Salvare le ossa

«China sembra impegnata in un combattimento, e in fin dei conti è quello che è nata per fare. Combatte con le nostre scarpe, con gli altri cani e con i cuccioli che stanno cercando di uscire, ciechi e bagnati. China è sudata e anche la pelle dei miei fratelli brilla, e dalla finestra della baracca vedo papà con la faccia tutta lucida e scintillante, come il guizzo di un pesce sott’acqua illuminato dal sole. C’è silenzio. Afa. Sembra che debba piovere, e invece no. Non ci sono stelle, e alla Fossa le lampadine sono accese.»

Salvare le ossa di Jesmyn Ward (NN editore) è un romanzo poetico, feroce, letterario. Un romanzo che ti entra dentro, come le unghie nella carne quando stringi troppo il pugno. Un romanzo pieno di metafore avvolgenti, intriso di odori, umori, sangue e verità. Un romanzo altissimo, capace di descrivere le bassezze dell’animo umano con una sincerità disarmante. Un romanzo che fa male, ma insieme ti innalza.

La voce narrante è quella di Esch, ancora una ragazzina che si abbandona con piacere ai ricordi dell’infanzia, ma insieme donna in un mondo di uomini. Donna che ha provato il desiderio ed è rimasta incinta di chi non la ama e non la amerà mai. Sorella, orfana di madre, anima impaurita di fronte ai cambiamenti del suo corpo e all’uragano Katrina in arrivo, ma insieme guerriera coraggiosa che guarda negli occhi il futuro. L’altra guerriera del romanzo è lei, China, un pitbull da combattimento diventata madre. Una fiera che darebbe la vita per Skeetah, padrone a cui giura fedeltà a ogni respiro, il fratello selvatico della protagonista.

Lo sfondo è la Fossa, un luogo di povertà e rottami, ma anche di natura selvaggia, foreste e acquitrini. Un luogo che sentirete vivo e pulsante al frusciare di ogni pagina sfogliata.

Salvare le ossa è un racconto di formazione, una tragedia classica ambientata in un presente lontano da noi, eppure così vicino. Ma anche la storia di una famiglia, imperfetta eppure fieramente unita contro il vento più impetuoso.

«Questo libro è per Medea, che va incontro a Giasone tremante nel vento, per chi dopo la pioggia pesca a mani nude i girini nei fossi, per chi gioca a nascondino nelle stanze di vapore tra lenzuola stese ad asciugare, e per chi corre mano nella mano con suo fratello, ogni passo il balzo di un uccello che si alza in volo.»

Annunci

Pulixi e il buio dell’animo umano

«Nessuna notizia corre veloce in questura come quella della morte di un poliziotto. Omicidio o suicidio non fa differenza. In pochi minuti tutti lo sanno. E non importa che si tratti dell’ultimo degli agenti o del più alto dirigente. Quello che conta è che era un poliziotto. Uno di loro.»

La scelta del buio di Piergiorgio Pulixi (Sabot/age – Edizioni E/O) è il secondo volume della serie i Canti del male, con protagonista il commissario Vito Strega. Un solitario, di natura, un solitario per condanna visto che «per i colleghi non era più uno di loro da quando aveva ucciso in servizio un suo collaboratore, l’ispettore Jacopo Di Giulio. Poco importava che una commissione disciplinare interna l’avesse scagionato e reintegrato, giudicato quando successo quella notte un tragico incidente. Assassino di sbirri, sussurravano alle sue spalle. Nessuno gli rivolgeva più la parola. Era come un fantasma.»

Ed è proprio il “commissario fantasma” a dover far luce sulla morte del collega Roberto Larocca. La scena del crimine fa presupporre che si tratti di un suicidio, ma a Strega qualcosa non torna. Il dubbio si è insinuato nella sua mente come una spina impossibile da estirpare. Ed è attorno a un dettaglio apparentemente poco importante che Vito Strega fa partire la sua indagine.

Solo contro tutti, incurante delle pressioni della Digos, dell’odio dei colleghi, dei fantasmi del passato che non gli danno tregua.

La scrittura di Pulixi è essenziale, chirurgica. Nessuna frase di troppo, nessuna scorciatoia. L’indagine si dipana quasi come un pretesto per illuminare il buio dell’animo umano. Il tutto camminando sull’orlo del precipizio. Proprio come fa Strega, un uomo imperfetto che trova schegge di pace tra i suoi libri e un pezzo di Coltrane e la compagnia della gatta nera Sofia.

Tra le altre cose, ho apprezzato particolarmente il finale che non vuole essere per niente consolatorio, in linea con chi sceglie di narrare il buio.

Post fata resurgo: intervista a Marlat 2.0

«Ipazia’s dying, she’s dying in pain
for the people who don’t know
who don’t know the way to be free and break the chains.
Dance, dance like she’s in trance.»

Lo scorso sabato ho assistito al live di Marlat 2.0, la band parmense gothic rock che ora è in tour con il nuovo album dal titolo evocativo Post fata resurgo. 

Un’espressione forte, più che una speranza una certezza: dopo i fati, cioè il compiersi del destino, risorgo. Finito un ciclo, ne inizia un altro. Proprio com’è successo al progetto Marlat, nato nel 2010 e ora in completo rinnovamento dopo l’ingresso nella band di Emanuele “Ubermensch” Capodaglio e Simone “Unmerciful” Marinari, il nuovo bassista e batterista della band, che si affiancano alle due voci storiche: Filippo Marlat (che è anche il chitarrista) e Fra “AngeNoir” (che è anche alla tastiera).

Rispetto a Sine die, il precedente album in cui spiccava Distante, canzone in italiano dal ritornello ipnotico, il nuovo album ha un respiro più internazionale con sette pezzi, tutti in inglese.

Ipazia, Shoot Me, Nocturne, The Ritual, The Wraith, Ophélie e la cover di Madonna Frozen. Un viaggio onirico tra luci e ombre, con potenti pezzi rock che abbracciano l’elettrodark senza rinunciare a sfumature new wave. Il tutto senza tradire la spiritualità che da sempre è cara alla band parmense.

È con grande piacere che do il benvenuto alla band per una chiacchierata “barbarica”.
Ciao ragazzi, per prima cosa vi chiedo chi sono i Marlat 2.0?
Ci piace pensare a Marlat come a un’entità. Nel nostro press kit infatti la presentiamo come un’entità femminile, che a volte può apparire anche come entità maschile. Uccisa sul rogo nel 1666, ora vive nell’inconscio collettivo e ci appare lanciandoci messaggi che noi traduciamo in canzoni. Nel mondo Materiale Marlat è formata da quattro entità: Francesca alla voce e tastiera, Filippo alla voce e chitarra, Emanuele al basso e Simone alla batteria. Il concetto del 2.0 invece riguarda sia il nome della band, a spiegare lo stacco che c’è stato artisticamente e umanamente dal passato della gruppo, sia il titolo del disco. Quindi può essere letto come “Marlat 2.0 – post fata resurgo”, oppure come “Marlat – 2.0 post fata resurgo”. Il tutto per sottolineare questa rinascita ed evoluzione. Diciamo, pertanto che l’entità che ci rappresenta si chiama semplicemente Marlat 2.

Cosa deve aspettarsi chi si accinge ad ascoltare il vostro nuovo CD?
Non deve aspettarsi solo un disco, ma un racconto fatto di musica, parole, simboli ed immagini. Mentre deve aspettarsi un viaggio nella magia, nei sogni e nell’oscurità.

La copertina riporta i simboli delle fasi lunari, dell’uroboro, del triangolo e della fenice. Un omaggio moderno a quella magia schiacciata da quest’era digitale?
Questo tuo spunto è molto interessante. Non lo abbiamo fatto in modo consapevole. E’ come se, a livello inconscio, avessimo compensato attraverso l’uso dei simboli la tecnologia digitale, per creare una sorta di equilibrio tra la nostra parte più antica e quella attuale. Nell’autonomia del disco i simboli rappresentano noi quattro: le fasi lunari sono Francesca, l’uroboro è Emanuele, il Triangolo Simone e la Fenice Filippo. Li indossiamo anche sui nostri strumenti. Tutti insieme formano il logo di Marlat, l’entità.

Quali sono le vostre fonti di ispirazione?
Le nostre fonti di ispirazione sono varie. Nella realizzazione di Post Fata Resurgo ci siamo fatti guidare dall’uso dei simboli e dei tarocchi, come è spiegato nel video del singolo The Ritual e per alcune liriche ci siamo lasciati ispirare da personaggi storici come Ipazia di Alessandria, oppure dal mondo della mitologia o dalla letteratura, come nel caso di Ophelie liberamente ispirata ad una poesia di Rimbaud. Ci interessiamo di pittura ed amiamo anche il cinema e le serie Tv. A questo proposito, usiamo aprire i nostri concerti con un’intro tratta dalla colonna sonora di un film o di una serie tv alla quale ci sentiamo legati, per creare la giusta atmosfera. Nell’ultimo live abbiamo usato per esempio un brano tratto da Clockwork Orange. Nel precedente il tema principale di Dracula di Bram Stoker e in altre occasioni abbiamo usato il tema di Twin Peaks scritto da Angelo Badalamenti. Musicalmente parlando, invece, abbiamo tutti gusti piuttosto eclettici e ci piace definire il nostro genere gothic rock, anche se sono molto evidenti influenze new wave, elettroniche e metal. Ognuno di noi apporta materiale per questo progetto sia consapevolmente sia inconsapevolmente.

Che importanza ha la dimensione live e quella social per una band oggi?
Il live è il “rituale”, quindi ha un’importanza fondamentale. Noi doniamo la nostra energia al pubblico e il pubblico ci dona la sua. La dimensione social invece ci consente di avere un mezzo in più per veicolare i nostri contenuti e per far sapere che ci siamo e che abbiamo voglia di comunicare con il mondo là fuori, e al giorno d’oggi sembra essere fondamentale.

E per concludere qual è il vostro motto?
È “Post Fata Resurgo”, il motto dell’araba fenice che è anche il titolo del nostro disco che ha segnato la rinascita artistica di questo progetto.

Ringrazio Marlat 2.0 per la bella chiacchierata.
Vi segnalo che su Soundcloud potete ascoltare il nuovo cd, basta cliccare QUI. E vi consiglio di non perdervi uno dei prossimi live della band. Non ve ne pentirete!

Leda e il destino

«Le nostre idee non sono la moneta dell’avaro, tenuta chiusa nel forziere per la paura che venga rubata, ma sono il buon seme che deve essere gettato nel terreno da fecondare, perché possa moltiplicarsi, fiorire, dar frutti: Germinal.»

Leda Rafanelli – che solo amore e luce ha per confine, scritto da Francesco Satta e Luca de Santis e illustrato da Sara Colaone per Coconino Press, è più di una biografia a fumetti. Perché, come diceva Leda, la vita è un romanzo e come tale va raccontata. E quella di Leda Rafanelli vale indubbiamente la pena di essere raccontata (e letta).

Leda è una donna che ha attraversato gli anni più tumultuosi del Novecento senza venirne travolta, ma piuttosto travolgendo e ispirando artisti e intellettuali, lottando ogni giorno, in primo luogo contro il proprio destino, quel “dromedario dagli occhi di fuoco” del misterioso proverbio beduino che apre la prima pagina del volume.

Ma le sue battaglie sono tante e costanti. E non potrebbe essere altrimenti visto che lei è stata scrittrice, attivista, giornalista ed editrice, appassionata di Oriente ed esoterismo, anarchica e futurista, musulmana e anticonformista, intellettuale e chiromante, amante, moglie e madre, sempre fedele a se stessa.
Donna emancipata, ha portato avanti una lotta costante per l’affermazione della figura femminile all’interno della società.

La verità è che nessuna etichetta è capace di contenerne la personalità dirompente. 

Gli eventi sono filtrati dagli occhi di Leda, per questo il viaggio è a tratti onirico e a tratti storico e realistico. I salti temporali ci permettono di fluire avanti e indietro nel tempo, dalla sua infanzia alla vecchiaia, per poi tornare indietro e percorrerne gli amori travolgenti e le battaglie, in un girotondo di emozioni e avvenimenti.

Uno dei pregi del volume è di saper narrare tematiche importanti che vanno dalla politica, alla guerra, al lutto, alla lotta tra amore e ideali, sempre mantenendo una leggerezza di fondo. La narrazione è fluida, i dialoghi cesellati.

Costante è l’intensità con cui Sara Colaone traduce gli eventi. Un bianco e nero con toni del grigio che racconta stati d’animo, battaglie interiori, drammi e personaggi.

I disegni sono vividi, dinamici, liberi da una griglia prestabilita.

Dalla tipografia di Pistoia al deserto, dalla camera da letto di Leda ai salotti anarchici, dall’abbigliamento alla pettinatura, tutto è soppesato in modo che ogni dettaglio, persino uno sguardo, contribuisca a comporre il mosaico dell’esistenza di Leda. In tal senso, l’attenzione ai particolari è magistrale e dimostra un attento lavoro di documentazione da parte degli autori, confermato dai ringraziamenti in calce al libri. Hanno infatti avuto accesso a fotografie, scritti editi e inediti, nonché libri appartenuti alla Rafanelli grazie all’omonimo fondo ospitato nell’Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa con sede nella Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia.

Credo che a Leda questa biografia piacerebbe molto. Consigliato!

 

 

Letture dannate: Suehiro Maruo ritorna con Tomino

Tomino la dannata, volume 1 di Suehiro Maruo, edito in Italia per i tipi di Coconino, colpisce già dalla copertina. Ci sono i due gemelli protagonisti della vicenda ovvero Tomino (la femmina) e Katan (il maschio) in divisa scolastica alla marinaretta che guardano, ma sembrano non vedere nulla.

La loro espressione distante tradisce il passato doloroso che hanno dovuto subire. Un passato di abbandono che li fa approdare a un circo di freak, dopo che lo zio a cui erano stati affidati dalla madre in fuga li ha venduti al misterioso Herbert Won.

Già dalle prime pagine esce forte il tema della diversità. La famiglia dello zio non sopporta di vedere le voglie (esattamente speculari uno rispetto all’altra) che i bambini presentano sul corpo e che ai suoi occhi diventano il simbolo del peccato di una madre che si imprime sui figli.

Abbandonati due volte, Tomino e Katan trovano in quella che sembra inizialmente una condanna, la prima vera casa. Il circo dei freak è popolato da diversi, come Elisa la ragazza piovra, il bambino gorilla, i nani o gli uomini con due teste. e sono i diversi a diventare la loro famiglia. Una famiglia che li accetta esattamente per quello che sono e che forse è l’unica che può proteggerli dalle brutture del mondo di fuori.

Tomino la dannata mi ha portato subito alla mente il capolavoro del cinema il capolavoro Freaks del 1932, del regista Tod Browning, che ha messo in scena i veri diversi, i freaks appunto, i messi al bando, considerati dalla società benpensante come meri fenomeni da baraccone e che qui mettono in scena il dramma della natura umana, del bene e del male.

Tomino no Jigoku, il titolo originale della storia di Maruo, è un chiaro omaggio all’omonima poesia giapponese apparsa per la prima volta nel 1919 in una raccolta di poemi e considerata maledetta.
Secondo la leggenda, la poesia è stata scritta dalla stessa protagonista della vicenda, ovvero Tomino, una bambina vissuta a fine Ottocento e nata con una grave disabilità che la costrinse sulla sedia a rotelle sin dai primi anni di vita.

La piccola, morta prematuramente, narra delle torture e umiliazioni subite dalla famiglia che la cresce, descrivendo il suo senso di impotenza e dolore. Ma sono le prime righe della poesia a portare con loro la maledizione: «Se leggete questa poesia ad alta voce vi accadranno eventi tragici», recitano infatti.

Tomino la dannata appartiene al genere ero guro, che si contraddistingue per una forte componente erotica accompagnata dal grottesco e dal nonsense. La corrente si sviluppò a Tokyo tra gli anni Venti e Trenta ed è proprio una Tokyo affascinante e pericolosa degli anni Trenta che fa da sfondo alla vicenda.

I disegni di Maruo incantano. Tratto sottile, linea chiara, espressività conturbante e attenzione ai dettagli.

Tomino la dannata è un perfetto esempio di quello che Burke definiva “The delightful horror”, l’orrore che affascina, che abbraccia e che cattura. In una parola: sublime.
Per concludere, vi segnalo che dal primo febbraio è uscito il secondo volume della saga, un altro buon motivo per recuperare questa lettura!

Un giallo romantico nella Milano nera

«Qualche volta si può ricominciare da capo, permettendo alle nostre ferite di chiudersi e diventare cicatrici, anche se non sappiamo esattamente che cosa le abbia originate. Lo sperava per Manuela. Ma anche per Vittoria e per se stessa. Perché non sempre la vita è come un libro, dove i tasselli del puzzle trovano tutti il proprio posto prima della fine dell’ultimo capitolo.»

La fioraia del Giambellino di Rosa Teruzzi (Sonzogno) è un giallo tutto al femminile.

Sono donne, le protagonista della vicenda, narrate dalla Teruzzi con occhio complice, ma insieme attento a coglierne tutte le sfumature.

C’è Libera, ex libraia, fioraia per passione – dopo aver trasformato un vecchio casello ferroviario in una casa-bottega, dove si mantiene creando bouquet di nozze – e investigatrice per caso. Con l’aiuto della madre Iole, un po’ fuori di testa, seguace dell’amore libero e appassionata di yoga, e della figlia Vittoria, giovane agente di polizia, arrabbiata e taciturna, ha infatti risolto un caso complicato, archiviato dalla polizia molti anni prima (la vicenda è narrata nel romanzo La sposa scomparsa). E ora si ritrova, a dispetto del divieto da parte della figlia di intraprendere nuove indagini private, ad accettare un nuovo caso.

Lo fa per Manuela, ragazza milanese romantica, prossima alle nozze, che sogna di essere accompagnata all’altare dal padre. Peccato che la madre si rifiuti di rivelarne l’identità. Non solo, la donna ha cambiato spesso residenza e sembra nascondere un segreto.

Centosessantaquattro pagine di indagini serrate. Tre donne, tre generazioni a confronto, tre modi di affrontare la vita e l’amore. Lo  sfondo è una Milano vera e vivida. Una Milano che l’autrice ama e dipinge con colori vivaci e un pizzico di nostalgia; dai Navigli, ai quartieri popolari, fino alla Brianza dove Libera approderà per scoprire la verità.

Il problema è che certe verità portano un carico di dolore inestinguibile. E indagando sugli altri, Libera dovrà investigare su se stessa, sui suoi reali sentimenti e sul suo doloroso passato. La scrittura è scorrevole, mai pedante. Teruzzi dosa l’ironia come una spezia, creando divertenti siparietti soprattutto grazie al personaggio di Iole, settantenne sprint e dal temperamento indomito.

Il finale aperto, suggerisce che ci saranno altre avventure di questo trio di Miss Marple improvvisate. Citazione non casuale, perché i classici citati ne La fioraia del Giambellino sono molteplici; dal Conte di Montecristo, a Madame Bovary, passando per scrittori come Scerbanenco e Conan Doyle. Consigliato agli amanti del giallo, che non rinunciano a un tocco di rosa shocking. Ma attenzione, perché il finale è nerissimo!

Gli anni che restano: fotografie di una Bologna che non c’è più.

«Cara Linda, alcuni giorni fa stavo viaggiando in treno. Di fianco a me avevano dimenticato una rivista, uno di quei mensili per cervelloni. In mezzo a tanti articoli, pieni di frasi sottili e gente seria in cravatta, spiegavano com’è nato il verbo ricordare.
Me lo sono segnato: viene dal latino re-indietro e -cor cuore. Richiamare nel cuore. Perché il cuore veniva considerato la casa dei ricordi.
Negli ultimi tempi posso parlare della mia vita attraverso i fotogrammi a fuoco che scopro a ogni metro bruciato. Si sente un’aria fresca dal finestrino che sa di casa anche se casa non è, mentre il binario prosegue e io resto immobile.
Sorrido. richiamo nel cuore. Può sembrare banale e melenso, ma mio padre me lo ripeteva spesso… È proprio lì nel cuore che si nasconde la nostra memoria.»

“Gli anni che restano” (Bao Publishing, 144 pp., cartonato) è il graphic novel d’esordio di Brian Freschi e Davide Aurilia. È una storia di ricordi e di rimpianti. È una storia di amicizia, di quelle che vengono da lontano, dall’infanzia e uniscono due persone in un rapporto che a volte supera il legame di sangue.

Mauro e Antonio sono migliori amici, così diversi, ma al tempo stesso simili nelle cose che contano. Antonio guarda il mondo attraverso la lente della sua macchina fotografica, eppure si butta nelle cose, è istintivo, passionale, casinaro. Mauro è la parte razionale del gruppo, un po’ chiuso, spesso pensieroso.

L’amicizia prosegue fino al regno dell’adolescenza e l’ambientazione si sposta nella Bologna delle contestazioni del movimento studentesco delle Pantere, che si scatenarono contro la riforma del ministro Ruberti, occupando le facoltà, marciando in strada e, per la prima volta, usando la tecnologia, che allora consisteva più che altro nell’utilizzo di radio libere e fax, per far conoscere le loro motivazioni in tutta Italia. Siamo nel 1990, Mauro si innamora per la prima volta di una ragazza, Antonio dell’eroina.

Tempo presente. La distanza e gli sbagli hanno fatto a pezzi l’amicizia tra i due. Non ci sono state spiegazioni, solo un perdersi e non ritrovarsi più, fino alla morte di Antonio. È questo a costringere Mauro, ormai adulto e pieno di rimpianti, a tornare a Bologna per ritrovare le tracce dell’amico perduto, ma soprattutto per capire che vivere nel rimpianto di ieri, gli sta togliendo la possibilità di far valere l’unico istante che conta: il presente. Proprio gli anni che restano che danno il titolo a questo racconto di formazione malinconico e delicato, fatto di istantanee ad acquerello, come potenti fotografie a colori che poi non sono altro che ricordi… perché in fondo, ricordare, non è altro che richiamare nel cuore.