Barbarica in pillole: Cheese

«I fiori non fanno rumore quando cadono.»

Cheese (Coconino press) di Zuzu è un racconto per immagini intimo, che riesce a respingere, far provare dolore. Poi ti cattura e infine ti strappa il cuore.

Quanto è difficile accettarsi?
Quanto possiamo essere capaci di odiare parti di noi e diventare i nostri più grandi nemici?

Zuzu si vede un mostro.
Zuzu si vede grassa e allora si infila due dita in gola per vomitare.
Zuzu con gli occhi come pozzi neri, senza luce riflessa.

La sua immagine è a malapena sostenibile in alcune tavole, vorresti chiudere il libro. È un posto troppo scomodo e non ci vuoi stare.
Ma non puoi interrompere la lettura. Perché Cheese potrà essere una graphic novel dolorosa, ma è vera come la vita.
Zuzu è illustrato in modo selvaggio, rabbioso. Ci sono frasi cancellate, frasi urlate, è come trovarsi dentro a un flusso di coscienza che non lascia tregua.

Poi qualcosa cambia e l’autrice, con un incredibile dono di sintesi, “spalanca gli occhi” a Zuzu. Capirete questa frase se avrete la voglia, o meglio, il coraggio di leggere questo folgorante fumetto d’esordio.

A volte ci troviamo in un posto oscuro, ma basta un istante e tutto può cambiare.

#zuzu #barbaricainpillole

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Barbarica in pillole: Fumo negli occhi

«Fumo negli occhi e altre avventure dal crematorio» di Caitlin Doughty – Carbonio editore – è un libro necessario. Non sto dicendo che è un libro per tutti, ma che se deciderete di leggerlo sarà come immergervi nella profondità di un oceano e, infine, riemergere con un tesoro. La perla nera di una consapevolezza più profonda su una delle tematiche ancora oggi tabù: la morte.

Raccontata in modo esplicito, ironico, ma anche estremamente delicato e rispettoso da una giovane donna che ha lavorato in un’impresa di pompe funebri e ne ha fatto la sua ricerca, di una vita.

Meglio la cremazione o una sepoltura naturale? In cosa consiste l’imbalsamazione di una salma? Come affrontano la morte le diverse culture nel mondo? E perché oggi si nasconde con determinatezza dallo sguardo dei più piccoli, scegliendo di negarla come se non fosse parte del ciclo della vita? La morte fa paura, fa orrore, fa odore, ci mette di fronte alla consapevolezza che la vita è effimera e tutti abbiamo una data di scadenza. Ma al tempo stesso «la morte è il motore che continua a farci andare avanti, dandoci la motivazione per realizzarci, per imparare, per amare e per creare. I filosofi lo dicono a gran voce da migliaia di anni, e noi con la stessa forza continuiamo, generazione dopo generazione, a non volerlo capire.» Un memoir profondo e vitale, da una moderna dark lady che per scriverlo non ha avuto paura di sporcarsi le mani.

Barbarica in pillole: Margine di fuoco

«Ora, osservando Martin che fissava il tramonto tra gli alberi, cercò di non pensare a nulla. Lui vedeva solo il sole, i colori che si spegnevano. Lei cercava di vedere solo lui, seduto dov’era. Cercò di memorizzarlo.»

Margine di fuoco di John Smolens (Mattioli 1885) è un thriller crudele, che in certi passaggi ho dovuto leggere in apnea, con i sensi allerta di una bestia ferita. Ma è anche un romanzo letterario, che si prende i suoi tempi, fatto di silenzi racchiusi negli spazi bianchi tra le parole. Silenzi che tagliano come bisturi, a scavare nella carne dei suoi personaggi, svelandone pensieri, paure, debolezze, fantasmi, orrori.

Il Times lo ha definito “un thriller magnifico”. A me, chiusa l’ultima pagina, ha lasciato addosso il languore, la malinconia nera, della prima volta che lessi John Fante.

Mi avevano proposto di presentare John Smolens, domani – venerdì 10 maggio – al Salone Internazionale del libro di Torino. Credo sia superfluo dire che sarebbe stato un grande onore, ma ho dovuto rinunciare perché questo weekend ho già un evento importante (il battesimo della nipotina). Se voi invece sarete al Salone, vi consiglio di non perdere l’occasione di incontrare l’autore. Ore 16.30, Sala Internazionale.

#marginedifuoco #salonedellibrotorino #barbaricainpillole

Barbarica in pillole: Murderabilia

Avevo Murderabilia di Alvaro Ortiz (Bao Publishing) da un po’ sul comodino, poi un’oretta fa, in una pausa scrittura, mi sono detta: «Ma sì, dai. Leggo qualche pagina e vedo com’è.»

È che ho dovuto leggerlo fino alla fine. Inaspettato, selvaggio, fuori di testa, stonato, esilarante, scorretto.

Il protagonista è Malmö Rodriguez, aspirante scrittore che, parafrasando una canzone dei CCCP, non studia, non lavora, non guarda la tv (solo film porno sul cellulare), non va al cinema e non fa sport (anche se a volte fa finta).

Disegni stilizzati, un accattivante tratto pop, per mettere in scena una storia macabra, tra memorie di serial killer e lande desolate, amicizie interrotte e segreti. Cosa spinge un collezionista a pagare una cifra pazzesca per avere i due simpatici gatti neri dello zio deceduto del protagonista?

Per saperlo non resta che entrare in Murderabilia. Miaw!

#barbaricainpillole #baopublishing

Barbarica in pillole: Bologna in fiamme

«Quando il pensiero che ti pulsa nel cervello suona come: speriamo che mi ammazzi e basta, senza torturarmi, ebbene, qualcosa nella tua vita è andato storto. Simon si era svegliato, di colpo cosciente, e aveva capito. Il mostro che aveva ucciso quelle persone, alla fine, aveva catturato anche lui. Lui, Simone Bianchi, nome d’arte: Simone Blanx, non avrebbe mai fatto pace con l’uomo che amava, non sarebbe mai diventato un attore, non sarebbe tornato mai più a casa. Perché era in piedi, legato a un albero, e dietro di lui, fuori dal suo campo visivo, c’era l’incubo di quegli ultimi giorni. L’assassino che stava massacrando tutti loro, uno dopo l’altro. E fu in quell’istante che formulò un imprevedibile desiderio: uccidimi e basta, uccidimi in fretta, un colpo secco, ma il dolore no, no, non mi fare male, ti prego, non mi fare male.»

Un thriller scorretto, ironico, folle, crudo, che piacerebbe tanto ai Monty Python, ma vedresti bene sullo schermo con la regia di Tarantino.
In Bologna in fiamme, dell’editore imolese Battaglia edizioniGianluca Morozzi, il ragazzaccio della letteratura italiana, gioca con i perdenti. Due protagonisti inaspettati, Vasco Vitale e Simon Blanx, che lottano per sopravvivere in un mondo che non li ha mai accettati. Due ex compagni di scuola che non potrebbero essere più diversi tra loro, con un vissuto al vetriolo. Due vite che impattano l’una contro l’altra, due antieroi, che si uniscono giocoforza per combattere un terribile assassino che uccide una dopo l’altra le persone che gravitano intorno al regista italiano Achille Cordova, datore di lavoro di Blanx e mito assoluto per Vitale.

L’ironia si alterna a scene del crimine feroci, dialoghi brillanti e comparse esilaranti – come le zie ultranovantenni di Vasco Vitale a cui va una menzione speciale. Un libro per chi cerca l’inaspettato. Un viaggio nerissimo, a tutta velocità, tra risate e brividi, in un mondo di piccole speranze, grandi sfighe e perché no… anche un pizzico di romanticismo.

 

Barbarica in pillole: Bernardo Cavallino

«In origine si spegnevano le candeline per allontanare gli spiriti maligni dal festeggiato: si credeva che il fumo prodotto dallo spegnimento delle candele allontanasse queste presenze demoniache pronte a trascinarti nell’oscurità. Che, se ci pensi bene, è un controsenso: per combattere il buio spegni la luce?»

Che una storia con protagonisti uomini piccione potesse commuovermi non me lo aspettavo. Sto parlando di “Bernardo Cavallino” di Mattia Labadessa (Feltrinelli Comics), un racconto di formazione sulla depressione, il non sentirsi accettati, sull’amicizia e l’amore, e la paura della morte, e sull’accendere candele che possano illuminare il buio interiore.

Lo stile sintetico è di forte impatto emotivo. Ogni tavola riempie gli spazi in modo ingegnoso, creando un piccolo mondo a parte, una sorta di storia nella storia che fa scaturire riflessioni.

Bernardo Cavallino è una graphic novel che mi ha sorpresa. E così ho acceso una candela. Un soffio di vento. Buio.
#labadessa

La notte del corvo, un viaggio all’inferno e poi il ritorno

Non basta una corda a fare un impiccato. È una frase che mi è sempre rimasta impressa, sin dalla prima volta che ho visto “Il buono, il brutto, il cattivo”, western culto di Sergio Leone del 1966. Se non sbaglio, a pronunciarla è Sentenza, il cattivo.
Ma non importa chi la dice, ciò che importa è che questa frase mi è sempre suonata come un inno al non arrendersi mai.
Ed è questa la frase che mi è balenata in testa leggendo la storia che c’è dietro a “La notte del corvo” (Coconino Press- Fandango), un western moderno dell’autore Marco Galli, che qui si firma Apehands, ovvero mani di scimmia.

Torniamo indietro alla fine di marzo del 2016. Ricordo ancora quando la sorella di Marco diede la notizia attraverso la pagina social del fratello. Marco era stato colpito da un male oscuro, la sindrome di Guillain-Barrè, che lo tiene per sette mesi in bilico tra la vita e morte. Paralizzato, a parte gli occhi.
Poi il “risveglio” e la lunga riabilitazione. L’indebolimento dei muscoli gli nega per lungo tempo l’uso del pollice opponibile, ma Marco non si arrende; non rinuncia alla sua forma di espressione. Perché non basta una corda a fare un impiccato. E così Marco si inventa un nuovo modo di disegnare, lo fa nonostante la mano non gli obbedisca, lo fa in modo libero, furente, quasi anarchico; e se i disegni gli sembrano fatti da un’altra persona, lui inizia a firmarsi con un altro nome, Apehands appunto.

La notte del corvo è il grande ritorno di Marco Galli, una ballata western potente e viscerale, un urlo di rabbia e di libertà. C’è un vecchio sceriffo candidato a sindaco, c’è un giovane giornalista che odia il selvaggio west, con la sua polvere e la puzza di merda di cavallo e vorrebbe scrivere di vizi, di soldi, di polo e di Henry James; “non di vaccari puzzolenti”. C’è la tedesca, che non rinuncia al piacere e segue soltanto i propri interessi. E poi c’è lui, El Grajo. «È un pistolero, un ammazza cristiani, uno dei più spietati, mi dice un tizio tra la folla accorsa per vedere il morto, se ci sarà. Mi dice anche che parla strano, è vestito tutto di nero e che gli manca qualche rotella…»

Dall’arrivo dell’uomo con la maschera da corvo tutto precipita in modo imprevedibile. E il sangue scorre a fiumi. Perché «Avete già capito che una faccenda violenta come questa non poteva finire in modo così scialbo. I conti si devono pagare quando si scomodano i demoni dell’inferno.»

Il pulp dilaga, le colt sparano, ma rimane lo spazio per una riflessione sulle disparità sociali e sui confini, sul diverso che fa paura. La nave carica di schiavi che naufraga sulle coste della ridente cittadina di Bajada e scatena il panico nella popolazione si rifà a un presente vicino, attualissimo. Una storia che fa pensare, una storia che è una ripartenza da una frontiera buia.
Un viaggio all’inferno e poi il ritorno.