea Pinketts che ne ha parlato durante la presentazione milanese di Io la troverò. In effetti i nomi di Tanzi e Betti sono un omaggio a Maurizio Merli, ma non al personaggio interpretato nei suoi tanti poliziotteschi, il “commissario di ferro” (vera e propria icona di un genere che, nel bene e nel male, ha segnato un’epoca della nostra cinematografia). L’omaggio, in realtà, è a Merli uomo, sul quale scrissi, un paio d’anni fa, un saggio pubblicato sulla rivista “Action”, diretta dall’amico comune Stefano Di Marino. Merli era un ottimo attore, diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica, che recitò con importanti compagnie teatrali (fra le quali quella di Luca Ronconi) e ottenne un buon successo interpretando in TV “Il giovane Garibaldi” . A un certo punto della sua carriera tentò la strada del cinema d’autore. Non riuscì mai ad imporsi in quella veste e il grande successo gli derivò solo dal filone del poliziesco all’italiana. Un genere che lui, in realtà, non apprezzava e nel quale si ritrovò quasi per caso (sostituì all’ultimo momento Franco Nero in Roma Violenta che, originariamente, doveva essere il sequel di La polizia incrimina, la legge assolve). Durante tutta la sua vita professionale tentò più volte, inutilmente, di liberarsi da quel personaggio, senza mai riuscirci e tornando sistematicamente ad interpretarlo dopo aver subito l’ennesimo flop di qualche pellicola alternativa. Morì giovane, a 49 anni. Di lui serbo l’immagine di un uomo malinconico, sconfitto (nonostante il successo) e, in un certo senso, simile ai miei personaggi. Sulla scrittura cinematografica, devo dire che sì, in effetti spesso scrivo come se dovessi comporre una sceneggiatura piuttosto che un’opera narrativa. Forse perché la gran parte delle mie suggestioni è di tipo visivo… Mi ispiro a immagini di film, di serie TV, di fatti di cronaca e di luoghi conosciuti personalmente. In questo senso la mia scrittura è senz’altro complementare al linguaggio cinematografico.

C’è chi dice che uno scrittore forte è prima di tutto un lettore forte. Cosa legge Romano De Marco?
Leggo di tutto, seguendo con entusiasmo i consigli di lettura dei tanti amici autori che ho. Purtroppo, dovendomi dividere tra un lavoro molto impegnativo, i figli, la scrittura e mille altre passioni, non riesco a leggere più di una quarantina di libri l’anno. Di questi al massimo dieci sono narrativa di genere. Per lo più leggo autori classici (recuperando le letture che non ho fatto da ragazzo, quando i miei preferiti erano Sanantonio e Mike Spillane…). Seguo i contemporanei italiani e ho una venerazione particolare per Pontiggia del quale rileggo, ciclicamente, tutto. Fra i miei preferiti, inoltre, figurano stabilmente Raul Montanari e Sergio “Alan D.” Altieri. Due veri e propri “fari” che mi indicano il cammino.

Domanda culinaria: vuoi svelarci cinque ingredienti per costruire un thriller che funziona?
Mmmm… classica domanda da cento milioni di dollari! Al primo posto metterei l’onestà nei confronti dei lettori, categoria alla quale non dimentico mai di appartenere. Poi la competenza. Mai parlare di un’arma o di una procedura investigativa se non sei adeguatamente informato. Il lettore ti “sgama” sempre e (giustamente…) non ti perdona. Al terzo posto metterei l’originalità. Mai cercare di copiare gli altri, soprattutto i giallisti stranieri che si copiano già abbastanza da soli! Quarto, non aver paura delle contaminazioni. Il thriller funziona benissimo anche quando è un “contenitore” che ti permette di spaziare e parlare d’altro. Quinto ed ultimo, direttamente collegato al quarto… Non sottovalutare il contenitore! Storie credibili, tensione narrativa, colpi di scena degni di questo nome. Un buon romanzo deve reggere sotto tutti i punti di vista. Se scrivi in copertina “thriller” poi non puoi essere il primo a snobbare o sottovalutare il genere. La narrativa di genere ha una sua dignità e va rispettata, sempre. Se poi ti dicono che sei riuscito ad andare oltre e a scrivere qualcosa di “mainstream”… Tanto meglio!

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Se Feltrinelli mi vorrà ancora (e me lo auguro di cuore) è in preparazione una nuova storia con alcuni dei personaggi di Io la troverò ovvero la prosecuzione della serie “Nero a Milano”. Ma ho anche un paio di inediti belli e pronti: il seguito del mio primo romanzo (Ferro e fuoco) che da anni sento scalpitare in un cassetto con la voglia di essere pubblicato, e un noir breve, che amo molto, ambientato fra Milano e l’Abruzzo. Vedremo… Inoltre sto collaborando con la Delos Books di Franco Forte scrivendo racconti lunghi per un paio di collane del progetto “Bus Stop”, sempre con lo zampino del “Prof.” Stefano Di Marino, grande amico e vero e proprio maestro.

Il nuovo Italian giallo: Il palazzo dalle cinque porte

cover GialloSpesso mi chiedono come ho iniziato la mia carriera nella letteratura. E ogni volta parlo di un concorso letterario a cui ho partecipato nel 2006 “Il gran giallo città di Cattolica” che prevedeva per il racconto vincitore la pubblicazione in calce a Il giallo Mondadori. Ai miei studenti racconto che la famosa testata ha visto la luce nel lontano 1929 e il termine “giallo” con cui si definisce uno dei generi più in voga in Italia viene proprio da lì. Questa premessa per dirvi che mi emoziona sempre parlare di un romanzo uscito nel Giallo, soprattutto se l’autore è uno scrittore italiano, un collega e amico. 

Il palazzo dalle cinque porte è un Italian Giallo a tutti gli effetti con un tocco di soprannaturale e una trama piena di colpi di scena al punto che Bas Salieri, il protagonista, fatica a riconoscere la realtà dall’illusione. Del resto “l’illusione è il sale dell’esistenza”, come ci ricorda l’autore nel primo capitolo. L’ambientazione è una Venezia dove si respirano enigmi, definita una porta per il mondo delle tenebre. E per gli appassionati di cinema di genere le citazioni  non mancano. In primis i dipinti del pittore Betto Angiolieri, che mescola i colori con elementi alchemici e i cui dipinti nascondono un codice misterico riservato agli iniziati, mi ha strappato un brivido ricordando in buon Legnani de La casa dalle finestre che ridono. Ma lasciamo la parola a Stefano di Marino per aprirci le porte del suo romanzo. 

Ben ritrovato Stefano, l’ultima volta che sei venuto a trovarci su Scritture barbariche abbiamo parlato del tuo “Tutte dentro” (Di Marino-Artale), sul cinema della segregazione femminile, il cosiddetto cinema di exploitation. Ma la tua passione per il cinema anni ’70 non finisce qui. E oggi ci presenti un nuovo romanzo “Il palazzo dalle cinque porte” di cui già il titolo porta con sé echi argentiani. Si tratta, tra le altre cose, di un tuo personale omaggio al thrilling italiano di quel periodo?
mosaico CoverSì, certamente. In particolare  “Il palazzo dalle cinque porte” nasce dal desiderio di fondere il  cosiddetto “Italian Giallo”(che poi è un poco quello che scrivo per Confidenze purgandolo del sangue) agli sceneggiati RAI degli anni ’70, in  particolare “il segno del  Comando” e quelli scritti dal mio amico e maestro Biagio Proietti. Ma non finisce qui. A breve  per Cordero edizioni uscirà “Mosaico a tessere di sangue” che è un vero e proprio argentiano ambientato al Lido di Latina nell’albergo di una mia cara amica. Situazioni shock nelle quali mi sono divertito a mettere trasfigurandoli amici e amiche.

Sei uno degli autori di punta della testata Segretissimo, ma nel mese di febbraio potremo trovarti in edicola con questa storia per il Giallo Mondadori. Ti emoziona aver firmato una storia per questa testata storica?
Moltissimo. Se è vero che Il Professionista è la serie più seguita di Segretissimo(tre episodi inediti e  tre ristampe con racconti lunghi inediti all’anno). Il Giallo Mondadori è la testa che ha fatto la storia del genere in Italia. Avevo pubblicato un racconto(“Donna con viso di Pantera”) e curato una antologia(“Il mio vizio è una stanza chiusa”) e una trilogia sul Giallo Mondadori presenta, ma un romanzo in collana è una consacrazione.

Stefano Di MarinoBas, il protagonista del tuo romanzo, è un illusionista e uno studioso di tradizioni occulte. Non sei nuovo a queste tematiche, la stregoneria e l’occulto si erano già incrociate con Chance Renard in varie occasioni creando un mix pericoloso e avvincente. All’inizio di questa storia appare subito un mistero perché il palazzo dalle cinque porte in realtà, di porte, ne ha solo quattro. E poi compare Betto Angiolieri, un artista maledetto che mi ha subito portato alla mente il pittore delle agonie de “La casa dalle finestre che ridono”. Da dove viene la tua passione per il mistero?
Adoro i romanzi gotici e i gialli con una componente fantastica. Non per nulla sono un lettore appassionato di “Striges” e di “Scarlett”… Qui volevo creare una storia totalmente diversa dal Professionista, con un eroe meno guerriero e più…charmant. Arte, occultismo, mistero e delitti…tutto si lega in una trama dove gli assassini sono ben reali. Ma qualche dubbio resta…tra Realtà e Aldilà la frontiera è sottile.

La Venezia che fa da sfondo alla vicenda è cupa, invernale e avvolta nella nebbia. “Gangland” e il tuo “Nero criminale” erano ambientati in una Milano inquietante e pericolosa. Se ben utilizzata, pensi che l’ambientazione possa diventare un vero e proprio personaggio della storia che si vuole raccontare?Assolutamente, sia nello spionaggio che nel thriller i luoghi sono veri personaggi. Milano si adatta più a storie d’azione, hard boiled come si dice. Per un thriller esoterico Venezia era perfetta. Atmosfera, mistero. Tutto sembra rallentato ma ogni  atto , dal delitto alla seduzione, acquista fascino…

Sei l’autore della serie più longeva del thriller italiano, dobbiamo aspettarci di ritrovare Bas Salieri protagonista di altre avventure?
Vedremo come risponde il pubblico a questo primo romanzo, però…ma sì un’idea in testa già ce l’ho. Sempre in Italia e in una città d’arte e di misteri.

I delitti delle sette virtù, intervista a Matteo Di Giulio

delitti-7-virtu“Nella Firenze dei Medici, qualcuno uccide in nome delle sette virtù. Solo un ragazzo può fermarlo. A quale virtù dovrà fare appello?” Questo interrogativo ci catapulta nel mondo de I Delitti delle sette virtù (Sperling & Kupfer), l’ultimo romanzo di Matteo Di Giulio.

Mi piace definirlo un romanzo moderno in quanto ha un ritmo incalzante e i colpi di scena ben calibrati ribaltano continuamente la prospettiva, costruito su una base storica credibile. Ma ora preferisco lasciare la parola all’autore che ci farà da guida per avventurarci nella sua Firenze di sangue e fuoco.

Benvenuto Matteo. Non è facile cimentarsi nella stesura di un thriller storico. Come ti sei preparato a questa nuova sfida?
Tornando sui banchi di scuola, o meglio della biblioteca, e studiando. Oltre a rivangare un’epoca che conoscevo poco, a cavallo tra Medioevo e Rinascimento – il mio romanzo è ambientato nel 1494 a Firenze -, ho dovuto scoprire, come un esploratore, una città che per me, che sono di Milano, presentava molte insidie. E’ stato un bel viaggio, istruttivo ma soprattutto affascinante.

foto di Tommaso pellegrinoPerché hai scelto di ambientare la vicenda nella Firenze dei Medici?
Tutto è nato da un personaggio che mi ha colpito. Un personaggio chiaroscurale, controverso, uno di quei personaggi in grado di appassionare i lettori, e gli scrittori, perché offre mille possibilità. Questo personaggio è Girolamo Savonarola. Scavando nella sua vita, mi sono imbattuto in una zona d’ombra, il progetto per la costruzione di un grande convento che non fu mai completato, e da lì ho colmato le lacune delle fonti con la fantasia, intrecciando le vicende reali con quelle del mio protagonista, uno straniero dal passato misterioso che arriva a Firenze e si trova coinvolto in una scia di brutali delitti.

Quali sono state le tue fonti di ispirazione?
Più che fonte d’ispirazione, uno stimolo alla sfida: Cuore di ferro di Alfredo Colitto, per il modo con cui ha saputo rendere immediata una storia complicata e dettagliata. Proprio parlando con Alfredo, diversi anni fa, quando stava per uscire il suo romanzo, gli avevo chiesto come fosse stato, per lui il passaggio dal genere noir metropolitano allo storico. Lui mi rispose che si era divertito moltissimo; e lo stesso è accaduto a me. Senza quella spinta inconscia, forse, mi sarei lasciato bloccare dai mille dubbi che attanagliano uno scrittore quando, cercando la propria strada, decide di cambiare direzione in maniera così netta.

Tre canzoni che sceglieresti come colonna sonora per I delitti delle sette virtù.
Per l’apertura: “Gli errori e di fronte a noi il nulla” dei The Death of Anna Karina. Una canzone che trasuda sofferenza, per una storia come la mia, cupa e senza speranza. Per le scene d’azione: “Razor” degli Unbroken. Selvaggia come un combattimento, cadenzata come una battaglia. Per la chiusura: “Will You Smile Again for Me” degli …And You Will Know Us by the Trail of the Dead. Una canzone che ha, nella mia testa, dei suoni drammatici perfetti (e che è stata usata anche in una delle mie serie tv preferite: The Shield).

Per saperne di più il sito ufficiale di Matteo Di Giulio è: http://www.matteodigiulio.com/

Foto di Tommaso Pellegrino