Morandi e racconti…

L’ho già detto, ma in questi casi mi piace ripetermi. Insegnare scrittura creativa al Liceo Morandi è una grande emozione perché è la scuola che ho frequentato quando da adolescente, schiva e amante dei libri, mettevo le basi della mia vita futura.

Quest’anno, oltre al corso base e al corso avanzato, ho tenuto un ulteriore corso di approfondimento, chiesto a gran voce dai ragazzi. Sono stati loro a chiedere prima all’insegnante e poi alla preside di poter assistere a un nuovo ciclo di lezioni. E questo nella seconda metà dell’anno, tra compiti in classe e interrogazioni. Questa da sola è la risposta a chi dice che i giovani d’oggi non si appassionano a niente, tantomeno a lettura o scrittura.

In questo articolo “barbarico” ho raccolto i migliori racconti dei ragazzi di quest’ultimo corso. Si tratta di elaborati intimi o avventurosi, commoventi o di rottura, onirici o così reali da sembrare scorci di vita vera. Alcuni sono ispirati a brani musicali e ognuno è accompagnato da una fotografia, scelta dagli studenti a corredo delle parole. E se scrivere è vivere proiettati nel futuro, senza dimenticare il passato, in bilico tra realtà e fantasia. E se la scrittura può essere la nostra arma per sconfiggere le paure. Voi lo state facendo alla grande: perché al Liceo Morandi, si scrive per davvero!


22/08/89 di Alice Simoni – 4 S

Sentiamo le chiavi girare nella serratura, un cigolio, rumore di passi e la porta sbattersi violentemente: era rientrato. Ci ha guardato con il suo solito sguardo freddo;
“Eravamo preoccupati… Ti sembra l’ora di tornare?” gli chiede mia moglie
“E allora? Non ho più dieci anni, sono grande ormai. Buonanotte…”
Come sempre sale le scale e si chiude nella sua stanza, dopo di lui anche mia moglie mi dà la buonanotte, mentre io preferisco restare ancora un po’ sulla mia poltrona.

Come aveva ragione mio padre a dirmi “stai tranquillo, fai un po’ meno il gallo”. Come capisco mia madre che sveglia aspettava e non prendeva sonno.

Io da adolescente ero come mio figlio. Non avevo regole, la mia unica aspirazione era quella di essere libero, libero di fare, pensare e dire qualsiasi cosa, libero di non ascoltare nessuno, solo il mio istinto che, credevo, essere invincibile.

I miei genitori più volte avevano cercato di aiutarmi, di correggermi, per farmi capire che non sempre potevo avere ragione e che ogni istante della vita è prezioso per imparare. Io, però, ho sempre avuto un orgoglio più grande dei loro consigli, odiavo le loro ramanzine, non potevo sopportare chi voleva dettami la strada e così, appena mi fu possibile, il giorno in cui compii vent’anni me ne andai di casa. Non ero pienamente consapevole di quello che stavo facendo, cambiai città, regione, tutto perché credevo di poter fare ogni cosa da solo.

Da quel giorno i contatti con i miei genitori diventarono sempre meno frequenti, fino a scomparire quasi del tutto. Non avevo voglia di sentirli, tantomeno di vederli, ero convinto che il mio infinito malessere interiore fosse colpa loro. Rubavo da tutte le persone che incontravo una caratteristica diversa e le mettevo insieme, come un puzzle, per crearmi un’identità, un esempio che credevo non avere mai avuto.

L’ultima volta che vidi mia madre è stato l’anno scorso al funerale di mio padre
“Vorrei darti questa lettera ” mi disse. “L’ho trovata nel cassetto del comodino di tuo padre, l’aveva scritta in occasione dei tuoi vent’anni ma non ha mai avuto modo di dartela”.
Mi alzo dalla poltrona, sposto il quadro dietro cui è nascosta la cassaforte e la apro: è ancora lì. Prendo in mano quel pezzo di carta ingiallita che per me vale come l’oro più prezioso.

22/08/89
Caro Francesco,
Non dimenticare mai cos’è il rispetto e partirai in vantaggio e non pensare a gareggiare col mondo, la sfida é con te stesso. Ricordati che non è vero che se hai paura sei solo un codardo e quando tocchi il fondo è segno che tutto può andare solo meglio. Francesco non dimenticare, che è più ricco chi un tesoro ce l’ha dentro, il resto serve solo a complicare le cose che prima o poi svaniranno. Ti diranno in tanti che l’amore conta fino a un certo punto, tu non fermare mai il tuo cuore se dentro senti che stai bruciando…ormai sei un uomo. Ricorda che io sarò sempre qui.
Papà

Sorrido. Ho girato i luoghi più lontani, ho cercato in ogni uomo un modello da seguire, quando in realtà l’esempio più grande di uomo vero viveva sotto il mio stesso tetto. La mia sete di libertà, la mia fretta di andare avanti mi hanno portato lontano da ciò che, senza saperlo, volevo veramente.
Salgo silenziosamente le scale e arrivo davanti alla camera di mio figlio, prendo la lettera e la faccio scivolare sotto la porta assieme ad un biglietto:
“Non fare i miei stessi errori”.
Non ho permesso a mio padre di essere il mio faro, ma io sarò quello di mio figlio.
Qualsiasi cosa accada.

 

Come un pittore, di Mavi/Maria Vittoria Dongiovanni – 4 Z

Vagone 4, posto 16. Eccolo.
Era di fronte a me e con gioia vidi che nei seggiolini di fianco e davanti non c’era nessuno. Non amavo le persone, ero un artista e lupo solitario, innamorato solo della mia musica.
Come prima cosa, poggiai la chitarra nel posto vuoto che dava sul corridoio e mi sedetti vicino al finestrino.

Era un’odiosa giornata di sole, dovevo cambiare la playlist malinconica da viaggio che aveva già iniziato a suonare nelle cuffiette. Anzi è debito aggiungere che era un’odiosa calda giornata di sole che mi costrinse a separarmi dal mio amato chiodo di pelle nera che portavo ovunque. Quell’indumento aveva visto Berlino, Londra, Los Angeles e condivideva con me il sogno di cantare nei più grandi stadi del mondo.
Sbuffai sonoramente mentre cercavo della musica adatta per quell’occasione. Forse Californication dei Red Hot poteva andare.

“Ciao!”
Una voce squillante mi fece sussultare. Davanti a me era seduta una ragazza di piccola statura che da come era rannicchiata sul proprio sedile, appariva ancora più piccola di quanto in realtà non fosse.

“Ciao”. La diffidenza era palpabile nella mia voce. Non riuscivo a capacitarmi di non essermi accorto di lei prima e tutti i miei piani di piena libertà erano letteralmente andati in frantumi.
Poi una ragazza. Le conoscevo fin troppo bene, io, le ragazze: odiose, viziate, schizzinose, vanitose…
Seguirono lunghi secondi di silenzio in cui io continuavo a osservarla, mentre lei sorrideva beandosi dei raggi solari che entravano dal finestrino.

“Che bella giornata oggi!” sospirò allegramente.

Ghignai, tipico, sono tutte uguali. “Non sono il tipo da belle giornate” farfugliai.
Mi aspettavo una risposta del tipo: “Oh nemmeno io…”, oppure “Si è bella, ma preferisco la pioggia e guardare fuori dai finestrini”, e cavolate varie. Nessuna aveva il coraggio di portare avanti un’opinione diversa dalla mia!

“Oh mi dispiace per te, allora…” disse.

Strabuzzai gli occhi. “Sei ironica?”, mantenni il mio tono “superiore”, anche se con una sottile sfumatura di irritazione. Come si permetteva di prendersi gioco di me?

“Perché dovrei esserlo? Se a te non piace il sole, ne sono davvero dispiaciuta. Insomma, non è bello non riuscire ad apprezzare la gioia e lo splendore della natura di questo mondo…”

La sua semplicità era a dir poco disarmante.
Non c’era poesia o termini aulici, le parole scorrevano veloci e cristalline come l’acqua di un ruscello. Era una cosa così ovvia che io non riuscivo a captare e comprendere.
Perché lei sì, invece? Forse per il suo tono di voce o per il suo aspetto, mi ricordava tanto una bambina, non perché fosse immatura, ma per la sua innocente spontaneità.

Chissà come vedevano il mondo i suoi occhi, se solo avesse alzato quegli occhiali da sole che indossava come una barriera …
Volevo vederli, a ogni costo. Sentivo che erano l’opposto dei miei.

Sogghignai prima di rispondere. “Il mondo effettivamente non lo vedo bene…”

“Perché?” chiese tenendo lo sguardo fisso fuori dal finestrino.

“Non riesco a riconoscere i colori…”
Ed era infatti così, ero daltonico. Solo allora la ragazza sembrò veramente interessarsi a me.

“In che senso?” chiese infatti.

“ll famigerato marrone per me è rosso e quest’ultimo, ha delle sfumature odiose e indefinite che lo sporcano. Il verde è giallo e il giallo è verde, il blu è viola e il viola nero…”. Presi un profondo e pesante respiro prima di continuare: “Forse ti può sembrare una cosa da niente, che un oggetto sia di un colore piuttosto che di un altro. Non cambia di certo l’essenza di esso… non so se mi spiego”. Mi stupii da solo nel cercare la sua approvazione, non avendola mai desiderata da altri in vita mia. Così come della mia pazienza nel spiegarle il perché delle cose o l’istintiva voglia di condividere un po’ del mio mondo con lei, una sconosciuta.

La ragazza annuì seria e paziente attese che finissi il mio discorso.

E io ricominciai a parlare. “È come non riuscire mai a mettere a fuoco qualcosa, gustarsene i dettagli e provare quelle sensazioni gradevoli che solo i colori sanno dare. È come se il sole illuminasse male il mio mondo e si divertisse nell’ingannarmi. Perché è così, solo un inganno. Per anni penso che i limoni siano verdi, invece scopro che il giallo limone è il colore preferito di molti e rappresenta la gioia, il calore. Io non potrò mai capire tutto questo. Amo la notte, sai? Sì, perché senza quella luce accecante del sole, lei riesce a spegnere tutti questi maledetti colori e tutto sembra uguale, anzi, meglio… gli oggetti perdono perfino le loro belle linee definite e possono sembrare qualsiasi altra cosa in quelle ore di buio”.

I suoi occhi ancora nascosti mi fissavano, percepivo il loro contatto sulla mia pelle come se stessero ispezionando ogni centimetro di corpo e per la prima volta, me lo lasciai fare.

“Quindi non sai cosa significa Arte?” chiese. Soffiò, come se fosse difficile per lei accettare una cosa simile e non capisse come fossi riuscito a sopravvivere io per tutto quel tempo.

“Solo quella uditiva. Per me Arte è uguale a musica, essendo io un cantante e un musicista, il resto è solo una chiazza scura attaccata a dei muri” ammisi schietto. Quest’ultima mia frase sembrò turbarla più del dovuto perché portò un dito alla bocca e si mangiucchiò le pellicine, mentre la fronte era crucciata nel pensare.

I suoi ragionamenti dovettero essere così tanto forti che ogni tanto le scappava un: “Bisogna fare qualcosa”. Oppure: “Non puoi andare avanti così, no…”

Ed era forse per l’espressione troppo seria su quel viso da bambina che non riuscii a non sorriderle.

“Ho deciso…” saltò su di punto in bianco.

Risi forte: “Meglio tardi che mai!”

Lei scosse la testa per riprendere la sua espressione determinata che era stata incrinata dalle mie risate. “Non serve vedere i colori per percepirli. Loro parlano e se tu sei un musicista attento, come mi vuoi far credere, allora devi imparare a riconoscere le loro voci”.

La guardai scettico. “Le voci di chi, scusa?”

“Dei colori!” affermò con un tono categorico che lasciava intendere un e chi se non altro?

“Tu sei pazza!” mi scappò dalle labbra.
Ma prima di potermi dispiacere, lei scoppiò in una fragorosa risata e rispose: “Per fortuna! Pensavo mi credessi una persona normale!”
Negli attimi di silenzio che seguirono la osservai meglio per cercare di capire quale fosse la sua storia, da dove provenisse, dove stesse andando e perché. Ma in tutte le ipotesi che mi creai nella testa, percepivo chiaramente che mi mancasse un dettaglio di quasi vitale importanza, ma quale?

“Chiudi gli occhi…” ordinò. Feci per replicare, ma lei fu più veloce: “Zitto e fidati per una volta!”

Sogghignai, era una tipa completamente fuori di testa, ma mai quanto me che avevo voglia di farmi un po’ contagiare da quella sua pazzia.

“Proprio come un pittore, farò in modo di farti arrivare, dritto al cuore, la forza del colore”. Recitò, quasi fosse una formula magica.

“Con gli occhi chiusi?” domandai.
“È il modo più efficace che conosca. Ma ora concentrati…”
Sbuffai, ma rimasi zitto scivolando un po’ più giù sulla poltrona del sedile.
“Sei in un posto completamente buio…”
“Ovvio, ho gli occhi chiusi…”
“Non rovinare la magia!”. Mi ammonì prima di continuare. “Dicevo, sei in un luogo totalmente buio e hai paura. Paura perché tutto attorno a te si è annullato e temi che la profondità del nero possa prendere anche te…”

Lo percepivo. L’ansia, la paura, il dolore di non avere nessuna speranza, di essere debole e insulso di fronte al buio.

“Ma ecco, una luce. Dove tocca con i suoi raggi, vince l’oscurità che si ritrae perdente e ferita. La luce ti libera e senti l’aria scorrere nei tuoi polmoni. Bene, quest’aria e questa luce sono il Bianco“.
Presi un grande respiro e sentii che le mie vie aree si erano riempite di quel colore.

“Adesso una nuova luce ti colpisce, accarezza la tua pelle con dei raggi, alcuni più luminosi di altri, ti scalda. Penetra sotto la pelle, ti stuzzica le palpebre. È calda e accogliente, questa è la luce del sole, questo è il Giallo del limone e la gioia che ne porta” disse.
Sorrisi, sì, sorrisi per davvero, beandomi di quel giallo che era diverso da quello malaticcio che vedevo solitamente sulle foglie.

Continuò: “Ad un tratto ti spariscono le scarpe e sotto la pianta del piede senti un fresco e un simpatico pizzicorino. È un colore che sa da primavera e da gioco… il Verde, dei prati sconfinati o dei boschi meravigliosi”.
Mossi le dita negli stivaletti neri di pelle, improvvisamente svegliate da un immaginario solletico.

“E dove c’è del verde, c’è del cielo, limpido e infinito, come l’acqua del mare o dei torrenti. Ma quando l’infinito tocca il profondo e diventa dolce-malinconico, ecco, questo è uno dei miei colori preferiti, il Blu…”
Quasi sentivo di potermi immergere e per sicurezza trattenni il respiro.

“Ma il mio colore preferito, in assoluto, è questo: mettiti una mano sul cuore”. Io obbedii senza fiatare, fidandomi ciecamente della sua voce che si era fatta più calda e vellutata.
“Senti il ritmo dei tuoi battiti? Bene, ora pensa a qualcosa o qualcuno che ami. Rivivi i momenti che ti hanno fatto accelerare quel ritmo. Senti le labbra di chi ami sulle tue, il suo odore, accarezzala con i polpastrelli delle dita e amala, come solo tu sai fare. O quando canti e assieme alle parole esce la tua anima o ti senti te stesso e a casa su qualsiasi palco, anche se le persone che urlano il tuo nome hanno l’accento di chi vive dall’altra parte del mondo. Questo è il Rosso. Quello puro, come l’emozioni che hai appena provato”.

Non avevo parole per descrivere quello che stessi provando, me le aveva rubate tutte lei.
Il treno rallentò, mentre la voce meccanica annunciava la prossima fermata: Firenze.

“È’ la mia…” disse con un po’ di tristezza nella voce.

Riaprii a malincuore gli occhi, sarei stato ore in quel mondo parallelo a vivere dei nuovi sogni.
Ricordo che le volevo urlare: non scendere, stai qui con me! Ma non lo feci, forse per codardia o forse perché ero troppo deluso dalla brusca fine di quel viaggio fantastico.

“Mi sei arrivata…” sussurrai timido. “Non solo i colori, ma anche la tua voce, le tue parole…”

Sorrise: “Non potevo permettere che qualcuno fosse triste quando fuori c’è un sole magnifico!”
Prese la borsa che aveva appoggiato di fianco a sé e cercò qualcosa. “Tanto meno che un ragazzo intelligente e talentuoso come te, non amasse l’arte!”

Risi anch’io. “Mi hai davvero salvato!”. Glielo dissi come una battuta, ma in fondo, in fondo lo credevo veramente. “Grazie. Mi hai fatto vedere il mondo con occhi diversi…”
La fissavo intensamente nella vana speranza di catturare un minimo accenno di quello sguardo che tanto mi aveva fatto sognare.

“A dire il vero sei tu che hai prestato a me i tuoi occhi. È stato un piacere passare del tempo con te, spero che riuscirai a raggiungere tutti i tuoi sogni” disse in un sussurro.

Solo allora capii quale fosse il dettaglio di lei che mi mancava.

Sorrise dolcemente mentre aprì il suo bastone pieghevole d’orientamento e a tentoni lasciò il vagone, grazie all’aiuto del capotreno che le fece scendere gli scalini.


Angel, di Elisa Casari – 4 S

“It’s too cold outside for angel to fly, angel to fly… Angel is die.”

Era a terra, ferma, immobile. Portava una maglietta grigia e lunga, che le copriva il corpo fino alle ginocchia. Le labbra erano socchiuse tra una morsa di dolore e di liberazione. Gli occhi erano ancora rossi, spalancati: sembravano fissare attentamente il soffitto di quella stanza vuota e gelida.

Lei è Angel. L’avevo conosciuta qualche tempo prima al rifugio per senzatetto. Quello spazio asettico si riempiva ogni giorno di una moltitudine di persone. Si disponevano in fila ordinata con un piatto in mano, attendevano il loro turno bramosi di placare i morsi della fame con un po’ di cibo caldo. Alcuni
tenevano la testa china , rispondevano con un flebile “grazie” quando riempivo i loro piatti con una zuppa bollente. Altri, invece, sfoggiavano un sorriso di gratitudine nei miei confronti. Quando avevo finito di servire i pasti a tutti i senzatetto, mi fermavo ad osservarli seduti al tavolo e avvertivo così un effimero compiacimento.

Lei, quel giorno, stava in piedi con la schiena appoggiata contro il muro. Non era solita mangiare e non parlava con nessuno.

Io mi fermavo ad osservare ogni singolo dettaglio del suo volto: le occhiaie scavavano un solco profondo sul suo viso, pallido e scarno. Le labbra erano bianche e slavate. Gli occhi grandi e in fiamme, persi nel vuoto mi annichilivano ogni volta che posavo il mio sguardo su di lei.

Nessuno sapeva il suo nome ma io l’avevo soprannominata Angel per via del suo aspetto delicato.

Angel ogni giorno compiva le stesse azioni: entrava nell’enorme salone, se ne stava qualche minuto in disparte e poi si rifugiava in bagno. Quando usciva, appariva più serena, a tratti euforica. Infilava le mani in tasca e saltellava verso la porta d’uscita.

Quel giorno, però, mi sono precipitato da lei per porgerle un fazzoletto: il suo naso aveva cominciato a sanguinare con prepotenza. Il liquido rossastro scendeva indisturbato fino al colletto del suo cappotto.
“Grazie.” ha risposto lei, prima di allontanarsi dalla mia vista. Continuava a sorridere, entusiasta e noncurante della situazione.

“Dovresti lasciarla perdere, Edward. E’ nella classe A, arrivata a quel punto nemmeno lei può fare qualcosa per salvare se stessa. Non fare finta di non capire, sai benissimo che è così”. Questa, la sentenza di Tom, un vecchio barbone con il quale avevo stretto amicizia e che in quel momento si trovava ad assistere la scena. Sono rimasto zitto, ammutolito e mi sono allontanato.

Fuori dal centro di accoglienza, Angel era seduta al bordo di una strada. Accanto a lei c’era il fazzoletto che le avevo dato poco prima e che ora era intriso di sangue. Le labbra erano adesso accese da un rossetto rosso intenso, il lungo cappotto era sbottonato nonostante avesse cominciato a nevicare.

I fiocchi candidi si posavano sul suo corpo quasi nudo, coperto solo da un vestito corto e succinto. Ai piedi portava un paio di tacchi alti, neri, banali. Il suo vestiario sembrava che volesse disperatamente condurre a sé ogni passante. Il suo volto, tuttavia, era ancora innocente, puro e trasognato come quello di un bambino.

Quello stesso giorno ho visto un uomo accostare la propria auto vicino ad Angel: prima di salire in quella vettura, ha inspirato profondamente l’aria tagliente. Ho visto quell’aria gelida penetrare con veemenza nei suoi polmoni. Forse lei sperava che quel soffio freddo le potesse dare una forza che oramai non le apparteneva più.

La stessa scena si ripeteva ogni giorno con un uomo diverso.
Angel vendeva il suo amore, il suo corpo ad uno sconosciuto per un po’ di soldi. Usava tutto il denaro che ricavava dalla prostituzione per pagarsi la cocaina.

Aspirava quella polvere d’angelo ogni giorno nel centro di accoglienza. I segni della droga scolpivano il suo volto con determinazione con il passare del tempo: il naso sanguinava regolarmente, gli occhi erano fuori dalle orbite, a volte sembravano pulsare di felicità dopo la dose giornaliera, mentre altre volte ancora erano inespressivi.

Angel era bloccata tra la vita e la morte.
Le persone della struttura continuavano a dirmi che non c’era niente da fare per lei: la droga avrebbe scelto il suo destino.
Io continuavo ad osservarla da lontano fino a quella sera: mi aveva chiesto di poter trascorrere la notte nel centro d’accoglienza perché faceva troppo freddo fuori.
Il mattino seguente l’ho ritrovata distesa a terra, quella polvere bianca vicino alle sue labbra si confondeva e si perdeva nel suo volto diafano.

Ho gridato il suo nome con tutto il fiato che avevo in corpo, ma lei continuava a guardare in alto, voleva che la lasciassi andare da sola.

Era stata sempre abbandonata a se stessa nel corso della sua vita.
Ora voleva andarsene con ciò che l’aveva accompagnata durante quegli anni.
Lei inspirò per l’ultima volta.
In quel respiro, Angel, liberava la sua agonia.

 

Nebbia di Cristina Barbieri – 5 S

Jpeg
Cammino nella nebbia, un piede dopo l’altro.
“Ti aspetto sull’ Altissimo” ha detto lui. Vuole testare il mio orientamento.

Ricordo bene questa strada, l’abbiamo percorsa insieme, l’anno scorso, per scendere da questo monte. Era una giornata bellissima, il sole infuocato stava tramontando su un mare di nuvole, mentre seguivo i suoi passi decisi. Un panorama mozzafiato a incorniciare il nostro amore. È per quello che ora sono di nuovo qui, per tornare da lui.

Ma oggi il cielo è grigio. A me invisibile oltre la nebbia che mi circonda.
C’è freddo.
Spero che non inizi a piovere, basta l’umidità di questa nube a bagnare il mio volto.
La salita sembra infinita e inizio ad avvertire la stanchezza, ma voglio arrivare da lui. Non posso fermarmi. Non posso rallentare.

La vedo. La fine del sentiero è vicina.
C’è sempre più freddo.
Ma sono arrivata.
Aguzzo la vista e il mio sguardo percorre ogni roccia della cima.

Vedo una sagoma in lontananza. Corro verso di lui. Quasi mi manca il fiato dalla velocità del battito del mio cuore. Ansimando gli sfioro una spalla e lui si volta.

Lo abbraccio tra le lacrime.  Lo stringo con tutte le mie forze. Respiro profondante l’aria gelida.
Apro gli occhi. E mi ritrovo a stringermi le spalle.
C’è troppo freddo senza di lui.
Il peso delle lacrime mi trascina verso il suolo.
Il mio lamento invade il silenzio.

Odio la nebbia, odio la pioggia, loro me l’hanno portato via. L’asfalto bagnato, quei fanali così vicini, visti troppo tardi.
La sua voce era solo un sogno.
Mi hanno detto “è lassù, sicuramente è felice”. Io sono quassù, dove lui era sempre felice, tra le sue montagne.
Ma lui non è qui… lui è ancora più su. Oltre la nebbia, oltre le nuvole.

 

Great Northern Hotel, di Jacopo Botti – 3 E

La nebbia lo circondava da circa un paio d’ore quando la macchina si fermò. Scese dall’auto e si accorse di essere finito fuori strada in una foresta. Magari camminando ne sarebbe uscito. Guardò l’orologio per fortuna era ancora giorno, non gli andava per niente di passare la notte al freddo in una foresta. Per sicurezza, prese la torcia dalla macchina  e si incamminò fra gli alberi.

Non era passato troppo tempo quando vide un gufo volare sopra la sua testa. Era strano vedere gufi volare di giorno ma decise di non farci troppo caso. Mano a mano che avanzava, gli alberi si facevano sempre più spessi.

Non si accorse nemmeno che era calata la notte dal gran che era fitta la nebbia. A un certo punto si ritrovò su un sentiero delimitato da alberi morti dove erano appolaiati centinaia di gufi che lo fissavano con i loro occhi gialli. A quel punto la nebbia si diradò e vide una gigantesca luna rossa in cielo e la notte che lo circondava. Si maledisse da solo per essersi allontanato così tanto e accese la torcia decidendo di avanzare sperando di trovare una sorta di riparo.

Poco dopo notò sotto una roccia un fuocherello e una sagoma. Si avvicinò con cautela e vide che era un uomo dai capelli grigi e lunghi.

“Buonasera” disse cercando di attirare l’attenzione.
“Buonasera a lei. Vuole unirsi attorno al fuoco con me?” rispose lo sconosciuto.
“No, no qui sto bene” rispose lui a disagio.
“Sa si dice che con la luna rossa in cielo accadano strane cose in questi boschi” disse l’uomo alzandosi in piedi. Il vecchio schioccò le dita e scomparve in una nuvola di fumo spegnendo il fuoco.
Era stata una semplice allucinazione. Era stanchissimo. Doveva uscire dal bosco.

La luna era alta in cielo quando trovò una pozza circondata da alberi. Si avvicinò credendo fosse acqua ma scoprì che si trattava di un liquido nero e appiccicoso. Quando alzò lo sguardo deluso vide una strada ciottolata alla cui fine c’era una villa.

Si avviò lungo quella strada e quando arrivò alla villa trovò la porta aperta e fu accolto da un maggiordomo che lo accompagnò in una sala dove erano presenti alcune poltrone di pelle nera e un tavolino su cui erano appoggiati un piatto con una fetta di torta e una tazza di caffè. Il maggiordomo sparì e lui si servì da solo.

Poco dopo, entrarono da una tenda di velluto rosso sangue un nano vestito di rosso, un uomo con una benda sull’occhio sinistro, una donna dai capelli rossi e un uomo dagli occhi vitrei che si misero in un angolo a parlare. Lui si alzò e si avvicinò loro, ma improvvisamente la casa prese fuoco.

Si risvegliò accanto alla pozza di fango. Era mattina e si convinse di aver sognato tutto quanto. Si incamminò lungo un sentiero che partiva alla sua destra. Mentre seguiva il sentiero vide arrivare il vecchio della sera precedente. Accellerò il passo ripetendosi che era soltanto un’allucinazione. Ma il vecchio lo raggiunse e fece per dirgli qualcosa. Prima di riuscirci, si ritrovarono scagliati per aria e il mondo girò sottosopra. Davanti a loro apparve un occhio gigantesco che si aprì come una tenda e ne uscì l’uomo con la benda del suo sogno.

“Hai fallito nel tuo intento abominio” disse rivolto al vecchio.
“Come sarebbe? La casa si è salvata. Scommetto che è stato merito tuo. Non è che potresti farmi il favore di mostrare la tua vera faccia così ci posso sputare sopra?” disse il vecchio.
L’uomo con la benda si girò verso il ragazzo e disse: “Mi dispiace per il disagio che questo essere orrendo le ha provocato. Se desidera posso riportarla alla macchina, signor Cooper.”

Il vecchio si lanciò contro l’uomo bendato e gli distrusse il cranio a mani nude. Il resto del corpo si sciolse in argilla. Il vecchio si voltò verso di lui dicendo con voce roca: “ Ci rivedremo ancora”.

Stava per svenire e l’ultima cosa che vide prima di chiudere gli occhi furono un paio di gigantesche mani di luce che andavano verso di lui.
Si svegliò nella sua macchina chiedendosi che razza di incubo avesse avuto.

Quattro anni dopo – Great Northern Hotel

Entrò nella sua camera per lasciare le valige e aprì la finestra. Vide di sfuggita un’ombra ma pensò si trattasse solamente di un qualche animale. Diede le spalle alla finestra e provò a sintonizzare la radio che però rimase muta.

Si guardò allo specchio, si sistemò la cravatta, prese fiato e tirò una testata allo specchio così forte da provocare numerose crepe.
Un rivolo di sangue gli scendeva lungo la fronte mentre lo specchio rimandava l’immagine di un uomo anziano dai capelli lunghi e grigi che rideva.

La radio cominciò a cantare: “ We’ll meet again/ don’t know where/ don’t know when/ but I know we’ll meet again some sunny day”.

 

Chasing cars, di Sara Barone – 4 S

Ci penso spesso, a noi due, insieme per caso, eppure funzioniamo così bene.

Tante volte mi è sembrato di vederti andare via, anche adesso, in questo instante, ma so che quello che ci lega è molto più grande di tutto il resto, e un giorno ci guarderemo in faccia e penseremo a quanto siamo grandi.

Ci renderemo conto che ci stiamo lasciando andare e penseremo alla nostra stupidità per non essercene accorti prima, ci renderemo conto che dobbiamo recuperare. Perché anche quando stiamo con le altre persone, ci affezioniamo e pensiamo di aver incontrato la persona migliore del mondo, poi ci torna sempre in mente che loro non ci complementano come facciamo noi due.

Noi due, non avevamo bisogno di nessuno, perché una volta che eravamo uno di fianco all’altro era come se il mondo fosse nelle nostre mani.
Non avevamo bisogno di niente, perché avevamo già tutto.

We’ll do it all
Everything
On our own
We don’t need
Anything
Or anyone

Ci bastava stare uno accanto all’altro e non avevamo bisogno neanche di parlare, bastava uno sguardo per comprenderci, bastava essere consapevoli della presenza dell’altro al proprio fianco, e poi il mondo poteva anche finire, perché tanto noi stavamo bene e questo era l’importante.

If I lay here
If I just lay here
Would you lie with me
And just forget the world?

Io so che per te darei tutto, farei il possibile, ma se io facessi una cosa semplice come sdraiarmi qui, per terra, e tu fossi consapevole di potermi fare stare bene di nuovo, ti sdraieresti accanto a me per farmi sentire come se niente potesse più fermarmi?

I don’t quite know
How to say
How I feel
Those three words
Are said too much
They’re not enough

Io mi sono accorta che ormai siamo distanti e continuo a confidare nel fatto che presto lo farai anche tu.

Forget what we’re told
Before we get too old
Show me a garden
That’s bursting into life
Let’s waste time
Chasing cars
Around our heads

Potremmo stare sdraiati qui, per terra, e osservare il mondo intorno a noi che va avanti, ma a noi non importa perché ci basta poco, ci basta solo questo. Saremmo pure sdraiati, ma guardarci negli occhi basterebbe a farci viaggiare, vedere cose che non avremmo mai potuto immaginare esistessero, e noi staremmo bene di nuovo.

All that I am
All that I ever was
Is here in your perfect eyes
They’re all I can see
I don’t know where
Confused about how as well
Just know that these things
Will never change for us at all

Ci conosciamo da una vita, da sempre, mi hai aiutato a crescere e a diventare quello che sono, sono cresciuta abituandomi alla tua presenza, sempre al mio fianco, e ora non riesco ad immaginare un futuro senza vedere i tuoi sguardi che mi danno sicurezza, che mi fanno capire che anche se agli altri non va bene tu ci sei. E ormai è così che ho imparato a vivere, con te che mi dai forza e condividi le esperienze, belle e brutte, positive o negative, costruttive o distruttive che siano, e non ho intenzione di imparare di nuovo a fare diversamente.

Quindi ti prego non dare per scontato quel poco che è rimasto di noi, che diventa di volta in volta più piccolo, guardami negli occhi e vedi, perché so che lo vedrai, che ho bisogno di te.

If I lay here
If I just lay here
Would you lie with me
And just forget the world?

 

La Favola, di Debora Pilato 

“C’era una volta una principessa che viveva in un castello circondato dalla nebbia. Aspettava il suo principe e un giorno lui arrivò” raccontò la piccola Margot al fratello maggiore.

“È sempre la solita storia” sbuffò lui.

“Stai zitto, sto parlando io”. La bambina di nove anni batté la mano sul ginocchio: “E ora continuo! Il principe arrivò e salvò la principessa tagliando la nebbia con la sua spada”

“Ma non si può tagliare la nebbia”. Il fratello maggiore sbuffò di nuovo prima di alzarsi per andarsene. La sorellina lo fermò tenendolo per il braccio e lui si lamentò: “Sono stufo delle tue storielle. Non c’è sempre un lieto fine, la vita non è aspettare che qualcuno ti salvi la vita per poi ringraziarlo e vivere per sempre felici e contenti”, disse. “Vuoi sapere cosa succederebbe se davvero una principessa fosse rinchiusa in una torre circondata dalla nebbia? Nulla. Nessuno verrebbe a salvarla e di certo lei non rimarrebbe ad aspettare.”

Margot rimase in silenzio a guardare negli occhi il fratello maggiore. Mentre lui stava per andarsene, la bambina prese parola e con un tono di voce serio disse: “Non ho mai parlato di un lieto fine.”

George si fermò a guardarla negli occhi. Esitò un secondo, poi chiese: “E cosa successe?”

La bambina si alzò in piedi e si guardò intorno, come per assicurarsi che nessuno, oltre al fratello, la stesse ascoltando.

“Il principe giunse nella camera della principessa e le disse di andare con lui, che la nebbia era una grande nuvola e se ci si fosse buttata sopra avrebbe vissuto in un posto libero e spensierato dove tutti si volevano bene”.

George un po’ scosso aveva un’espressione attonita. Si era accorto che la storia aveva preso una piega diversa.

“La principessa gli credette e si butto giù dalla finestra, ma cadde al suolo e si spezzò il collo” continuò la bambina.

Venne interrotta dal fratello che, con una leggera inquietudine, la fermò con un cenno: “Chi ti ha raccontato questa storia? È orribile. E stato Mattew?”. Si riferiva al compagno di scuola di Margot, che aveva l’abitudine di prendere in giro.

“Non è stato lui”.

Lei corse via e George la seguì nella camera da letto.
“E chi è stato?”

Margot sorrise leggermente: “L’uomo nella cantina”.
A quel punto George aveva paura. Chiuse la porta dietro di sé. “Che cosa vuol dire?” chiese.
“Che l’uomo nella cantina mi ha raccontato la storia la scorsa notte”.
“Notte? Ok, adesso basta e smettila con queste cose. Non voglio più sentir parlare di nebbia e principi.”

La sera stessa la città era immersa nella nebbia. Stavano tutti dormendo nella casa ma Margot era sveglia e stava davanti alla finestra di camera sua: “Un giorno verrò da te, principe mio. Vivremo per sempre su una nuvola”

Nel buio della cantina un’ombra rideva.

 

True Friends – Bring Me The Horizon, di Alessia Cavazzuti – 4 S

Osservavo il tempo fuori dalla finestra, tipico di gennaio. La pioggia scendeva incessantemente, sembrava colpire il terreno con violenza, come se volesse picchiarlo, mentre il vento spostava le foglie secche a destra e a sinistra e i lunghi filamenti d’erba si piegavano al suo volere.

Sentivo il freddo penetrare dai vetri, per poi infiltrarsi quasi con prepotenza all’interno della stanza.

Dentro invece tutto taceva: il computer era spento, così come il mio telefono, e perfino la radio che tenevo sempre accesa non emetteva alcuna melodia. Eppure, il silenzio che regnava all’interno di quelle quattro mura, mi dava fastidio, creava confusione e tutto il mondo girava intorno a me. Mi diressi verso la mia scrivania, colta da una rabbia improvvisa, cercando in ogni cassetto qualcosa che potesse calmarmi. Lo trovai in fondo al quarto sportello, pulito e senza alcuna macchia, nonostante i suoi anni…

Il mio respiro era pesante, sentivo le lacrime bruciare negli occhi, mentre riaffioravano i ricordi di lui. Era una sera come le altre, mio padre sarebbe tornato tornato tardi per il suo turno lavorativo, così mi stiracchiai sul divano mangiando pop-corn e guardando un film. Stavo per addormentarmi quando sentii la serratura della porta sbloccarsi.

Mio padre, no, quello che aveva l’aspetto di mio padre, entrò in casa barcollando, la puzza d’alcool si diffondeva in tutta la stanza, il rumore della tv come sottofondo. Si rinchiuse nella sua camera senza dire niente, cercai di entrare ma era chiusa a chiave.

Spensi la televisione, bussai chiedendogli di parlarmi ma non rispose. Lo implorai di uscire, quando beveva troppo cadeva in depressione, e quando succedeva dovevo stargli vicino, rassicurarlo, dicendogli che tutto sarebbe andato bene.

Quella fu la sera in cui fallii come spalla, come amica, ma soprattutto come figlia. Non feci niente, dormii per tutta la notte sulla soglia aspettando un miracolo che, sapevo, mai sarebbe arrivato.

Ero come l’albero di fronte a me: spoglio, solo, destinato ad essere abbandonato a se stesso. Tutto quello che mi rimaneva, era il carillon che apparteneva a mia madre e che mio padre mi regalò per i miei diciotto anni. Dentro vi era una ballerina con il tutù rosa, che danzava appena aperto l’oggetto. sulle note della dolce ninna nanna che mi cantava mia madre dopo che avevo avuto un incubo.
Mi sdraiai sul letto e mi addormentai, mentre venni cullata dalla dolce canzone del carillon.

 

Treat you better, di Caterina Poggioli – 4 S

“Non voglio piú mentirti, lei non fa per te.” Penso spesso a queste parole, le parole che avrei sempre voluto dirti. Quante volte avrei voluto, durante i  silenzi delle nostre lezioni pomeridiane assieme, rompere quell’atmosfera pesante ed esordire con questa semplice frase. Peró nonostante tutto non ci sono mai riuscita.

Ogni volta che ne parli é sempre lo stesso ritornello: “É lei quella giusta.” O “Voglio stare assieme a lei.” Ormai, nonostante gli ultimi sviluppi enormemente negativi, il tuo copione non sembra essere minimamente cambiato.

Sempre le stesse battute, sempre allo stesso momento: per quanto tu sia stanco della stessa scena che ti si ripropone ogni giorno con la stessa ridondante monotonia, eccoti pronto a rispondere cosí.

Oggi vi ho visti camminare assieme dall’altro lato del marciapiede, l’uno accanto all’altra. Ma nonostante questo, tu eri cosí apatico, spento. Un ragazzo deve avere davvero quell’espressione quando é assieme alla ragazza che ama?

Poi ti sei voltato. E mi hai visto.

Ed ecco che io, senza alcuna motivazione apparente, comincio a correre in avanti, all’impazzata, quasi avessi visto il piú temibile dei miei incubi farsi reale. Corro fino a quando non arrivo davanti a casa, ormai senza forze.

“Perché lo stai facendo?”, penso mentre cerco di aprire la porta. Ma le mie mani tremano.
“Perché sprechi tempo con lei quando dovresti essere con me?”, penso salendo i gradini delle scale, quattro alla volta.
“Non dovresti essere solo… non saresti solo con me… non ti deluderei mai”, penso mentre entro nella mia camera, sbattendo la porta dietro alle mie spalle e producendo un rumore assordante in quella enorme casa vuota.

Mi butto a faccia in giú sul letto.
“Ti posso trattare meglio” comincio a singhiozzare. “Meglio di lei.”
E finalmente arrivano come ogni sera le lacrime.

 

Breezeblocks di Elena Lodi – 5 T

L’amicizia è una cosa importante e per questo non posso biasimarlo, ma io non posso più andare avanti così.

Perché ci ostiniamo a farci del male a vicenda per mandare avanti una relazione che potrebbe rovinare un legame così forte? E se poi non funzionasse? Se, una volta perso l’amico a cui tiene di più e che è cresciuto con lui, perdesse anche me?

Come posso dargli torto?

Nonostante tutto, e consapevole di ciò, continua a scrivermi. Fisso tristemente la televisione di fronte a me, senza realmente guardare quello che sta trasmettendo, pensando la cosa più intelligente da scrivergli.

“Tu hai intenzione di parlargliene?”.

Con ansia attendo la sua risposta e finalmente pochi secondi dopo il telefono squilla: “Pensavo di no, gli darei da pensare per nulla, coinvolgendolo in una cosa che è fra noi due. Perché? Tu preferiresti dirglielo?”.

Irritata gli do una risposta secca: “Dipende da te, da quello che vorresti e che intenzioni hai”.

“Tu sai quello che vorrei, ma per quanto desidero con tutto me stesso essere il tuo ragazzo, mi rendo conto che sapere che vado con la sua ex, per Lui, sarebbe un colpo al cuore e potrebbe determinare, nel peggiore dei casi, la fine della nostra amicizia. Comunque mi fa schifo parlare al telefono di queste cose. Adesso passo a prenderti”.

Perdo un battito.
E adesso cosa faccio?
Panico!

Il mio gatto è sicuramente più presentabile di me in questo momento.
Mi disegno il contorno degli occhi con la matita e il mascara. Tolgo i pantaloni di tuta e metto i jeans. Mi infilo le All Star ai piedi. Indosso il maglioncino più carino che ho nell’armadio. Sciolgo i capelli e li pettino.

“Driiiiiin”.
È già arrivato ed io ovviamente dovevo ancora fare un sacco di cose.
Piove a dirotto e l’aria è gelida in questa buia notte di Novembre. Mi infilo la giacca, alzo il cappuccio e scendo di corsa. Salgo tremante sulla sua Fiat Punto rossa.

Devo rimanere calma.

Sforza un sorriso, poi mi dice dolcemente: “Ciao Ele. Dove possiamo andare a parlare?”.
Ci penso un po’ su: “Parcheggiamoci affianco al Parco e stiamo in macchina a parlare, piove troppo per stare fuori”.
Avrei preferito che il viaggio durasse di più.
Cerco in tutti i modi di non guardarlo, anche se è la cosa che più bramo in questo momento.

L’atmosfera è pesante, il silenzio che regna è interrotto soltanto dal ticchettio della pioggia sul tettuccio.
“Ti va se metto su della musica per rompere un po’ il ghiaccio?”.
Mi ha letto nel pensiero: “Buona idea”.

Parte un motivo che non conosco, abbastanza carico, con protagonista una chitarra elettrica.
Abbassa il volume per fortuna.

“Ele, tu a me piaci da impazzire, sei bellissima, simpatica, testarda come me, forte, dolce quanto serve, intelligente e hai qualcosa che non riesco a spiegarti che è diverso, che nessun’altra persona ha, e che mi fa perdere la testa ogni volta che ti vedo. Sei fantastica. Sei l’unica persona con cui sogno ormai da cinque anni di intraprendere una relazione seria, ma solo adesso, che anche tu provi interesse nei miei confronti, è il momento sbagliato. Se solo tu non fossi stata tre mesi con il mio migliore amico … potremmo stare insieme tutto il tempo che ci pare senza mai stancarci l’uno dell’altra. Ma questo, per quanto possa essere meraviglioso, deve rimanere soltanto un sogno, almeno per il momento. È per questo che voglio chiederti: saresti disposta ad aspettare un po’ di tempo, in modo tale da essere sicuro che non Gli interessi più?”.

Mi volto verso di lui per guardarlo in faccia: i suoi occhi verdi sono più scuri del solito e luccicano alla luce gialla dei lampioni, le sue labbra rosse sono serrate e contratte. Ha un’espressione che dice tutto il contrario delle parole.

Il suo sguardo profondo.
Il suo viso marcato da quei lineamenti intensi.
Le sue spalle protettive.
Lui.
È così … perfetto.

“Che senso ha aspettare? Io non credo di riuscire a sopportare di vederti così vicino e, allo stesso tempo,così distante da me. Il tutto soltanto perché non hai le palle di affrontare questo argomento con il tuo migliore amico. Se davvero tieni a me come dici prendi coraggio e parlagliene”.

Gli scivola una lacrima di dolore sullo zigomo. “Quando l’hai mollato io ero con lui, dovevi vederlo: rantolava, non riusciva a parlare. Sapere che la persona a cui è più legato, se ne è sbattuto il cazzo di quello che prova e si è messo con te, gli farebbe male”.

In effetti se lui non se la sente non posso obbligarlo. È destino: non dobbiamo stare insieme. Tutto ci rema contro e noi siamo evidentemente troppo deboli per contrastarlo.

Mi si stringe lo stomaco. Ingoio il groppo alla gola e concludo la conversazione: “Capisco, non sono qui ad obbligarti a fare cose che non ti senti di fare ed è giusto che tu decida di agire come ritieni più opportuno. Ti dico soltanto che mi mancherai da morire. E adesso direi che puoi riportarmi a casa.”

Mi sento morire dentro al solo pensiero che non lo rivedrò mai più.
Perché gli ho detto di portarmi a casa quando è l’ultima cosa che voglio?
Elena ragiona. È la cosa giusta da fare. Soffoco il nodo alla gola.

Piange: “Saresti almeno disposta ad aspettare per me? Ti prego. Sei troppo importante: non posso permettermi di perderti.”.

Non riesco più a trattenere le lacrime e i singhiozzi. Scoppio.
Le casse della macchina per un momento sono mute poi parte una canzone bellissima.
No! Perché in questo momento?
“Breezeblocks” degli Alt-J.

Non poteva essere più appropriata a questo attimo. Mi sembra di vivere la scena di un film.
Lui non accenna ad accendere l’auto.

“She may contain the urge to run away
But hold her down with soggy clothes and breezeblocks
Citrezene your fevers gripped me again
Never kisses all you ever send are fullstops”

Ci guardiamo.
Mi raccoglie una lacrima con un dito, poi mi sussurra: “Ti prego, non piangere”.
Mi avvolge nel calore di uno dei suoi abbracci.
Sparisco immersa nel suo petto. Sento il ritmo del suo cuore: Batte all’impazzata, all’unisono col mio.

Si avvicina alla base del mio collo ed inizia a regalarmi baci. I brividi mi penetrano la schiena come gelidi aghi. Mi gira la testa. Ho la vista annebbiata.
Sale verso le guance. I lati della bocca.
Sono in sospeso. Totalmente trasportata dal flusso intenso dei suoi baci.

“Non posso farlo, ma non riesco a resisterti. Sei troppo”.
Mi guarda fisso negli occhi: il suo sguardo mi dice che vuole avermi per lui, soltanto per lui.
Sussurra: “Solo uno”.

E in un secondo afferra il viso con le mani e mi bacia con tutta la passione e l’emozione che ha in corpo. Un’ondata di sentimenti ci investe.

Le sue labbra morbidissime, tanto bramate sono premute contro le mie.
Non ho altri pensieri per la testa: esiste soltanto lui.
Lui.

Non fu soltanto un bacio. È così quindi il paradiso?

Soltanto quando lui si stacca da me e, ritornando alla realtà, ci rendiamo conto di quello che abbiamo fatto, realizziamo di essere appena approdati all’inferno.
Quanto durerà ancora l’attesa in questo Limbo prima di essere coinvolta in un altro straordinario e divino bacio? Quanto dovrò ancora aspettare prima di tornare in Paradiso? Una settimana? Un mese? Un anno?

Io sono determinata. Lui lo è.
Riusciremo ad affrontare tutto questo.
Insieme.
Saremo come “Blocchi di Cemento”.

 

TIME, di Martina Molinari – 5 T

Il sole tarda a tramontare, l’estate si sta avvicinando e con essa il tempo della spensieratezza. Spensieratezza di cui avrei tanto bisogno in questo momento.
Sotto un albero qualunque, in un posto qualunque mi trovo io, una persona qualunque stesa su un prato, che stanca del tutto cerca un respiro dalla quotidianità.

Nel cielo quasi mi perdo, o meglio cerco di perdermi, ammaliata dall’armonia perfetta che mi sovrasta. Ma questo dura il tempo necessario ai miei pensieri di riportarmi a terra. Ormai questi non sono altro che un flusso incoerente e costante che scorre nella mia mente e a cui non riesco più a far fronte. Inevitabilmente per placare questo marasma altro non posso fare che ricorrere alla musica. Lascio che la riproduzione casuale del mio telefono si ponga come protagonista di questo momento.

Già dalle prime note riconosco la canzone e puntualmente in pochi secondi le emozioni deviano il flusso dei miei pensieri per filtrarli e arricchirli di un sapore diverso, un sapore umano, dove la razionalità lascia il passo ai sentimenti.

Sistemo bene le cuffiette, abbasso gli occhiali da sole e mi lascio travolgere da tutto questo. Ora abbandonarsi a guardare il cielo risulta naturale.

“Ticking away the moments that make up a dull day
You fritter and waste the hours in an offhand way
Kicking around on a piece of ground in your home town
Waiting for someone or something to show you the way… “

Ecco il problema, mi sono persa.

Le certezze si sono lentamente sgretolate sotto l’azione di mille domande e hanno lasciato spazio a insicurezze e turbamenti. Non so più cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, tutto rimane sospeso. Specialmente dai libri che leggo mi pongo nuove domande, a cui anni fa non avrei neanche pensato, e che ora diventano l’espediente per vedere le cose da altre infinite prospettive.

Ho bisogno di qualcuno o qualcosa che mi mostri la strada, un punto di riferimento fisso nel mio vorticare.

“And you run, and you run to catch up with the sun, but it’s sinking
Racing around to come up behind you again
The sun is the same in a relative way, but you’re older
Shorter of breath and one day closer to death … “

Sto trascurando però la realtà; il tempo sta passando inesorabilmente e a forza di cercare risposte a tutto ho perso il contatto con il mondo intorno a me, specialmente con le persone. Queste mi sembrano sempre più distanti e indecifrabili. Devo necessariamente trovare un equilibrio, evidenziando le priorità per cercare di non perdere niente di quello che ho costruito fino adesso, frenando la mente e cercando di dare senso a ogni attimo.

Basta.

“The time is gone
The song is over
Thought I’d something more to say”

Consigli… da mettere sotto l’albero di Natale.

15697647_10212043073139045_878220350426263689_nFumetti da leggere prima che l’anno si concluda, o con cui iniziare quello nuovo? Partiamo da un pezzettino di cuore, il Dylan Dog Diary (Dylan Dog – Sergio Bonelli Editore), nato per i festeggiamenti del trentennale dell’indagatore dell’incubo. Oltre a uno splendido intervento di Tiziano Sclavi (che, non prendetemi in giro, riesce sempre a commuovermi) unisce pensieri, aneddoti e istantanee di vita di chi le storie le ha create in questi anni (più vari contenuti speciali e una veste grafica curatissima).
Passiamo ai primi due volumi di “Marina” di Matteo Zidrou (Panini Comics Italia). La vicenda si svolge a Venezia alternando due piani temporali, il presente e un passato oscuro dove una ragazza coraggiosa, Marina Dandolo combatte contro i pirati, l’ottusità contemporanea e la sua stessa famiglia, all’ombra delle profezie di Dante Alighieri, che proprio dalla Repubblica veneziana fu esiliato.
Finisco con tre pezzi di diamante, pubblicati da Coconino Press. Per gli amanti dell’horror estremo orientale, “Il Bruco” di Edogawa Rampo e Suehiro Maruo: disturbante, visionario, raffinato nel suo superare i limiti pagina dopo pagina. Ambientato nel Giappone degli anni Venti, unisce eros e morte in modo deliziosamente malato.
Introspettivo è l’ultimo graphic novel di Otto Gabos, “Il viaggiatore distante”. Un racconto di formazione che diventa un’avventura interiore sullo sfondo di una New York fredda in cui sogni e paure si rincorrono nel cuore di Romeo, il protagonista.
Finisco con un racconto così potente che devo ancora riuscire a metabolizzare tutte le sensazioni che mi ha lasciato: “La terra dei figli” di GIPI (Gian Alfonso Pacinotti), è davvero bello come avevo sentito dire. Mi è piaciuto così tanto che… quasi mi vergogno! A metà della lettura ho dovuto fare una pausa per non essere travolta dal male di vivere e dall’oscurità che permea ogni pagina, ma non si slaccia mai da una speranza di fondo e per questo fa più male. La fine del mondo, gli uomini come relitti alla deriva. E un diario. Perché solo la parola può salvarci dall’estinzione.
Buone feste 

Tre graphic novel che parlano di adolescenza, il più grande viaggio verso l’ignoto

FREEZER cover72Ricordo, con un pizzico di nostalgia, le vacanze estive nel periodo scolastico. Quasi tre mesi di pausa dalla routine quotidiana. Tre mesi, dico! Che passavo a fare quello che amavo di più: leggere. Sì, l’estate per me profumava di carta stampata. E di storie.
Io, troppo timida per sperimentare in prima persona avventure da raccontare al mio ritorno in classe a settembre, vivevo insieme ai protagonisti dei libri trame emozionanti, spaventose o romantiche.

Voglio dedicare l’articolo di Scritture barbariche proprio a quella ragazzina di ieri e agli adolescenti sempre alla ricerca di nuove avventure da leggere. Tre racconti di formazione. Tre avventure che parlano di crescita e di prime volte. Tre storie sulla fatica di diventare grandi, sulla consapevolezza che a volte arriva solo attraverso la sofferenza.

La prima graphic novel di cui voglio parlare è Freezer di Veronica Veci Carratello, (Bao Publishingcartonato, 144 pp. a colori). «Una storia di piccoli drammi, pensioni di reversibilità, pessimi vicini, primi appuntamenti e prestanome sentimentali».

Se dovessi definirlo in una parola direi: adorabile. Se dovessi avvicinarlo a un film risponderei senza esitare l’esilarante e tragicomico Little Miss Sunshine di Jonathan Dayton, del resto… non credo che la presenza di un camper sia casuale.

45127b_Little Miss Sunshine_RC_visoreC’è una famiglia molto imperfetta a cui ti affezioni subito: i Robinson. E se vi è venuta in mente la canzone del 1968 di Simon & Garfunkel sappiate che siete sul pezzo! Le citazioni musicali continuano perché i figli si chiamano Elvis e Mina. E non è facile per loro scampare alle figuracce con due genitori stralunati (Mr. Robinson ha fatto la pubblicità della carta igienica ed è in lizza per uno spot per chi soffre di problemi intestinali), uno zio con la catisofobia, ovvero la paura di sedersi, la nonna incontinente e un gatto con tendenze suicide. In tutto questo, Mina, la giovane protagonista della storia, non ne vuol sapere di crescere ed entrare nel “club degli assorbenti”. E chi ha il coraggio di darle torto?

page_1_thumb_largeLa Carratello è bravissima nel tratteggiare personaggi indimenticabili e il suo disegno, così pulito e dal sapore vagamente retro, si abbina perfettamente alla storia che va a raccontare.

Sulla collina di Ilaria Ferramosca e Mauro Gulma (Tunuébrossurato, 112 pp a colori) è la storia di quattro  ragazzini appassionati di horror che si sfidano ad aspettare la mezzanotte in un bosco, in attesa di scendere in paese ed entrare nella casa della monaca pazza, dove in passato si è svolto un fatto di sangue e follia.

Se dovessi definirlo in una parola direi: avventuroso. Se dovessi avvicinarlo a un film risponderei Stand by me del 1986, tratto dal racconto The Body del maestro Stephen King. Anche qui c’è una sfida tra un gruppo di adolescenti che durante il viaggio che compiono si ritrovano a conoscersi più profondamente e a scoprire il vero significato della parola “amicizia”.

Sulla collina è una riflessione sulla crescita, sul coraggio di diventare grandi e affrontare i cambiamenti della vita anche quando si viene privati dei punti fermi, come gli amici d’infanzia, e si deve ricominciare tutto daccapo. Ma non è forse così la vita?

cuenta-conmigo-porcentaje-de-reboteIn certi punti i dialoghi risultano un po’ didascalici, ma questo non compromette il ritmo della narrazione che ti porta d’un fiato all’ultima pagina. Lo stile del disegno di Gulma, molto comprensibile, e la colorazione che rimane su toni cupi con una palette che predilige le sfumature del terra e del grigio passando per verdi e blu intensi nelle scene notturne, accompagnano perfettamente l’atmosfera da favola dark. Una favola sul tempo che passa, ma che non può uccidere le cose che teniamo strette al cuore.

la_principessa_spaventapasseri_70009E per finire, consiglio La principessa spaventapasseri di Federico Rossi Edrighi (Bao publishing, cartonato a colori, 160 pp), una storia di formazione a tratti surreale, anche grazie allo stile del disegno di Rossi Edrighi che a tratti spiazza e diventa un tappeto emozionale.

Morrigan è un’adolescente arrabbiata, che non si sente compresa e ha indossato la sua diversità come corazza contro il mondo. Sia il mondo fuori, che quello più vicino a lei, incarnato dalla famiglia. La madre e il fratello con cui vive formano quasi un nucleo a parte, come se fossero un’unica entità, al punto che scrivono a quattro mani storie misteriose, oltre a sembrare sempre d’accordo su tutto. Lei si sente sola contro il mondo e spesso la sua rabbia la allontana dalla possibilità di avere un’amica vera. Possibilità incarnata dalla dolce Alma, dogsitter dal cuore romantico.

Ma poi le storie misteriose narrate dalla madre e dal fratello sembrano prendere vita e lei si trova suo malgrado a vestire i panni, anzi il mantello, di un’eroina costretta ad affrontare nientemeno che il Signore dei corvi, l’incarnazione di tutto ciò che è perverso e malato nel mondo.

labyrinth_1986_923Se dovessi definirlo in una parola direi: sublime, nell’accezione di Edmund Burke. L’orrore che affascina e cattura. 
Se dovessi avvicinarlo a un film risponderei Labyrinth del 1986, diretto da Jim Henson e con il magnifico David Bowie, villain dal fascino magnetico che mette alla prova l’adolescente egoista che in quel caso aveva gli occhi viola blu della splendida Jennifer Connelly.

«Rispondo solo a me stessa» afferma Morrigan in un momento chiave della narrazione. Quasi a sottolineare come ogni certezza, nella vita di un adolescente, non possa provenire dall’esterno ma debba essere abbracciata da dentro. 

Letture consigliate per i più giovani, ma anche per chi non si è rassegnato a diventare grande. Buona estate!

L’amore ai confini tra la terra e il mare

10886402_10206850200965934_2140666498_o«Mi piace stare al faro. 
Perché il faro serve per non far scontrare le navi contro la terra, e ho sempre pensato che sarebbe bello se esistessero fari anche per non far scontrare le persone tra di loro. Per non farle rompere»

A parlare è Johnny Senzacuore, il protagonista de Il suono della sirena, la storia scritta da Mauro Uzzeo e disegnata da Mattia Surroz, che uscirà in occasione di Lucca Comics & Games 2015 per i tipi di SmartComiX (editi da Shockdom). La casa editrice propone un formato cartaceo da tasca, comodissimo anche per la visione digitale con gli smartphone.

Ma torniamo ai protagonisti di questa storia. Lei è una sirena, bellissima e aggraziata, di cui non conosciamo il nome. Lui è un uomo semplice, con un corpo pesante e un presente ingombrante, e di nomi ne ha addirittura tre. È Gianni Cavallaro, nome che a Lighthouse city nessuno riesce a pronunciare, Johnny spaccacuore, quello che fa il lavoro sporco e uccide gli avversari del clan di famiglia e Johnny lo scemo, così lo chiamano i cugini sempre pronti a ridere di lui.

12112979_10206850207726103_521696184_oChe cosa accomuna due creature così apparentemente diverse?
La solitudine. Il sentirsi diversi dal resto del mondo.

Che cosa li unisce?
L’amore.

Un amore che spacca il cuore, tanto per ripredere il soprannome di Johnny, un amore puro, che sembra mettere ogni cosa al posto giusto.

Il suono della sirena è una storia piccola, ma grande per forza e atmosfera. In poche pagine, Uzzeo riesce a prenderci per mano e condurci in un mondo di violenza e brutture, da cui il protagonista riesce a sfuggire solo grazie all’amore per la sua sirena. E il loro mondo a parte è un luogo fatto solo di mare e di stelle e di comprensione. Ma si sa che non esiste un posto sicuro per difendersi, in questa giungla che è la vita.

L’autore utilizza un linguaggio semplice, di facile comprensione ed è per questo che la voce di Johnny è così vera che ti rimane dentro anche dopo aver chiuso l’ultima pagina. La semplicità nella scrittura è la cosa più difficile da ottenere, frutto di esperienza e talento. E il talento qui traspare sin dalla prima didascalia.

Veniamo adesso alle illustrazioni di Mattia Surroz: introspettive, delicate, si mostrano timidamente e ti entrano in circolo con la forza dirompente di poesie fatte di immagini. Surroz riesce a raccontare interi stati d’animo in una sola vignetta. Il connubio tra i due diventa musica e ti accompagna in un viaggio che ahimè, finisce troppo presto. Consigliatissimo!

 

Liceo Morandi e scrittura creativa, una storia d’amore che non si spegne

Gli appuntamenti con i miei corsi di scrittura creativa di quest’anno, al Liceo M. Morandi, sono ormai conclusi. Ed eccomi qui, davanti al foglio bianco, a scrivere qualche considerazione a caldo. Non è facile, questa volta più che le precedenti. Perché quello che è successo tra i banchi, in questo ottobre così nostalgico da non essersi ancora deciso a  salutare l’estate, è stata una vera e propria magia. E non è facile descrivere la magia a parole.

Ma il corso di scrittura non serve forse anche a questo? A dar voce a emozioni, a storie e personaggi che vivono dentro di noi e altrimenti non potrebbero uscire?

Lo hanno fatto con determinazione e talento i ragazzi del Corso Base. Una classe immensa, 36 alunni con davanti a loro solo tre lezioni per assorbire i rudimenti che si nascondono dietro a ogni storia di successo, si tratti di un romanzo, un film o un fumetto. Prima che il corso iniziasse ero un po’ preoccupata per il fatto che la classe fosse così numerosa, ma non ne avevo motivo. Silenziosi come ninja e armati della loro fantasia hanno dato vita a personaggi pieni di sfumature, poliedrici, crepuscolari o romantici. A ogni lezione, dimostravano di aver totalmente assimilato i concetti, e quando si sono trovati a dover costruire un’ambientazione credibile – in sole quindici righe, per di più – hanno brillantemente superato la sfida. Eravamo in classe, ma ci siamo ritrovati in riva al mare, nella campagna emiliana profumata di sole, tra le pareti di un istituto psichiatrico o al campo di addestramento di un soldato. E ancora, immersi nella neve artica, in un laboratorio steampunk o soffocati da una parete piena di specchi nell’Inghilterra di Anna Bolena, tanto per citarne alcuni.

I ragazzi del Corso Avanzato sono guerrieri scelti che ormai non temono il confronto con autori professionisti. Quest’anno abbiamo lavorato in profondità con la scrittura, perché ogni guerriero della penna che si rispetti deve poter essere capace, se necessario, di scrivere su qualsiasi argomento. Com’è possibile?, qualcuno si chiederà. La risposta è semplice: con la pratica. Perché la mente è come un muscolo, si può allenare. Scrivere e riscrivere è come sguinzagliare la fantasia e il talento che a volte si nascondono in fondo all’anima.

I ragazzi sono passati dalla scrittura interiore a quella della memoria, hanno creato un diario fotografico, rivivendo episodi toccanti per poi scattare, a posteriori, fotografie mai realmente immortalate. Scrivere di emozioni, scrivere per appunti, raccontare la vita di persone comuni. Viaggi temporali e tropismo. Quest’anno abbiamo fatto un esperimento: a fine lezione, tra gli argomenti trattati, ogni studente ne sceglieva uno, il preferito, o… il più temuto. Diversificando gli esercizi a casa, abbiamo potuto affrontare in maniera più approfondita i singoli argomenti. Sono nate perle preziose, che potete leggere qui sotto.

Perché la scrittura può essere la nostra arma per difenderci dal mondo.

Lucia Bagnolati si è cimentata nel racconto fotografico, scegliendo due foto dei suoi bisnonni e regalandoci una storia d’amore e nostalgia.

12166957_1683261218555542_1718804284_nIl vento le scompigliava i capelli, ormai portati in quel modo da anni.
Quella stessa chioma mora che aveva sistemato velocemente prima di uscire, il pomeriggio stesso.
Sentiva che non stava andando abbastanza in fretta, nonostante la gonna le stesse svolazzando e il fiato era ormai corto.
Voleva urlargli di restare, voleva urlare il suo nome e sapere con certezza che si sarebbe fermato.
Il campanello della bicicletta suonava a ogni buca che frettolosamente superava.
Si guardò attorno, cercandolo e mormorando il suo nome a ogni pedalata.
Non riusciva a trovarlo, in mezzo a tutte quelle divise uguali l’una all’altra.
Lui aveva il volto coperto da una macchina fotografica, di quelle da poco, che suo padre gli aveva regalato nel ’48, un po’ per documentare l’anno di leva, un po’ per garantirsi che il figlio gli avrebbe scritto.
La vide in quel modo, lui.
La fotografò con lo sguardo perso tra i ragazzi che, come lui stavano per salire su quel treno, la sua figura esile, in sella alla bicicletta della zia. Ridacchiò dietro alla vecchia Polaroid, pensando che probabilmente Lidia avesse preso il mezzo senza chiedere.
12083764_1683261241888873_939757554_nLa fotografò e seppe che Lidia era lì per lui.
Sorrise, mentre lentamente fece scorrere verso il basso l’oggetto che gli stava nascondendo gran parte del viso, arrivando a coprirgli solo il mento. Sorrise mentre guardava le sue gambe magre coperte da quei calzettoni bianchi, che probabilmente sua madre la obbligò ad indossare per il freddo.
Guardò Lidia alzarsi dalla sella, la bocca schiusa, le guance rosse e pure e pensò che era esattamente come l’aveva lasciata. Il maglioncino blu con i soliti cinque bottoni, perché il sesto non era riuscita a ricucirlo.
Lidia buttò a terra la bicicletta, correndo verso qualche gruppo di ragazzi, spingendoli per poi scusarsi.
E lo vide. Tirò un sorriso nel riconoscere la solita espressione vagamente corrucciata, mentre se ne stava dritto con le spalle alte, affianco a Nadio. L’elmetto sotto il braccio, la giacca pesante della divisa a coprirgli il busto, i guanti a riscaldare le mani affusolate che Lidia ricordò di aver tenuto così tante volte.
Lidia guardò prima la Polaroid che teneva fra le dita, poi spostò l’attenzione ai vagoni dietro a Italo, sperando invano che non partissero.
“Non dovresti essere qui” Italo si avvicinò alla sua Lidia, prendendola per un braccio e avvicinandola al suo corpo, così che solo lei potesse sentire la sua voce roca, che le sarebbe mancata così tanto.
“Tu non dovresti partire” Lidia parlò con voce rotta, guardandosi intorno per evitare l’imbarazzo nel guardarlo in quei suoi occhi neri.
La ragazza sussultò non appena il treno fischiò, bloccata come in quella foto in bianco e nero che Italo le aveva scattato, perché si sentiva così, si sarebbe sentita così senza di lui. Una ragazza che in sella a una bicicletta lo avrebbe seguito ovunque solo per salutarlo un’ultima volta, una ragazza che avrebbe vissuto per qualche tempo, come in quella fotografia, come se la sua vita fosse bloccata lì, senza colori, in attesa del suo ritorno.

 

Giulio Medici crea un perfetto esempio di monologo esteriore, in cui il protagonista sfoga la sua rabbia e svela la sua lotta interiore parlando con un interlocutore che “gli è molto vicino”, anche se per certi versi è il suo più acerrimo nemico.

Che cosa combini, maledizione, siamo di nuovo daccapo! Lo so, non sei tu che causi tutto questo e in fondo non sei altro che un muscolo, incapace di qual si voglia decisione sentimentale, ma ti userò per indicare tutto il corpo e tutto questo gran caos che ora mi assale.

Insomma cuore che mi combini!

Già mi era successo che mi obbligavi a situazioni assurde o disperate, altre volte ti prendevi gioco di me con obiettivi impossibili, eppure sono sempre riuscito a sfuggirti, a difendermi dai tuoi attacchi. È forse per questo che ora mi aggredisci con foga maggiore?

Eppure dovremmo lavorare all’unisono e non combatterci.

Mi hai intaccato varie volte e comunque ne sono uscito. Forse lo hai fatto per studiarmi, per registrare i miei punti deboli e non appena hai scoperto colei che li incarnava tutti hai deciso di agire.

Perché, perché mi tratti così? Mi conosci, non sono esattamente un tipo… regolare.
Sono un po’ eccentrico. T
ogliamo un po’, va là. E tu di chi mi fai innamorare, maledetto? Di una ragazza precisa, una sobria che non raggiunge mai il “punto di non ritorno”, per usare un’espressione raffinata. Inoltre sai che io sono pessimista, materialista e ateo, insomma quella persona che ti mette un’allegria addosso da farti star sveglio la notte, e lei… lei è credente, ma con la C maiuscola!

Sarebbe come l’incontro tra la morte e la vita, il male e il bene, due opposti incongiungibili.

E date le sue caratteristiche, mi sento proprio l’antagonista della storia.
Ammettilo ci provi gusto, le scegli pure graziose! Un viso fantastico, celestiale, un’intelligenza ineguagliabile, ma soprattutto la voce; il sorriso e la sua risata mi distruggono, come se davvero potessi udire i famosi cori angelicati del Paradiso. Anche il nome, quel nome semplice di quattro lettere che mi stordisce, mi aliena da questo mondo facendomi sognare.

Ah che diamine, anche solo pensare a lei mi ha fatto aumentare le palpitazioni e comparire un sorriso ebete!

Se potessi rimpiazzarti con un cuore metallico incapace di darmi emozioni e che dico, diventare una macchina e non dover più patire le tue angherie. Perché devo tremare all’idea di parlarle? Perché mi stordisci con le sue immagini? Vuoi forse la mia morte? A che pro, non moriremmo forse entrambi? È forse questo, che desideri? Dimmelo e finiamola una volta per tutte!

Vorrei che smettessi di manipolarmi, di torturarmi con questa storia. Vorrei avere la possibilità di non sentire più queste fitte che mi colpiscono il corpo. Non voglio più ingelosirmi quando la vedo abbracciare un suo amico, non voglio più tremare al suo nome o alla sua voce.

Non voglio più… amare…

Non voglio più che tu batta. Donami questo, almeno. Se non per me, almeno per te. Il riposo, un riposo eterno senza preoccupazioni, senza emozioni. Dammi la freddezza della morte.

Ti prego, e smettiamola con questa inutile guerra.

 

Cristina Barbieri dà vita a un esercizio emozionale. Il titolo potrebbe essere: le parole che non ti ho mai detto.

Se io ti dicessi che vorrei piangere…

Perché non ce la faccio più a tenermi tutto dentro. Perché non ho più le forze per andare avanti. Perché sono a pezzi, distrutta. Perché vorrei tante cose, ma non riesco, non posso ottenerle. Perché vorrei davvero essere me stessa con te; mostrarti tutto di me. Ma non ce la faccio. Mi sentirei troppo vulnerabile a espormi così tanto, aprirmi totalmente a te. Però vorrei davvero dire basta.

Basta muri. Basta barriere. Basta menzogne. Basta segreti. Basta scudi. BASTA.

Basta a tutto. A ogni stramaledetta paura. Paura di sbagliare. Paura di non essere accettata per come sono davvero. Troppo lontana da ciò che tutti si aspettano, da ciò che tutti vogliono, pretendono da me. Vorrei mettere la parola FINE a tutto ciò. Togliere tutte le maschere e i trucchi ed essere semplicemente me stessa.

Sì… vorrei… vorrei… vorrei…

Ma resterà sempre un condizionale. Resterà sempre solo un desiderio, una parola persa nel vento, un sussurro nella mia stanza, un urlo nella mia mente, una macchia di inchiostro su questo foglio. Perché non ho le forze sufficienti. Perché alla fine è inutile. Preferisco vivere nascosta dietro una bugia che mi rende felice, perché mi permette di averti al mio fianco, piuttosto che essere davvero me stessa e perderti.

Se io ti dicessi che vorrei piangere…

E che ormai non riesco più a frenare le lacrime che ora mi stanno rigando il viso…

Tu cosa faresti?

 

Azzurra Balboni ci ha regalato brandelli di quotidianità con il suo diario per appunti.

Giorno 1: Questa sera the caldo e biscotti Non sul divano con la mamma, sul tavolo vicino ai libri.

Giorno 2: È strano sentire che quel tempo che diciamo tutti passi in fretta, stia superando anche la mia percezione di esso. Alle 16 scuola guida, ormai non ho più paura delle macchine intorno a me. Penso all’ansia per l’esame di patente molto vicino e a quella che avrò per l’esame di quinta e ho molta paura. Penso poi alla sensazione di gioia che proverò dopo averli completati. Forse un pò mi spaventa anche quella.

Giorno 3: Un paio di ore con i bambini della casa famiglia. “Quando ci sei te non faccio il monello” e mi dá un bacino sul naso. Ho imparato cosa vuol dire responsabilitá, ho imparato a cambiare pannolini e a fare i bagnetti, non ho imparato a non affezionarmi troppo.

Giorno 4: Guardo i papaveri sulla mia schiena. Fanno così parte di me che mi sembra siano sempre stati qui. Questo tatuaggio è il primo che descrive solo me. Ne era pienissima la mia via, quando ero piccola.

Giorno 5: Questa sera the e caldo e biscotti. Non devo studiare per domani, quindi sul divano con la mamma.

 

Siria Pignatti torna indietro nel tempo per regalarci una fotografia mai scattata, ma che appare vivida nella sua memoria.

Crick, crock.
Noce piena, noce vuota.
È un pomeriggio di sole, quando dal garage intravedo una figura in penombra. Non capisco, è mio nonno quello?
La giacca è diversa, è enorme, vecchia e di un colore indefinito, tra il grigio, il blu e il nero. E poi il cappello non è lo stesso, non è più ardesia, bensì beige. E l’orologio? Dov’è finito quell’orologio che ogni mattina, dopo essersi preparato, metteva per sapere esattamente che ora fosse in qualsiasi momento della giornata, perché sì, era fondamentale per lui. C’era l’ora per andare al bar, l’ora per fumare, quella per il gioco e quella per la cura del giardino. Ma più importante di tutto il resto, nei freddi pomeriggi di novembre, c’era l’ora per sgusciare le noci.
Ecco, sono esattamente le 14:00, il pranzo si è concluso, la nonna sta sicuramente finendo di mettere a posto la cucina e lui? Deve essere lui quell’uomo ripiegato su se stesso e nascosto dall’enorme giacca che indossa. Deve essere lui perché non c’è in nessun altro posto.
Ma io ho paura, ho solo sei anni e voglio mangiare una noce.
Se corro e non è lui cosa posso fare?
Lo chiamo? Sì dai, provo a farlo.
“Nonno?” Silenzio. “Nonno sei te?” Ancora nulla.
Crick.
Mi avvicino per capire meglio cosa sta succedendo. Sento il rumore di qualcosa che cade a terra, e poi di nuovo crick.
Fumo. Vedo del fumo provenire da una sigaretta. Sì, deve essere per forza mio nonno quello, perchè le sue migliori compagne erano proprio loro, quelle che più di tutto lo stavano portando via, poco per volta, da me.
Sono le 14:07 e lui non si è ancora voltato a guardare cosa sta succedendo nel mondo. Non si è accorto che nei sette minuti che io lo sto osservando sono successe tante cose: mia nonna ha steso la tovaglia, il gatto che un attimo fa dormiva è sceso dal furgone, un aereo ha oltrepassato le nostre teste, come a volerci salutare.
Lui non si è accorto di nulla, perché la sua unica preoccupazione è quella di riempire il cesto vuoto di noci da portare a noi.
Avvolto da un alone di fumo, sembra quasi scomparire, così come ha fatto 3 anni fa: senza dire niente.
Ho fame, ho voglia di una noce. Corro, corro rischiando di cadere per quella brutta discesa ricca di buche e sassi. Corro e non penso più. Corro perché voglio vedere mio nonno, per ricordargli quanto bene gli voglio e quanto sono buone le noci.

 

Ed ecco Melissa, che dà vita a una lettera resa dei conti, struggente e potente come il suo stile.

Quando sento la parola mamma mi viene in mente quella scritta malinconica sullo schermo del cellulare, triste e dimenticato in rubrica. Una parola di cinque lettere che esito e mi sforzo prima di pronunciare. Una parola a cui non trovo un rimpiazzo e un significato. Una parola che non ha alcun valore per me.

Non l’ho mai sentita mia la parola mamma, me l’hanno strappata via prima che potessi pronunciarla per la prima volta, me l’hai tolta tu, senza compassione, senza neanche pensarci su.

Mi hai rubato l’infanzia, di cui mi rimane poco e niente: qualche foto e alcuni sorrisi. Mi hai lasciato quel vuoto che una bambina non merita di possedere e via via lo hai allargato che quasi smetto di esistere cadendoci dentro. Mi hai piantata lì, sola e mi hai guardata crescere senza toccarmi, hai assistito come se fossi il pubblico ed io il film dell’anno. Mi hai ignorata e hai preferito gli altri. Perché gli altri sono sempre stati migliori di me.

Ho cercato sempre, ma quel pezzo mancante non mi è mai stato dato. È cresciuto con me quel vuoto da colmare, che ho sempre cercato di riempire con le mie forze, e ora, anche se mi sorridessi dolcemente, quel poco affetto che mi mostreresti sarebbe troppo poco e mai abbastanza per il mio male, diventato ormai una voragine nel mio cuore.

Ho acquisito il sorriso falso a tenera età. Ho imparato a non farci caso all’assenza di affetto.

Mi hai privata di baci e carezze. Mi hai privata della buonanotte affettuoso e del buongiorno lieto. Mi hai negato la soddisfazione e la fierezza con cui una bambina dovrebbe crescere. 

Mi hai persa tante volte e non ti sei degnata di conquistarmi neanche una volta.

Mi hai schifata. Mi hai abbandonata. Mi hai condannata. Mi hai pestata e calpestata e sei stata complice delle parole che mi hanno ferita in questi anni. Mi hai ingannata regalandomi scarpe, telefoni, vestiti, sorrisi finti, abbracci vuoti e quando hai visto che ti volevo ancora un po’ di bene, hai ripreso a sputarmi in faccia il peggior veleno. Mi hai reso il tuo giocattolo personale.

Mi sono limitata a guardare le altre mamma prendersi cura dei proprio bambini, quando io al mio fianco avevo il mio papà a farmi da entrambi i genitori. Il mio papà mi ha insegnato a rialzarmi a ogni caduta e tu non hai voluto darmi una mano, fare la tua parte. Il mio papà ha ricostruito con impegno e amore i miei sogni, che tu hai distrutto e ridotto in polvere più e più volte. Mi hai vista cadere e soffrire e non ti sei degnata neanche di provare pena per me. Perché tu eri occupata a pensare a te stessa e agli altri. Perché gli altri sono sempre stati migliori di me.

Farò di questo dolore la mia forza, farò di te una favola per la bambina che sono stata, che cercava invano uno sguardo materno tenero. Insisterò sulla tua assenza con la presenza di mio padre. Mancherai ai giorni più belli della mia vita e forse ti dispiacerà, ti pentirai.

Rimedierò a questa sofferenza diventando la persona che avrei voluto che fossi.

Sarò il tuo pensiero fisso quando rimarrai sola, perché l’affetto che avrei dovuto dare a te andrà a qualcun altro. Ma non farai nulla di concreto, perché lmubica cosa che sai fare tu è male. Passerai ancora tempi a pensare a te stessa e a occuparti degli altri, ma questa volta, io sarò migliore degli altri.
E tu non ne reggerai il peso.

 

Elena Lodi ha scelto di dar vita a un dibattito interiore tra l’Io e la sua coscienza con un racconto dai toni orrorifici dal titolo “Dalle tenebre alla luce”.

Soltanto la luna piena, le stelle e i lampioni della mia via illuminano le tenebre di questa notte.
Nel parco di fronte a casa mia, le ombre allungate degli alberi oscurano i dondoli e le altalene che cigolano a causa di un forte soffio di vento gelido, il quale, passando fra i rami spogli, emette uno strano fischio.

Dall’alto del terzo piano di casa mia, questo paesaggio, incorniciato dalla finestra della mia camera, è un po’ inquietante, ma non posso assolutamente permettermi di distrarmi dal mio obbiettivo. Avevo già progettato tutto al pomeriggio, quando i miei genitori erano a lavoro: lo sgabello è come al solito sotto la scrivania per non creare alcun sospetto, mentre la corda è nascosta sotto al letto, con il nodo ad anello già realizzato seguendo le istruzioni di un video su YouTube.

Li afferro entrambi e provo a scendere le tre rampe di scale che mi separano dall’uscita in silenzio assoluto, soprattutto nel passare dal secondo piano dove i miei dormono chiusi nella loro stanza, ignari di tutto, in modo da non svegliarli.

L’adrenalina mi sta mangiando il fegato.

Mi chiudo la porta alle spalle accompagnandola per non fare chiasso e, con passo felpato, attraverso la via giungendo al parco. Mi posiziono sotto l’albero più oscurato dalle ombre degli altri. Non voglio rischiare di farmi avvistare da un possibile passante. Poi, salgo sullo sgabello, lego la corda, bella tesa, a un ramo robusto e non troppo alto.

È il momento.

Sono in preda all’agitazione. Mi infilo l’estremità della corda, annodata ad anello, al collo e mi concedo gli ultimi minuti della mia vita per ripensare a tutte le avversità che mi hanno colpito come pugnali al cuore, per darmi la forza di calciare via quell’odioso sgabello sotto i miei piedi e farla finita.

Le lacrime mi si ghiacciano. Ho paura. La parte razionale di me non è d’accordo con la decisione che ho preso;  perché porre fine alla propria vita non è così facile e immediato come credevo. In ogni modo tutto mi porta a pensare che è la cosa giusta da fare.

La mia testa continua a ripetermi: DEVI farlo! Non vali nulla! Nessuno ti vuole con sé, nessuno ti ama, la tua vita a questo mondo non ha più alcuno scopo! I tuoi genitori ti odiano, quando parli non ti ascoltano, se provi anche solo a rivolger loro la parola ti rispondono infastiditi a monosillabi. D’altronde l’aveva ammesso lo stesso Armando (tuo padre), quando gli hai chiesto come eri nata per svolgere un compito che ti avevano assegnato in seconda elementare: ”Sei stata uno sbaglio, noi non ti volevamo, ma sei piombata all’improvviso, quando tua madre era poco più che sedicenne e io avevo diciott’anni appena compiuti. Devo ammettere che è stato un mio errore, perciò, per cercare  di rimediare almeno in parte e per tranquillizzare tua madre, chiesi ai miei genitori se fossero stati disposti a tenerti per i primi tempi. Per fortuna accettarono.”

Ovviamente non si è mai dimenticato di ricordarmelo ogni volta che lo facevo arrabbiare, e insieme a lui anche Rebecca, quella manesca di mia madre, che ogni tanto aggiungeva anche una sberla di troppo se facevo i capricci.

È così che mi sento: un errore.

Sono una ragazza scontrosa, irascibile, antipatica e strana. Me lo sono sentita ripetere miliardi di volte dai miei genitori, dai miei compagni di classe, persino dalle mie amiche. Già, dopo l’ennesima discussione ho perso anche loro. Del resto è palese, chi mai mi vorrebbe nella propria compagnia? Cos’hanno fatto di male per dovermi sopportare?

Ormai mi sono rassegnata, sono irrimediabile, non cambierò mai.

Ora toglierò il disturbo e andrò a trovare mia nonna nell’aldilà. È lei la vera ragione di questa mia azione. È morta d’infarto da tre giorni appena, alle prime luci dell’alba sul lettino dell’ambulanza dove i dottori cercavano di salvarla invano. Non era ancora la sua ora: aveva soltanto cinquantasette anni.

Non perdonerò MAI Dio  per avermi portato via mia nonna: la mia unica vera amica, la madre che non ho mai avuto, l’unica persona al mondo che mi volesse bene.

Mi ha tolto l’unica ragione di vita, perciò sono convinta che calciare via quello sgabello e farla finita sia la scelta giusta. Mia nonna era tanto devota a questo suo Dio, gli era fedele, ma sono certa che Lui non abbia mai ascoltato le sue preghiere, se ha deciso di ucciderla così.

Dal canto mio, sono stata tanto egoista da credere che lei sarebbe rimasta per sempre, come se fosse una parte di me, quella buona, perciò mi sento in dovere di seguirla fin lassù. Anche se una vocina debole dentro di me mi consiglia di non farlo. Forse è il mio istinto di sopravvivenza. Ora è il momento di zittirla, devo seguire l’altra me.

Finalmente con una spinta delle gambe, faccio rotolare lo sgabello sull’erba ghiacciata.

Sento la gola chiusa in una pressa, non riesco a respirare.

Mi dimeno con le gambe e con le mani afferro istintivamente la corda che mi sta strozzando.

Le forze mi abbandonano.

Perdo i sensi.

Sono morta, o almeno credo.

In un tempo che mi sembra un attimo, riapro gli occhi , ma una luce accecante mi costringe a richiuderli. Mi stropiccio le palpebre con le mani per qualche secondo fino a quando, abituata alla luminosità, riesco a dischiuderle. Davanti a me si definisce la figura di un volto.

È bello come un Dio, ma dopo quello che ho combinato non posso che essere all’Inferno.

 

Elisa Betz si è trasferita in un mondo al contrario, per regalarci un’altra forma di memoria per frammenti: le idiosincrasie.

In un mondo parallelo…
Non mi piace la pizza, non mi piacciono gli occhi azzurri, le cose gratis e le ferie.

Odio mangiare dalla nonna e stare sotto alle coperte.

Mi piace: perdere le cose, lavorare fino a tardi, dormire poco. Mi piacciono i bambini che strillano, il traffico, la pubblicità in TV.

Amo quando c’è internet lento, il treno in ritardo e il telefono scarico.

Amo quando apro il frigo e non c’è niente da mangiare, quando arrivano le bollette e quando mi guardo allo specchio e sono piena di ricrescita.

 

Martina Molinari ha affrontato il viaggio nel tempo per incontrare un mito senza tempo. Chi non vorrebbe trovarsi faccia a faccia con Kurt Cobain?

Apro gli occhi. Un senso di vuoto mi invade.
Dove sono? Di fianco a me ci sono due ragazzi di una trentina d’anni. Mi guardo le mani, sì sono le mie. Ma addosso non ho i miei soliti vestiti. Sembrano vissuti, come se avessero una storia che non mi appartiene. Abbasso lo sguardo e vedo che al collo ho un cartellino. Leggo in caratteri cubitali “PASS”, ma di cosa?!

Lo giro. “MTV Unplugged Nirvana”, è l’unica scritta. Non capisco.

Mi trovo in uno studio televisivo, o almeno credo. Ci sono cameraman ovunque e proprio davanti a me c’è un palco pronto, con ai lati dei gigli bianchi tra cui spuntano delle candele nere accese, che lo rendono macabro al punto da sembrare una veglia funebre. È un ambiente opprimente anche se grande. Mi ricorda quasi un salotto, con la luce offuscata proveniente da grossi lampadari e pieno di persone anonime.

Qualcosa non mi torna. Chiedo al ragazzo alla mia destra che giorno è. Questo mi guarda, poi ridendo mi risponde: “È il 18 novembre! Giorni come questo non si dimenticano facilmente”

Gli sorrido perplessa. Mi giro verso il ragazzo sulla sinistra, intento a canticchiare un motivetto incomprensibile. Lo fisso per un po’, indecisa. Poi con voce tremolante lo chiamo: “Mi scusi, potrebbe dirmi in che anno siamo?”

Lui senza farci neanche tanto caso mi risponde 1993 e torna a canticchiare.

1993?! Se io sono nata nel 1998 non è possibile che adesso sia il 1993! Continuo a non capire. La mia confusione aumenta ogni secondo che passa.

Non faccio in tempo a chiedere altro, che un gruppo di persone inizia a battere le mani, senza un apparente motivo. Sul palco un membro della troupe annuncia che tra breve avrà inizio il concerto. Devo assolutamente fare mente locale prima che cominci. Allora, teoricamente io dovrei ancora nascere, Cobain è ancora vivo a quanto pare, e come se non bastasse tra poco si esibirà a qualche metro di distanza da me. Rileggo attentamente il pass al collo e riguardo  lo studio in cerca di chiarimenti. O sono impazzita e questa è un’allucinazione, o tutto questo è vero, anche se non ho la minima idea di come sia possibile.

Mi viene in mente il CD che ho a casa, di fianco alla tv: “Nirvana Unplugged in New York”. Mi si apre un mondo.
Ora so esattamente dove mi trovo e cosa succederà tra breve.

 Non ho più tempo di riflettere, il concerto sta iniziando. Un applauso accoglie la band, Pat Smear e una violoncellista. Non so come, ma sento una pressione allo stomaco, mi blocco. Il mio sogno impossibile si sta realizzando, Kurt è a pochi metri da me, insieme a Dave e Krist. Iniziano a tremarmi le ginocchia anche se sono seduta, non riesco a controllarle. L’emozione ha preso il sopravvento. In altre circostanze mi sarebbe già venuto come minimo un infarto.

La band prende posto, hanno tutti un volto abbastanza sereno tranne Kurt che, al contrario, sembra persino scocciato e con noncuranza apre dicendo: “Buonasera, questa canzone è tratta dal nostro primo album, ma molti ancora non la conoscono”. E con “About a girl” inizia un lungo concerto acustico, che però a me pare durare troppo poco. Si potrebbero dire tante cose sull’esibizione, ma ciò che conta è quello che mi è rimasto dentro: giuro di non aver mai assistito a un concerto così toccante e anticommerciale come questo. Arrivare alla fine piangendo per la quasi totalità dell’esibizione, mi ha stremato. Non solo fisicamente, ma anche mentalmente.

Durante lo spettacolo ho avuto l’occasione di soffermarmi su ogni membro dei Nirvana, partendo da Krist, che essendo alto due metri risulta quasi buffo lì seduto, mentre suona la sua chitarra su uno sgabello che sembra troppo piccolo per lui. Indossa un paio di jeans, non troppo larghi, che lo slanciano, con una maglietta a maniche lunghe verde militare. Dave invece, alla batteria, porta un girocollo blu  a maniche lunghe e la riga nei capelli, raccolti in una cosa bassa. Sembra così innocente. Se penso che adesso è il cantante dei Foo Fighters mi si stringe il cuore. L’impatto maggiore però è quello che mi dà Kurt, anche se indossa jeans troppo larghi per lui, una maglietta bianca, una camicia e per finire un cardigan verde sbiadito, apparentemente pesante, che però si abbina alla sua figura, quasi eterea.

Ho i suoi occhi impressi davanti a me.

Non è possibile che due semplici occhi azzurri racchiudano così tante sensazioni. Mi ricordano il mare in inverno, così solitario e per certi aspetti triste, ma anche così enigmatico nel suo essere semplice.

Il concerto è ufficialmente finito. Quasi inconsciamente mi alzo per raggiungere le quinte, schivando ogni persona che incontro. Senza problemi mostro il pass e vengo accompagnata nel camerino da due grossi tipi della sicurezza. La porta si chiude dietro di me. Dave sta bevendo una birra su un divanetto, appoggiato a Krist. Entrambi mi salutano con un sorriso spontaneo, mentre Kurt è seduto in un angolo della stanza intento a fumare, tanto da non accorgersi della mia presenza. Mi dirigo verso di lui come ammaliata, completamente esterrefatta. In testa mi turbinano vorticosamente miliardi di domande. Adesso che ci penso non so neanche come presentarmi.

L’importante è rivedere i suoi occhi ancora una volta.

Goffamente urto un gruppetto di bottiglie vuote, per terra. Dal rumore, Kurt si gira. I nostri sguardi di incrociano.

 Lo chiamo.

Una luce troppo forte mi avvolge inaspettatamente. Sento qualcuno scuotermi le spalle.
“Marti svegliati! Siamo già a scuola!”
Apro gli occhi, ma Kurt non c’è più, Dave non c’è più, Krist non c’è più; al loro posto ci sono le mie amiche. Sbatto nervosamente le palpebre. In questo momento dire che sono confusa sarebbe riduttivo. Guardo fuori dal finestrino. Mi sento vuota. Non può essere stato tutto un sogno.

 

Lasciamo l’unplugged dei Nirvana a New York, per seguire Eleonora Po in Irlanda. Il suo, è un esempio di diario di viaggio.

 

01 Gennaio 2015, tarda mattinata. 

Lo sapevo che avremmo dormito fino a tardi! Era quasi mezzogiorno, quando Neville, premuroso come sempre, è venuto a trascinarci forzatamente giù dal letto per partire, ovviamente in ritardo, con il programma di oggi.
La prima tappa era Malahide, un piccolo villaggio sulla costa, guardato a vista dal suo possente castello. Quest’ultimo, impregnato di magia e suggestione, era appena visibile attraverso i rami degli alberi secolari che lo circondavano.

Fu tuttavia un’altra cosa ad attirate la mia attenzione: i bambini.

Ce n’erano di ogni età, altezza, corporatura, tutti bardati nei loro cappottini voluminosi e stivaletti da pioggia colorati. Alcuni correvano nei prati, inseguendo gabbiani o piccoli cagnolini, altri sfrecciavano sul viale in sella a biciclette traballanti, altri ancora, troppo stanchi dopo i numerosi giochi, se ne stavano nei passeggini o rintanati tra le braccia della mamma.
Rimasi incantata ad osservarli per un tempo infinito, scattando foto che, tuttavia, non erano in grado di catturare nemmeno uno scampolo di quell’allegria.
Passeggiando lungo il viale di ghiaia, potei finalmente ammirare il castello in tutta la sua austerità: la possente costruzione in mattoni scuri si ergeva al centro perfetto del parco, incurante del vento ululante che lo sferzava, portando con sé i lamenti dei fantasmi del passato.

Ecco che il film della mia vita era tornato nelle mie mani. Il tempo si ferma e torna indietro, il parco cambia aspetto. Le pareti crollate tornano al loro antico splendore e nei saloni dame eleganti conversano davanti al fuoco, scambiandosi segreti scabrosi e avventure amorose con valenti paladini.

Anche io cambio: il pesante cappotto si tramuta in un suntuoso mantello di velluto orlato di fili d’oro e i vecchi jeans lasciano spazio ad una lunga veste rossa come i melograni maturi.

Avanzo flagellata dal vento verso il retro del castello, diretta al bosco. Supero il pesante portone di legno rossiccio e la scaletta laterale che porta alle cucine. Devo fare in fretta, il mio paladino mi attende.
Tra la fitta vegetazione del bosco, un sentiero fangoso apre l’unica via d’accesso. Lo percorro trasognata, quasi in preda a un sortilegio. Scruto tra gli alberi in cerca di folletti o fate.
Una risata attrae la mia attenzione. Un suono breve e acuto come il tintinnio dei campanelli d’argento nelle stanze della servitù. Un esserino alto come le mie ginocchia mi sfreccia accanto. Ancora quel suono.

Sbatto gli occhi confusa, il berretto di lana al posto del cappuccio e i pesanti anfibi di nuovo ai miei piedi.

Alzo lo sguardo dalla pozzanghera che riflette il cielo scuro. Davanti a me non c’è una radura, né tantomeno un principe pronto ad accogliermi tra le sue braccia, ma un parco giochi brulicante di bambini, che ai miei occhi sembrano piccole fatine colorate. Credo di avere gli occhiali appannati , sarà per questo che vedo piccole ali spuntare dai quei cappotti?

Corrono veloce da una parte all’altra senza mai inciampare, si arrampicano su scalette di legno, tentano di toccare il cielo cavalcando altalene argentate. Il suono dei campanelli riempie l’aria, accarezzandomi le orecchie prima di venire portato via dal vento. Per un attimo desidero tornare bambina ed essere in grado di capire quel linguaggio sottile che gli adulti non sanno più utilizzare, per perdermi in quel dolce mondo cullato da desideri che sembrano infinitamente più facili da realizzare.

 

I diari di Cerise: perché da grande voglio fare la scrittrice

image_gallery«A me piace un sacco la signora De’Giardini. Da grande, farò la scrittrice di romanzi anch’io, proprio come lei. È lei che mi ha insegnato a “guardare” le persone, provando a indovinare cosa si nasconde dietro le apparenze. O almeno fiutare cosa quelle apparenze vogliono esprimere. E oggi tocca a me “guardare” qualcuno…»

I diari di Cerise – Lo zoo di pietra scritto da Joris Chamblain e illustrato da Aurélie Neyret (Panini 9L Novellini, 80 pp., traduzione Vania Vitali) è il libro che avrei voluto leggere quando ero bambina. Non solo lo avrei consumato a furia di rileggerlo, ma mi sarei totalmente immedesimata nella protagonista, Cerise, dieci anni e mezzo e una fantasia vibrante che la spinge a cercare le storie nella vita di tutti i giorni, per poterle raccontare.

«Il  trucco tutto mio per raccontare storie è osservare le persone, immaginare la loro vita, i loro segreti. Abbiamo tutti un segreto nascosto in fondo a noi, che non si dice, ma che fa di noi ciò che siamo».

ceriseAnche io come Cerise “studiavo” il mondo degli adulti, nascosta in cima all’albero dietro casa. Anche io ero in cerca di avventure fantastiche e a volte, quando non arrivavano, quelle avventure le creavo con l’immaginazione. Un giorno un pappagallo giallo e verde volò nel cortile di casa. Immaginai che fosse scappato da una nave pirata e che seguendolo mi avrebbe condotta a un tesoro nascosto. Ahimè, non ho mai trovato nessun tesoro, ma da grande sono diventata una scrittrice.

Per i piccoli scrittori di domani, ma non solo, questo libro è a metà tra il diario e il fumetto. Ci sono gli appunti di Cerise, i suoi ritagli, ma poi la vediamo agire grazie alle meravigliose illustrazioni della Neyret. È un libro pieno di incanto, quello puro di chi è ancora capace di guardare con gli occhi di un bambino.
Non a caso, “I diari di Cerise” vince il Gran Premio di Angouleme 2014 come miglior serie per bambini. 

b_carnets_ceriseCerise si muove come come un detective, raccoglie indizi e in questo coinvolge le amiche del cuore, Erika (la brontolona) e Line (la fotografa del gruppo).

Lo zoo di pietra è un libro tutto al femminile, dalle piccole protagoniste alla madre un po’ appresiva di Cerise, dalla signora Galiner (che per la bambina è una buffa strega), alla signora De’ Giardini, la scrittrice che vive in paese. Ma poi tutto si muove attorno alla figura del signor Mistero, sempre sporco di vernice e che ha il brutto vizio di svanire nel nulla. E come in tutte le fiabe c’è un muro, un ostacolo che va superato per trovare qualcosa di importante. Per trovare un sogno per cui valga la pena di combattere.

La collana 9L Novellini è stata pensata da Panini per i lettori più piccoli. Tenendo presente che, come dice Stefania Simonini, una delle responsabili del progetto: “esiste un catalogo di fumetti per ragazzi ancora inesplorato con prodotti eccellenti, originali ed innovativi che non sono ancora conosciuti.”

Per questo consiglio senza riserve questo primo volume de I diari di Cerise ai giovani adulti che vogliono sognare, ma anche agli adulti che non hanno mai smesso di essere bambini.

 

Golem, il mondo distopico di Lorenzo Ceccotti

GolemUn libro, una graphic novel, un fumetto o un film… un momento, ricominciamo e semplifichiamo. Ecco, diciamola così, tutte le storie per me falliscono se non riescono a trasmettere emozioni. Negli anni, forse non riuscirai a ricordare tutti gli snodi del tuo film d’animazione preferito, ma sono sicura che non potrai mai dimenticare le emozioni che hai provato guardandolo, quel senso di meraviglia, di tensione e insieme di gioia che ti hanno accompagnato fino alla fine.

Avevo pochi anni, seduta sul divano non toccavo a terra con la punta dei piedi e, se faccio uno sforzo di immaginazione, posso affermare che con alta probabilità stavo mangiando una fetta di pane e miele, quando in tv partì la sigla (esaltante) di un nuovo cartone animato. Si chiamava Conan il ragazzo del futuro, di  Hayao Miyazaki. Ed eccomi immobile, attenta a non sbattere neanche le ciglia per non perdere un solo fotogramma di quell’avventura fatta di immagini e di sogno.

locandinaHo rivisto Conan il ragazzo del futuro a dodici anni e poi mi sono comprata i dvd, ma appena partiva la sigla sentivo le stesse emozioni della prima volta, quel misto di commozione ed esaltazione che ti fanno provare le cose belle, le cose che sembrano fatte apposta per te. Futuro distopico, un 2028 stremato dalla fine della terza Guerra mondiale, un male denso che si è trasmesso tanto nell’ambiente circostante quanto nel cuore degli uomini. E poi una città stato, Indastria, dove vige la suddivisione in caste e i potenti sfruttano la povera gente. Ma in un luogo dimenticato dalle brutture del mondo, è sopravvissuta una piccola oasi di pace e libertà, l’sola Perduta, dove vive un ragazzo dal cuore puro, Conan. E poi arriva Lana a spezzare gli equilibri, un primo amore più violento della paura della guerra. Ci sono i ribelli e c’è uno scienziato, che si dà il caso sia proprio il nonno di Lana, e con la sua scoperta potrebbe controllare il mondo intero…

Perché vi sto raccontando tutto questo? Perché qualche giorno fa ho letto Golem di Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ (Bao Publishing, 256 pp., a colori) e leggendolo mi sono tornate sulla pelle e nel cuore emozioni del tutto simili a quelle che ho provato quando ho incontrato per la prima volta il ragazzo del futuro.

golem-2Anche qui siamo catapultati in un futuro distopico, anno 2030 per l’esattezza, soltanto quindici anni più in là rispetto al nostro bel mondo fatto di smartphone e selfie. Il futuro è in mano a multinazionali che esercitano il controllo sulla popolazione attraverso un proliferare della tecnologia atto a disumanizzare e a un’esasperazione del consumismo che nutre le dipendenze e la disequità sociale.

Nel mondo di Eurasia esiste persino una pillola per dormire e nessuno sogna più… nessuno tranne Steno.

Golem-1-e1421012965216Poco fa ho usato la parola “catapultare” perché uno dei punti di forza di Golem è proprio quella di creare un mondo così dettagliato da afferrarti e portarti via con sé. E questo unito all’attenzione per ogni singolo logo, creato con una minuzia tale da farti chiedere se esista veramente.

1422348521_Golem-3Ma partiamo dalle prime pagine del volume che, grazie all’uso di colori sgargianti e di vignette che danno un senso di velocità e di movimento, ti risucchiano nel mondo “apparente” di Eurasia, fatto di un’estetica pop-punk pulsante e di promesse effimere come nuvole di zucchero filato. Dico apparente, perché la realtà che si cela sotto la superficie è ben diversa.

E qui si sviluppano i diversi piani di lettura che fanno di Golem un universo di infiniti universi, in cui simbologia alchemica e forza narrativa danzano con personaggi così dettagliati che bisognerebbe spendere alcune righe per ognuno di loro.

Dal Presidente Oudeis, burattinaio e signor “nessuno”, dal nome che adotta Ulisse, nell’Odissea di Omero per sfuggire alla minaccia dei Ciclopi, al Generale X, una sorta di Crying Freeman tanto spietato quanto tormentato dal dolore e da un passato che lo rincorre.

IMG_1966Ci sono i dodici Shorai, ribelli votati alla rivoluzione che per combattere indossano maschere con simboli che coprono il loro sguardo, i foresight. Questi dispositivi sono capaci di spalancare il terzo occhio, ovvero l’occhio della mente, quello che mostra la realtà sotto l’apparenza di un mondo costruito sulle menzogne. E qui le illustrazioni di LRNZ diventano una sorta di visioni vettoriali, lontane dal mondo reale e quasi inafferrabili.

Tecnologia che assomiglia alla divinazione, violenza vestita di lirismo. Simbolismo che si fa idea. E il sogno, rappresentato dalle visioni di Steno, che ricorda dipinti dal sapore caravaggesco, fatti di ombre e luci.

Golem-61Ma nell’universo complesso dei personaggi spiccano, come rose tra cespugli di rovi, Steno e Rosabella, due bambini, discendenti da scienziati e per questo inconsapevoli portatori delle loro scelte passate. Steno e Rosabella sono due creature dal cuore incontaminato, che per me rappresentano le due metà del cielo. Metà, che quando si uniscono portano con sé la magia, come l’alba e il tramonto, dei cui colori LRNZ intinge la tavolozza per rappresentarli.

Loro sono il futuro, quel futuro che fa rima con speranza, la luce che non si spegne mai, come cantavano gli Smiths.

E infine c’è il Golem, simulacro complesso che ci trasporta con forza fino all’ultima pagina. Mostro e insieme salvatore, passato e futuro, allegoria che racchiude mille riflessioni e chiavi di lettura. Ma mi fermo qui, per non rovinarvi il piacere della lettura. Lettura che, se non si fosse capito, è consigliassima!