Non chiudere gli occhi: una fiaba nera per non dormire

«Camminavano lentamente, uno dietro l’altro, intrufolandosi tra gli sterpi, scansando i rami davanti al viso; il silenzio si faceva più denso e cupo a mano a mano che si allontanavano dalla strada, e la vegetazione era così fitta che avevano l’impressione potesse chiudersi su di loro come le fauci di un enorme animale preistorico. Chi poteva dire che non stessero camminando sul dorso di un animale gigantesco che, proprio adesso, sentendo il solletico dei loro passi, si sarebbe svegliato ingoiandoli in un boccone?»

Non chiudere gli occhi di Francesco Formaggi è un romanzo per ragazzi sul potere della paura. È uscito per i tipi di Pelledoca, un editore con un catalogo davvero interessante, che si prefigge di portare ai lettori più giovani storie da brivido, capaci di tenerli con il fiato sospeso e gli occhi incollati alla pagina. Perché, come si legge dal sito ufficiale “affrontare emozioni come la paura attraverso la lettura insegna fin dalla tenera età a superare le difficoltà”. Proprio come nelle fiabe tradizionali, ricche di elementi spaventosi che venivano snocciolati ad arte per mantenere viva la suspance e insieme fornire elementi pedagogici.

Il protagonista di Non chiudere gli occhi è Giovanni, un ragazzo di tredici anni che si trova coinvolto insieme al suo migliore amico Nico e alla coraggiosa Alice, in un’avventura dai toni decisamente noir. Le premesse sono le seguenti: “Una sera di primavera, quando la scuola sta per finire, compaiono una donna e un uomo misteriosi. Nessuno sa dove abitino, da dove vengano e cosa siano venuti a fare. Hanno un aspetto inquietante ed escono solo di notte: lei davanti, lui dietro, a una decina di passi. Quando improvvisamente scompare un bambino, il paese intero è sconvolto e l’opinione pubblica è convinta che in qualche modo la strana coppia abbia a che fare con la sparizione.”

Giovanni, detto Gio, sembra l’unico a non credere alle apparenze e inizia un viaggio alla ricerca della verità. Per farlo, dovrà affrontare le sue paure e mettere da parte i demoni del passato. Oltre agli amici, ad aiutarlo in questa ricerca, il suo dono: Giovanni sente sulla pelle, fin dentro alle ossa, se una persona è cattiva.

Un romanzo sulla crescita, sull’importanza di guardare in faccia le proprie paure, sull’elaborazione del lutto e sull’amicizia. Mi ha ricordato le atmosfere di Stand by me, il meraviglioso film diretto da Rob Reiner e tratto dal racconto The body di Stephen King. A proposito, non è stato forse il maestro del Maine a dire che leggere racconti di paura aiuta ad allenarsi alla paura?

The real cannibal: quando il fumetto horror si tinge di realtà

the-real-cannibal-1-copertina-568x802«Tutti noi abbiamo degli incubi, ma poi, una volta che ci svegliamo, questi incubi svaniscono. Nulla di cui avere paura, dunque. Esistono incubi però, che anche al risveglio non vanno via. Incubi di carne e di sangue che camminano tra di noi».

Sono passati pochi giorni dall’edizione 2017 del Cartoomics di Milano. Tra le novità, vi segnalo una graphic novel per stomaci forti, The real Cannibal, la vera storia dei più grandi cannibali e mostri a fumetti. Andrej  Čikatilo – il predatore rosso è il primo volume di questa nuova serie edita Edizioni Inkiostro.

La copertina cartonata, riprende il giallo e nero del nastro utilizzato dalla polizia per delimitare le scene del crimine e mostra un primo piano ghignante dell’Hannibal Lecter russo.

Il fumetto presenta due tavole di introduzione illustrate da Rossano Piccioni, in cui è la voce di Alfredo Petronio, il capofamiglia della fortunata saga a fumetti The cannibal family, a farci da Caronte e traghettarci nella torbida vicenda di Andrej Čikatilo, conosciuto anche come il Mostro di Rostov.

La storia principale è sceneggiata da Maurizio Ricci e disegnata da Gero Grassi. In un connubio equilibrato di parole e testi, i due raccontano la storia del Predatore rosso, mostrandoci l’orrore nascosto dietro a un borghese apparentemente innocuo, padre di famiglia e membro attivo del partito comunista.

L’indagine del maggiore Fetisov è intralciata dalla cecità dei suoi superiori che non vogliono ammettere l’esistenza di un assassino seriale per non turbare l’opinione pubblica. Nel paradiso del proletariato non possono accadere cose simili, si ostinano a ripetere. E intanto Čikatilo continua a torturare e uccidere: 53 vittime, dal 1978 al 1990. Molti bambini.

L’indagine del presente è alternata con scorci nel passato di Andrej, che mostrano la sua infanzia segnata dai maltrattamenti da parte della madre e dei coetanei, ma soprattutto dalla morte del fratello maggiore, rapito e mangiato dai vicini di casa in un periodo di terribile carestia. Nessuna invenzione, a volte, può essere crudele come la realtà. Ed è proprio questo che the real Cannibal racconta, perché a volte gli incubi camminano tra di noi. Consigliato a un pubblico adulto.

alfredo-e-la-notte-dei-morti-viventi-cannibal-family-special-inkiostro-edizioni-800x445Chiudo con la segnalazione di un’altra novità Ink: Alfredo e la notte dei morti viventi. Una vicenda imperdibile per che gli amanti delle zombie story. Una vicenda tanto romantica quanto disturbante, illustrata da Rossano Piccioni e sceneggiata da Stefano Fantelli, che vede protagonista Alfredo Petronio. Una fuga dai ricordi del passato e dall’amore, quello che tutti vorrebbero ma che richiede tutto: carne e sangue.

 

The wicked + The divine: quando il pop incontra il Pantheon

fa282cda-60ad-4bdc-8d0e-f46ec2550275«Ah, look at all the lonely people!
Ah, look at all the lonely people!
Eleanor Rigby died in the church
And was buried along with her name
Nobody came…»

A che luogo appartengono le persone sole?  Se lo chiedevano i Beatles in Eleanor Rigby, la seconda traccia dell’album Revolver, nel lontano 1966.

Ed è proprio questo il nome scelto da Kieron Gillen, sceneggiatore di “The Wicked + The Divine – Presagio Faust”, per Luci/Lucifero, uno dei personaggi più iconici di questa graphic novel dai toni pop, in uscita il 23 febbraio per i tipi di Bao. Ai disegni l’illustratore inglese Jamie McKelvie e ai colori (e che colori!)  Matt Wilson.

Ma le citazioni musicali non si fermano qui, perché la stessa Luci ha il look di David Bowie nel periodo in cui vestiva gli eleganti panni del Duca Bianco, The Thin untitled-176White Duke, aristocratico e infatuato di occultismo.

Lo stesso look della famosa foto segnaletica del 1976 in cui Bowie sembra sfidare l’obiettivo con la sua bellezza androgina e uno sguardo quasi irriverente, che racchiude tutta la sua potenza iconica .

Perché la serie The Wicked + The Divine,  è prima di tutto un grande omaggio alla musica. In primis pop e brit-rock, ma con sfumature dark, incarnate da personaggi crepuscolari come Morrigan e Baphomet.

Ma cosa ci fa Lucifero insieme alla dea della guerra della mitologia celtica e all’idolo pagano dalle due facce? Semplice,  The Wicked + The Divine parte dalla premessa che, ogni novant’anni, dodici dei si reincarnano in forma mortale. Ma con una scadenza tatuata addosso: due anni.

Due anni in cui vengono amati, venerati, osannati. Per poi morire e dare nuovamente inizio a un nuovo ciclo.

La vita e la morte legate in modo indissolubile.
Si racconta che sia stata proprio la scoperta della malattia terminale del padre a spronare Gillen a scrivere questa storia. Una storia ironica, adolescenziale, genuinamente musicale e follemente iconica. Una storia in cui una normalissima ragazza di sedici anni può cambiare il mondo. Perché in fondo la vita può essere come una hit di successo, basta trovare le note giuste.

Se non ho parlato dei disegni, è perché sono assolutamente capaci di farlo da soli. In una parola: wow! Nota: la prima tiratura del volume è stata stampata con cinque diverse copertine. Ordinandolo, riceverete quella del dio che vorrà manifestarsi a voi. Good Luck!

Paperi… in pillole

13507155_10210281186692985_4162356310929777317_n“Dobbiamo solo continuare ad andare.
Il nostro dolore… sarà la nostra forza.
Soffocheremo il dolore, nella nostra quotidianità. Sarà un compagno freddo e silenzioso.
A volte sembrerà che sia sparito. Ma sapremo che esso è lì. Insieme a noi.
Sempre”.

Allo scorso Cartoomics ho comprato PaperUgo (Shockdom) dei fratelli Rincione. L’ho letto d’un fiato e, lo ammetto, mi ha profondamente turbata. Una specie di un groppo in gola, che è rimasto per giorni. Quel senso di solitudine che ti aggredisce come un cappio al collo e stringe sempre più forte.

Ecco, ho appena finito di leggere PaperPaolo e sto malissimo. La violenza di cui sono intrise le pagine, l’atmosfera malata, quel senso ineluttabile di “male sociale” che come un ragno tesse la sua tela in silenzio e tutto divora.

Il pericolo è in famiglia. La stessa famiglia che ci dovrebbe proteggere.

Incredibile come Marco Giulio Rincione diventino una cosa sola nel dar vita a parole e immagini che si completano e tagliano come bisturi affilati.

Perché il fumetto non è solo intrattenimento. Può ferire, far pensare, far star male. E io so che questo senso di impotenza e malessere mi accompagnerà fino a sera.
E ho letto un fumetto di Paperi…

Andrea Cavaletto e Paranoid Boyd: intervista paranoica

 

Paranoid-Boyd-2Si parla sempre più spesso di paranoia. È uno dei mali di questo secolo. O forse no.
La verità è che la paranoia è sempre esistita, anche quando non si cercava di dare un nome a ogni cosa.
La paranoia non è considerata un disturbo d’ansia, ma di pensiero. Perché i pensieri li distorce.

Forse qualcuno di voi si starà chiedendo perché sto parlando di paranoia.

«Ma dici a me? … Ma dici a me? Ehi con chi stai parlando? Dici a me? Eh, non ci sono che io qui. Ce l’hai con me?»
Ok, la smetto. Questa non è una scena di Taxi Driver, cercavo un modo carino per introdurvi all’intervista barbarica di oggi.

Ladies and gentlemen, ecco a voi Andrea Cavaletto. Già sceneggiatore per Splatter e Dylan Dog, Andrea è autore e sceneggiatore della miniserie Paranoid Boyd, dell’editore cannibale Edizioni Inkiostro. Tra i disegnatori che si sono succeduti dal numero uno al numero tre, che chiude la prima stagione narrativa, ci sono Rossano Piccioni, Simone Delladio, Renato Riccio, Francesco Biagini, Enrico Carnevale, Matteo Pirocco, Daniele Statella. Emmanuele Baccinelli, Renato Riccio e Gian Luca Spampinato. Copertine a opera di Parrillo e Blake Malcerta.

foto andrea cavalettoCon Andrea parleremo di orrore, paranoia, scrittura e musica. Perché l’horror in Italia è più che mai vivace. Alla faccia di tutti quelli che ogni tanto cercano di fargli il funerale.

BB: Ciao Andrea, e benvenuto su Scritture barbariche. Per prima cosa, vorrei che fossi tu a presentarci la tua ultima creatura. Paranoid boyd: genesi della paranoia.
Come è nata l’idea della miniserie? Perché Inkiostro?

Andrea: Paranoid Boyd nasce essenzialmente dalla mia voglia di raccontarmi e di raccontare le mie paure. Sono un tipo abbastanza paranoico e, anche se pubblicamente ho imparato a mascherare molto questo mio aspetto scherzandoci anche su, sentivo come il bisogno di mettere per iscritto le mie molte paure cercando di rapportarle a quelle di tutti. Voglio provare a raccontare della società paranoica in cui siamo immersi. Edizioni inkiostro è l’editore giusto per questa serie perché mi lascia libertà totale e non ho censure di alcun tipo.

BB: Orrore, violenza sui bambini, i demoni della religione e del senso di colpa. L’horror per Cavalletto.
Andrea: L’horror per me è tutto quello che hai elencato. Non c’è niente di peggio dell’innocenza che viene lacerata, stuprata, distrutta.

WP-CRT-16-EDT-INKIOSTRO-GALL-02La perdita di innocenza porta sempre nuovi orrori. Per quanto riguarda la religione… non ho nulla contro di essa, anzi, mi reputo anche molto credente. E’ nella gente che non credo. E nelle istituzioni. E la religione è spesso strumentalizzata per fomentare il fanatismo, che è solo una delle tante fonti di paranoia. C’è chi usa la paranoia per controllarci. È questo il punto.

E poi c’è il senso di colpa, con cui purtroppo convivo da sempre e con cui da sempre lotto. I miei personaggi affrontano i sensi di colpa con molto più coraggio di me, ammetto.

C’è questa frase di Erma Bombeck che trovo mi stia bene addosso come un abito su misura: «Il senso di colpa è quel dono che non si smette mai di ricevere».

BB: Scrivere per l’Indagatore dell’incubo, scrivere una tua miniserie. Differenze, difficoltà, punti di incontro della tua scrittura.
Andrea: Scrivere per Dylan Dog è stato il mio sogno per una vita. E’ come se tutto quello che ho fatto sia stato un percorso per arrivare lì. Ricordo ancora il giorno in cui mi approvarono il mio primo soggetto. È stata un’emozione intensa e indescrivibile. C’è però da dire che lavorare su un personaggio non mio, pur essendo un vero e proprio mito per me, è molto diverso dal creare una serie personale.

Ho sentito che era il momento di mettermi in gioco completamente, per dimostrare soprattutto a me stesso quello che valgo. L’impegno che metto su Dylan è lo stesso di Paranoid Boyd.
Diciamo che è tutto il contesto che cambia.

BB: Dal numero zero al 3, che conclude il primo ciclo narrativo di Paranoid. Ci regali una canzone come colonna sonora per ogni albo?
Andrea:
Ecco la mia playlist paranoica.

Madness dei Muse per PB n.zero, perché è da lì che tutto è iniziato. Tante cose sono nate da questa canzone…
Arsonist’s lullabye di Hozier per PB n.1.
Castle of glass dei Linkin park per PB n.2.
La colonna sonora di True romance per PB n.3.
E concludo dandoti la song del n. 4, che si intitola proprio Paranoid Boyd e che ancora non esiste, visto che i The Foreshadowing la stanno creando adesso apposta come tributo alla serie.

Fino all’osso: come divorare un libro in 24 ore

image_gallery«Non è per questo che leggo. Quando apro un libro posso essere qualcun altro. Per due o trecento pagine posso avere i problemi di una persona normalissima, anche se sta viaggiando nel tempo o combattendo contro gli alieni. Ho bisogno dei libri. Sono tutto ciò che ho».

Fino all’osso di Camille DeAngelis (Panini Books) è un romanzo difficile da definire. Young adult, fiaba horror, racconto di formazione o dark fantasy? Non importa, le classificazioni non servono, soprattutto quando una storia lascia il segno, emoziona e coinvolge. E Fino all’osso lo fa, sin dalla prima pagina.

La protagonista, Maren, è una ragazza di sedici anni all’apparenza normale. Veste sempre di nero, è timida, ama i libri ed è alla ricerca di se stessa. Ciò che la rende diversa dai coetanei è… “la brutta cosa”.

Maren riesce a farsi degli amici, ma è condannata a non poterseli tenere perché chi si avvicina troppo a lei, chi le mostra affetto, viene letteralmente divorato. Maren appartiene alla categoria delle She Monster, le donne pericolose e tormentate, condannate alla solitudine, se non vogliono fare del male agli altri.

Dopo aver divorato, a soli due anni, la bionda baby sitter, Maren vive una vita in fuga insieme alla madre. Ogni volta che segue la sua natura e fa la brutta cosa, cambiano città. Finché anche la madre non la abbandona.

«Sono tua madre e ti voglio bene, ma non posso più fare tutto questo». Poche righe, che segnano la fine dell’infanzia di Maren, quel tempo in cui si presuppone che ci sia qualcuno che si prende cura di te. Poche righe che danno inizio alla sua avventura. Lo sfondo della vicenda è un’America di ragazzi perduti e persone sole, ognuno alla ricerca di qualcosa. Crescere e trovare la propria identità può essere doloroso. Dalla ricerca del padre, che rappresenta l’identità e l’accettazione della propria natura, a un amore camuffato da amicizia che cresce senza far rumore, fino agli strani incontri che forgiano il carattere della giovane protagonista.

Lo stile della DeAngelis è semplice ma molto personale, con metafore leggere come farfalle di inchiostro. Il libro si divora e ti accompagna fino all’ultima pagina, e si fa lasciare alla fine con un pizzico di malinconia. Fino all’osso è il tipo di storia fresca e non pretenziosa, ma che nasconde temi profondi come la scoperta della sessualità, il potere femminile e l’accettazione del sé. E poi… be’, c’è un messaggio sociale neanche troppo velato, ma quello lo lascio scoprire a voi.

Cannibal family: benvenuti a casa Petronio

11949343_413498885510975_4578020257751976553_nSe esistesse un fumetto “maledetto”, al pari di film come La fin absolue du monde (ricordate l’episodio Cigarette burns dei Masters of horror?) o libri (un esempio per tutti? Il Necronomicon di Abdul Alhazred come raccontato da H. P. Lovecraft), be’, quel fumetto sarebbe sicuramente The Cannibal Family di Piccioni-Fantelli, edito da Edizioni Inkiostro. Talmente estremo e disturbante da diventare un “caso” editoriale, un fenomeno virale che ha scatenato lettori e collezionisti di fumetti alla ricerca di variant, edizioni limitate, ristampe e numeri zero per fiere e fumetterie. Dichiara Rossano Piccioni riguardo all’imminente uscita di Cannibal family n.8: «Abbiamo deciso di blisterare l’albo n.8 di The Cannibal Family visto l’alto contenuto osceno, blasfemo, horror, splatter contenuti nell’albo». Per poi concludere ironicamente: «Speriamo di non beccarci qualche denuncia di qualche inquisitore». Insomma, ce n’è abbastanza per richiamare alla memoria un’altra epoca, quella in cui il cinema italiano era capace di sfornare capolavori come Cannibal Holocaust, in grado di scioccare intere platee eppure di grande richiamo commerciale. Il fatto che Eli Roth se ne stia per uscire con The Green Inferno, dichiaratamente ispirato al capolavoro di Ruggero Deodato, non può essere un caso.

Leomacs
Illustrazione di Massimiliano Leonardo, in arte LEOMACS per lo speciale Lucca 2015 di Cannibal Family

Parlando di Cannibal Family è impossibile non ripensare anche alla stagione d’oro del fumetto horror italiano, quegli anni Ottanta che hanno dato i natali a Dylan Dog, ma che hanno anche visto la nascita della mai dimenticata «Splatter» delle edizioni Acme, esperimento riuscito di rivista antologica imperniata sull’horror estremo con incursioni in ogni deriva del genere, dal grottesco all’exploitation.

Ma diciamolo chiaramente: non sono solo le atmosfere ad aver contribuito al successo dell’iniziativa editoriale dei tipi della Inkiostro. A farla da padrone, come dovrebbe essere sempre, è la qualità del “prodotto finale”. La qualità del disegno, sempre incisivo, nel suo bianco e nero a tratti pulitissimo e a tratti sporco (di sangue) che caratterizza gli albi a partire dalla copertina, e la qualità dei testi, a cui si alternano Rossano Piccioni e Stefano Fantelli, sempre attenti a non scivolare nel celebrativo, con intrecci inaspettati, attenzione alla psicologia dei personaggi quanto ai colpi di scena, e una ricostruzione attenta dei periodi storici in cui si svolgono le vicende della famiglia Petronio: al presente si alternano infatti flashback ambientati nel periodo della Seconda Guerra Mondiale. Che a tratti risultano persino commoventi. Suona strano per un horror estremo? Non vi resta che provare con i vostri stessi occhi… se riuscirete a non farveli strappare via!