Barbarica in pillole: Cheese

«I fiori non fanno rumore quando cadono.»

Cheese (Coconino press) di Zuzu è un racconto per immagini intimo, che riesce a respingere, far provare dolore. Poi ti cattura e infine ti strappa il cuore.

Quanto è difficile accettarsi?
Quanto possiamo essere capaci di odiare parti di noi e diventare i nostri più grandi nemici?

Zuzu si vede un mostro.
Zuzu si vede grassa e allora si infila due dita in gola per vomitare.
Zuzu con gli occhi come pozzi neri, senza luce riflessa.

La sua immagine è a malapena sostenibile in alcune tavole, vorresti chiudere il libro. È un posto troppo scomodo e non ci vuoi stare.
Ma non puoi interrompere la lettura. Perché Cheese potrà essere una graphic novel dolorosa, ma è vera come la vita.
Zuzu è illustrato in modo selvaggio, rabbioso. Ci sono frasi cancellate, frasi urlate, è come trovarsi dentro a un flusso di coscienza che non lascia tregua.

Poi qualcosa cambia e l’autrice, con un incredibile dono di sintesi, “spalanca gli occhi” a Zuzu. Capirete questa frase se avrete la voglia, o meglio, il coraggio di leggere questo folgorante fumetto d’esordio.

A volte ci troviamo in un posto oscuro, ma basta un istante e tutto può cambiare.

#zuzu #barbaricainpillole

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Barbarica in pillole: Murderabilia

Avevo Murderabilia di Alvaro Ortiz (Bao Publishing) da un po’ sul comodino, poi un’oretta fa, in una pausa scrittura, mi sono detta: «Ma sì, dai. Leggo qualche pagina e vedo com’è.»

È che ho dovuto leggerlo fino alla fine. Inaspettato, selvaggio, fuori di testa, stonato, esilarante, scorretto.

Il protagonista è Malmö Rodriguez, aspirante scrittore che, parafrasando una canzone dei CCCP, non studia, non lavora, non guarda la tv (solo film porno sul cellulare), non va al cinema e non fa sport (anche se a volte fa finta).

Disegni stilizzati, un accattivante tratto pop, per mettere in scena una storia macabra, tra memorie di serial killer e lande desolate, amicizie interrotte e segreti. Cosa spinge un collezionista a pagare una cifra pazzesca per avere i due simpatici gatti neri dello zio deceduto del protagonista?

Per saperlo non resta che entrare in Murderabilia. Miaw!

#barbaricainpillole #baopublishing

Barbarica in pillole: Bernardo Cavallino

«In origine si spegnevano le candeline per allontanare gli spiriti maligni dal festeggiato: si credeva che il fumo prodotto dallo spegnimento delle candele allontanasse queste presenze demoniache pronte a trascinarti nell’oscurità. Che, se ci pensi bene, è un controsenso: per combattere il buio spegni la luce?»

Che una storia con protagonisti uomini piccione potesse commuovermi non me lo aspettavo. Sto parlando di “Bernardo Cavallino” di Mattia Labadessa (Feltrinelli Comics), un racconto di formazione sulla depressione, il non sentirsi accettati, sull’amicizia e l’amore, e la paura della morte, e sull’accendere candele che possano illuminare il buio interiore.

Lo stile sintetico è di forte impatto emotivo. Ogni tavola riempie gli spazi in modo ingegnoso, creando un piccolo mondo a parte, una sorta di storia nella storia che fa scaturire riflessioni.

Bernardo Cavallino è una graphic novel che mi ha sorpresa. E così ho acceso una candela. Un soffio di vento. Buio.
#labadessa

La notte del corvo, un viaggio all’inferno e poi il ritorno

Non basta una corda a fare un impiccato. È una frase che mi è sempre rimasta impressa, sin dalla prima volta che ho visto “Il buono, il brutto, il cattivo”, western culto di Sergio Leone del 1966. Se non sbaglio, a pronunciarla è Sentenza, il cattivo.
Ma non importa chi la dice, ciò che importa è che questa frase mi è sempre suonata come un inno al non arrendersi mai.
Ed è questa la frase che mi è balenata in testa leggendo la storia che c’è dietro a “La notte del corvo” (Coconino Press- Fandango), un western moderno dell’autore Marco Galli, che qui si firma Apehands, ovvero mani di scimmia.

Torniamo indietro alla fine di marzo del 2016. Ricordo ancora quando la sorella di Marco diede la notizia attraverso la pagina social del fratello. Marco era stato colpito da un male oscuro, la sindrome di Guillain-Barrè, che lo tiene per sette mesi in bilico tra la vita e morte. Paralizzato, a parte gli occhi.
Poi il “risveglio” e la lunga riabilitazione. L’indebolimento dei muscoli gli nega per lungo tempo l’uso del pollice opponibile, ma Marco non si arrende; non rinuncia alla sua forma di espressione. Perché non basta una corda a fare un impiccato. E così Marco si inventa un nuovo modo di disegnare, lo fa nonostante la mano non gli obbedisca, lo fa in modo libero, furente, quasi anarchico; e se i disegni gli sembrano fatti da un’altra persona, lui inizia a firmarsi con un altro nome, Apehands appunto.

La notte del corvo è il grande ritorno di Marco Galli, una ballata western potente e viscerale, un urlo di rabbia e di libertà. C’è un vecchio sceriffo candidato a sindaco, c’è un giovane giornalista che odia il selvaggio west, con la sua polvere e la puzza di merda di cavallo e vorrebbe scrivere di vizi, di soldi, di polo e di Henry James; “non di vaccari puzzolenti”. C’è la tedesca, che non rinuncia al piacere e segue soltanto i propri interessi. E poi c’è lui, El Grajo. «È un pistolero, un ammazza cristiani, uno dei più spietati, mi dice un tizio tra la folla accorsa per vedere il morto, se ci sarà. Mi dice anche che parla strano, è vestito tutto di nero e che gli manca qualche rotella…»

Dall’arrivo dell’uomo con la maschera da corvo tutto precipita in modo imprevedibile. E il sangue scorre a fiumi. Perché «Avete già capito che una faccenda violenta come questa non poteva finire in modo così scialbo. I conti si devono pagare quando si scomodano i demoni dell’inferno.»

Il pulp dilaga, le colt sparano, ma rimane lo spazio per una riflessione sulle disparità sociali e sui confini, sul diverso che fa paura. La nave carica di schiavi che naufraga sulle coste della ridente cittadina di Bajada e scatena il panico nella popolazione si rifà a un presente vicino, attualissimo. Una storia che fa pensare, una storia che è una ripartenza da una frontiera buia.
Un viaggio all’inferno e poi il ritorno.

 

Death or Glory


«Glory è nata su un camion. Cresciuta in una famiglia allargata che compone una carovana di trucker indipendenti nel profondo ovest americano, ora ha un problema: il suo ex marito è un pazzo criminale e suo padre ha bisogno di un trapianto di fegato entro 72 ore o morirà. Così Glory decide di tentare un colpo che possa fornirle quanto le serve per salvare la vita al padre, ma ovviamente poiché Glory fa sempre la cosa giusta, tutto va a rotoli. E il tempo sta per scadere. Una storia sulla strenua difesa della propria libertà personale e sulla bussola morale delle persone, scritta magistralmente da Rick Remender e illustrata con una perizia davvero rara dall’enorme talento del francese Bengal. Resterete angosciati, incollati alla pagina, e con il fiato corto.»

Death or glory becomes just another story, cantavano i The Clash in Death or Glory, la canzone scritta da Joe Strummer e Mick Jones e contenuta nel mitico album  London Calling, del 1979.
Ma il Death or Glory  che tengo oggi tra le mani è una graphic novel, uscita nella prima settimana di febbraio per i tipi di Bao publishing.

È il primo volume della nuova serie sceneggiata da Rick Remender, autore tra le altre cose di Black Science, la fortunata serie di fantascienza uscita in Italia sempre per Bao. I disegni sono affidati a Bengal, superstar del fumetto francese già visto all’opera su All New Wolverine, Batgirl e Spider-Gwen.

La protagonista è Glory. Carismatica, coraggiosa, “cresciuta lontana dalle trappole che imprigionano le persone”, crede di rubare un camion pieno di droga che vorrebbe rivendere per pagare l’operazione per salvare la vita a suo padre, e invece si trova invischiata in una brutta, bruttissima faccenda: traffico di uomini, rapiti e poi uccisi per alimentare un traffico d’organi a favore di clienti facoltosi.

Ho letto Death or Glory in un fiato, trasportata dal ritmo forsennato della storia. Inseguimenti d’auto adrenalinici, sparatorie, dialoghi dal sapore tarantiniano ed elementi presi in prestito dagli slasher movie si mescolano per creare un blockbuster a fumetti in bilico tra Fast & Furious e un film dei fratelli Cohen. Menzione d’onore alle due biondissime sorelle con la mannaia, che rubano la scena persino al killer armato di azoto liquido.

I disegni sono incredibili, potenti ed espressivi. Le sequenze di azione sono rese in maniera impeccabile. A fine volume è presente una galleria che racchiude le copertine variant americane e gli studi sui personaggi.
Consigliato.

Artemisia: Musa della modernità

La prima volta che mi sono trovata davanti a Giuditta che decapita Oloferne, il capolavoro di Artemisia Gentileschi conservato nella sua seconda versione al Museo degli Uffizi, sono rimasta senza parole. La violenza della scena entra sotto la pelle e non lascia scampo. Con eccezione del Caravaggio, infatti, Artemisia è stata l’unica a raffigurare la scena narrata nell’Antico Testamento in modo così crudo e sanguigno. È l’istante dell’uccisione a essere cristallizzato nella tela. La lotta di Oloferne e insieme la sua disperazione mentre capisce che tutto è perduto si contrappone alla determinazione delle due donne, Giuditta e la sua ancella, per togliergli la vita.

La stessa determinazione che la Gentileschi ha abbracciato per affrontare nel 1612 il processo contro Agostino Tassi, il suo stupratore. Un processo in cui fu lei, la vittima, a dover difendere il proprio onore. Lei ad affrontare umilianti visite ginecologiche dinanzi al notaio e ai curiosi che assistevano al dibattimento. Lei a subire il supplizio “dei sibilli”, che consisteva nel legare i pollici con delle cordicelle che, con l’azione di un randello, si stringevano sempre di più sino a stritolare le falangi. Ma Artemisia c’è riuscita. Ed è riuscita, infine, a trasformare il dolore e la rabbia in arte. Basti pensare che la prima versione di Giuditta che decapita Oloferne, conservata al Museo di Capodimonte di Napoli, risale proprio ai mesi successivi al processo. Oloferne ha il volto di Tassi. Mentre Giuditta, la giustiziera, ha il volto di Artemisia.

È della vita di questa indomita pittrice che parla Artemisia, la graphic novel di Nathalie Ferlut e Tamia Baudouin uscito per i tipi di Coconino Press – Fandango. Caso vuole che io l’abbia ricevuta il giorno precedente la mia visita agli Uffizi e l’abbia letta poche ore prima di ritrovarmi ancora una volta davanti al capolavoro della Gentileschi. È stata un’emozione incredibile, un’esperienza potente.

Nathalie Ferlut fa partire la narrazione dall’inverno del 1638 quando Artemisia, pittrice già affermata, intraprende un viaggio per Londra per incontrare il padre Orazio. Con lei, la figlia Prudenzia e Marta, la sua nutrice. Saranno proprio le domande incalzanti di Prudenzia, che vuole sapere tutto sul passato della madre, a spingere Marta a svelale il passato turbolento della pittrice. Attraverso l’uso sapiente di flashback vividi, incalzanti, la narrazione prende forma.

Il tratto sintetico, essenziale, di Tamia Baudouin lascia grande spazio alle emozioni, che esplodono in ogni pagina.

Credo che il fatto che Artemisia sia scritto e illustrato da due donne sia un valore aggiunto. Perché ancora oggi le donne si trovano a combattere contro i pregiudizi, contro gli sguardi di sufficienza, e devono dimostrare il proprio talento più degli uomini, finendo spesso per essere relegate nei salotti culturali all’interno dei recinti degli “incontri al femminile”.

Con sensibilità e trasporto, Ferlut e Baudouin mettono in scena la vita di una grandissima artista, ostacolata da una società maschilista e retrograda ma che non si è mai arresa. Femminista ante litteram, grazie al suo talento e alla sua determinazione Artemisia Gentileschi riuscì ad abbattere ogni regola precostituita. Basti pensare che ai suoi tempi una donna non poteva dipingere, non poteva acquistare colori, non poteva avere una formazione accademica, né firmare i propri dipinti. Ovviamente, non poteva riceverne alcun compenso. Artemisia riuscirà persino, prima donna ad avere questo privilegio, a farsi ammettere nella prestigiosa Accademia del Disegno di Firenze.

Artemisia è una storia che insegna a credere nei propri sogni, a costo di dover combattere senza sosta. A costo di dover sanguinare.

Da cortometraggio a graphic novel: Il guardiano della diga, una storia sul superare le paure

«Niente sopravvive nella nebbia…se non i ricordi. Ricordi dolorosi. Che mi tormentano.»

Robert Kondo e Dice Tsutsumi sono bravi a creare meraviglie. Lo hanno fatto per anni alla Pixar, con film animati come Monsters University, Toy Story 3 e Ratatouille (a quest’ultimo ha collaborato soltanto Kondo). Poco dopo, hanno fondato Tonko House, il loro studio indipendente di animazione a Berkeley in California.

Dal loro sodalizio è nato un cortometraggio incredibile: The Dam Keeper, nominato agli Oscar nel 2015. Ammetto che mi aveva colpito tantissimo, per la forza con cui affronta il tema del bullismo, illuminando la solitudine e il dolore del protagonista (Maiale) senza alcuna retorica. È stato quindi con gioia che ho accolto la notizia dell’uscita, due giorni fa, del primo volume della trilogia Il guardiano della diga a opera degli stessi Kondo/Tsutsumi per i tipi di BAO.  Personaggi antropomorfi, un mondo a colori, quello della Valle dell’Aurora, ma circondato dall’oscurità.

«Anni fa l’oscurità ha consumato il mondo e ha reso silenti le voci di molti. Il mondo fuori dalla mia città è morto.» A parlare è Maiale, il piccolo protagonista della storia. Orfano dei genitori, porta avanti il lavoro del padre di guardiano della diga, senza la riconoscenza dei compaesani. Perché «quando le persone si dimenticano della nebbia mortale, vuol dire che il guardiano della diga ha fatto il suo lavoro.» Ma sono proprio le persone che Maiale protegge con il suo lavoro a prenderlo in giro e trattarlo con freddezza, se non disprezzo. Tutti tranne Volpe, la sua migliore amica. Ed è proprio nell’amicizia che nasce la speranza di un’esistenza migliore. E una grande avventura, fuori dal regno protetto della Valle, cercando di vincere le paure e convivere con i ricordi, anche quelli che fanno più male. Perché l’avventura della crescita è proprio così.

Consigliato, non solo ai più piccoli.