Vite di carta: la solitudine secondo i gemelli Rincione

«C’era una volta…
È così che cominciano le storie. Come se fosse davvero così.
Invece no. Ci sono storie che non hanno inizio. Storie in cui tutto inizia all’improvviso.
Come questa.

Che cos’è una storia, in fondo?
La storia non esiste. È solo un’astrazione.
Esistono solo i personaggi. Vite che non possiamo mai inquadrare del tutto. Immerse nello spazio e nel tempo.

Cosa sia reale o no, non lo sapremo mai.
Che cos’è la realtà? 
I pensieri non sono reali?

I sogni. Le paure. I ricordi. 
Non è fatta anche di questo la realtà?»

Vite di carta è il nuovo devastante racconto per immagini di Marco e Giulio Rincione. È una storia autoconclusiva, fruibile a sé stante, ma che fa parte del progetto crossmediale Timed, l’universo supereroistico targato Shockdom, ambientato in un futuro prossimo devastato da una nuova guerra fredda, tra politica e superpoteri.

Ho amato Vite di carta sin dalle prime righe (sono quelle che avete letto in apertura dell’articolo), così come ho amato Carl, il protagonista, che scopre all’improvviso di essere un Timed, ovvero un essere umano dotato di poteri speciali.

Poteri che sono una condanna a morte, in quanto all’esaurimento di essi, si esaurirà anche la sua vita. Poteri che rappresentano una maledizione e portano appresso un morbo logorante: quello della solitudine.

I poteri di Carl, si manifestano infatti con una super-empatia, che gli permette di leggere i pensieri, i ricordi e le paure degli altri esseri umani. Il caos della mente degli altri, è un’arma che ferisce. E da qui l’apparente contraddizione: sono le voci che vivono nella sua testa, a non permettergli di vivere. Per questo Carl ha dovuto lasciare la moglie Molly e isolarsi nella brughiera irlandese. Ed è per sfuggire alla stessa solitudine che si è imposto, che dà vita a personaggi di carta.

Vite di carta è una grande parabola dell’esistenza umana. Con sensibilità e immediatezza, i gemelli Rincione snocciolano tematiche scottanti come la solitudine, l’essere diversi, la parabola dell’artista che dà vita a personaggi di fantasia, eppure a volte più reali del reale. E ancora, la difficoltà dei rapporti di coppia, la paura della malattia, il destino capace di sconvolgere le carte e di conseguenza la vita… all’improvviso.

Disegni e testi sono un tutt’uno, quasi che i due autori siano capaci di un’osmosi totale: sceneggiatore e disegnatore, come un unico artista che danza con parole e immagini di una potenza devastante.

Figure taglienti, non simmetriche, i sogni e la realtà che si confondano fino a far scomparire i due autori all’interno dei loro stessi personaggi. «Per anni ho giocato al confine con la realtà. Ho creduto di poterlo fare. Era il mio rimedio contro la follia a cui ero condannato. La follia della solitudine.» Che forse non è altro che la follia dell’artista.

Ora, non mi resta che comunicarvi che mercoledì 25 ottobre alle ore 17, presso la Feltrinelli di Piazza Ravegnana a Bologna,  Marco e Giulio presenteranno Vite di carta. Ci sarò anch’io, in veste di relatrice dell’evento. Vi aspettiamo!

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I due dizionari delle serie tv cult: intervista agli autori

«Il mio secondo dizionario delle serie tv cult è una guida sentimentale composta da schede del tutte nuove, tra curiosità, retroscena interpretazioni inedite per capire insieme cosa parliamo quando parliamo di cult.» 

L’anno scorso, sulle pagine dei miei social, avevo consigliato un libro imprescindibile per gli appassionati di serie TV. Sto parlando de Il mio primo dizionario delle serie tv cult scritto da Matteo Marino e Claudio Gotti, per i tipi di Becco Giallo.

Illustrato da Daniel Cuello, già autore della splendida copertina del volume, parla delle serie più significative degli ultimi anni. Tra queste, Game of Thrones, Penny Dreadful, Twin Peaks, X Files, Boris, Sex and the City, Lost e tante altre.

Ogni scheda è caratterizzata da approfondimenti che spaziano dalla storia della serie in questione, con curiosità, aneddoti e spunti di riflessione. Si tratta di sette paragrafi per ciascuna suddivisi in: Iniziare, Personaggi, Marchio, Salto dello squalo, Firma, Vite parallele e Ser(i)endipità.

Bene, dopo il successo di questo primo volume, gli autori del primo dizionario, ci consegnano Il mio secondo dizionario delle serie tv cult. Ancora una volta è Daniel Cuello a occuparsi delle illustrazione interne e di copertina. Questa volta ad altre 24 serie culto; da Stranger Things a The Walking Dead, Black Mirror, Beverly Hills 90210, Sherlock, passando per capolavori in costume tra i quali Downton Abbey.

È un grande piacere per me ospitare Matteo Marino e Claudio Gotti, in questa intervista alla scoperta dei dietro alle quinte nella creazione di questi dizionari ormai di culto. Benvenuti, a Scritture barbariche, ragazzi. Per prima cosa vi chiedo, com’è nata l’idea di fare un dizionario delle serie tv?
Claudio: Spontaneamente. Non potremmo non scrivere di ciò che amiamo. Per noi scrivere di una cosa è un tutt’uno con la cosa stessa, è parte integrante della visione, è il nostro modo di guardare le cose… Veniamo da oltre quindici anni di saggi a quattro mani nell’ambito della critica cinematografica e volevamo proporre qualcosa di più sostanzioso e che mostrasse il nostro stile, un libro tutto nostro proprio mentre esplodeva il fenomeno delle serie tv…

Matteo: Personalmente credo che la mia prima “critica” televisiva sia stata un quaderno a righe delle medie riempito di teorie su chi avesse ucciso Laura Palmer e vani tentativi di interpretare la Loggia Nera, alternati a ritagli di articoli di Tv Sorrisi & Canzoni. Avevo tredici anni. Portavo questo quaderno il giovedì mattina a scuola e alla discussione partecipava praticamente tutta la classe! In un certo senso è stato “il mio primo dizionario delle serie tv cult”!

Dopo il successo del primo volume, siete da poco tornati con un secondo dizionario. Come vi siete suddivisi il lavoro? Se una serie piace a entrambi, ve la giocate ai dadi?
Claudio: Siamo tornati non solo perché i lettori ce lo richiedevano ma anche perché il primo progetto prevedeva una lista di cento titoli, mentre nel primo volume eravamo riusciti a ficcarcene dentro “solo” trentatré in 416 pagine… Ed è una lista destinata a crescere con gli instant cult che ogni anno ci riserva. Ci siamo suddivisi il lavoro per alzata di mano, in base alla sensibilità di ognuno. Una volta assegnate le schede, l’uno fa una prima stesura che passa poi sotto il “rullo compressore” dell’altro fino a che non raggiunge quella forma che convince entrambi. Ciascuno dei due diventa così il primo lettore e il pubblico dell’altro: è una cosa emozionante. A volte discutiamo animatamente su un concetto, su come renderlo al meglio, non desistiamo e alla fine, a chiusura di scheda, la soddisfazione è immensa e la fatica ripagata. Se una serie piace a entrambi è decisamente meglio perché raccoglie il meglio delle intuizioni di tutti e due. Anche questa è una cosa spontanea: ci troviamo a raccontarcele con entusiasmo per poi accorgerci di non averle scritte proprio mentre le dicevamo o di non aver registrato la conversazione (ce lo riproponiamo sempre e non lo facciamo mai!). Ecco: il segreto a volte sta nel riportare su carta la freschezza e la definitività del primissimo scambio di impressioni.

Matteo: Uno scambio di impressioni che non si limita solo a noi due, visto che abbiamo la fortuna di essere circondati da appassionati e conoscitori della materia che ci danno tantissimi suggerimenti: i corposi capitoli di ringraziamento di entrambi i volumi sono lì a testimoniarlo. Le serie sono social e abbiamo cercato di mantenere anche nei libri questo tono discorsivo e pop, anche quando andavamo più sul tecnico. Importante è stata in questo senso la particolare struttura di ogni scheda: sette paragrafi fissi (Iniziare, Personaggi, Marchio, Salto dello squalo, Firma, Vite parallele, Ser(i)endipità), sette punti di vista per ogni serie, sette chiavi di accesso originali.
Ecco, la scintilla di scrivere i dizionari è definitivamente scoccata quando ci è apparsa chiara “quella” struttura. Altrettanto fondamentale la scelta di non fare un dizionario classico, con schede brevi di tutte le serie del mondo, ma una guida sentimentale, con una nostra personale selezione di titoli cult di cui parlare per molte pagine. Ciliegina sulla torta, le illustrazioni di uno straordinario Daniel Cuello.

Domanda da un milione di dollari. Scoppia l’Apocalisse e rimani bloccato in casa con la possibilità di guardare una sola serie, fino alla fine dei tuoi giorni. Quale scegli?
Claudio: Tante serie hanno saputo “portarmi via” come se il mondo non esistesse più, ma devo scegliere Downton Abbey: nonostante sia a suo modo apocalittica (parla della fine di un mondo), quel mondo ha saputo ricostruirlo in maniera incredibile, farcene innamorare e sentire parte.

Matteo: Se fossi furbo, direi Doctor Who. È una serie stupenda che va avanti da 54 anni, quindi ne avrei di puntate da vedere e rivedere! Ma poi seguirei il cuore e metterei in loop Twin Peaks. Già l’avrei scelta con due sole stagioni all’attivo, poi con questa terza ha superato ogni mia aspettativa. D’altronde, il sottotitolo del primo dizionario è “Da Twin Peaks a Big Bang Theory”… Il primo amore non si scorda mai.

Qual è stata la prima serie tv per cui hai perso la testa?
Claudio: Quando ero bambino imperversavano le telenovelas brasiliane e di Dancin’ Days conoscevo a memoria i nomi di tutti gli attori (ancora oggi) e ritagliavo tutti i trafiletti che trovavo. Sônia Braga è rimasta un mito e l’ho ritrovata in un’altra serie che mi ha fatto perdere la testa da grande, Sex and the City. Insieme a Dexter e Desperate Housewives, nessuna serie ha saputo prendermi allo stesso modo. Ricordo altre due serie di genere diverso: Quincy mi ha ingenerato la curiosità spasmodica di sapere come va a finire una puntata, mentre niente è stato capace di farmi più paura di Belfagor. Mi è preso un colpo quando l’ho rivisto in quell’amarcord che è Fai bei sogni di Marco Bellocchio: mi ha fatto ancora paura e contemporaneamente mi è venuto da piangere per la nostalgia.

Matteo: La mia infanzia sono gli anni Ottanta. In quel periodo alla televisione davano un mucchio di “telefilm”. Quando andavo in macchina con i miei, per me era la Supercar (anche se era una Ford Orion avana). Avrei voluto avere come vicini i Jefferson, prendere in prestito il lazo della verità da Wonder Woman e schioccare le dita come Fonzie. E poi c’erano i film… Diciamo che mi sono innamorato proprio della forma del racconto audiovisivo, della sua forza e della sua magia, e da un lato volevo capire come funzionava, dall’altro volevo lasciarmi stregare. È quello che mi succede ancora oggi. Per questo vedere e scrivere di una serie come Stranger Things, che celebra proprio gli anni della mia infanzia, è stato divertente ed emozionante. E infatti proprio la scheda di Stranger Things, presente nel secondo volume, l’abbiamo disseminata di… sorprese. È questo che fanno le serie tv cult, per me: ci sorprendono, dandoci quello che non sapevamo di stare cercando.

In conclusione, non mi resta che consigliarvi la lettura di questi due indispensabili volumi: con serie di qualità che provengono da tutto il mondo, il modo migliore per orientarvi sono è affidarvi a Claudio e Matteo, che vi condurranno attraverso un percorso interessante sia per chi conosce già le serie trattate che per chi vuole scoprirne di più, ma anche per i neofiti alla ricerca di una guida scritta con passione e competenza per addentrarsi nel variegato mondo delle serie tv.

Born to lose: le tante vite di una donna

«Sto lavorando su me stessa per essere una persona meno sorridente. Vorrei essere più aggressiva. Vorrei essere di quelle antipaticone acide che incutono timore. Ci devo lavorare. E alle persone che mi feriscono vorrei gridare: vaffanculo brutto str**zo di me**a!»

Born to lose di Nicoz Balboa (Coconino Press, brossurato, 192 pp., a colori) è un diario. Intimo, malinconico, sincero, divertente, feroce.
Un diario reale, senza costruzioni, perché chi l’ha scritto ha deciso di rinunciare a ogni maschera. Un diario che nasce dal progetto grafico giornaliero MOMeskine, inizialmente pubblicato sul web.

Born to lose contiene confessioni, paure e buoni propositi e giornate storte, e altri buoni propositi e sbagli e mille cambi di umore.

Born to lose è il diario di una giovane donna alla ricerca di qualcuno che la ami sinceramente. Ma è anche il diario di una madre, di un’artista, di un essere umano alla ricerca di se stesso. Per questo è così spiazzante. Perché ti rendi conto di trovarti improvvisamente nei panni di un’altra persona o, come cantavano i Depeche mode, di camminare nelle sue scarpe.

Nicoz Balboa si mette a nudo, faticosamente, in maniera catartica. Sembra scrivere per capire meglio i suoi sbagli e insieme per urlare al mondo i suoi desideri, in modo che in mondo per una buona volta la stia a sentire. E tutto questo senza rinunciare a una buona dose di humor e autoironia.

Lo stile del disegno è anarchico, stiloso, a tratti infantile per la purezza con cui l’autrice mette su carta le emozioni. E il risultato è un libro unico nel suo genere, un libro prezioso perché mette su carta un pezzo di vita.

Nicoz, sappi che durante la lettura ho partecipato fortemente alla narrazione mangiando chili di cioccolata, gridandoti di lasciare G. quando ti faceva stare male e rivolgendomi a te come se fossi un’amica. E alcuni dei tuoi buoni propositi, come quello riportato in calce all’articolo, li ho fatti miei. Perché in fondo, c’è un po’ di Born to lose in ognuna di noi. Girls power!

Nota finale. A proposito di dire a voce alta i desideri, in wishlist ho segnato: farsi tatuare da Nicoz Balboa.

 

 

 

L’uomo di casa.

«La risposta è che non c’è un perché al male. Non c’è mai stato.
Siamo solo noi, tutti noi, che abbiamo voluto fingere che il mondo fosse un luogo di pace e d’amore. È una sciocca patetica illusione, mia cara. Dentro il nostro cuore sappiamo bene che non è così, sappiamo che stiamo cercando riparo dentro a una bugia, perché il mondo, in realtà, è solo un luogo orribile, dove succedono cose orribili.»

L’uomo di casa di Romano De Marco (322 pp., Piemme editore) è un domestic thriller ambientato in una cittadina della Virginia dal nome europeo, Vienna, contea di Fairfax.

La protagonista è Sandra Morrison, moglie e madre modello, la cui vita è distrutta dalla morte del marito Alan in circostanze scabrose.

La donna è costretta a rimettere tutto in discussione. Chi era l’uomo con cui ha condiviso vent’anni? Un irreprensibile uomo di casa, marito e padre amorevole, stimato professionista? Oppure un ipocrita dalla doppia vita? 

È per rispondere a queste domande che la protagonista si trova invischiata in un’indagine che risale a trent’anni prima: il caso della Lilith di Richmond, ladra di bambini e assassina seriale, mai consegnata alla giustizia.

L’indagine del presente, narrata con capitoli in terza persona che si intervallano a capitoli in prima persona in cui è Sandra stessa a farci entrare nella sua mente, si mescola all’indagine del passato con balzi temporali a partire dal 1979, anno in cui Gina Cardena, detective afroamericana coraggiosa e indomita, porta avanti una lotta contro tutti alla ricerca della verità.

Ai due piani temporali, si intervallano capitoli scritti in corsivo, che riportano i dialoghi di chi conosce la verità e come un ragno, trama nell’oscurità, giocando con le sorti degli ignari protagonisti.

La voce di De Marco è fresca, sicura. Lo scrittore mescola indizi e dosa i colpi di scena fino all’ultima pagina in cui si aggiunge un’ulteriore chiusa, in cui l’oscurità viene a galla portando con sé l’origine di un male antico quando spaventoso.

 

Non chiudere gli occhi: una fiaba nera per non dormire

«Camminavano lentamente, uno dietro l’altro, intrufolandosi tra gli sterpi, scansando i rami davanti al viso; il silenzio si faceva più denso e cupo a mano a mano che si allontanavano dalla strada, e la vegetazione era così fitta che avevano l’impressione potesse chiudersi su di loro come le fauci di un enorme animale preistorico. Chi poteva dire che non stessero camminando sul dorso di un animale gigantesco che, proprio adesso, sentendo il solletico dei loro passi, si sarebbe svegliato ingoiandoli in un boccone?»

Non chiudere gli occhi di Francesco Formaggi è un romanzo per ragazzi sul potere della paura. È uscito per i tipi di Pelledoca, un editore con un catalogo davvero interessante, che si prefigge di portare ai lettori più giovani storie da brivido, capaci di tenerli con il fiato sospeso e gli occhi incollati alla pagina. Perché, come si legge dal sito ufficiale “affrontare emozioni come la paura attraverso la lettura insegna fin dalla tenera età a superare le difficoltà”. Proprio come nelle fiabe tradizionali, ricche di elementi spaventosi che venivano snocciolati ad arte per mantenere viva la suspance e insieme fornire elementi pedagogici.

Il protagonista di Non chiudere gli occhi è Giovanni, un ragazzo di tredici anni che si trova coinvolto insieme al suo migliore amico Nico e alla coraggiosa Alice, in un’avventura dai toni decisamente noir. Le premesse sono le seguenti: “Una sera di primavera, quando la scuola sta per finire, compaiono una donna e un uomo misteriosi. Nessuno sa dove abitino, da dove vengano e cosa siano venuti a fare. Hanno un aspetto inquietante ed escono solo di notte: lei davanti, lui dietro, a una decina di passi. Quando improvvisamente scompare un bambino, il paese intero è sconvolto e l’opinione pubblica è convinta che in qualche modo la strana coppia abbia a che fare con la sparizione.”

Giovanni, detto Gio, sembra l’unico a non credere alle apparenze e inizia un viaggio alla ricerca della verità. Per farlo, dovrà affrontare le sue paure e mettere da parte i demoni del passato. Oltre agli amici, ad aiutarlo in questa ricerca, il suo dono: Giovanni sente sulla pelle, fin dentro alle ossa, se una persona è cattiva.

Un romanzo sulla crescita, sull’importanza di guardare in faccia le proprie paure, sull’elaborazione del lutto e sull’amicizia. Mi ha ricordato le atmosfere di Stand by me, il meraviglioso film diretto da Rob Reiner e tratto dal racconto The body di Stephen King. A proposito, non è stato forse il maestro del Maine a dire che leggere racconti di paura aiuta ad allenarsi alla paura?

Vivi e vegeta: un noir vegetariano

«Sai come si dice, alla fine ci si abitua un po’ a tutto…»
«Non speri mai che esca il sole?»
«Credimi, ragazzo… qui nessuno spera mai che esca il sole.»

Questa è la storia di un webcomic che ha fatto il suo esordio su Verticalismi nel novembre del 2014, ha vinto numerosi premi, tra cui il Micheluzzi nel 2016 come Miglior web-comic e infine è sbocciato in cartaceo per i tipi di Bao publishing. Sto parlando di Vivi e vegeta – un noir vegetariano (brossura, pp. 168), scritto da Francesco Savino e illustrato (e colorato) da Stefano Simeone, coadiuvato da Lorenzo Magalotti. 

Voi non potete saperlo, ma sin da bambina avevo una passione per le piante grasse e puntute. Potete quindi immaginare la mia curiosità nello scoprire che il protagonista di questa graphic novel, Carl, è il principe delle piante grasse: un cactus. Nel mondo di Vivi e Vegeta gli umani non sono ammessi. Non ne compare uno, anche se di tanto in tanto vengono nominati come spauracchi, come nelle fiabe della malanotte quando si parla del Babau o del lupo cattivo, piuttosto che della perfida strega che ruba i denti ai bambini (o era una fatina buona? Beh, ci siamo capiti).

Nel mondo di Vivi e vegeta ci sono regole che non vanno infrante. Nel Distretto dei fiori, per esempio, le piante non sono ben accette. Lo scoprirà sulla sua pelle (verde) Carl, che si trasferisce lì per scoprire perché non gli stiano più arrivando notizie dalla sua ragazza, Nora, giornalista alla ricerca di uno scoop e scomparsa nel nulla.

Piove sempre, nel Distretto dei fiori, e quando non piove è pure peggio. Perché il sole porta nemici, gli spietati girasoli, mercenari al servizio di una misteriosa figura a cui si rivolgono come Sua Fluorescenza. I girasoli rapiscono fiori che poi non fanno più ritorno a casa. Così, gli abitanti del Distretto, sono costretti a piangere i loro cari  su tombe vuote, nel terrore continuo di essere le prossime vittime. Ed è qui che la trama noir si infittisce…

«La tua mente ha scavato fino alle tue radici… è un viaggio doloroso, ma è l’unico che permette di arrivare alla verità…», è solo guardandosi dentro ed affrontando le sue paure che Carl potrà andare fino in fondo per scoprire la verità. Perché gli eroi, in fondo, sono individui normali che fanno scelte coraggiose.

Potrei azzardarmi a definire Vivi e Vegeta un pulp tarantiniano. Gli elementi non mancano: margherite traumatizzate dopo essere scampate al m’ama non m’ama nel mondo degli umani, tulipani cocainomani e vegetali motociclisti-trafficanti che muovono le fila in un mondo disperato.

La vicenda procede a un ritmo forsennato, che non rinuncia mai alla spettacolarità (ricordiamo che Francesco si è dovuto inizialmente confrontare con i veloci tempi di lettura del web). Ma Vivi e Vegeta nasconde un messaggio più profondo, si parla di discriminazioni, di amore e amicizia. Si parla di sogni, e non manca un’ironia di fondo sulle tendenze più radicali in fatto di alimentazione.

Stefano Simeone ha uno stile perfetto per inseguire la velocità delle azioni. Le immagini sembrano fotogrammi di un film, ricche di movimento, come a inseguire le aspirazioni dei personaggi stessi. Le figure sono conturbanti.

Per finire, vi ricordo che il libro è disponibile con la cover regular dello stesso Simeone e con la cover variant a tiratura limitata di Gabriele Dell’Otto. Le splendide copertine che suddividono i capitoli interni (altro elemento classico tarantiniano) sono opera di Roberta Ingranata. E tra i contenuti speciali c’è un adorabile bonus track: lo stilosissimo racconto di Natale, Per qualche petalo in più, scritto da Savino e illustrato e colorato dalla bravissima Nicoletta Baldari. 

«I fiori hanno fatto i loro comodi troppo a lungo. È ora di piantarli.»

Il rapporto di Brodeck: scritto con il sangue

“Il rapporto di Brodeck” di Manu Larcenet è una storia che mi ha scavato dentro, così in profondità da lasciarmi turbata. Incapace di leggere altro per giorni. Incapace di scriverne, fino a oggi.

Ci sono volute settimane per lasciar sedimentare tutte le emozioni provocate dalle lettura. E questo non mi succedeva da tempo. Siamo nel primo trimestre dell’anno, (il secondo volume del dittico Brodeck è uscito un mese fa), ma non ho paura di dire che questo per me è senza dubbio il libro dell’anno.

Ma facciamo un passo indietro. La storia è uscita per Coconino Press in due volumi brossurati, formato orizzontale 29 x 21,5, contenuti in eleganti cofanetti che riprendono il verde e il rosa antico dei dettagli in copertina. A prima vista assomigliano a vecchi album di fotografie, a qualcosa di prezioso che viene dal passato e non vuole essere dimenticato. 

La storia è ambientata in un piccolo villaggio di montagna sul confine franco-tedesco, alla fine della Seconda guerra mondiale. La graphic novel (sono due volumi, ma si tratta di un’unica storia) è la trasposizione in immagini del romanzo Il Rapporto, del regista Philippe Claudel. 

La trama è a suo modo semplice: un uomo, uno straniero, viene assassinato in circostanze misteriose. «Nessuno di noi ha mai saputo il suo nome. Forse non ce l’ha mai detto. Quando è arrivato qui lo abbiamo soprannominato “l’Anderer”, che nel nostro dialetto significa più o meno “l’altro”. Era sbucato dal nulla, era diverso.» 

A questo punto della vicenda, gli abitanti chiedono a Brodeck, un ex deportato scampato a due anni di prigionia in un campo di concentramento, di redigere un rapporto sull’omicidio. Ritornato da poco nel paese, in qualche modo anche Brodeck è uno straniero che deve riconquistare la fiducia e il rispetto dei compaesani. Il rapporto serve a scagionare i colpevoli del crimine. Il rapporto li libererà dalle colpe e laverà via il sangue dalle loro mani.

Ma in parallelo a questo, in un clima di astio e sospetto, Brodeck scrive di nascosto un diario, contenente la nuda e cruda verità. «Dirò tutto, senza altro assillo che quello della verità. Dirò com’è andata, dirò i segreti di questi uomini, ma anche i miei. Se questa confessione sembrerà alla fine una sorta di mostro, composito e misterioso, sarà perché rispecchia la mia vita.»

L’indagine di Brodeck porta a una riflessione profonda e lacerante sulla natura umana. Sul rimorso, sulla colpa, sulle atrocità della guerra, sul male che si annida nel cuore degli uomini. In questo contesto, l’Anderer rappresenta la purezza dell’uomo, la bellezza dell’arte, la semplicità del vivere. L’Anderer ricordava agli abitanti del paese che esiste un’alternativa. È per questo che viene assassinato.

Le illustrazioni di Larcenet lacerano i sensi. Bianco e nero feroce che mette in scena la bellezza della natura che osserva la cattiveria degli uomini: boschi innevati, lune malinconiche, silenziosi panorami di montagna e animali. La potenza visiva va di pari passo con la potenza psicologica trasmessa da ogni tavola. Intere sequenze mute, che esprimono di più che mille parole.

Gli uomini sono caratterizzati in modo fortemente espressivo, per certi versi grottesco. Vediamo i loro volti devastati dalle rughe, l’inquietudine degli occhi, la durezza dei lineamenti. E in una sorta di metafora orwelliana, le guardie del campo di concentramento hanno le sembianze di belve feroci. Così come gli abitanti del villaggio, quando diventano massa dimenticando di avere un’umanità, assomigliano ai maiali. «Non lasciarti ingannare dal loro aspetto, Brodeck… sono delle vere belve. Sembrano pacifici come balene, ma sono delle belve. Senza cuore, senz’anima, senza memoria. L’unica cosa che conta per loro è la pancia. E hanno un solo obiettivo nella vita: riempirla. Sarebbero capaci di divorare i loro fratelli, di sbranare le loro stesse carni, senza batter ciglio. Masticano, inghiottono, cagano all’infinito e non sono mai sazi. Mangiano di tutto, Brodeck, senza porsi mai domande… di tutto. Capisci cosa sto dicendo, Brodeck? Loro non pensano… non sanno cosa siano il rimorso né il passato… Si limitano a vivere… Non credi che abbiano ragione loro?»

“Il rapporto di Brodeck” è una storia crudele come sa essere la vita. Un dittico che non dovrebbe mancare in nessuna libreria.