L’ultimo tramonto

«Ho sempre pensato alla mia vita come a un lungo, faticoso viaggio. Con molte fermate, nessuna definitiva. Sempre pronta a ripartire, ricominciare. Andare alla ricerca di qualcosa… ma cosa? Una volta ho letto una frase, da qualche parte qui in Germania. Forse un proverbio. Heimat ist dort, wo man nicht nach dem weg fragen muss. Non sono mai riuscita a tradurla bene. Casa è là dove non devi chiedere la strada. Casa, patria, terra natia.» Oggi vi parlo de L’ultimo tramonto, scritto da Marco Rincione e illustrato da Mattia Surroz per Timed” dell’editore Shockdom.

La collana narra delle «vite tormentate dei Timed, persone all’apparenza comuni ma con superpoteri logoranti e fatali per le loro esistenze.» Ci tengo subito a dire che la vicenda è autoconclusiva e si può leggere indipendentemente dalle altre storie racchiuse in questo universo narrativo. L’edizione è di pregio, copertina cartonata, a colori.

Seguo Marco da anni; credo di aver letto tutto di lui. La sua cifra stilistica è come la firma di un writer che riconoscerei sul muro di qualsiasi città. Mi è quindi bastato aprire la prima pagina per sentirmi… a casa, citando l’incipit del volume che vi ho proposto a inizio chiacchierata.

Ma una casa scomoda, sospesa tra le nebbie di paure ancestrali. Una casa dalle pareti impastate di dolore e le cui finestre hanno vista sul giardino dei sogni infranti.

«Mi chiamo Paola C. e questa è la storia di un viaggio. L’ultimo viaggio della mia vita.» È questa la sfida dell’autore, farci sapere sin dal principio che stiamo per affrontare un viaggio doloroso, spietato, all’interno dell’animo umano. E ugualmente farci preparare i bagagli con la fiducia che alla fine di questo viaggio ne usciremo arricchiti. Perché L’Ultimo viaggio racchiude anche la scintilla della speranza. Una speranza flebile, più di una volta calpestata ma ancora viva.

La speranza che non sia mai troppo tardi per capire per che cosa vale la pena vivere. E per che cosa morire.

Le tematiche affrontate sono molteplici: la solitudine, il rimpianto, la violenza sessuale, l’omofobia, la malattia e l’Amore. Quello con la A maiuscola che se non lo riconosci in tempo, poi ti perseguita per tutta la vita. La narrazione è un filo sottile e affilato,  le azioni sul piano reale sono pochissime; perché quello che conta avviene dentro. L’anima.

E ora veniamo alla parte visiva. Mi ero innamorata del tratto raffinato ed emozionale di Mattia Surroz dai tempi de Il Suono della Sirena (Shockdom). Mattia riesce a dar spessore alle emozioni narrate con espressività e potenza. Alcune sue illustrazioni provocano dolore fisico dal quanto sono capaci di superare il piano visivo per infilarsi sotto i nervi.

Sceneggiatore e disegnatore diventano una persona sola, l’artista capace di comunicare a più livelli, tra la pancia e il cuore. E i colori scelti raccontano gli stati d’animo della protagonista. Dal buio della scena iniziale ambientata in Germania, a quell’ultimo tramonto di fuoco. Disturbante, lacerante, poetico, come la morte del sole sul mare.

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Di maschere e secessionismo: La signorina Else

«Ecco, finito il rosseggiare alpino. Sta già facendo notte. E io me ne sto tranquilla qui sul davanzale mentre papà dovrà essere incarcerato. No. Mai e poi mai. Non può accadere. Io lo salverò. Sì papà, ti salverò. È semplicissimo in fondo.»

La signorina Else di Manuele Fior (Coconino) è la trasposizione a fumetti dell’omonima novella di Arthur Schnitzler, del 1924.

Vi anticipo subito che ho amato alla follia questo graphic novel: l’edizione grande e con carta di pregio che ci permette di ammirare le tavole in tutto il loro splendore, la copertina ruvida e i contenuti speciali, con lo sketchbook di disegni e gli appunti di lavorazione, fino alla postfazione dell’autore che ci fa sbirciare nei dietro alle quinte dell’opera.

I disegni di Fior lasciano a bocca aperta. È come se i padri del secessionismo viennese si fossero dati appuntamento per una partita a scacchi con l’autore. L’omaggio a Klimt è chiaro sin dalle prime pagine, Schiele arriva in punta di piedi e le inquietudini di Munch fanno capolino quando meno te lo aspetti. «Ho capito che l’opera grafica di Klimt sarebbe stata il mio nord» dice l’autore stesso nella postfazione. «Quella sua linea a filo di ferro che si modella sulle cosce delle donne, ne ritaglia nasi aguzzi e si incurva sulle fronti ampie delle sue modelle.»

Ma si tratta di suggestioni, perché Fior crea il proprio stile emozionale per raccontare questa storia vecchia quasi un secolo, eppur ancora attualissima.

Else non è altri che una ragazza come tante, che si è da poco affacciata all’età adulta e della vita sa ben poco. Appartenente all’alta borghesia viennese, è in villeggiatura in Italia con la zia quando viene raggiunta da una lettera da parte della madre: il padre rischia l’arresto per bancarotta. L’unica possibilità per salvarlo è chiedere un aiuto economico al ricco signor Dorsday, ospite dello stesso hotel. Quest’ultimo accetta, ma in cambio chiede alla ragazza di incontrarla da sola, di poterla vedere nuda. Ricatto sessuale, si direbbe oggi.

La dignità che si scontra con il potere del denaro. Ma il denaro può davvero comprare tutto?

Con il suo tratto liquido ed emozionale, con i colori che virano a seconda dello stato d’animo della protagonista, Fior mette in scena il dramma della signorina Else. Sceglie di farlo mantenendo lo stesso monologo interiore del racconto originale.

Ci troviamo quindi nella mente di Else, un posto scomodo dove resteremo imprigionati fino all’ultima pagina.

Poche ore separano la vita alla morte. Poche ore dalla partita a tennis che apre il volume alla bara, il tutto sotto gli occhi della società dell’epoca racchiusa nel microcosmo dell’hotel che fa da sfondo alla vicenda. È il teatro della falsità borghese in contrapposizione con la natura incontaminata che lo circonda. 

Come nella sua controparte letteraria, anche qui la scena della resa dei conti tra Else e il signor Dorsday – ma anche tra la sua purezza e il falso perbenismo della società – ha luogo nella sala della musica, mentre una pianista incurante esegue il Carnaval di Schumann. Il tutto è fortemente simbolico: le maschere di chi la circonda non sono diverse da quelle che si indossano a carnevale. Fior sceglie di disegnare le note sulla pagina. Nere su bianco, forti come un grido. Il grido di una persona disposta a tutto pur di battere la società ipocrita che la circonda. E su queste note vi do appuntamento alla prossima recensione barbarica.

Leda e il destino

«Le nostre idee non sono la moneta dell’avaro, tenuta chiusa nel forziere per la paura che venga rubata, ma sono il buon seme che deve essere gettato nel terreno da fecondare, perché possa moltiplicarsi, fiorire, dar frutti: Germinal.»

Leda Rafanelli – che solo amore e luce ha per confine, scritto da Francesco Satta e Luca de Santis e illustrato da Sara Colaone per Coconino Press, è più di una biografia a fumetti. Perché, come diceva Leda, la vita è un romanzo e come tale va raccontata. E quella di Leda Rafanelli vale indubbiamente la pena di essere raccontata (e letta).

Leda è una donna che ha attraversato gli anni più tumultuosi del Novecento senza venirne travolta, ma piuttosto travolgendo e ispirando artisti e intellettuali, lottando ogni giorno, in primo luogo contro il proprio destino, quel “dromedario dagli occhi di fuoco” del misterioso proverbio beduino che apre la prima pagina del volume.

Ma le sue battaglie sono tante e costanti. E non potrebbe essere altrimenti visto che lei è stata scrittrice, attivista, giornalista ed editrice, appassionata di Oriente ed esoterismo, anarchica e futurista, musulmana e anticonformista, intellettuale e chiromante, amante, moglie e madre, sempre fedele a se stessa.
Donna emancipata, ha portato avanti una lotta costante per l’affermazione della figura femminile all’interno della società.

La verità è che nessuna etichetta è capace di contenerne la personalità dirompente. 

Gli eventi sono filtrati dagli occhi di Leda, per questo il viaggio è a tratti onirico e a tratti storico e realistico. I salti temporali ci permettono di fluire avanti e indietro nel tempo, dalla sua infanzia alla vecchiaia, per poi tornare indietro e percorrerne gli amori travolgenti e le battaglie, in un girotondo di emozioni e avvenimenti.

Uno dei pregi del volume è di saper narrare tematiche importanti che vanno dalla politica, alla guerra, al lutto, alla lotta tra amore e ideali, sempre mantenendo una leggerezza di fondo. La narrazione è fluida, i dialoghi cesellati.

Costante è l’intensità con cui Sara Colaone traduce gli eventi. Un bianco e nero con toni del grigio che racconta stati d’animo, battaglie interiori, drammi e personaggi.

I disegni sono vividi, dinamici, liberi da una griglia prestabilita.

Dalla tipografia di Pistoia al deserto, dalla camera da letto di Leda ai salotti anarchici, dall’abbigliamento alla pettinatura, tutto è soppesato in modo che ogni dettaglio, persino uno sguardo, contribuisca a comporre il mosaico dell’esistenza di Leda. In tal senso, l’attenzione ai particolari è magistrale e dimostra un attento lavoro di documentazione da parte degli autori, confermato dai ringraziamenti in calce al libri. Hanno infatti avuto accesso a fotografie, scritti editi e inediti, nonché libri appartenuti alla Rafanelli grazie all’omonimo fondo ospitato nell’Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa con sede nella Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia.

Credo che a Leda questa biografia piacerebbe molto. Consigliato!

 

 

Indomite: 15 donne di ieri, che oggi possono insegnare molto.

L’otto marzo è la Giornata Internazionale della donna, conosciuta ai più come Festa della donna. Una ricorrenza che affonda le radici nel lontano 1917, quando le donne di San Pietroburgo scesero in piazza per chiedere la fine della guerra. Anche se una delle prime conferenze internazionali per i diritti delle donne ebbe luogo nel 1907 a Stoccarda e, negli Stati Uniti, già nel 1908 si tenne il cosiddetto Woman’s day, che poi si ripeté gli anni successivi nell’ultima domenica di febbraio.

Oggi la festa della donna ha assunto connotati fortemente consumistici, ma c’è ancora chi si impegna a organizzare manifestazioni o eventi affinché non si dimentichi perché è nata: un riconoscimento delle lotte per i diritti che le donne hanno portato avanti nei secoli. Perché le conquiste di chi è venuta prima di noi sono le nostre conquiste. Ma questa giornata serve anche a ricordare che, purtroppo, violenza e discriminazioni sono ancora all’ordine del giorno.
Per questo la memoria è importante. 

Memoria collettiva, ma anche di battaglie individuali che sono diventate parte della lotta di tutte le donne, come recita la quarta di copertina di Indomite – volume 1 di Pénélope Bagieu, che esce in Italia proprio l’8 di marzo per i tipi di Bao Publishing.

Il volume raccoglie le storie di quindici eroine straordinarie che, con grande forza interiore e coraggio, hanno sfidato luoghi comuni e società maschiliste e misogine per fare un passo in avanti nel raggiungimento della parità tra i sessi. Pubblicate inizialmente sul blog del quotidiano «Le Monde», ora splendono tra le pagine di questo cartonato di 144 pagine a colori.

Ho ammirato l’ironia e la forza interiore di Margaret Hamilton, la strega dell’Ovest nel famoso film Il Mago di Oz del 1939, che pur di recitare ha accettato di diventare l’incubo dei bambini della sua epoca, per poi essere etichettata come una delle cattive più terrificanti di sempre per l’American Film Istitute (dopo Hannibal Lecter, Norman Bates e Darth Vader).

 

Ho amato le tre sorelle Mariposas, nate nella Repubblica Dominicana ai tempi del dittatore Trujillo. Coraggiose e ribelli, hanno combattuto per i diritti del loro popolo a costo della vita. Assassinate brutalmente (mentre erano insieme) nel 1960, sono ricordate nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne che si tiene ogni anno proprio nel giorno della loro morte.

Anche Agnodice, nata in Grecia nel IV secolo A.C., rischia una condanna a morte per aver sfidato le leggi della società ateniese che vietava alle donne di esercitare l’attività medica. Molte partorienti, provando vergogna di fronte a medici uomini, preferivano sbrigarsela da sole. Questo metteva a repentaglio la loro vita e quella del nascituro. Per far fronte a questa ingiustizia, Agnodice si traveste da uomo e continua a esercitare la professione. Quando viene scoperta e condannata alla pena capitale sono le altre donne a sfidare il tribunale per salvarle la vita.

Tra i volti che si incontrano tra le pagine di Indomite c’è Joséphine Baker, ballerina, musa dei pittori cubisti e partigiana. C’è Nzinga, regina guerriera nell’Africa di fine Cinquecento. Ci sono Lozen, sciamana e guerriera Apache e Wu Zetian, prima e unica donna nella storia della Cina a diventare imperatrice (era il 690). C’è Christine Jorgensen, nata uomo negli anni Venti e divenuta donna dopo aver affrontato terapie dolorose e l’ottusità di un’epoca.

È difficile non spendere qualche riga per ognuna di queste magnifiche donne, ma non voglio rovinarvi la sorpresa. Sappiate solo che, con uno stile semplice e d’impatto, Pénélope Bagieu ci consegna un libro sincero e senza alcuna retorica. Un libro sorprendente, come le quindici donne che vivono tra le sue pagine.
Donne che ispirano e spronano a continuare a combattere in nome dei propri sogni e ideali. 

Non solo oggi, viva le donne!

Zeno Porno e l’umanità (s)perduta

«Rieccola, la gioia radiosa, la felicità, ti ho perso ieri e oggi ti ritrovo già […].
Arriva e basta. Anarcoide.
Una piccola fissione atomica sotto lo sterno, che spinge verso l’altro, scalda… Rincuora.
Come un piatto di minestra! Come un film di Chaplin! Come la marcia dei marines!
Come quando ero ragazzo!
Sarà capitato anche a voi… succede. Accipicchia! Di tanto in tanto, per fortuna, succede.»

Ho saputo che avrei amato Zeno porno e la magnifica desolazione di Paolo Bacilieri, sin dalla splendida copertina con il buco. Sì, proprio come nel più famoso formaggio svizzero.

Edito dai tipi di Coconino Press, racchiude le avventure di Zeno Porno. Il personaggio è nato sulle pagine della rivista erotica Blue, a partire dal lontano 1997. Vent’anni, eppure Zeno non è invecchiato di un giorno. È come un vino pregiato, che nella botte acquista profumo e consistenza, come i leggins, che negli anni Ottanta si chiamavano pantacalze, ma spopolano oggi come ieri.

Le prime pagine ti tuffano in un calderone di segni e parole, un’orgia di disegni, dettagli, citazioni, visioni. Ogni vignetta è capace di raccontare una storia, con ironia e perché no, un pizzico di nostalgia. La seconda parte è più strutturata, meno dettagliata e sorprende con un finale quasi classico, dal retrogusto agrodolce, testimonianza del percorso di crescita dell’autore, alter ego del personaggio, che non a caso ne porta i tratti somatici.

Lo sfondo della vicenda è una Milano metropolitana e vivida, ma anche il profondo “Weneto”, infestato da simpatici zombie che non farebbero male a una mosca e dove la splendida Olga Berova, la sventola dalle orecchie a sventola, segue le tracce del padre di Zeno, trasformatisi in un gigante in fuga.

La trama è originalissima, densa di situazioni surreali eppure ancorata alla realtà degli anni Novanta che ritrae in modo sublime, a partire dalla musica, dall’abbigliamento, dalle riviste e fumetti, dal cinema e dai miti. L’infanzia di Zeno, invece, ci trasporta nei favolosi anni Settanta/Ottanta con Supereroica, la collezione di soldatini Atlantic e il Corriere dei ragazzi.

In questa danza dell’assurdo, non ci sorprende che il protagonista decida di partire per un viaggio verso… il lato oscuro della Luna. E qui la magnifica desolazione del titolo diventa metafora della condizione umana.

Lo stile è personale, graffiante, portando con sé echi del fumetto underground americano, passando per Pazienza e Jacovitti.  È umorale, psichedelico, a tratti grottesco, ma sempre perfetto nel raccontare il rischio che l’umanità sfugga tra le dita, la difficoltà di crescere e raffrontarsi con il prossimo.

Ma chi è in realtà Zeno Porno? Sceneggiatore Disney, padre distratto, ex agente della CIA, alter ego dell’autore stesso ma anche un individuo che sceglie di non omologarsi al sistema. In questa chiave, Zeno porno e la magnifica desolazione  è in tutto e per tutto un racconto di formazione,  in cui ogni situazione, persino la più grottesca è capace di aprire sottotesti e diversi spunti di lettura.

Se Freud diceva che il pazzo è un sognatore sveglio, sicuramente Zeno è abitato dalla follia. Pronti a immergervi nel suo mondo?

Appunti per una storia di guerra – versione 2.0

«In quei giorni passavamo tutto il tempo sulla collina, perché scendere in paese era diventato troppo pericoloso.
Christian pareva cresciuto di colpo. Non avresti mai detto che avesse ancora (e soltanto) diciassette anni.
La nostra valle, in quei giorni, pareva dormire. Pareva dormire ferita. Come dopo una sbronza di cazzotti.
Guardando bene si vedevano le buche delle bombe. E quel che rimaneva di San Donato.
Il killerino era fatto così, aveva due coltelli, e uno lo teneva sempre tra i denti. In quei giorni, poi, era più cattivo del solito. Come tutti del resto, eravamo tutti cattivi.»

Tra le novità Coconino dello scorso Lucca Comics, c’è la nuova edizione con sketch inediti di “Appunti per una storia di guerra” di Gipi. Il volume è curato in ogni dettaglio, 144 pagine con copertina inedita e una ricca sezione di schizzi e appunti scritti a mano dall’autore che ci portano nel dietro alle quinte della creazione.

Apri la prima pagina e trovi un disegno che sembra appena stato eseguito, magari proprio in fiera, davanti ai tuoi occhi, dal tanto che trasmette emozioni. Ci sono i tre personaggi principali, c’è un cuore che batte, il cuore di Killerino, il giovanissimo capo di questa banda di randagi, che vivono al margine della guerra. Una guerra senza nome. Una guerra come tutte le guerre, in cui la gente perde la casa, la dignità, la vita. In cui capita che a volte si smarrisca anche l’anima.

Christian, Stefano (il Killerino) e Giuliano cercano la propria strada, a dispetto della devastazione. Sono amici nonostante le bombe. Amici nonostante le differenza sociali. Amici nonostante l’odio che inghiotte e cancella interi paesi in una notte.

Ma attenzione, perché l’elemento del caos, che entra nelle loro vite e cambia gli equilibri, non è la guerra. Quella c’è dalle prime righe, è lo sfondo all’intera vicenda. Il caos è impersonato dal miliziano Felix.
È lui a fornire loro una sorta di educazione criminale. Lo fa addomesticando Il Killerino, plasmandolo come fosse fango mescolato con acqua piovana e rabbia. Felix lo trasforma, pagina dopo pagina, nella sua creatura di odio, in una perfetta arma pronta a colpire.

Antagonista di Felix e testimone del cambiamento dell’amico, è Giuliano, la voce narrante della vicenda. Giuliano fa parte della banda, ma al tempo stesso non riesce a farne parte fino in fondo. È diverso dagli altri, fa sogni strani e se volesse potrebbe tornare dalla sua famiglia, perché una famiglia ancora ce l’ha.
Giuliano vorrebbe disperatamente essere come i suoi amici. Ma non lo è.
Per il semplice fatto che la disperazione, quella vera, non l’ha mai sfiorato.

«Non sei come noi.» È questo che gli ripetono gli altri. È questa la verità che non potendo cancellare, dovrà infine riuscire ad accettare.

I dialoghi sono semplici e cesellati, toni onirici fortemente stranianti irrompono nella narrazione attraverso i sogni di Giuliano. Gli acquerelli sfuggenti assomigliano alle emozioni. Rimangono a mezz’aria e ti lasciano addosso una sensazione dolce e amara che ti accompagna fino all’ultima pagina.

Non sorprende, che questo racconto per immagini, così potente e poetico, sia valso al suo autore il Prix du Meilleur Album al Festival International de la Bande Dessinée d’Angoulême nel 2006. Per me, una lettura imperdibile anche per chi di solito non legge fumetti.

Gli anni che restano: fotografie di una Bologna che non c’è più.

«Cara Linda, alcuni giorni fa stavo viaggiando in treno. Di fianco a me avevano dimenticato una rivista, uno di quei mensili per cervelloni. In mezzo a tanti articoli, pieni di frasi sottili e gente seria in cravatta, spiegavano com’è nato il verbo ricordare.
Me lo sono segnato: viene dal latino re-indietro e -cor cuore. Richiamare nel cuore. Perché il cuore veniva considerato la casa dei ricordi.
Negli ultimi tempi posso parlare della mia vita attraverso i fotogrammi a fuoco che scopro a ogni metro bruciato. Si sente un’aria fresca dal finestrino che sa di casa anche se casa non è, mentre il binario prosegue e io resto immobile.
Sorrido. richiamo nel cuore. Può sembrare banale e melenso, ma mio padre me lo ripeteva spesso… È proprio lì nel cuore che si nasconde la nostra memoria.»

“Gli anni che restano” (Bao Publishing, 144 pp., cartonato) è il graphic novel d’esordio di Brian Freschi e Davide Aurilia. È una storia di ricordi e di rimpianti. È una storia di amicizia, di quelle che vengono da lontano, dall’infanzia e uniscono due persone in un rapporto che a volte supera il legame di sangue.

Mauro e Antonio sono migliori amici, così diversi, ma al tempo stesso simili nelle cose che contano. Antonio guarda il mondo attraverso la lente della sua macchina fotografica, eppure si butta nelle cose, è istintivo, passionale, casinaro. Mauro è la parte razionale del gruppo, un po’ chiuso, spesso pensieroso.

L’amicizia prosegue fino al regno dell’adolescenza e l’ambientazione si sposta nella Bologna delle contestazioni del movimento studentesco delle Pantere, che si scatenarono contro la riforma del ministro Ruberti, occupando le facoltà, marciando in strada e, per la prima volta, usando la tecnologia, che allora consisteva più che altro nell’utilizzo di radio libere e fax, per far conoscere le loro motivazioni in tutta Italia. Siamo nel 1990, Mauro si innamora per la prima volta di una ragazza, Antonio dell’eroina.

Tempo presente. La distanza e gli sbagli hanno fatto a pezzi l’amicizia tra i due. Non ci sono state spiegazioni, solo un perdersi e non ritrovarsi più, fino alla morte di Antonio. È questo a costringere Mauro, ormai adulto e pieno di rimpianti, a tornare a Bologna per ritrovare le tracce dell’amico perduto, ma soprattutto per capire che vivere nel rimpianto di ieri, gli sta togliendo la possibilità di far valere l’unico istante che conta: il presente. Proprio gli anni che restano che danno il titolo a questo racconto di formazione malinconico e delicato, fatto di istantanee ad acquerello, come potenti fotografie a colori che poi non sono altro che ricordi… perché in fondo, ricordare, non è altro che richiamare nel cuore.