Le strade di sera

«In quella radura i bambini avrebbero dovuto giocare spensierati, innocenti come quegli animaletti simili ai personaggi di un cartone animato. Per associazione di idee, il commissario pensò ad Alice nel paese delle meraviglie. Chissà se anche in quel bosco c’era la tana di un coniglio bianco in cui precipitare per vivere fantastiche avventure prima di tornare alla realtà. Un luogo in cui ambientare una favola, o ispirarsi per le scene di un film d’animazione, una storia in cui elfi e folletti giocano nascosti nell’erba e i bambini si entusiasmano alle loro disavventure, che si concludono inevitabilmente con un lieto fine. Invece questa era una brutta storia, dove i cattivi lo erano per davvero, e la principessa addormentata non si sarebbe svegliata più.»

Un paesino dell’Umbria in cui tutti sembrano nascondere segreti. Una bambina trovata morta in un bosco e una madre alla ricerca della verità. Un poliziotto, Michele Forestieri, esperto in reati contro l’infanzia ma ora in convalescenza, in fuga da se stesso. Questi gli ingredienti di Le strade di sera (Hobby & Work), il giallo del bravo Enrico Luceri.

«Le strade di notte mi sembrano più grandi e anche un poco più tristi. È perché non c’è in giro nessuno. Anche i miei pensieri di notte mi sembrano più grandi e forse un poco più tristi. È perché non c’è in giro nessuno» cantava Gaber. Canzone perfetta per fare da sottofondo all’intera vicenda. Una vicenda intrisa di malinconia, un viaggio all’interno dell’animo umano alla ricerca del colpevole, ma anche dell’unico ingrediente che può rendere un uomo davvero libero: la verità.

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I figli del male: quando il male si nasconde nel buio

«L’uomo con le cicatrici strinse il rasoio tra le dita. Il volto ricoperto dalla schiuma e lo sguardo fisso nello specchio. Studiò il suo petto nudo, il labirinto di segni che deturpava la pelle. Veterano di una guerra senza tempo. Per ogni taglio, c’era un ricordo. I bambini che aveva aiutato se li portava addosso, uno a uno. Granelli di polvere sui vestiti, l’odore della strada, asfalto bagnato dalla pioggia. I colleghi all’ASL dicevano che si faceva prendere troppo. Il lavoro doveva essere lavoro, era l’unica regola da seguire se si voleva restare vivi. Ma cosa ne sapevano loro del buio? Della sensazione che si provava nel fissare l’oscurità in attesa che le pupille si adattassero? Cosa accadeva a quelli troppo piccoli per camminare senza luce?»

Il romanzo di Antonio Lanzetta, I figli del male (La Corte Editore) è ambientato nel Sud Italia, con una trama che si dipana tra il presente, il passato del secondo dopoguerra a Castellaccio (paese di invenzione) e la fine degli anni Ottanta a Salerno. Seguiamo le vicende di Damiano Valente, Lo Sciacallo, che trasforma i casi di nera in romanzi di successo. Uno che ha affrontato il buio nella sua vita. Storpio a seguito di un incidente, pieno di rimpianti, combatte ogni giorno contro il dolore fisico e quello dell’anima.

Quando il cadavere di un uomo viene ritrovato in una zona isolata del lungomare con i pantaloni abbassati e un bigliettino conficcato in gola, Valente viene convocato per un consulto dalla polizia.
“Lui vede”, c’è scritto nella macabra missiva. Cosa significa?

In contemporanea con l’indagine dello Sciacallo, il suo amico d’infanzia Flavio, l’uomo con le cicatrici, si ritrova immischiato in una torbida faccenda. Assistente in una clinica psichiatrica, rischierà il tutto per tutto per aiutare una ragazza ricoverata nella struttura a uscire dal buio che la avvinghia. Il buio della mente, ma anche del passato che dice di non ricordare a seguito di uno shock.

Insieme a Damiano e Flavio, seppur in secondo piano, c’è Stefano. I tre erano amici d’infanzia, amici che hanno condiviso un grande dolore e che sono già stati introdotti nel primo thriller di Lanzetta, Il buio dentro, uscito lo scorso anno sempre per i tipi di La Corte Editore.

Ci tengo a precisare che I figli del male può anche essere letto indipendentemente dal primo volume della serie. Lo stile è d’impatto, senza giri di parole, i colpi di scena trasportano il lettore su una montagna russa impazzita che si ferma solo all’ultima pagina. Non vi svelo altro perché il bello dei thriller è scoprire i misteri da sé. Aggiungo solo che avrò il piacere di presentare Lanzetta a Cento, sabato 28 aprile alle 17:30, alla libreria Albatros.
Per chi è in zona, vi consiglio di non perdervi l’evento.

Nostalgia del sangue

«Sa, oggi ho scoperto che esiste un sentimento più forte del dolore» dice Ilaria.
Besana è immobile, in apnea.
«È la paura» continua Ilaria, «mi sono accorta che è più potente ancora. Però…»
«Però?»
«Però dura meno» risponde Ilaria, seria, «a un certo punto, passa.»
Besana sorride appena, ma sollevato. Ilaria gli sta dando una via d’uscita dai discorsi che non sa affrontare?
«Passa quando ti accorgi che non sei morto» aggiunge lei, «oppure perché muori.»

Nostalgia del sangue di Dario Correnti (Giunti) è un thriller ambientato tra Milano, il bergamasco e quella provincia del nord Italia dove l’omertà ha un altro nome: riservatezza.

Lo pseudonimo Dario Correnti nasconde due talentuosi autori, sulla cui vera identità il dibattito in rete è accesissimo, che con ironia pungente raccontano una storia nerissima. Una storia che affonda le radici nelle vicende di Vincenzo Verzeni, il vampiro di Bottanuco, ovvero il primo serial killer italiano della storia, che a fine Ottocento uccideva le sue vittime e poi compiva atti di cannibalismo sui cadaveri.

Nella finzione romanzesca il vampiro è tornato. Un emulo uccide ripercorrendo gli stessi rituali del killer, in passato oggetto di studio e di una vera e propria ossessione per Cesare Lombroso. Ad affrontarlo due personaggi estremamente umani: Marco Besana, giornalista di nera a un passo dalla pensione e Ilaria Piatti, aspirante giornalista pasticciona e piena di insicurezze. Quasi una “Mafalda” della letteratura, citando il personaggio solo apparentemente fragile e dallo sguardo indagatore di Joaquín Lavado.

Tra pranzi e cene in trattoria, hotel che sembrano usciti da un film horror e disastri sentimentali, l’indagine accompagna il lettore con garbo. Non è una corsa a perdifiato verso la cattura del colpevole. Sembra quasi di essere con due amici che ti permettono di investigare insieme a loro alla ricerca della verità. La parte del criminal profiling è ben costruita così come l’affresco delle redazioni giornalistiche. Vivido, reale. Così reale che fa pensare che almeno uno dei due autori appartenga al mondo delle notizie.

Assolutamente consigliato!

L’uomo di casa.

«La risposta è che non c’è un perché al male. Non c’è mai stato.
Siamo solo noi, tutti noi, che abbiamo voluto fingere che il mondo fosse un luogo di pace e d’amore. È una sciocca patetica illusione, mia cara. Dentro il nostro cuore sappiamo bene che non è così, sappiamo che stiamo cercando riparo dentro a una bugia, perché il mondo, in realtà, è solo un luogo orribile, dove succedono cose orribili.»

L’uomo di casa di Romano De Marco (322 pp., Piemme editore) è un domestic thriller ambientato in una cittadina della Virginia dal nome europeo, Vienna, contea di Fairfax.

La protagonista è Sandra Morrison, moglie e madre modello, la cui vita è distrutta dalla morte del marito Alan in circostanze scabrose.

La donna è costretta a rimettere tutto in discussione. Chi era l’uomo con cui ha condiviso vent’anni? Un irreprensibile uomo di casa, marito e padre amorevole, stimato professionista? Oppure un ipocrita dalla doppia vita? 

È per rispondere a queste domande che la protagonista si trova invischiata in un’indagine che risale a trent’anni prima: il caso della Lilith di Richmond, ladra di bambini e assassina seriale, mai consegnata alla giustizia.

L’indagine del presente, narrata con capitoli in terza persona che si intervallano a capitoli in prima persona in cui è Sandra stessa a farci entrare nella sua mente, si mescola all’indagine del passato con balzi temporali a partire dal 1979, anno in cui Gina Cardena, detective afroamericana coraggiosa e indomita, porta avanti una lotta contro tutti alla ricerca della verità.

Ai due piani temporali, si intervallano capitoli scritti in corsivo, che riportano i dialoghi di chi conosce la verità e come un ragno, trama nell’oscurità, giocando con le sorti degli ignari protagonisti.

La voce di De Marco è fresca, sicura. Lo scrittore mescola indizi e dosa i colpi di scena fino all’ultima pagina in cui si aggiunge un’ulteriore chiusa, in cui l’oscurità viene a galla portando con sé l’origine di un male antico quando spaventoso.

 

Non chiudere gli occhi: una fiaba nera per non dormire

«Camminavano lentamente, uno dietro l’altro, intrufolandosi tra gli sterpi, scansando i rami davanti al viso; il silenzio si faceva più denso e cupo a mano a mano che si allontanavano dalla strada, e la vegetazione era così fitta che avevano l’impressione potesse chiudersi su di loro come le fauci di un enorme animale preistorico. Chi poteva dire che non stessero camminando sul dorso di un animale gigantesco che, proprio adesso, sentendo il solletico dei loro passi, si sarebbe svegliato ingoiandoli in un boccone?»

Non chiudere gli occhi di Francesco Formaggi è un romanzo per ragazzi sul potere della paura. È uscito per i tipi di Pelledoca, un editore con un catalogo davvero interessante, che si prefigge di portare ai lettori più giovani storie da brivido, capaci di tenerli con il fiato sospeso e gli occhi incollati alla pagina. Perché, come si legge dal sito ufficiale “affrontare emozioni come la paura attraverso la lettura insegna fin dalla tenera età a superare le difficoltà”. Proprio come nelle fiabe tradizionali, ricche di elementi spaventosi che venivano snocciolati ad arte per mantenere viva la suspance e insieme fornire elementi pedagogici.

Il protagonista di Non chiudere gli occhi è Giovanni, un ragazzo di tredici anni che si trova coinvolto insieme al suo migliore amico Nico e alla coraggiosa Alice, in un’avventura dai toni decisamente noir. Le premesse sono le seguenti: “Una sera di primavera, quando la scuola sta per finire, compaiono una donna e un uomo misteriosi. Nessuno sa dove abitino, da dove vengano e cosa siano venuti a fare. Hanno un aspetto inquietante ed escono solo di notte: lei davanti, lui dietro, a una decina di passi. Quando improvvisamente scompare un bambino, il paese intero è sconvolto e l’opinione pubblica è convinta che in qualche modo la strana coppia abbia a che fare con la sparizione.”

Giovanni, detto Gio, sembra l’unico a non credere alle apparenze e inizia un viaggio alla ricerca della verità. Per farlo, dovrà affrontare le sue paure e mettere da parte i demoni del passato. Oltre agli amici, ad aiutarlo in questa ricerca, il suo dono: Giovanni sente sulla pelle, fin dentro alle ossa, se una persona è cattiva.

Un romanzo sulla crescita, sull’importanza di guardare in faccia le proprie paure, sull’elaborazione del lutto e sull’amicizia. Mi ha ricordato le atmosfere di Stand by me, il meraviglioso film diretto da Rob Reiner e tratto dal racconto The body di Stephen King. A proposito, non è stato forse il maestro del Maine a dire che leggere racconti di paura aiuta ad allenarsi alla paura?

Vivi e vegeta: un noir vegetariano

«Sai come si dice, alla fine ci si abitua un po’ a tutto…»
«Non speri mai che esca il sole?»
«Credimi, ragazzo… qui nessuno spera mai che esca il sole.»

Questa è la storia di un webcomic che ha fatto il suo esordio su Verticalismi nel novembre del 2014, ha vinto numerosi premi, tra cui il Micheluzzi nel 2016 come Miglior web-comic e infine è sbocciato in cartaceo per i tipi di Bao publishing. Sto parlando di Vivi e vegeta – un noir vegetariano (brossura, pp. 168), scritto da Francesco Savino e illustrato (e colorato) da Stefano Simeone, coadiuvato da Lorenzo Magalotti. 

Voi non potete saperlo, ma sin da bambina avevo una passione per le piante grasse e puntute. Potete quindi immaginare la mia curiosità nello scoprire che il protagonista di questa graphic novel, Carl, è il principe delle piante grasse: un cactus. Nel mondo di Vivi e Vegeta gli umani non sono ammessi. Non ne compare uno, anche se di tanto in tanto vengono nominati come spauracchi, come nelle fiabe della malanotte quando si parla del Babau o del lupo cattivo, piuttosto che della perfida strega che ruba i denti ai bambini (o era una fatina buona? Beh, ci siamo capiti).

Nel mondo di Vivi e vegeta ci sono regole che non vanno infrante. Nel Distretto dei fiori, per esempio, le piante non sono ben accette. Lo scoprirà sulla sua pelle (verde) Carl, che si trasferisce lì per scoprire perché non gli stiano più arrivando notizie dalla sua ragazza, Nora, giornalista alla ricerca di uno scoop e scomparsa nel nulla.

Piove sempre, nel Distretto dei fiori, e quando non piove è pure peggio. Perché il sole porta nemici, gli spietati girasoli, mercenari al servizio di una misteriosa figura a cui si rivolgono come Sua Fluorescenza. I girasoli rapiscono fiori che poi non fanno più ritorno a casa. Così, gli abitanti del Distretto, sono costretti a piangere i loro cari  su tombe vuote, nel terrore continuo di essere le prossime vittime. Ed è qui che la trama noir si infittisce…

«La tua mente ha scavato fino alle tue radici… è un viaggio doloroso, ma è l’unico che permette di arrivare alla verità…», è solo guardandosi dentro ed affrontando le sue paure che Carl potrà andare fino in fondo per scoprire la verità. Perché gli eroi, in fondo, sono individui normali che fanno scelte coraggiose.

Potrei azzardarmi a definire Vivi e Vegeta un pulp tarantiniano. Gli elementi non mancano: margherite traumatizzate dopo essere scampate al m’ama non m’ama nel mondo degli umani, tulipani cocainomani e vegetali motociclisti-trafficanti che muovono le fila in un mondo disperato.

La vicenda procede a un ritmo forsennato, che non rinuncia mai alla spettacolarità (ricordiamo che Francesco si è dovuto inizialmente confrontare con i veloci tempi di lettura del web). Ma Vivi e Vegeta nasconde un messaggio più profondo, si parla di discriminazioni, di amore e amicizia. Si parla di sogni, e non manca un’ironia di fondo sulle tendenze più radicali in fatto di alimentazione.

Stefano Simeone ha uno stile perfetto per inseguire la velocità delle azioni. Le immagini sembrano fotogrammi di un film, ricche di movimento, come a inseguire le aspirazioni dei personaggi stessi. Le figure sono conturbanti.

Per finire, vi ricordo che il libro è disponibile con la cover regular dello stesso Simeone e con la cover variant a tiratura limitata di Gabriele Dell’Otto. Le splendide copertine che suddividono i capitoli interni (altro elemento classico tarantiniano) sono opera di Roberta Ingranata. E tra i contenuti speciali c’è un adorabile bonus track: lo stilosissimo racconto di Natale, Per qualche petalo in più, scritto da Savino e illustrato e colorato dalla bravissima Nicoletta Baldari. 

«I fiori hanno fatto i loro comodi troppo a lungo. È ora di piantarli.»

Il clan dei miserabili: intervista a Umberto Lenzi, regista, uomo e scrittore

Milano_odiaRicordo la prima volta che ho visto il film Milano odia: la polizia non può sparare di Umberto Lenzi. Ricordo che era tardi e avrei dovuto andare a dormire, ma non riuscivo a staccarmi dalle immagini che si rincorrevano sullo schermo. Un film che non faceva sconti a nessuno, iperviolento, graffiante, ambientato in una Milano che non c’è più, un ritratto impietoso degli anni settanta nella loro accezione più estrema.

Ricordo quanto era cattivo quel Giulio Sacchi, interpretato da un Tomas Milian in stato di grazia. Che lo odiavo e mi faceva paura, ma arrivata alle ultime battute del film quando cerca di fuggire e si dimostra codardo, e scappa davanti al commissario Grandi e poi gli dice che è un poliziotto e non gli può sparare, ma invece il commissario preme il grilletto e il piccolo re della malavita muore su un cumulo di rifiuti, be’ a quel punto mi sono pure commossa. Poi, sono rimasta per qualche istante immobile, davanti al televisore e nei giorni successivi ho cercato tutti i film di quel Lenzi che aveva saputo sorprendermi. Perché in fondo ci aveva regalato un’Arancia meccanica all’italiana e non è cosa da poco.
In successione recuperai Napoli violenta con il mitico Maurizio Merli che per l’occasione, senza controfigura, fa acrobazie sulla funicolare di Montesanto. Ancora iperviolenza, altri personaggi indimenticabili, primo tra tutti il Commissario Betti interpretato appunto da Merli e ancora un ritratto dell’Italia dei poveri, degli emarginati. Dal poliziottesco, seguendo le orme di Lenzi, sono passata a Gatti rossi in un labirinto di vetro e in successione ho visto Incubo sulla città contaminata, uno tra i film più citati da Tarantino e inserito nel filone zombie anche se in realtà c’è una centrale atomica che esplode e la popolazione si trasforma in cannibali assassini. Vi ricorda qualcosa? (28 giorni dopo, ndr).

1004973_759470480739517_66903557_nPerché questa lunga premessa cinematografica? Perché Umberto Lenzi regista è inscindibile da Umberto Lenzi uomo e scrittore.

L’ho incontrato per una chiacchierata in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo Il clan dei miserabili, edito da Cordero editore nella collana Crimen, curata da Daniele Cambiaso. Si tratta della sesta e ultima avventura di Bruno Astolfi, ex pugile, ex poliziotto e ora detective privato antifascista, protagonista di una serie di romanzi che ripercorrono la storia d’Italia e del cinema dalla primavera del 1940 fino alla dichiarazione della costituzione nel 1948.

Umberto scherza dicendo che ha iniziato a scrivere per evitare l’alzheimer, ma parlando con lui si rimane sbalorditi dalla straordinaria precisione con cui cita date, episodi storici e aneddoti del passato con il talento del narratore che sa raccontare una storia indipendentemente dallo strumento che utilizza per farlo.

Quello di Lenzi è una sorta di Cinema su carta. E l’idea forte che sta alla base di questo ciclo di romanzi è proprio quella di far interagire i personaggi reali con quelli immaginari, mescolando il tutto ad aneddoti storici, stralci di canzoni e autentici bollettini di guerra e titoli dei giornali. La fantasia si impasta quindi con la realtà in una ricetta personale e dal sapore autentico.

Durante le sue indagini, Bruno Astolfi conosce Totò, Mario Soldati, Romolo Valli, Clara Calamai, Aldo Fabrizi, tanto per citarne alcuni. Umberto, durante il suo lavoro come regista li ha realmente conosciuti e, per questo, ammette che non gli è stato difficile farli interagire su carta.

Umberto LenziC’è tanto di Umberto Lenzi nel personaggio di Bruno Astolfi. In primo luogo condividono le stesse passioni, che Umberto cita scherzosamente in ordine di importanza: il cinema, il pugilato, il buon bere unito alla buona cucina e l’amore per la moglie. Ride, ma poi torna serio Umberto, e mi racconta che anche lui come Astolfi era di famiglia anarchica e ha vissuto gli orrori della guerra in prima persona. Il suo tono si abbassa e con la mente ritorna alla Pasqua del ’43 quando con il padre, su un calessino, stavano raggiungendo Grosseto proprio nel momento dei bombardamenti e mitragliamenti sulla città da parte degli americani. “Ho visto una giostra di bambini falcidiati” dice. E poi racconta di aver vissuto la resistenza e di essere stato critico di pugilato per la rivista di boxe Sport match .

“Che cosa rappresentava la boxe?” gli chiedo. Mi risponde senza esitare che era uno dei pochi modi per prendersi una rivalsa dalla vita, per affermarsi dalla miseria. E così mi racconta del suo libro Terrore ad Harlem e di come anche in questo caso abbia inserito nella narrazione aneddoti reali. Quello che mi ha colpito di più? Che il regista Carmine Gallone, durante le riprese di Harlem volesse rendere  il film più autentico e, dopo aver ricostruito perfettamente l’ambientazione americana con tanto di Madison Square Garden dove si svolgevano davvero gli incontri tra i pugili, avesse voluto ragazzi neri come comparse. Ma nel gennaio del 1943, dove si potevano trovare 250 neri disponibili come comparse? Li aveva fatti prelevare dal campo di concentramento di Fara Sabina, prigionieri portati a Cinecittà e trasformati in attori. Lì venivano cambiati d’abito e istruiti per dar vita alla magia del cinema.

Ma torniamo a Il clan dei miserabili ambientato a Roma nella primavera del 1947, una città affamata dalla guerra. Questa volta il film che prende vita su carta e fa da sfondo alla vicenda è “I miserabili” diretto da Riccardo Freda, ovvero la prima trasposizione italiana del romanzo di Victor Hugo. “Che è anche una delle migliori trasposizioni” dice Umberto. Per scrivere il romanzo,  il film Umberto l’ha riguardato una cinquantina di volte e i dialoghi riportati nel libro, come quello dell’arresto di Jean Valjean o quello della sua morte, sono realmente quelli della pellicola del 1948.

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C’è un omicidio e il corpo della vittima è ritrovato sul set. Durante le indagini, Astolfi incontra Gino Cervi e Valentina Cortese. Il clima che si respira nel romanzo è quello dell’italia del dopoguerra tra americani ancora mescolati tra la gente, la malavita locale sempre più arrabbiata, la corruzione e il desiderio di ripresa che animava la gente comune.

Il clan dei miserabili può quindi essere letto come una sorta di grande omaggio al cinema neorealista. L’omaggio di un uomo che al cinema ha dedicato tutta la vita. Lui, Umberto Lenzi, nato da una famiglia di origini modeste e arrivato a Cinecittà con una valigia di cartone, senza conoscenze ma armato di una grandissima passione. La stessa passione che intravide nei suoi occhi Mario Verdone, il padre di Carlo Verdone, all’epoca direttore del Centro Sperimentale, quando nel 1954 lo interrogò durante un esame di regia e decise di dargli fiducia. Umberto Lenzi che, insieme al suo professore di letteratura, quello che a scuola insegnava l’importanza del montaggio e parlava dei grandi registi invece che di Manzoni, fondò il primo Circolo del cinema nella sua città. Allora, non era facile recuperare i film per poterli trasmette e più di una volta Umberto dovette armarsi di faccia tosta: arrivò a scrivere a Rossellini che, colpito dal suo entusiasmo, gli fornì una copia di quel capolavoro del neorealismo che è Germania anno zero, in tedesco, perché in italiano non l’avevano ancora tradotto.

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Umberto Lenzi dice che con Astolfi condivide anche lo stesso carattere conflittuale. Quel carattere che spinge il detective privato del suo romanzo a non arrendersi quando l’indagine porta a false piste o terreni minati. E che ha portato Umberto a continuare a regalarci storie, nonostante l’editoria, come il cinema, sia una giungla. E questo perché certe passioni scorrono nel sangue e il cinema scorre nel sangue di Lenzi al punto da trasformarsi in film… da leggere.

downloadHo chiesto all’autore di regalarci la colonna sonora da ascoltare durante la lettura. Ha scelto tre tracce: Stardust, il brano composto nel 1927 da Hoagy Carmichael. Valencia composta da José Padilla e suonata dalla Paul Whiteman’s band. E ancora La vie en rose di Edith Piaf.

Gli ho chiesto anche quale dei suoi film, come atmosfere, si avvicina di più a Il clan dei miserabili e ha risposto Napoli violenta.
In conclusione, che dire?
Buona lettura e… buona visione!

Per saperne di più, cliccate qui per accedere alla pagina dell’editore Cordero dedicata a Il clan dei Miserabili.

La prima presentazione ufficiale de Il clan dei miserabili si terrà venerdì 21 marzo alle ore 18:00 presso La casa del cinema a Roma. Ne parleranno con l’autore Giancarlo de Cataldo, Marco Giusti, Alfredo Baldi e Caterina D’Amico.

volantino lenzi