Death or Glory


«Glory è nata su un camion. Cresciuta in una famiglia allargata che compone una carovana di trucker indipendenti nel profondo ovest americano, ora ha un problema: il suo ex marito è un pazzo criminale e suo padre ha bisogno di un trapianto di fegato entro 72 ore o morirà. Così Glory decide di tentare un colpo che possa fornirle quanto le serve per salvare la vita al padre, ma ovviamente poiché Glory fa sempre la cosa giusta, tutto va a rotoli. E il tempo sta per scadere. Una storia sulla strenua difesa della propria libertà personale e sulla bussola morale delle persone, scritta magistralmente da Rick Remender e illustrata con una perizia davvero rara dall’enorme talento del francese Bengal. Resterete angosciati, incollati alla pagina, e con il fiato corto.»

Death or glory becomes just another story, cantavano i The Clash in Death or Glory, la canzone scritta da Joe Strummer e Mick Jones e contenuta nel mitico album  London Calling, del 1979.
Ma il Death or Glory  che tengo oggi tra le mani è una graphic novel, uscita nella prima settimana di febbraio per i tipi di Bao publishing.

È il primo volume della nuova serie sceneggiata da Rick Remender, autore tra le altre cose di Black Science, la fortunata serie di fantascienza uscita in Italia sempre per Bao. I disegni sono affidati a Bengal, superstar del fumetto francese già visto all’opera su All New Wolverine, Batgirl e Spider-Gwen.

La protagonista è Glory. Carismatica, coraggiosa, “cresciuta lontana dalle trappole che imprigionano le persone”, crede di rubare un camion pieno di droga che vorrebbe rivendere per pagare l’operazione per salvare la vita a suo padre, e invece si trova invischiata in una brutta, bruttissima faccenda: traffico di uomini, rapiti e poi uccisi per alimentare un traffico d’organi a favore di clienti facoltosi.

Ho letto Death or Glory in un fiato, trasportata dal ritmo forsennato della storia. Inseguimenti d’auto adrenalinici, sparatorie, dialoghi dal sapore tarantiniano ed elementi presi in prestito dagli slasher movie si mescolano per creare un blockbuster a fumetti in bilico tra Fast & Furious e un film dei fratelli Cohen. Menzione d’onore alle due biondissime sorelle con la mannaia, che rubano la scena persino al killer armato di azoto liquido.

I disegni sono incredibili, potenti ed espressivi. Le sequenze di azione sono rese in maniera impeccabile. A fine volume è presente una galleria che racchiude le copertine variant americane e gli studi sui personaggi.
Consigliato.

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Da cortometraggio a graphic novel: Il guardiano della diga, una storia sul superare le paure

«Niente sopravvive nella nebbia…se non i ricordi. Ricordi dolorosi. Che mi tormentano.»

Robert Kondo e Dice Tsutsumi sono bravi a creare meraviglie. Lo hanno fatto per anni alla Pixar, con film animati come Monsters University, Toy Story 3 e Ratatouille (a quest’ultimo ha collaborato soltanto Kondo). Poco dopo, hanno fondato Tonko House, il loro studio indipendente di animazione a Berkeley in California.

Dal loro sodalizio è nato un cortometraggio incredibile: The Dam Keeper, nominato agli Oscar nel 2015. Ammetto che mi aveva colpito tantissimo, per la forza con cui affronta il tema del bullismo, illuminando la solitudine e il dolore del protagonista (Maiale) senza alcuna retorica. È stato quindi con gioia che ho accolto la notizia dell’uscita, due giorni fa, del primo volume della trilogia Il guardiano della diga a opera degli stessi Kondo/Tsutsumi per i tipi di BAO.  Personaggi antropomorfi, un mondo a colori, quello della Valle dell’Aurora, ma circondato dall’oscurità.

«Anni fa l’oscurità ha consumato il mondo e ha reso silenti le voci di molti. Il mondo fuori dalla mia città è morto.» A parlare è Maiale, il piccolo protagonista della storia. Orfano dei genitori, porta avanti il lavoro del padre di guardiano della diga, senza la riconoscenza dei compaesani. Perché «quando le persone si dimenticano della nebbia mortale, vuol dire che il guardiano della diga ha fatto il suo lavoro.» Ma sono proprio le persone che Maiale protegge con il suo lavoro a prenderlo in giro e trattarlo con freddezza, se non disprezzo. Tutti tranne Volpe, la sua migliore amica. Ed è proprio nell’amicizia che nasce la speranza di un’esistenza migliore. E una grande avventura, fuori dal regno protetto della Valle, cercando di vincere le paure e convivere con i ricordi, anche quelli che fanno più male. Perché l’avventura della crescita è proprio così.

Consigliato, non solo ai più piccoli.

 

Fumetti di evasione: trent’anni senza Andrea Pazienza

E quest’anno sono trent’anni. Trent’anni da quella notte del 15 giugno 1988 in cui il cuore di Andrea Pazienza ha smesso di battere, stroncato da un’overdose di eroina. Trent’anni in cui la sua presenza è stata immanente sul mondo dell’arte italiana, aleggiando come scomodo e indecifrabile modello con cui il confronto è virtualmente impossibile. Trent’anni in cui non abbiamo mai smesso di parlare di lui, soprattutto adesso, in questo anniversario, in cui la ricorrenza di questa parola – Pazienza – associata al fumetto italiano, echeggia attraverso una moltitudine di voci.

Perché, credo, con la morte di Andrea non abbiamo ancora fatto i conti. Come di fronte a una tragedia più grande della nostra capacità di comprenderla. Come di fronte a un evento ingiusto eppure inevitabile per cui nutriamo un sentimento di rifiuto. Ci vorranno anni, credo, prima che si cominci a pensare davvero a cosa è il fumetto italiano senza lo sguardo del Paz. E c’è un libro, tra tutti, che spicca per rigore e sensibilità, senza cedere alla tentazione della nostalgia, tracciando i punti cardinali dell’opera di Andrea, sviscerando le tematiche, le ricorrenze, la complessità dietro un linguaggio apparentemente semplice, diretto, le ossessioni che fanno dei suoi fumetti un unicum nel panorama mondiale. È il libro scritto da Oscar Glioti, Fumetti di evasione – Vita artistica di Andrea Pazienza (Fandango, 300 pp, 15 euro).

Pentothal. Zanardi. Pompeo. Dal piombo degli anni Settanta alla frenesia edonistica degli Ottanta, dalla riflessione sulle contestazioni studentesche all’immersione di un nichilismo così sfrontato da disorientare il lettore impreparato, fino alla cronaca di una quotidianità vissuta con un braccio stretto intorno alla schiena della morte. Il ritratto dei personaggi creati da Andrea riflette le nevrosi di una generazione perduta, spaesata, sacrificata sull’altare di un progresso sociale che assomiglia a uno strappo sul diritto all’individualità. Al pensiero. Al dissenso.

È un libro che vorresti che non finisse mai, scritto con raffinato puntiglio e malcelato, infinito amore per un autore che non smetterà mai di far sentire la sua mancanza. Che siate amanti del fumetto, della letteratura, dell’arte, leggetelo. Leggetelo se non ve ne importa niente di Andrea Pazienza o se per voi Pazienza era tutto. «Ora che non c’è più, ci sono giorni in cui la realtà della sua esistenza mi assale con un’immensa, schiacciante forza; e tuttavia sul mio onore ci sono momenti, anche, in cui mi passa davanti agli occhi come uno spirito incorporeo smarrito fra le passioni di questa terra, pronto ad arrendersi lealmente alle richieste del proprio mondo di ombre».

Salvare le ossa

«China sembra impegnata in un combattimento, e in fin dei conti è quello che è nata per fare. Combatte con le nostre scarpe, con gli altri cani e con i cuccioli che stanno cercando di uscire, ciechi e bagnati. China è sudata e anche la pelle dei miei fratelli brilla, e dalla finestra della baracca vedo papà con la faccia tutta lucida e scintillante, come il guizzo di un pesce sott’acqua illuminato dal sole. C’è silenzio. Afa. Sembra che debba piovere, e invece no. Non ci sono stelle, e alla Fossa le lampadine sono accese.»

Salvare le ossa di Jesmyn Ward (NN editore) è un romanzo poetico, feroce, letterario. Un romanzo che ti entra dentro, come le unghie nella carne quando stringi troppo il pugno. Un romanzo pieno di metafore avvolgenti, intriso di odori, umori, sangue e verità. Un romanzo altissimo, capace di descrivere le bassezze dell’animo umano con una sincerità disarmante. Un romanzo che fa male, ma insieme ti innalza.

La voce narrante è quella di Esch, ancora una ragazzina che si abbandona con piacere ai ricordi dell’infanzia, ma insieme donna in un mondo di uomini. Donna che ha provato il desiderio ed è rimasta incinta di chi non la ama e non la amerà mai. Sorella, orfana di madre, anima impaurita di fronte ai cambiamenti del suo corpo e all’uragano Katrina in arrivo, ma insieme guerriera coraggiosa che guarda negli occhi il futuro. L’altra guerriera del romanzo è lei, China, un pitbull da combattimento diventata madre. Una fiera che darebbe la vita per Skeetah, padrone a cui giura fedeltà a ogni respiro, il fratello selvatico della protagonista.

Lo sfondo è la Fossa, un luogo di povertà e rottami, ma anche di natura selvaggia, foreste e acquitrini. Un luogo che sentirete vivo e pulsante al frusciare di ogni pagina sfogliata.

Salvare le ossa è un racconto di formazione, una tragedia classica ambientata in un presente lontano da noi, eppure così vicino. Ma anche la storia di una famiglia, imperfetta eppure fieramente unita contro il vento più impetuoso.

«Questo libro è per Medea, che va incontro a Giasone tremante nel vento, per chi dopo la pioggia pesca a mani nude i girini nei fossi, per chi gioca a nascondino nelle stanze di vapore tra lenzuola stese ad asciugare, e per chi corre mano nella mano con suo fratello, ogni passo il balzo di un uccello che si alza in volo.»

L’ultimo tramonto

«Ho sempre pensato alla mia vita come a un lungo, faticoso viaggio. Con molte fermate, nessuna definitiva. Sempre pronta a ripartire, ricominciare. Andare alla ricerca di qualcosa… ma cosa? Una volta ho letto una frase, da qualche parte qui in Germania. Forse un proverbio. Heimat ist dort, wo man nicht nach dem weg fragen muss. Non sono mai riuscita a tradurla bene. Casa è là dove non devi chiedere la strada. Casa, patria, terra natia.» Oggi vi parlo de L’ultimo tramonto, scritto da Marco Rincione e illustrato da Mattia Surroz per Timed” dell’editore Shockdom.

La collana narra delle «vite tormentate dei Timed, persone all’apparenza comuni ma con superpoteri logoranti e fatali per le loro esistenze.» Ci tengo subito a dire che la vicenda è autoconclusiva e si può leggere indipendentemente dalle altre storie racchiuse in questo universo narrativo. L’edizione è di pregio, copertina cartonata, a colori.

Seguo Marco da anni; credo di aver letto tutto di lui. La sua cifra stilistica è come la firma di un writer che riconoscerei sul muro di qualsiasi città. Mi è quindi bastato aprire la prima pagina per sentirmi… a casa, citando l’incipit del volume che vi ho proposto a inizio chiacchierata.

Ma una casa scomoda, sospesa tra le nebbie di paure ancestrali. Una casa dalle pareti impastate di dolore e le cui finestre hanno vista sul giardino dei sogni infranti.

«Mi chiamo Paola C. e questa è la storia di un viaggio. L’ultimo viaggio della mia vita.» È questa la sfida dell’autore, farci sapere sin dal principio che stiamo per affrontare un viaggio doloroso, spietato, all’interno dell’animo umano. E ugualmente farci preparare i bagagli con la fiducia che alla fine di questo viaggio ne usciremo arricchiti. Perché L’Ultimo viaggio racchiude anche la scintilla della speranza. Una speranza flebile, più di una volta calpestata ma ancora viva.

La speranza che non sia mai troppo tardi per capire per che cosa vale la pena vivere. E per che cosa morire.

Le tematiche affrontate sono molteplici: la solitudine, il rimpianto, la violenza sessuale, l’omofobia, la malattia e l’Amore. Quello con la A maiuscola che se non lo riconosci in tempo, poi ti perseguita per tutta la vita. La narrazione è un filo sottile e affilato,  le azioni sul piano reale sono pochissime; perché quello che conta avviene dentro. L’anima.

E ora veniamo alla parte visiva. Mi ero innamorata del tratto raffinato ed emozionale di Mattia Surroz dai tempi de Il Suono della Sirena (Shockdom). Mattia riesce a dar spessore alle emozioni narrate con espressività e potenza. Alcune sue illustrazioni provocano dolore fisico dal quanto sono capaci di superare il piano visivo per infilarsi sotto i nervi.

Sceneggiatore e disegnatore diventano una persona sola, l’artista capace di comunicare a più livelli, tra la pancia e il cuore. E i colori scelti raccontano gli stati d’animo della protagonista. Dal buio della scena iniziale ambientata in Germania, a quell’ultimo tramonto di fuoco. Disturbante, lacerante, poetico, come la morte del sole sul mare.

I figli del male: quando il male si nasconde nel buio

«L’uomo con le cicatrici strinse il rasoio tra le dita. Il volto ricoperto dalla schiuma e lo sguardo fisso nello specchio. Studiò il suo petto nudo, il labirinto di segni che deturpava la pelle. Veterano di una guerra senza tempo. Per ogni taglio, c’era un ricordo. I bambini che aveva aiutato se li portava addosso, uno a uno. Granelli di polvere sui vestiti, l’odore della strada, asfalto bagnato dalla pioggia. I colleghi all’ASL dicevano che si faceva prendere troppo. Il lavoro doveva essere lavoro, era l’unica regola da seguire se si voleva restare vivi. Ma cosa ne sapevano loro del buio? Della sensazione che si provava nel fissare l’oscurità in attesa che le pupille si adattassero? Cosa accadeva a quelli troppo piccoli per camminare senza luce?»

Il romanzo di Antonio Lanzetta, I figli del male (La Corte Editore) è ambientato nel Sud Italia, con una trama che si dipana tra il presente, il passato del secondo dopoguerra a Castellaccio (paese di invenzione) e la fine degli anni Ottanta a Salerno. Seguiamo le vicende di Damiano Valente, Lo Sciacallo, che trasforma i casi di nera in romanzi di successo. Uno che ha affrontato il buio nella sua vita. Storpio a seguito di un incidente, pieno di rimpianti, combatte ogni giorno contro il dolore fisico e quello dell’anima.

Quando il cadavere di un uomo viene ritrovato in una zona isolata del lungomare con i pantaloni abbassati e un bigliettino conficcato in gola, Valente viene convocato per un consulto dalla polizia.
“Lui vede”, c’è scritto nella macabra missiva. Cosa significa?

In contemporanea con l’indagine dello Sciacallo, il suo amico d’infanzia Flavio, l’uomo con le cicatrici, si ritrova immischiato in una torbida faccenda. Assistente in una clinica psichiatrica, rischierà il tutto per tutto per aiutare una ragazza ricoverata nella struttura a uscire dal buio che la avvinghia. Il buio della mente, ma anche del passato che dice di non ricordare a seguito di uno shock.

Insieme a Damiano e Flavio, seppur in secondo piano, c’è Stefano. I tre erano amici d’infanzia, amici che hanno condiviso un grande dolore e che sono già stati introdotti nel primo thriller di Lanzetta, Il buio dentro, uscito lo scorso anno sempre per i tipi di La Corte Editore.

Ci tengo a precisare che I figli del male può anche essere letto indipendentemente dal primo volume della serie. Lo stile è d’impatto, senza giri di parole, i colpi di scena trasportano il lettore su una montagna russa impazzita che si ferma solo all’ultima pagina. Non vi svelo altro perché il bello dei thriller è scoprire i misteri da sé. Aggiungo solo che avrò il piacere di presentare Lanzetta a Cento, sabato 28 aprile alle 17:30, alla libreria Albatros.
Per chi è in zona, vi consiglio di non perdervi l’evento.

Di maschere e secessionismo: La signorina Else

«Ecco, finito il rosseggiare alpino. Sta già facendo notte. E io me ne sto tranquilla qui sul davanzale mentre papà dovrà essere incarcerato. No. Mai e poi mai. Non può accadere. Io lo salverò. Sì papà, ti salverò. È semplicissimo in fondo.»

La signorina Else di Manuele Fior (Coconino) è la trasposizione a fumetti dell’omonima novella di Arthur Schnitzler, del 1924.

Vi anticipo subito che ho amato alla follia questo graphic novel: l’edizione grande e con carta di pregio che ci permette di ammirare le tavole in tutto il loro splendore, la copertina ruvida e i contenuti speciali, con lo sketchbook di disegni e gli appunti di lavorazione, fino alla postfazione dell’autore che ci fa sbirciare nei dietro alle quinte dell’opera.

I disegni di Fior lasciano a bocca aperta. È come se i padri del secessionismo viennese si fossero dati appuntamento per una partita a scacchi con l’autore. L’omaggio a Klimt è chiaro sin dalle prime pagine, Schiele arriva in punta di piedi e le inquietudini di Munch fanno capolino quando meno te lo aspetti. «Ho capito che l’opera grafica di Klimt sarebbe stata il mio nord» dice l’autore stesso nella postfazione. «Quella sua linea a filo di ferro che si modella sulle cosce delle donne, ne ritaglia nasi aguzzi e si incurva sulle fronti ampie delle sue modelle.»

Ma si tratta di suggestioni, perché Fior crea il proprio stile emozionale per raccontare questa storia vecchia quasi un secolo, eppur ancora attualissima.

Else non è altri che una ragazza come tante, che si è da poco affacciata all’età adulta e della vita sa ben poco. Appartenente all’alta borghesia viennese, è in villeggiatura in Italia con la zia quando viene raggiunta da una lettera da parte della madre: il padre rischia l’arresto per bancarotta. L’unica possibilità per salvarlo è chiedere un aiuto economico al ricco signor Dorsday, ospite dello stesso hotel. Quest’ultimo accetta, ma in cambio chiede alla ragazza di incontrarla da sola, di poterla vedere nuda. Ricatto sessuale, si direbbe oggi.

La dignità che si scontra con il potere del denaro. Ma il denaro può davvero comprare tutto?

Con il suo tratto liquido ed emozionale, con i colori che virano a seconda dello stato d’animo della protagonista, Fior mette in scena il dramma della signorina Else. Sceglie di farlo mantenendo lo stesso monologo interiore del racconto originale.

Ci troviamo quindi nella mente di Else, un posto scomodo dove resteremo imprigionati fino all’ultima pagina.

Poche ore separano la vita alla morte. Poche ore dalla partita a tennis che apre il volume alla bara, il tutto sotto gli occhi della società dell’epoca racchiusa nel microcosmo dell’hotel che fa da sfondo alla vicenda. È il teatro della falsità borghese in contrapposizione con la natura incontaminata che lo circonda. 

Come nella sua controparte letteraria, anche qui la scena della resa dei conti tra Else e il signor Dorsday – ma anche tra la sua purezza e il falso perbenismo della società – ha luogo nella sala della musica, mentre una pianista incurante esegue il Carnaval di Schumann. Il tutto è fortemente simbolico: le maschere di chi la circonda non sono diverse da quelle che si indossano a carnevale. Fior sceglie di disegnare le note sulla pagina. Nere su bianco, forti come un grido. Il grido di una persona disposta a tutto pur di battere la società ipocrita che la circonda. E su queste note vi do appuntamento alla prossima recensione barbarica.