Ryuko la guerriera

«Da oggi basta fare la piccola sognatrice. Gli occhi ce li hai, no? E allora usali per guardare in faccia la realtà.»

Ryuko volume 1 (di due) di Eldo Yoshimizu, edito per i tipi di Bao Publishing (cartonato, 256 pp.) è un noir per immagini, tributo ai gekiga degli anni Settanta, con echi tarantiniani e azione all’ennesima potenza.

Ma facciamo un passo indietro. Il genere gekiga viene coniato da Yoshihiro Tatsumi alla fine degli anni Cinquanta per riferirsi ai propri lavori così intrisi di drammaticità e in netto contrasto con i manga, il cui termine tradotto letteralmente significa “immagini disimpegnate”. Si parlava di vendetta, di violenza, di onore, tematiche adulte e trattate spesso con attenzione all’aspetto psicologico.

Ryuko è una misteriosa assassina della yakuza, una donna d’onore, nonostante si trovi in mezzo a una sanguinosa guerra tra clan. Già dalla prima scena la vediamo accettare di prendersi cura della figlia di un nemico, una neonata di nome Barrel. E diciotto anni dopo eccola, non invecchiata di un giorno, tenere fede alla sua promessa.

Diversi piani temporali si susseguono nella vicenda, mentre le ambientazioni vanno dal Mar Nero al Giappone, passando per San Pietroburgo.

Parto subito dal punto di forza del volume: i disegni. Intrisi di dinamicità e sensualità, avvolgono il lettore e lo catapultano all’interno della vicenda.

Le donne di Yoshimizu sono conturbanti, spietate, bellissime, potenti; quasi la trasposizione illustrata delle “supervixen” di Russ Meier.

Le scene di inseguimento in cui Ryuko è a bordo della sua moto sono ruggenti, sparate ad altissima velocità e nelle sparatorie senti i proiettili passarti accanto.

Da appassionata di cinema di genere, ho notato con piacere che, sul finale, la protagonista è abbigliata come Sasori, l’indimenticabile protagonista di Female Prisoner #701: Scorpion il film del 1972, tratto dall’omonimo gekiga di Tooru Shinohara. Un chiaro omaggio a uno dei film culto del filone pink violence, di cui fa parte anche Lady Snowblood, uscito l’anno seguente e con la stessa attrice nel ruolo di protagonista, la splendida Meiko Kaji (e che Kill Bill riprende a piene mani).

La trama rimane di sottofondo rispetto alla potenza delle immagini. La vendetta e i tradimenti sono quasi una scusa per mettere in scena l’essere umano nelle sue contraddizioni e debolezze.

Se dovessi descrivere le atmosfere di Ryuko in tre parole? Amleto incontra Tarantino.

«La vendetta se ne frega della distanza, del tempo che è passato, del calibro delle pallottole. La vendetta sa aspettare.»

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Un giallo romantico nella Milano nera

«Qualche volta si può ricominciare da capo, permettendo alle nostre ferite di chiudersi e diventare cicatrici, anche se non sappiamo esattamente che cosa le abbia originate. Lo sperava per Manuela. Ma anche per Vittoria e per se stessa. Perché non sempre la vita è come un libro, dove i tasselli del puzzle trovano tutti il proprio posto prima della fine dell’ultimo capitolo.»

La fioraia del Giambellino di Rosa Teruzzi (Sonzogno) è un giallo tutto al femminile.

Sono donne, le protagonista della vicenda, narrate dalla Teruzzi con occhio complice, ma insieme attento a coglierne tutte le sfumature.

C’è Libera, ex libraia, fioraia per passione – dopo aver trasformato un vecchio casello ferroviario in una casa-bottega, dove si mantiene creando bouquet di nozze – e investigatrice per caso. Con l’aiuto della madre Iole, un po’ fuori di testa, seguace dell’amore libero e appassionata di yoga, e della figlia Vittoria, giovane agente di polizia, arrabbiata e taciturna, ha infatti risolto un caso complicato, archiviato dalla polizia molti anni prima (la vicenda è narrata nel romanzo La sposa scomparsa). E ora si ritrova, a dispetto del divieto da parte della figlia di intraprendere nuove indagini private, ad accettare un nuovo caso.

Lo fa per Manuela, ragazza milanese romantica, prossima alle nozze, che sogna di essere accompagnata all’altare dal padre. Peccato che la madre si rifiuti di rivelarne l’identità. Non solo, la donna ha cambiato spesso residenza e sembra nascondere un segreto.

Centosessantaquattro pagine di indagini serrate. Tre donne, tre generazioni a confronto, tre modi di affrontare la vita e l’amore. Lo  sfondo è una Milano vera e vivida. Una Milano che l’autrice ama e dipinge con colori vivaci e un pizzico di nostalgia; dai Navigli, ai quartieri popolari, fino alla Brianza dove Libera approderà per scoprire la verità.

Il problema è che certe verità portano un carico di dolore inestinguibile. E indagando sugli altri, Libera dovrà investigare su se stessa, sui suoi reali sentimenti e sul suo doloroso passato. La scrittura è scorrevole, mai pedante. Teruzzi dosa l’ironia come una spezia, creando divertenti siparietti soprattutto grazie al personaggio di Iole, settantenne sprint e dal temperamento indomito.

Il finale aperto, suggerisce che ci saranno altre avventure di questo trio di Miss Marple improvvisate. Citazione non casuale, perché i classici citati ne La fioraia del Giambellino sono molteplici; dal Conte di Montecristo, a Madame Bovary, passando per scrittori come Scerbanenco e Conan Doyle. Consigliato agli amanti del giallo, che non rinunciano a un tocco di rosa shocking. Ma attenzione, perché il finale è nerissimo!

Appunti per una storia di guerra – versione 2.0

«In quei giorni passavamo tutto il tempo sulla collina, perché scendere in paese era diventato troppo pericoloso.
Christian pareva cresciuto di colpo. Non avresti mai detto che avesse ancora (e soltanto) diciassette anni.
La nostra valle, in quei giorni, pareva dormire. Pareva dormire ferita. Come dopo una sbronza di cazzotti.
Guardando bene si vedevano le buche delle bombe. E quel che rimaneva di San Donato.
Il killerino era fatto così, aveva due coltelli, e uno lo teneva sempre tra i denti. In quei giorni, poi, era più cattivo del solito. Come tutti del resto, eravamo tutti cattivi.»

Tra le novità Coconino dello scorso Lucca Comics, c’è la nuova edizione con sketch inediti di “Appunti per una storia di guerra” di Gipi. Il volume è curato in ogni dettaglio, 144 pagine con copertina inedita e una ricca sezione di schizzi e appunti scritti a mano dall’autore che ci portano nel dietro alle quinte della creazione.

Apri la prima pagina e trovi un disegno che sembra appena stato eseguito, magari proprio in fiera, davanti ai tuoi occhi, dal tanto che trasmette emozioni. Ci sono i tre personaggi principali, c’è un cuore che batte, il cuore di Killerino, il giovanissimo capo di questa banda di randagi, che vivono al margine della guerra. Una guerra senza nome. Una guerra come tutte le guerre, in cui la gente perde la casa, la dignità, la vita. In cui capita che a volte si smarrisca anche l’anima.

Christian, Stefano (il Killerino) e Giuliano cercano la propria strada, a dispetto della devastazione. Sono amici nonostante le bombe. Amici nonostante le differenza sociali. Amici nonostante l’odio che inghiotte e cancella interi paesi in una notte.

Ma attenzione, perché l’elemento del caos, che entra nelle loro vite e cambia gli equilibri, non è la guerra. Quella c’è dalle prime righe, è lo sfondo all’intera vicenda. Il caos è impersonato dal miliziano Felix.
È lui a fornire loro una sorta di educazione criminale. Lo fa addomesticando Il Killerino, plasmandolo come fosse fango mescolato con acqua piovana e rabbia. Felix lo trasforma, pagina dopo pagina, nella sua creatura di odio, in una perfetta arma pronta a colpire.

Antagonista di Felix e testimone del cambiamento dell’amico, è Giuliano, la voce narrante della vicenda. Giuliano fa parte della banda, ma al tempo stesso non riesce a farne parte fino in fondo. È diverso dagli altri, fa sogni strani e se volesse potrebbe tornare dalla sua famiglia, perché una famiglia ancora ce l’ha.
Giuliano vorrebbe disperatamente essere come i suoi amici. Ma non lo è.
Per il semplice fatto che la disperazione, quella vera, non l’ha mai sfiorato.

«Non sei come noi.» È questo che gli ripetono gli altri. È questa la verità che non potendo cancellare, dovrà infine riuscire ad accettare.

I dialoghi sono semplici e cesellati, toni onirici fortemente stranianti irrompono nella narrazione attraverso i sogni di Giuliano. Gli acquerelli sfuggenti assomigliano alle emozioni. Rimangono a mezz’aria e ti lasciano addosso una sensazione dolce e amara che ti accompagna fino all’ultima pagina.

Non sorprende, che questo racconto per immagini, così potente e poetico, sia valso al suo autore il Prix du Meilleur Album al Festival International de la Bande Dessinée d’Angoulême nel 2006. Per me, una lettura imperdibile anche per chi di solito non legge fumetti.

+ Luce, una rivista di poesia incendiaria

«Io a partì non so capace,
se il tuo cuore è un ultraleggero,
il mio è un cuore radice,
di quelli che nessun vede
ma che un giorno rompono l’asfalto…»

Questo stralcio di poesia è di Giulia Anania e fa parte di un progetto davvero particolare: +Luce|Poesia, la prima rivista di poesia incendiaria a cura di Marzia Grillo. Si tratta di poesie, rinchiuse in scatole di fiammiferi per illuminare la giornata, per tagliare il silenzio, per comunicare.

Il packaging è splendido e minimale, una busta di cartoncino leggero racchiude le cinque scatoline di fiammiferi. Sono illustrate da Elisa Talentino e mettendole vicine compongono un unico disegno sensuale. All’interno di ogni scatola c’è una poesia. A firmarle, Klaus Miser, Fernanda Woodman, Silvia Bre, Giulia Anania e Mariasole Ariot; artiste di rottura, potenti e misteriose. Proprio come la luna… proprio come la poesia.

Per informazioni, cliccate QUI per visualizzare la pagina facebook di+Luce.

Gli anni che restano: fotografie di una Bologna che non c’è più.

«Cara Linda, alcuni giorni fa stavo viaggiando in treno. Di fianco a me avevano dimenticato una rivista, uno di quei mensili per cervelloni. In mezzo a tanti articoli, pieni di frasi sottili e gente seria in cravatta, spiegavano com’è nato il verbo ricordare.
Me lo sono segnato: viene dal latino re-indietro e -cor cuore. Richiamare nel cuore. Perché il cuore veniva considerato la casa dei ricordi.
Negli ultimi tempi posso parlare della mia vita attraverso i fotogrammi a fuoco che scopro a ogni metro bruciato. Si sente un’aria fresca dal finestrino che sa di casa anche se casa non è, mentre il binario prosegue e io resto immobile.
Sorrido. richiamo nel cuore. Può sembrare banale e melenso, ma mio padre me lo ripeteva spesso… È proprio lì nel cuore che si nasconde la nostra memoria.»

“Gli anni che restano” (Bao Publishing, 144 pp., cartonato) è il graphic novel d’esordio di Brian Freschi e Davide Aurilia. È una storia di ricordi e di rimpianti. È una storia di amicizia, di quelle che vengono da lontano, dall’infanzia e uniscono due persone in un rapporto che a volte supera il legame di sangue.

Mauro e Antonio sono migliori amici, così diversi, ma al tempo stesso simili nelle cose che contano. Antonio guarda il mondo attraverso la lente della sua macchina fotografica, eppure si butta nelle cose, è istintivo, passionale, casinaro. Mauro è la parte razionale del gruppo, un po’ chiuso, spesso pensieroso.

L’amicizia prosegue fino al regno dell’adolescenza e l’ambientazione si sposta nella Bologna delle contestazioni del movimento studentesco delle Pantere, che si scatenarono contro la riforma del ministro Ruberti, occupando le facoltà, marciando in strada e, per la prima volta, usando la tecnologia, che allora consisteva più che altro nell’utilizzo di radio libere e fax, per far conoscere le loro motivazioni in tutta Italia. Siamo nel 1990, Mauro si innamora per la prima volta di una ragazza, Antonio dell’eroina.

Tempo presente. La distanza e gli sbagli hanno fatto a pezzi l’amicizia tra i due. Non ci sono state spiegazioni, solo un perdersi e non ritrovarsi più, fino alla morte di Antonio. È questo a costringere Mauro, ormai adulto e pieno di rimpianti, a tornare a Bologna per ritrovare le tracce dell’amico perduto, ma soprattutto per capire che vivere nel rimpianto di ieri, gli sta togliendo la possibilità di far valere l’unico istante che conta: il presente. Proprio gli anni che restano che danno il titolo a questo racconto di formazione malinconico e delicato, fatto di istantanee ad acquerello, come potenti fotografie a colori che poi non sono altro che ricordi… perché in fondo, ricordare, non è altro che richiamare nel cuore.

 

 

Vite di carta: la solitudine secondo i gemelli Rincione

«C’era una volta…
È così che cominciano le storie. Come se fosse davvero così.
Invece no. Ci sono storie che non hanno inizio. Storie in cui tutto inizia all’improvviso.
Come questa.

Che cos’è una storia, in fondo?
La storia non esiste. È solo un’astrazione.
Esistono solo i personaggi. Vite che non possiamo mai inquadrare del tutto. Immerse nello spazio e nel tempo.

Cosa sia reale o no, non lo sapremo mai.
Che cos’è la realtà? 
I pensieri non sono reali?

I sogni. Le paure. I ricordi. 
Non è fatta anche di questo la realtà?»

Vite di carta è il nuovo devastante racconto per immagini di Marco e Giulio Rincione. È una storia autoconclusiva, fruibile a sé stante, ma che fa parte del progetto crossmediale Timed, l’universo supereroistico targato Shockdom, ambientato in un futuro prossimo devastato da una nuova guerra fredda, tra politica e superpoteri.

Ho amato Vite di carta sin dalle prime righe (sono quelle che avete letto in apertura dell’articolo), così come ho amato Carl, il protagonista, che scopre all’improvviso di essere un Timed, ovvero un essere umano dotato di poteri speciali.

Poteri che sono una condanna a morte, in quanto all’esaurimento di essi, si esaurirà anche la sua vita. Poteri che rappresentano una maledizione e portano appresso un morbo logorante: quello della solitudine.

I poteri di Carl, si manifestano infatti con una super-empatia, che gli permette di leggere i pensieri, i ricordi e le paure degli altri esseri umani. Il caos della mente degli altri, è un’arma che ferisce. E da qui l’apparente contraddizione: sono le voci che vivono nella sua testa, a non permettergli di vivere. Per questo Carl ha dovuto lasciare la moglie Molly e isolarsi nella brughiera irlandese. Ed è per sfuggire alla stessa solitudine che si è imposto, che dà vita a personaggi di carta.

Vite di carta è una grande parabola dell’esistenza umana. Con sensibilità e immediatezza, i gemelli Rincione snocciolano tematiche scottanti come la solitudine, l’essere diversi, la parabola dell’artista che dà vita a personaggi di fantasia, eppure a volte più reali del reale. E ancora, la difficoltà dei rapporti di coppia, la paura della malattia, il destino capace di sconvolgere le carte e di conseguenza la vita… all’improvviso.

Disegni e testi sono un tutt’uno, quasi che i due autori siano capaci di un’osmosi totale: sceneggiatore e disegnatore, come un unico artista che danza con parole e immagini di una potenza devastante.

Figure taglienti, non simmetriche, i sogni e la realtà che si confondano fino a far scomparire i due autori all’interno dei loro stessi personaggi. «Per anni ho giocato al confine con la realtà. Ho creduto di poterlo fare. Era il mio rimedio contro la follia a cui ero condannato. La follia della solitudine.» Che forse non è altro che la follia dell’artista.

Ora, non mi resta che comunicarvi che mercoledì 25 ottobre alle ore 17, presso la Feltrinelli di Piazza Ravegnana a Bologna,  Marco e Giulio presenteranno Vite di carta. Ci sarò anch’io, in veste di relatrice dell’evento. Vi aspettiamo!

I due dizionari delle serie tv cult: intervista agli autori

«Il mio secondo dizionario delle serie tv cult è una guida sentimentale composta da schede del tutte nuove, tra curiosità, retroscena interpretazioni inedite per capire insieme cosa parliamo quando parliamo di cult.» 

L’anno scorso, sulle pagine dei miei social, avevo consigliato un libro imprescindibile per gli appassionati di serie TV. Sto parlando de Il mio primo dizionario delle serie tv cult scritto da Matteo Marino e Claudio Gotti, per i tipi di Becco Giallo.

Illustrato da Daniel Cuello, già autore della splendida copertina del volume, parla delle serie più significative degli ultimi anni. Tra queste, Game of Thrones, Penny Dreadful, Twin Peaks, X Files, Boris, Sex and the City, Lost e tante altre.

Ogni scheda è caratterizzata da approfondimenti che spaziano dalla storia della serie in questione, con curiosità, aneddoti e spunti di riflessione. Si tratta di sette paragrafi per ciascuna suddivisi in: Iniziare, Personaggi, Marchio, Salto dello squalo, Firma, Vite parallele e Ser(i)endipità.

Bene, dopo il successo di questo primo volume, gli autori del primo dizionario, ci consegnano Il mio secondo dizionario delle serie tv cult. Ancora una volta è Daniel Cuello a occuparsi delle illustrazione interne e di copertina. Questa volta ad altre 24 serie culto; da Stranger Things a The Walking Dead, Black Mirror, Beverly Hills 90210, Sherlock, passando per capolavori in costume tra i quali Downton Abbey.

È un grande piacere per me ospitare Matteo Marino e Claudio Gotti, in questa intervista alla scoperta dei dietro alle quinte nella creazione di questi dizionari ormai di culto. Benvenuti, a Scritture barbariche, ragazzi. Per prima cosa vi chiedo, com’è nata l’idea di fare un dizionario delle serie tv?
Claudio: Spontaneamente. Non potremmo non scrivere di ciò che amiamo. Per noi scrivere di una cosa è un tutt’uno con la cosa stessa, è parte integrante della visione, è il nostro modo di guardare le cose… Veniamo da oltre quindici anni di saggi a quattro mani nell’ambito della critica cinematografica e volevamo proporre qualcosa di più sostanzioso e che mostrasse il nostro stile, un libro tutto nostro proprio mentre esplodeva il fenomeno delle serie tv…

Matteo: Personalmente credo che la mia prima “critica” televisiva sia stata un quaderno a righe delle medie riempito di teorie su chi avesse ucciso Laura Palmer e vani tentativi di interpretare la Loggia Nera, alternati a ritagli di articoli di Tv Sorrisi & Canzoni. Avevo tredici anni. Portavo questo quaderno il giovedì mattina a scuola e alla discussione partecipava praticamente tutta la classe! In un certo senso è stato “il mio primo dizionario delle serie tv cult”!

Dopo il successo del primo volume, siete da poco tornati con un secondo dizionario. Come vi siete suddivisi il lavoro? Se una serie piace a entrambi, ve la giocate ai dadi?
Claudio: Siamo tornati non solo perché i lettori ce lo richiedevano ma anche perché il primo progetto prevedeva una lista di cento titoli, mentre nel primo volume eravamo riusciti a ficcarcene dentro “solo” trentatré in 416 pagine… Ed è una lista destinata a crescere con gli instant cult che ogni anno ci riserva. Ci siamo suddivisi il lavoro per alzata di mano, in base alla sensibilità di ognuno. Una volta assegnate le schede, l’uno fa una prima stesura che passa poi sotto il “rullo compressore” dell’altro fino a che non raggiunge quella forma che convince entrambi. Ciascuno dei due diventa così il primo lettore e il pubblico dell’altro: è una cosa emozionante. A volte discutiamo animatamente su un concetto, su come renderlo al meglio, non desistiamo e alla fine, a chiusura di scheda, la soddisfazione è immensa e la fatica ripagata. Se una serie piace a entrambi è decisamente meglio perché raccoglie il meglio delle intuizioni di tutti e due. Anche questa è una cosa spontanea: ci troviamo a raccontarcele con entusiasmo per poi accorgerci di non averle scritte proprio mentre le dicevamo o di non aver registrato la conversazione (ce lo riproponiamo sempre e non lo facciamo mai!). Ecco: il segreto a volte sta nel riportare su carta la freschezza e la definitività del primissimo scambio di impressioni.

Matteo: Uno scambio di impressioni che non si limita solo a noi due, visto che abbiamo la fortuna di essere circondati da appassionati e conoscitori della materia che ci danno tantissimi suggerimenti: i corposi capitoli di ringraziamento di entrambi i volumi sono lì a testimoniarlo. Le serie sono social e abbiamo cercato di mantenere anche nei libri questo tono discorsivo e pop, anche quando andavamo più sul tecnico. Importante è stata in questo senso la particolare struttura di ogni scheda: sette paragrafi fissi (Iniziare, Personaggi, Marchio, Salto dello squalo, Firma, Vite parallele, Ser(i)endipità), sette punti di vista per ogni serie, sette chiavi di accesso originali.
Ecco, la scintilla di scrivere i dizionari è definitivamente scoccata quando ci è apparsa chiara “quella” struttura. Altrettanto fondamentale la scelta di non fare un dizionario classico, con schede brevi di tutte le serie del mondo, ma una guida sentimentale, con una nostra personale selezione di titoli cult di cui parlare per molte pagine. Ciliegina sulla torta, le illustrazioni di uno straordinario Daniel Cuello.

Domanda da un milione di dollari. Scoppia l’Apocalisse e rimani bloccato in casa con la possibilità di guardare una sola serie, fino alla fine dei tuoi giorni. Quale scegli?
Claudio: Tante serie hanno saputo “portarmi via” come se il mondo non esistesse più, ma devo scegliere Downton Abbey: nonostante sia a suo modo apocalittica (parla della fine di un mondo), quel mondo ha saputo ricostruirlo in maniera incredibile, farcene innamorare e sentire parte.

Matteo: Se fossi furbo, direi Doctor Who. È una serie stupenda che va avanti da 54 anni, quindi ne avrei di puntate da vedere e rivedere! Ma poi seguirei il cuore e metterei in loop Twin Peaks. Già l’avrei scelta con due sole stagioni all’attivo, poi con questa terza ha superato ogni mia aspettativa. D’altronde, il sottotitolo del primo dizionario è “Da Twin Peaks a Big Bang Theory”… Il primo amore non si scorda mai.

Qual è stata la prima serie tv per cui hai perso la testa?
Claudio: Quando ero bambino imperversavano le telenovelas brasiliane e di Dancin’ Days conoscevo a memoria i nomi di tutti gli attori (ancora oggi) e ritagliavo tutti i trafiletti che trovavo. Sônia Braga è rimasta un mito e l’ho ritrovata in un’altra serie che mi ha fatto perdere la testa da grande, Sex and the City. Insieme a Dexter e Desperate Housewives, nessuna serie ha saputo prendermi allo stesso modo. Ricordo altre due serie di genere diverso: Quincy mi ha ingenerato la curiosità spasmodica di sapere come va a finire una puntata, mentre niente è stato capace di farmi più paura di Belfagor. Mi è preso un colpo quando l’ho rivisto in quell’amarcord che è Fai bei sogni di Marco Bellocchio: mi ha fatto ancora paura e contemporaneamente mi è venuto da piangere per la nostalgia.

Matteo: La mia infanzia sono gli anni Ottanta. In quel periodo alla televisione davano un mucchio di “telefilm”. Quando andavo in macchina con i miei, per me era la Supercar (anche se era una Ford Orion avana). Avrei voluto avere come vicini i Jefferson, prendere in prestito il lazo della verità da Wonder Woman e schioccare le dita come Fonzie. E poi c’erano i film… Diciamo che mi sono innamorato proprio della forma del racconto audiovisivo, della sua forza e della sua magia, e da un lato volevo capire come funzionava, dall’altro volevo lasciarmi stregare. È quello che mi succede ancora oggi. Per questo vedere e scrivere di una serie come Stranger Things, che celebra proprio gli anni della mia infanzia, è stato divertente ed emozionante. E infatti proprio la scheda di Stranger Things, presente nel secondo volume, l’abbiamo disseminata di… sorprese. È questo che fanno le serie tv cult, per me: ci sorprendono, dandoci quello che non sapevamo di stare cercando.

In conclusione, non mi resta che consigliarvi la lettura di questi due indispensabili volumi: con serie di qualità che provengono da tutto il mondo, il modo migliore per orientarvi sono è affidarvi a Claudio e Matteo, che vi condurranno attraverso un percorso interessante sia per chi conosce già le serie trattate che per chi vuole scoprirne di più, ma anche per i neofiti alla ricerca di una guida scritta con passione e competenza per addentrarsi nel variegato mondo delle serie tv.