Morandi e racconti – Edizione 2018.

“La scrittura non è magia ma può diventare la porta d’ingresso per quel mondo che sta nascosto dentro di noi. La parola scritta ha la forza di accendere la fantasia e illuminare l’interiorità.”
Ho scelto le parole dello scrittore israeliano Aharon Appelfeld per introdurre i racconti concepiti quest’anno dai ragazzi del corso avanzato di scrittura creativa che ho tenuto al Liceo Morando Morandi.
Storie che fanno intravedere gli universi nascosti dentro ognuno di loro, ma anche ricordi, incubi e sogni, la loro grande fantasia e, a volte, la rabbia, per quello che vorrebbero cambiare se solo potessero farlo. Perché scrivere è anche questo; combattere con le parole un mondo imperfetto. E crearne nuovi, di mondi, su carta. Affinché risplendano come i sogni di domani.

Livia, di Francesco Fava
In un giardino di rose la percentuale di spine è minima, il numero di petali è nettamente superiore a quello delle spine, eppure sono le spine quelle che fanno male.

Un taglio con la carta è oggettivamente insulso, però è immensamente fastidioso.
Le piccole cose sono quelle più fastidiose; una persona può morire dissanguata per un braccio amputato, come per mille tagli con la carta.

Sono le piccole cose quelle che mi uccidono.

Mi ricordo ancora la prima volta che mi sono tagliata con la carta: stavo sfogliando il quadernone di matematica per fare gli esercizi dettati con cura maniacale alla classe di primini dalla maestra con la coda castana, quando sento un improvviso lancinante fastidio all’indice.

La fine del mondo. Come poteva un foglio di carta farmi male?
Ripensandoci adesso penso che questo mini trauma sia la ragione per il mio disprezzo verso la matematica.
Neanche un minuto e la maestra era già arrivata con il cerotto rosa perfettamente abbinato al fiocchetto perfettamente legato sul grembiulino bianco perfettamente immacolato.
Il bianco mi ha sempre dato ansia, era così vuoto, implorava di essere riempito, ma non sapevo mai come. Inghiottisce tutto con la sua perfezione, odio le cose perfette.
Nemmeno il rosa mi era mai piaciuto. Perché non potevo avere un fiocchetto giallo o verde?
Perché le ragazze dovevano essere rosa e i ragazzi blu? Sin da quando ero piccola questa chiara classificazione cromatica mi irritava.
Mi irritava tanto quanto quel piccolo taglio con la carta.

«Livia! Mi hai tenuto il posto?» disse una voce distinta dalla folla di studenti salita sull’autobus, una folla disordinata e rossa.
Spostai lo zaino dal sedile di fianco al mio per fare posto a Lucrezia
«Grande Liv!»
Liv mi piaceva di più di Livia, Livia era grigio-viola, un nome che senti la polvere in bocca quando pronunci le sue due sillabe. Liv era viola acceso.
«La prossima volta sali con me però, sono stanca di mandare via una serie di stanchi pendolari gialli» le dissi sbuffando
«Sono stanca di venire alla fermata ogni mattina!»
«Sei pure stanca di essere chiamata Lulu…»
«Smettila di chiamarmi Lulu, è dalla seconda media che te lo dico! O Lu, o Lucrezia ma MAI Lulu!»
Lu era la mia migliore amica da sempre, era viola-arancio-verde, era il mio esatto opposto e la mia parte complementare.
«Quand’è pure che devi tornare dal parrucchiere? Posso venire con te? Voglio farmi anche io un colore strano! Che ne dici di rosa?» disse Lu tirando fuori il libro di scienze dal suo zaino blu.
«Ma tu sei castana.»
«Perché tu sei uscita da tua madre con la frangetta e i capelli verde fluo?»
«No ma il tuo castano è rosso-arancio-viola, su di me è verde-grigio-giallo.»
«Lo prendo per un complimento.»
«È un complimento!»
«Scusa, normalmente la gente non usa i colori al posto di tre quarti del vocabolario italiano.»
«Normalmente la gente non intinge le patatine nel succo d’arancia.»
«È successo solo una volta! Piuttosto aiutami a ripassare scienze che la Iliceto oggi interroga.»
«Ecco una cosa disgustosamente gialla…»

L’autobus squarciava l’infinito grigio mattutino, quel grigio che ai miei occhi appariva così blu, quel grigio per il quale avrei dato tutto per sparirci dentro.

 

What if? Federico Aldrovandi, di Sofia Fabbri
E’ stata una bella serata. Io e miei amici ci siamo divertiti molto, a dir la verità.
Non andavamo spesso fino a Bologna per passare le nottate nei locali, siamo una compagnia tranquilla, di ragazzi normali, ma ogni tanto anche noi vogliamo provare il brivido del sentirci grandi, atteggiamento tipico dei diciottenni, come quella sera. Abbiamo deciso qualche giorno fa di andare in un locale abbastanza in della città, il Link, frequentato da gente più grande, estrosa, con la musica nel sangue. La musica che tanto amo e che sempre mi accompagna in tutto quello che faccio durante le mie giornate.

Non mi piace molto bere, quindi non ho esagerato, un drink è più che sufficiente per farmi passare una bella serata. D’altro canto, non sono così diligente per quanto riguarda l’ambito degli stupefacenti: è questa la mia bestia nera, il consumo occasionale di sostanze. Ho pensato bene di assumerne in maniera modesta, perché sono ben consapevole che da quel giro non si esce, una volta entrati sul serio. Insomma, la serata è trascorsa tra balli, risate, canti, chiacchiere, scherzi: le serate che ogni diciottenne dovrebbe passare. Era una calda notte di fine settembre, punteggiata dalle stelle che la nebbia emiliana non era ancora riuscita a vincere al cielo terso. Dopo qualche ora di baldoria, i miei amici hanno deciso di andare; io non ho la patente, quindi mi sono dovuto adeguare agli orari del gruppo. Non che mi sia dispiaciuto, alla fine ero parecchio stanco anche io e sinceramente mi girava un po’ la testa. Meglio mettersi a letto.

Il viaggio in auto è stato tranquillo e sereno e dopo quaranta minuti siamo arrivati a Ferrara, la nostra città natale. Essendo il più piccolo del gruppo, sono sempre il primo a essere portato a casa dai miei amici, taxisti improvvisati, solo che quella sera mi sentivo un po’ stranito, ecco. Avevo una strana sensazione di tachicardia che proprio non mi abbandonava e non avevo idea di che cosa sarebbe potuto essere. Era come un presentimento, una sorta di preludio a qualcosa di brutto.
Ho cercato di non pensarci e ho chiesto all’autista di farmi scendere in una via vicino alla mia, così da fare due passi e tranquillizzarmi. Una volta fatto, ho iniziato a camminare tranquillamente, cercando di calmare il senso di nausea che mi saliva in modo sempre più urgente. Quasi subito ho visto il lampeggiare di abbaglianti di una macchina, ma chi era? I miei amici no, sicuramente.

L’automobile si avvicinava a me a passo d’uomo, ma i lampioni illuminavano a malapena ciò che c’era davanti a me, quindi ho continuato a scrutare il veicolo. Quando è stato abbastanza vicino, le portiere si sono aperte e sono scesi due uomini in divisa. Avevano i manganelli in mano e subito hanno iniziato a urlarmi comandi e domande, del tipo: «Stai fermo, non muoverti», oppure «Che cazzo fai in giro alle tre di notte? Sei andato a rubare? O a drogarti? Eh?»

Ero terrorizzato, pietrificato, talmente improvvisa e senza senso era la situazione in cui mi ero venuto a trovare. Ho alzato le mani sopra alla testa, come ho visto fare tante volte nei film d’azione che amavo guardare con mio padre Lino, sperando in un errore dei poliziotti, in uno scambio di persona, in un abbaglio.
Ho chiuso gli occhi dal terrore, mentre sentivo i loro passi che si avvicinavano a me e le loro ingiurie che aumentavano. Ho dovuto riaprire gli occhi quasi subito: un dolore lancinante si stava diffondendo dal mio ventre a tutto il mio corpo. Tossivo, tossivo talmente forte che ho sputato sangue, mentre con entrambe le braccia mi cingevo l’addome. Ho provato a urlare che sicuramente c’era stato uno sbaglio, ma appena ho provato ad aprire bocca mi è arrivata un’altra manganellata sul fianco destro, così forte da farmi inginocchiare a terra e da farmi venire le lacrime agli occhi. Io urlavo, provavo a scappare, ma appena mi alzavo in piedi, il manganello di entrambi i poliziotti mi faceva cambiare idea, facendomi accasciare sempre di più a terra.
Ero tramortito, frastornato, finchè non ho visto aggiungersi ai due uomini originari un altro uomo e una donna, sempre in divisa. Pensavo fossero venuti lì per salvarmi, che qualche passante o abitante della zona, sentendo la confusione e le mie grida, si fosse allertato e avesse chiamato le forze dell’ordine per aiutarmi. La speranza iniziava a farsi strada nel mio cuore e quasi per miracolo mi sono alzato in piedi, con mio enorme sforzo fisico. Ormai ero completamente sporco di sangue e vedevo su di me ferite, lividi e gonfiori ovunque. Mi sono avviato verso la donna, in cui, nel mio stato delirante, ho intravisto il viso tanto amato di mia mamma Patrizia. L’avevo quasi raggiunta, quando da dietro ho sentito un’altra manganellata sulla schiena, esattamente nella zona lombare. Mi sono sbilanciato e sono caduto, sbattendo il viso sul marciapiede di cemento. Non riuscivo più a fare niente, avevo capito che anche i miei due presunti angeli salvatori erano in realtà dei Lucifero.

Ho ricevuto talmente tante altre percosse che quasi ero arrivato a credere che mi stessero cercando l’anima, distruggendo tutto quello che di fisico avevo. Tutto ciò è continuato per troppo, avvolto nel silenzio: non avevo nemmeno più le forze per mugugnare. Volevo semplicemente che quel supplizio finisse in fretta; mai come allora ho sperato di morire.

Finchè la donna, mossa da un atto di compassione, ha detto ai suoi colleghi di smetterla, che sarei morto se avessero continuato, che sarebbero stati sollevati dal loro incarico, che sarebbero andati in prigione, che stavano uccidendo un ragazzino. Incredibilmente, i miei boia si sono fermati, lasciando cadere i loro manganelli. Li hanno raccolti subito dopo e, nonostante non abbia visto la scena perchè ero in posizione prona, sono corsi verso le volanti, lasciandomi lì, solo, sanguinante. Sono stato immobile per ore intere, fino a che, all’albeggiare, non ho trovato le forze di alzare il busto: ero ancora vivo.
Ho iniziato a trascinarmi, come i serpenti, per i pochi metri che mi separavano da casa mia. Ho suonato il campanello, nonostante avessi le chiavi nelle tasche dei pantaloni. Ho aspettato solo due secondi: mia mamma mi ha aperto la porta, sgridandomi per l’orario ancora prima di vedermi. Ha abbassato lo sguardo, mi ha osservato per qualche secondo buono. Dopodiché si è accasciata davanti a me, prendendomi la testa tra le sue mani e piangendo, disperata, sussurando appena il mio nome: Federico.

Non sono riuscito a dirle quello che mi era successo, non ne avevo le forze. Ma ero vivo e a casa: questo era quello che mi importava, il resto non contava.

Anche oggi che lo ricordo mi piacerebbe pensare che sia andata così, ma in realtà le cose sono andate diversamente. L’anima me l’hanno trovata davvero a suon di botte e hanno distrutto anche quella.
Me ne sono andato via così, senza aver detto addio a mia mamma, a mio papà, ai miei amici.
Me ne sono andato via da solo, con solamente le manganellate come compagne.
Me ne sono andato via da solo, per mano di quattro poliziotti che avrebbero il dovere di difendermi.
Me ne sono andato via da solo.

 

Inchiostro disperso, di Martina Mazzoli
Era un giorno come qualsiasi altro quello in cui ho perso la mia penna blu.
Stavo mordicchiando il tappo in plastica, cercando di concentrarmi sui complicati grafici di matematica che si stendevano sulla pagina davanti a me.
Stavo immaginando il momento in cui, terminati i complicati calcoli che affollavano la mia mente, mi sarei potuta concentrare sul libro che volevo finire o rilassarmi davanti a un bel film.

Nemmeno cinque minuti dopo la penna era sparita. Completamente volatilizzata senza lasciare alcun segno della sua presenza. Una penna che era con me dai miei sette anni e che, per i successivi dieci, avevo usato per ogni esame importante. L’avevo sempre con me nei momenti di ansia e mi piaceva giocherellarci cercando di tenere impegnate le mie mani tremanti. Ogni due mesi, puntualmente, mi recavo nella cartoleria della mia città e compravo un cambio di inchiostro. Non l’avevo mai persa né dimenticata in nessun luogo, a differenza della maggior parte dei miei averi.

Ma quel giorno, tranquillo e ordinario, l’avevo persa.

Ho cercato ovunque nella mia stanza: sotto il letto, dietro le tende, tra i libri e dentro i cassetti di vestiti. Ma senza successo. Ho cominciato l’ispezione della casa. Se qualcuno mi avesse visto in quel momento avrebbe pensato a me come una ladra in cerca degli oggetti di valore della famiglia che avevo deciso di derubare. Mi aggiravo in modo incostante per la casa, riguardando più volte negli stessi posti, raggiungendo angoli impossibili da notare e sistemandomi compulsivamente una ciocca di capelli; arrivavano giusto a toccarmi le spalle ed erano quindi impossibili da tenere al loro posto.

Trovai polvere, bottoni, caramelle e cartacce ma della mia amata penna blu non c’era traccia.
La sera raccontai l’accaduto a mia madre e lei si rattristò per me, sapendo quanto tenevo alla mia penna, ma nulla di più. Non poteva capire il valore che, quell’oggetto all’apparenza insignificante, aveva per me. Mi chiusi in camera e
mi sdraiai sul letto, guardando il soffitto e sospirando pesantemente. Non avevo voglia di fare nulla e dovevo ancora finire i compiti di matematica, lavarmi, mettermi in pigiama e…
Ancora una volta mi stavo facendo prendere dall’ansia.

In casi come questi, quando sentivo il respiro farsi affannato e pressante, afferravo la mia penna e piano piano regolavo il mio respiro con grandi boccate d’aria. Poi sedevo al computer e cominciavo a disegnare, rilassandomi con musica tranquilla e un buon tè al lampone. Ma la penna blu non c’era questa volta e l’unica cosa che potevo fare era contare le macchie sul soffitto, assicurandomi che fossero sempre lo stesso numero.
Stavolta sembrava ce ne fosse una nuova però. Là, proprio nell’angolo più remoto del soffitto; e sembrava si muovesse. Mi tolsi gli occhiali e li strofinai, rimettendoli e cercando di mettere a fuoco meglio la chiazza sul soffitto. Ma era scomparsa o meglio… si era spostata.
Era più in basso ora, sul muro e non più sul soffitto. Mi avvicinai per osservarla meglio.
Pulsava, come se respirasse.
Allungai una mano per toccarla e all’improvviso…
Tutto fu buio.

 

Fotografia, di Gaia Tassinari
Carnevale è una festività magica per i bambini, non a caso infatti, era il periodo dell’anno che aspettavo con più impazienza. Era anche meglio del Natale; senza le messe lunghissime durante le quali scimmiottavo sulla panca tra un rimprovero e l’altro o le cene interminabili con i parenti che prima si abbuffavano come se non avessero mai toccato cibo, poi si lamentavano di aver mangiato troppo. In più potevo travestirmi da Biancaneve: la mia principessa Disney preferita, che effettivamente per com’ero all’epoca mi si addiceva molto.

Il mio viso paffutello era incorniciato da un caschetto nero lucente che risaltava tantissimo sulla carnagione lattea, fatta eccezione per le guanciotte rosate, e sugli occhioni castani.
Non ero certo docile come la principessa, anzi ero piuttosto pestifera, tuttavia quando indossavo quell’abito strappavo un sorriso a tutti.

Il giorno di Carnevale a scuola facevamo una festicciola all’interno della palestra, che si trasformava in un mosaico di musica e colori. I maschietti si travestivano da cowboy, supereroi dei fumetti e  astronauti, mentre, scontatissimo, le femminucce puntavano sulle principesse o fatine; l’ambiente scolastico assumeva tutto un altro fascino con le stelle filanti che danzavano nell’aria, i gridolini di felicità e spensieratezza tipica dei più piccoli e la pioggia di coriandoli che si annidava fra i miei capelli. A mensa poi ci venivano servite bevande zuccherate, patatine, pop corn, pizzette. Insomma, era il paradiso!

Il momento più bello, però, era quando arrivavo a casa. La nonna mi aspettava con un bel vassoio di sfrappole prelibate, che mangiavo voracemente, impiastricciandomi le manine e il viso di zucchero a velo, così mi aggiravo pericolosamente per la casa impolverata dallo zucchero e con un nido di coriandoli in testa, finché papá non mi acchiappava e mi faceva il bagno.

Di domenica, invece, andavo a vedere sfilare i carri e, nonostante non fossero chissà che, mi esaltavo un sacco, soprattutto quando riuscivo ad acciuffare quelle caramelle durissime alla frutta che adesso non lanciano più. Il loro gusto non mi piaceva per niente, tuttavia mi sentivo vittoriosa quando tornavo a casa con un bel bottino di dolciumi, piccoli peluche e palloni da calcio in gomma.

Ricorderò per sempre quando una volta mamma è riuscita ad accaparrarsi un animale gonfiabile. Con un sorrisone raggiante mi chiese: «Indovina un po’ cosa ho preso?»
Da dietro la sua schiena intravedevo il muso di un coccodrillo, animale per il quale ero in fissa a causa dei documentari che mio padre guardava sempre. Subito iniziai a saltellare dalla gioia, esclamando: «Coccodrillo!!»
Ogni volta che rivedo questa pseudo principessina seduta sui gradini in marmo non posso fare a meno di ripensare ai coriandoli, all’allegria e ai colori.

 

La foresta, di Jacopo Botti
La nebbia lo circondava da circa un paio d’ore quando la macchina si fermò. Scese, per accorgersi di essere finito fuori strada in una foresta. Magari camminando ne sarebbe uscito.

Guardò l’orologio. Per fortuna era ancora giorno, non gli andava per niente di passare la notte al freddo in una foresta. Per sicurezza prese la torcia dalla macchina e si incamminò fra gli alberi.

Non era passato troppo tempo quando vide un gufo volare sopra la sua testa. Era strano vedere gufi volare di giorno ma decise di non farci troppo caso. Man mano che avanzava gli alberi si facevano sempre più spessi.
Non si accorse nemmeno che era calata la notte dal gran che era fitta la nebbia. A un certo punto si ritrovò su un sentiero delimitato da alberi morti, dove erano appollaiati centinaia di gufi che lo fissavano con i loro occhi gialli. Fu in quel momento che la nebbia si diradò e vide una gigantesca luna rossa in cielo e la notte che lo circondava. Si maledisse da solo per essersi allontanato così tanto e accese la torcia decidendo di avanzare nella speranza di trovare una sorta di riparo.

Poco dopo notò un fuocherello e una sagoma sotto una roccia Si avvicinò con cautela e vide che si trattava di uomo anziano dai capelli grigi e lunghi.
«Buonasera» disse cercando di attirare l’attenzione.
«Buonasera a lei. Vuole unirsi attorno al fuoco con me?» rispose lo sconosciuto.
«No, no, qui sto bene» rispose lui a disagio.
«Sa, si dice che con la luna rossa in cielo accadano strane cose in questi boschi» disse il vecchio alzandosi in piedi. Poi schioccò le dita e scomparve in una nuvola di fumo, spegnendo il fuoco.

Doveva essere stata una semplice allucinazione. Era stanchissimo, ma voleva uscire dal bosco.
La luna era alta in cielo quando trovò una pozza circondata da alberi. Si avvicinò credendo fosse acqua ma scoprì che si trattava di un liquido nero e appiccicoso. Quando alzò lo sguardo deluso vide una strada ciottolata alla cui fine c’era una villa.
Si avviò lungo quella strada e quando arrivò alla villa trovò la porta aperta e fu accolto da un maggiordomo che lo accompagnò in una sala dove erano presenti alcune poltrone di pelle nera e un tavolino su cui erano appoggiati un piatto con una fetta di torta e una tazza di caffè. Il maggiordomo sparì e lui si servì da solo.
Poco dopo, da una tenda di velluto rosso sangue fecero il loro ingresso un nano vestito di rosso, un uomo con una benda sull’occhio sinistro, una donna dai capelli rossi e un uomo dagli occhi vitrei che si misero in un angolo a parlare. Lui si alzò e si avvicinò a loro ma quando li raggiunse la casa prese fuoco.

Si risvegliò accanto alla pozza di fango la mattina e si convinse di aver sognato tutto quanto. Si incamminò lungo un sentiero che partiva alla sua destra. Mentre seguiva il sentiero vide arrivare il vecchio della sera precedente. Accelerò il passo ripetendosi che era soltanto un’allucinazione. Il vecchio lo raggiunse comunque e fece per dirgli qualcosa, ma prima che aprisse bocca si ritrovarono scagliati per aria e il mondo girò sottosopra.
Davanti a loro apparve un occhio gigantesco che si aprì come una tenda e ne uscì l’uomo con la benda del suo sogno.
«Hai fallito nel tuo intento abominio» disse rivolto al vecchio.
«Come sarebbe? La casa si è salvata. Scommetto che è stato merito tuo. Non è che potresti farmi il favore di mostrare la tua vera faccia così ci posso sputare sopra?» ribatté il vecchio.
Poi l’uomo con la benda si girò verso di lui e disse: «Mi dispiace per il disagio che questo essere orrendo le ha provocato. Se desidera posso riportarla alla macchina, signor Cooper.»
Il vecchio si lanciò contro l’uomo bendato e gli distrusse il cranio a mani nude. Il resto del corpo si sciolse in argilla. Il vecchio si voltò verso di lui dicendo con voce roca: «Ci rivedremo ancora.»

Sentì che stava per svenire; l’ultima cosa che vide prima di chiudere gli occhi furono un paio di gigantesche mani di luce che andavano verso di lui.
Si svegliò nella sua macchina chiedendosi che razza di incubo avesse avuto.

Quattro anni dopo Great Northern Hotel
Entrò nella sua camera per lasciare le valige e aprì la finestra. Vide di sfuggita un’ombra ma pensò si trattasse di un qualche animale. Diede le spalle alla finestra e provò a sintonizzare la radio che però rimase muta.
Si guardò allo specchio, si sistemò la cravatta, prese fiato e tirò una testata allo specchio così forte da provocare numerose crepe.

Un rivolo di sangue gli scendeva lungo la fronte mentre lo specchio rimandava l’immagine di un uomo anziano dai capelli lunghi e grigi che rideva.

La radio cominciò a cantare:
«We’ll meet again.
Don’t know where, don’t know when,
but I know we’ll
 meet again some sunny day.»

 

Cosa vedi?, di Francesco Guidoboni
Digitò una sequenza su un muro spoglio. Era certa che la tastiera si trovava in quel posto, non poteva essere altrimenti.
Quello era il riquadro a cui portavano le coordinate; il limite dell’unico punto di accumulazione della funzione che tracciava la spirale logaritmica del soffitto indicava esattamente quel punto. «Il limite del cielo è la soluzione. La forma della terra, la chiave», era ciò che l’immortale assassino le aveva detto prima di sparire dentro al vecchio casolare abbandonato in cui lei aveva i suoi ricordi d’infanzia e dove, senza esitazione, l’aveva seguito.
La sequenza le appariva ovvia. La forma della terra è la chiave, il pavimento era composto da 59.049 mattonelle di ozono cristallizzato, 1.048.576 di ciclobutano stablizzato, 9.765.625 di fruttosio compattato.

Aveva impiegato solamente qualche secondo per accorgersi che questi numeri erano la potenza di esponente dieci del numero dei lati che contraddistingueva le loro molecole. Sfiorando la tastiera riconobbe il materiale: era composta di cristalli benzenici, non aveva più dubbi.
Sorrise delusa quando vide il muro diventare prima trasparente e poi volatile.
«Il killer immortale, l’amante degli enigmi che non sa perdere? I tuoi giochetti sono a dir poco mediocri» disse a voce alta, in tono di sfida.

Entrò in quella che anni prima era stata la sua stanza da letto. Era rimasta identica a come la ricordava: la grossa vetrata come muro esterno, il letto e l’oloteca la riportarono indietro nel tempo. Ricordava bene quei giorni, quando ancora la pace regnava, quando la guerra era solamente un lontano ricordo. Al centro della stanza un segno di luce verde lacerava quel luogo, una macchia apparentemente casuale si ergeva dove una volta era posizionato il generatore di campi.

«Cosa vedi?», una voce ammaliante le sussurrò nell’orecchio.
Quella domanda fece vacillare il suo animo. Non aveva risposta. Era una rappresentazione, ma non le appariva leggibile
«Cosa vedi?», sentì la sua presunzione infrangersi, la sua mente vagò febbrilmente in cerca della risposta.
«Cosa vedi?», non sapeva cosa dire.
«Cosa vedi?», la domanda iniziò a riecheggiarle in testa.
«Cosa vedi?», sapeva che non era solo una luce. Cos’era?

Cosa vedo? Perché non aveva risposte? Perché vedeva la soluzione ?

Cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi, la domanda continuava a rimbombare nella sua mente, come a prendersi gioco di lei.
«Basta!» gridò accasciandosi a terra, in lacrime. Era stata sconfitta, senza nemmeno aver avuto la possibilità di combattere. Sentiva dentro di sé odio. La voce aveva dimostrato di esserle superiore.

«So come ti senti.» Avvertì una mano posarsi sulla sua spalla. Voleva reagire, ma si sentiva vuota dopo quell’umiliazione. «Ho trascorso due secoli pensando alla soluzione», il killer continuò, «solamente per scoprire che non esiste una risposta corretta.»

Myal si rialzò, consapevole della sua morte imminente.
La meritava, il fallimento la feriva più di ogni lama, la faceva ardere più di ogni offesa.
Il suo interlocutore la incalzò. «Sei come me», rise amaramente, «Umana, eppure superiore alle persone, Viva, ma incapace di comprendere l’emotivo.» Il tono era pacato e tradiva un affetto quasi fraterno. «Sei rimasta nella tua convinzione di superiorità.»

Aveva ragione, lo sapevano entrambi, ma lei si rifiutava di accettarlo.
«Taci!» Myal si girò di scatto solo per vedere la figura. Era alta, si stagliava contro l’oscurità che ribolliva lungo le pareti, mossa dalla luce innaturale. Lo sguardo della ragazza lo aggredì. Myal arse nella voglia di uccidere quella figura, desiderava ardere i suoi capelli rossi, deturpargli quel viso tranquillo.
«Non sei poi tanto meglio di una persona normale.» A quell’affermazione la sua anima si risvegliò dallo sconforto.
«Taci!» urlò ancora la ragazza scaricando la sua rabbia in un coltello diretto verso la figura che l’avvolgeva da dietro. Non aveva più le forze nemmeno di cercare un’altra parola per zittire il suo aguzzino.
Sentì le sue gambe falciate, cadde. Girò lo sguardo e vide la figura avvolta nell’ombra tenere la lama tra l’indice e il medio. Era riuscito a fermare il suo colpo, l’aveva surclassata perfino nel combattimento, aveva dimostrato la sua superbia.

Rassegnata chiuse gli occhi pregustando già la sua morte.

«Non riuscirai a uccidermi, sono pur sempre il fratello maggiore.»

 

Mariette, di Grazia Caruso
Mariette non era come le altre; i suoi vestiti la rendevano simile a una ninfa, una di quelle che ammaliano anche i poeti più apatici.
Amava leggere, in un’epoca in cui leggere era considerato strano, diverso.

Ma lei era così; non ascoltava niente e nessuno, se non il suo cuore.

Mentre la guardavo scendere le scale mi resi conto che il suo sorriso illuminava qualsiasi cosa incontrasse lungo il suo cammino.
I suoi occhi azzurro zaffiro mi scrutavano. Ma nel momento in cui i nostri sguardi si incrociarono le sue palpebre, colte dalla delicata carezza della timidezza, si chiusero.
Ci prendemmo per mano e ci dirigemmo verso il lago e, tra gli abbai di Willie, arrivammo sulle sponde di quell’anonimo lago in cui alberi e arbusti avevano preso il sopravvento. Ma in realtà il lago non era stato dimenticato, almeno non da noi.

Forse, proprio come regalo per non averlo dimenticato, quel lago esisteva per noi, e come diceva sempre Mariette «L’amore anima ogni cosa in qualsiasi luogo.»
La presi per mano e la accompagnai sulla nostra barca, da noi soprannominata Calliope, dal nome della musa che con la sua voce vinse le Piche.
Willie prese posto per primo e noi, dopo di lui, ci sedemmo, uno accanto all’altra, mentre lei cominciò a raccontarmi della sua giornata. Io mi volsi verso di lei ad ascoltarla, pensando che fosse la mia felicità fatta persona.

 

Urbico, di Davide Garuti
Timilo corse in casa terrorizzata e chiuse porta e serratura dietro di sé. Respirava affannosamente, al punto che sua madre si voltò di scatto e, sorpresa dal rientro anticipato, chiese: «Hai già comprato la cena? Hai fatto presto.»
«Sì, no, è che c’è un ragno immenso e velocissimo in cortile!»
Sua mamma andò alla porta, sbirciò fuori, dopo di che spalancò la porta e rispose in tono altero: «Timilo quello è un comune granchio di città! Ok che siamo qui da poco, ma la città è famosa in tutto il mondo per i granchi che ti vengono a pulire gli avanzi. MUOVITI e va a prendere la cena!»
Timilo scappò fuori e percorse i trenta metri che la separavano dal chiosco del fast food più vicino ma, una volta metabolizzati i ragni di strada, vi furono gli altri incubi da affrontare.
La città di Urabo offriva ai topi d’appartamento come Timilo la musica pop che veniva pompata da altoparlanti, o che veniva strillata dal vivo da artisti di strada, i quadri e altre opere di arte visiva che variavano da pubblicità con modelli e modelle spesso nudi e occasionalmente intenti in attività che la gente del ventesimo secolo non avrebbe rappresentato per strada, fino a quadri impressionisti o surrealisti, con contrasti di colore degni di un pastello spalmato sulla retina. Poi c’erano i video solitamente pagati dalle catene di fast food, trailer di film, pubblicità di nuove attività, notiziari flash su eventi appena successi che, subito dopo la sigla martellavano con domande tipo: Chi? Cosa? Dove? Come? Quando? Perché? E saluti.
Un vero e proprio paradiso per un’agorafobica come Timilo; un’area urbana riempita di ville basse con mongolfiere e dirigibili pubblicitari, che competono per lo spazio aereo.

Dopo essere arrivata in casa e aver consegnato il cibo a sua mamma, Timilo si rifugiò in un’imitazione di quella che era stata la sua camera a Urbico. Un posto in cui riesce, almeno parzialmente, a trovare riparo dal mondo esterno. Quello stesso loculo che le aveva fatto dire “camera mia” con una veemenza e una sicurezza tali da sorprendere i suoi genitori. Quel loculo in cui leggeva le storie scritte in braille, osservava tutti i dettagli delle foto dei suoi libri preferiti mentre ascoltava la musica che amava.

Ma tutto questo non c’è più. È stato demolito e i mobili sono in un deposito. Questo è il prezzo che tutti gli urbiconesi devono pagare: cinque anni nel motore economico del mondo e tre mesi fuori, mentre il grattacielo in cui abiti viene ricostruito a causa della crescita della popolazione. Sua mamma odiava quel loculo, come chiamava il vecchio appartamento, e amava invece la villa in cui risiedevano ora, con le finestre e i lucernari che facevano entrare molta luce, l’open space che le permetteva di osservare tutti i quadri che aveva recentemente comprato, mentre chiacchierava con gli ospiti che invitava all’interno della casa.
Timilo ripensò a tutti i litigi avvenuti nelle ultime tre settimane. Quante volte la madre l’aveva minacciata di trasferirsi permanentemente qui, quante volte aveva pronunciato il fatidico “se ci fosse papà” ed entrambe avevano pensato “per fortuna che i test per la maturità di fatto si possono prendere a ogni età.”

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I Medici e i Romanov: luci e ombre di due dinastie

Oggi vi parlo di due autrici che hanno scelto, l’una con un romanzo storico e l’altra con un saggio, di narrare le vicissitudini di due dinastie che a oggi non smettono di destare interesse e suscitare interrogativi.

Ne “L’Oro dei Medici” (Tea), Patrizia Debicke Van Der Noot si tuffa nel Granducato di Toscana del 1597.

In un’Italia piena di contraddizioni, in mano agli eserciti stranieri ma culturalmente vivida e fiorente nei traffici commerciali, Firenze prospera, sotto la guida dei Medici. Ma la loro immensa ricchezza, quell’oro citato nel titolo, diventa la molla per organizzare un ricatto contro il granduca Ferdinando I.

La trama si infittisce dopo la morte sospetta di un marinaio inglese. Tra amori e intrighi di corte, battaglie navali, banchetti sontuosi e opere teatrali che possono diventare trappole mortali, il romanzo storico si tinge di giallo.

A investigare, Don Giovanni de’ Medici, figlio naturale legittimato di Cosimo I de’ Medici ed Eleonora degli Albizi, nonché fratellastro di Ferdinando I. Personaggio caleidoscopico; architetto, ingegnere, ma anche musicista, poeta e comandante della flotta granducale, sarà lui a tentare il tutto per tutto per fermare il complotto ordito contro la sua famiglia, avvalendosi dell’aiuto del capo della polizia del Granducato. Con una trama avvincente e una narrazione meticolosa rispetto all’abbigliamento e ai costumi dell’epoca, la Debicke accompagna il lettore fino all’inaspettato epilogo.

“I Romanov – Storia di una dinastia tra luci e ombre” di Raffaella Ranise (Marsilio) ripercorre i trecento  anni della famiglia più leggendaria della Russia pre-rivoluzionaria. 

Il saggio parte dalle origini dell’impero; dalla leggenda di Oleg, il primo re, al suo successore Igor, per poi vedere al trono Olga, la prima sovrana, che nella Cronaca di Nestore, la più antica cronaca russa, viene descritta come «l’alba che precorre la luce.»

I capitoli sono brevi ed essenziali.  Ivan il Grande, Ivan il Terribile e il periodo dei Torbidi, dominato dall’anarchia, precedono l’ascesa al trono di Michele, il primo tra i Romanov. Egli si trovò alla guida di un paese in ginocchio, distrutto da incendi, carestie e guerre civili. Si va da Pietro il Grande a Caterina I, il cui regno durò solo due anni e a cui successe Pietro II, incoronato a soli dodici anni dopo un periodo di prigionia.

Ma è la storia di Nicola e Alessandra, gli ultimi zar, che furono trucidati insieme ai cinque figli nella residenza di Ekaterinburg in una notte di luglio di cento anni fa a esercitare ancora oggi un singolare fascino. Sarà per l’influenza di un personaggio controverso come Rasputin nella vicenda, o per il luogo dove furono nascosti i corpi, dove oggi sorgono sette chiese; una per ogni membro della famiglia imperiale.

Con una scrittura chiara e riportando i fatti senza romanzarli, nudi e crudi – così come nuda e cruda è la storia – Raffaella Ranise porta in scena l’epopea di una dinastia. «Un uomo forte non ha bisogno del potere; un debole ne viene schiacciato.» È una frase di Nicola II Romanov, l’ultimo imperatore russo. Frase che sembra presagire la fine degli zar, schiacciati dallo stesso potere che incarnavano.

Salvare le ossa

«China sembra impegnata in un combattimento, e in fin dei conti è quello che è nata per fare. Combatte con le nostre scarpe, con gli altri cani e con i cuccioli che stanno cercando di uscire, ciechi e bagnati. China è sudata e anche la pelle dei miei fratelli brilla, e dalla finestra della baracca vedo papà con la faccia tutta lucida e scintillante, come il guizzo di un pesce sott’acqua illuminato dal sole. C’è silenzio. Afa. Sembra che debba piovere, e invece no. Non ci sono stelle, e alla Fossa le lampadine sono accese.»

Salvare le ossa di Jesmyn Ward (NN editore) è un romanzo poetico, feroce, letterario. Un romanzo che ti entra dentro, come le unghie nella carne quando stringi troppo il pugno. Un romanzo pieno di metafore avvolgenti, intriso di odori, umori, sangue e verità. Un romanzo altissimo, capace di descrivere le bassezze dell’animo umano con una sincerità disarmante. Un romanzo che fa male, ma insieme ti innalza.

La voce narrante è quella di Esch, ancora una ragazzina che si abbandona con piacere ai ricordi dell’infanzia, ma insieme donna in un mondo di uomini. Donna che ha provato il desiderio ed è rimasta incinta di chi non la ama e non la amerà mai. Sorella, orfana di madre, anima impaurita di fronte ai cambiamenti del suo corpo e all’uragano Katrina in arrivo, ma insieme guerriera coraggiosa che guarda negli occhi il futuro. L’altra guerriera del romanzo è lei, China, un pitbull da combattimento diventata madre. Una fiera che darebbe la vita per Skeetah, padrone a cui giura fedeltà a ogni respiro, il fratello selvatico della protagonista.

Lo sfondo è la Fossa, un luogo di povertà e rottami, ma anche di natura selvaggia, foreste e acquitrini. Un luogo che sentirete vivo e pulsante al frusciare di ogni pagina sfogliata.

Salvare le ossa è un racconto di formazione, una tragedia classica ambientata in un presente lontano da noi, eppure così vicino. Ma anche la storia di una famiglia, imperfetta eppure fieramente unita contro il vento più impetuoso.

«Questo libro è per Medea, che va incontro a Giasone tremante nel vento, per chi dopo la pioggia pesca a mani nude i girini nei fossi, per chi gioca a nascondino nelle stanze di vapore tra lenzuola stese ad asciugare, e per chi corre mano nella mano con suo fratello, ogni passo il balzo di un uccello che si alza in volo.»

Pulixi e il buio dell’animo umano

«Nessuna notizia corre veloce in questura come quella della morte di un poliziotto. Omicidio o suicidio non fa differenza. In pochi minuti tutti lo sanno. E non importa che si tratti dell’ultimo degli agenti o del più alto dirigente. Quello che conta è che era un poliziotto. Uno di loro.»

La scelta del buio di Piergiorgio Pulixi (Sabot/age – Edizioni E/O) è il secondo volume della serie i Canti del male, con protagonista il commissario Vito Strega. Un solitario, di natura, un solitario per condanna visto che «per i colleghi non era più uno di loro da quando aveva ucciso in servizio un suo collaboratore, l’ispettore Jacopo Di Giulio. Poco importava che una commissione disciplinare interna l’avesse scagionato e reintegrato, giudicato quando successo quella notte un tragico incidente. Assassino di sbirri, sussurravano alle sue spalle. Nessuno gli rivolgeva più la parola. Era come un fantasma.»

Ed è proprio il “commissario fantasma” a dover far luce sulla morte del collega Roberto Larocca. La scena del crimine fa presupporre che si tratti di un suicidio, ma a Strega qualcosa non torna. Il dubbio si è insinuato nella sua mente come una spina impossibile da estirpare. Ed è attorno a un dettaglio apparentemente poco importante che Vito Strega fa partire la sua indagine.

Solo contro tutti, incurante delle pressioni della Digos, dell’odio dei colleghi, dei fantasmi del passato che non gli danno tregua.

La scrittura di Pulixi è essenziale, chirurgica. Nessuna frase di troppo, nessuna scorciatoia. L’indagine si dipana quasi come un pretesto per illuminare il buio dell’animo umano. Il tutto camminando sull’orlo del precipizio. Proprio come fa Strega, un uomo imperfetto che trova schegge di pace tra i suoi libri e un pezzo di Coltrane e la compagnia della gatta nera Sofia.

Tra le altre cose, ho apprezzato particolarmente il finale che non vuole essere per niente consolatorio, in linea con chi sceglie di narrare il buio.

Post fata resurgo: intervista a Marlat 2.0

«Ipazia’s dying, she’s dying in pain
for the people who don’t know
who don’t know the way to be free and break the chains.
Dance, dance like she’s in trance.»

Lo scorso sabato ho assistito al live di Marlat 2.0, la band parmense gothic rock che ora è in tour con il nuovo album dal titolo evocativo Post fata resurgo. 

Un’espressione forte, più che una speranza una certezza: dopo i fati, cioè il compiersi del destino, risorgo. Finito un ciclo, ne inizia un altro. Proprio com’è successo al progetto Marlat, nato nel 2010 e ora in completo rinnovamento dopo l’ingresso nella band di Emanuele “Ubermensch” Capodaglio e Simone “Unmerciful” Marinari, il nuovo bassista e batterista della band, che si affiancano alle due voci storiche: Filippo Marlat (che è anche il chitarrista) e Fra “AngeNoir” (che è anche alla tastiera).

Rispetto a Sine die, il precedente album in cui spiccava Distante, canzone in italiano dal ritornello ipnotico, il nuovo album ha un respiro più internazionale con sette pezzi, tutti in inglese.

Ipazia, Shoot Me, Nocturne, The Ritual, The Wraith, Ophélie e la cover di Madonna Frozen. Un viaggio onirico tra luci e ombre, con potenti pezzi rock che abbracciano l’elettrodark senza rinunciare a sfumature new wave. Il tutto senza tradire la spiritualità che da sempre è cara alla band parmense.

È con grande piacere che do il benvenuto alla band per una chiacchierata “barbarica”.
Ciao ragazzi, per prima cosa vi chiedo chi sono i Marlat 2.0?
Ci piace pensare a Marlat come a un’entità. Nel nostro press kit infatti la presentiamo come un’entità femminile, che a volte può apparire anche come entità maschile. Uccisa sul rogo nel 1666, ora vive nell’inconscio collettivo e ci appare lanciandoci messaggi che noi traduciamo in canzoni. Nel mondo Materiale Marlat è formata da quattro entità: Francesca alla voce e tastiera, Filippo alla voce e chitarra, Emanuele al basso e Simone alla batteria. Il concetto del 2.0 invece riguarda sia il nome della band, a spiegare lo stacco che c’è stato artisticamente e umanamente dal passato della gruppo, sia il titolo del disco. Quindi può essere letto come “Marlat 2.0 – post fata resurgo”, oppure come “Marlat – 2.0 post fata resurgo”. Il tutto per sottolineare questa rinascita ed evoluzione. Diciamo, pertanto che l’entità che ci rappresenta si chiama semplicemente Marlat 2.

Cosa deve aspettarsi chi si accinge ad ascoltare il vostro nuovo CD?
Non deve aspettarsi solo un disco, ma un racconto fatto di musica, parole, simboli ed immagini. Mentre deve aspettarsi un viaggio nella magia, nei sogni e nell’oscurità.

La copertina riporta i simboli delle fasi lunari, dell’uroboro, del triangolo e della fenice. Un omaggio moderno a quella magia schiacciata da quest’era digitale?
Questo tuo spunto è molto interessante. Non lo abbiamo fatto in modo consapevole. E’ come se, a livello inconscio, avessimo compensato attraverso l’uso dei simboli la tecnologia digitale, per creare una sorta di equilibrio tra la nostra parte più antica e quella attuale. Nell’autonomia del disco i simboli rappresentano noi quattro: le fasi lunari sono Francesca, l’uroboro è Emanuele, il Triangolo Simone e la Fenice Filippo. Li indossiamo anche sui nostri strumenti. Tutti insieme formano il logo di Marlat, l’entità.

Quali sono le vostre fonti di ispirazione?
Le nostre fonti di ispirazione sono varie. Nella realizzazione di Post Fata Resurgo ci siamo fatti guidare dall’uso dei simboli e dei tarocchi, come è spiegato nel video del singolo The Ritual e per alcune liriche ci siamo lasciati ispirare da personaggi storici come Ipazia di Alessandria, oppure dal mondo della mitologia o dalla letteratura, come nel caso di Ophelie liberamente ispirata ad una poesia di Rimbaud. Ci interessiamo di pittura ed amiamo anche il cinema e le serie Tv. A questo proposito, usiamo aprire i nostri concerti con un’intro tratta dalla colonna sonora di un film o di una serie tv alla quale ci sentiamo legati, per creare la giusta atmosfera. Nell’ultimo live abbiamo usato per esempio un brano tratto da Clockwork Orange. Nel precedente il tema principale di Dracula di Bram Stoker e in altre occasioni abbiamo usato il tema di Twin Peaks scritto da Angelo Badalamenti. Musicalmente parlando, invece, abbiamo tutti gusti piuttosto eclettici e ci piace definire il nostro genere gothic rock, anche se sono molto evidenti influenze new wave, elettroniche e metal. Ognuno di noi apporta materiale per questo progetto sia consapevolmente sia inconsapevolmente.

Che importanza ha la dimensione live e quella social per una band oggi?
Il live è il “rituale”, quindi ha un’importanza fondamentale. Noi doniamo la nostra energia al pubblico e il pubblico ci dona la sua. La dimensione social invece ci consente di avere un mezzo in più per veicolare i nostri contenuti e per far sapere che ci siamo e che abbiamo voglia di comunicare con il mondo là fuori, e al giorno d’oggi sembra essere fondamentale.

E per concludere qual è il vostro motto?
È “Post Fata Resurgo”, il motto dell’araba fenice che è anche il titolo del nostro disco che ha segnato la rinascita artistica di questo progetto.

Ringrazio Marlat 2.0 per la bella chiacchierata.
Vi segnalo che su Soundcloud potete ascoltare il nuovo cd, basta cliccare QUI. E vi consiglio di non perdervi uno dei prossimi live della band. Non ve ne pentirete!

Leda e il destino

«Le nostre idee non sono la moneta dell’avaro, tenuta chiusa nel forziere per la paura che venga rubata, ma sono il buon seme che deve essere gettato nel terreno da fecondare, perché possa moltiplicarsi, fiorire, dar frutti: Germinal.»

Leda Rafanelli – che solo amore e luce ha per confine, scritto da Francesco Satta e Luca de Santis e illustrato da Sara Colaone per Coconino Press, è più di una biografia a fumetti. Perché, come diceva Leda, la vita è un romanzo e come tale va raccontata. E quella di Leda Rafanelli vale indubbiamente la pena di essere raccontata (e letta).

Leda è una donna che ha attraversato gli anni più tumultuosi del Novecento senza venirne travolta, ma piuttosto travolgendo e ispirando artisti e intellettuali, lottando ogni giorno, in primo luogo contro il proprio destino, quel “dromedario dagli occhi di fuoco” del misterioso proverbio beduino che apre la prima pagina del volume.

Ma le sue battaglie sono tante e costanti. E non potrebbe essere altrimenti visto che lei è stata scrittrice, attivista, giornalista ed editrice, appassionata di Oriente ed esoterismo, anarchica e futurista, musulmana e anticonformista, intellettuale e chiromante, amante, moglie e madre, sempre fedele a se stessa.
Donna emancipata, ha portato avanti una lotta costante per l’affermazione della figura femminile all’interno della società.

La verità è che nessuna etichetta è capace di contenerne la personalità dirompente. 

Gli eventi sono filtrati dagli occhi di Leda, per questo il viaggio è a tratti onirico e a tratti storico e realistico. I salti temporali ci permettono di fluire avanti e indietro nel tempo, dalla sua infanzia alla vecchiaia, per poi tornare indietro e percorrerne gli amori travolgenti e le battaglie, in un girotondo di emozioni e avvenimenti.

Uno dei pregi del volume è di saper narrare tematiche importanti che vanno dalla politica, alla guerra, al lutto, alla lotta tra amore e ideali, sempre mantenendo una leggerezza di fondo. La narrazione è fluida, i dialoghi cesellati.

Costante è l’intensità con cui Sara Colaone traduce gli eventi. Un bianco e nero con toni del grigio che racconta stati d’animo, battaglie interiori, drammi e personaggi.

I disegni sono vividi, dinamici, liberi da una griglia prestabilita.

Dalla tipografia di Pistoia al deserto, dalla camera da letto di Leda ai salotti anarchici, dall’abbigliamento alla pettinatura, tutto è soppesato in modo che ogni dettaglio, persino uno sguardo, contribuisca a comporre il mosaico dell’esistenza di Leda. In tal senso, l’attenzione ai particolari è magistrale e dimostra un attento lavoro di documentazione da parte degli autori, confermato dai ringraziamenti in calce al libri. Hanno infatti avuto accesso a fotografie, scritti editi e inediti, nonché libri appartenuti alla Rafanelli grazie all’omonimo fondo ospitato nell’Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa con sede nella Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia.

Credo che a Leda questa biografia piacerebbe molto. Consigliato!

 

 

Letture dannate: Suehiro Maruo ritorna con Tomino

Tomino la dannata, volume 1 di Suehiro Maruo, edito in Italia per i tipi di Coconino, colpisce già dalla copertina. Ci sono i due gemelli protagonisti della vicenda ovvero Tomino (la femmina) e Katan (il maschio) in divisa scolastica alla marinaretta che guardano, ma sembrano non vedere nulla.

La loro espressione distante tradisce il passato doloroso che hanno dovuto subire. Un passato di abbandono che li fa approdare a un circo di freak, dopo che lo zio a cui erano stati affidati dalla madre in fuga li ha venduti al misterioso Herbert Won.

Già dalle prime pagine esce forte il tema della diversità. La famiglia dello zio non sopporta di vedere le voglie (esattamente speculari uno rispetto all’altra) che i bambini presentano sul corpo e che ai suoi occhi diventano il simbolo del peccato di una madre che si imprime sui figli.

Abbandonati due volte, Tomino e Katan trovano in quella che sembra inizialmente una condanna, la prima vera casa. Il circo dei freak è popolato da diversi, come Elisa la ragazza piovra, il bambino gorilla, i nani o gli uomini con due teste. e sono i diversi a diventare la loro famiglia. Una famiglia che li accetta esattamente per quello che sono e che forse è l’unica che può proteggerli dalle brutture del mondo di fuori.

Tomino la dannata mi ha portato subito alla mente il capolavoro del cinema il capolavoro Freaks del 1932, del regista Tod Browning, che ha messo in scena i veri diversi, i freaks appunto, i messi al bando, considerati dalla società benpensante come meri fenomeni da baraccone e che qui mettono in scena il dramma della natura umana, del bene e del male.

Tomino no Jigoku, il titolo originale della storia di Maruo, è un chiaro omaggio all’omonima poesia giapponese apparsa per la prima volta nel 1919 in una raccolta di poemi e considerata maledetta.
Secondo la leggenda, la poesia è stata scritta dalla stessa protagonista della vicenda, ovvero Tomino, una bambina vissuta a fine Ottocento e nata con una grave disabilità che la costrinse sulla sedia a rotelle sin dai primi anni di vita.

La piccola, morta prematuramente, narra delle torture e umiliazioni subite dalla famiglia che la cresce, descrivendo il suo senso di impotenza e dolore. Ma sono le prime righe della poesia a portare con loro la maledizione: «Se leggete questa poesia ad alta voce vi accadranno eventi tragici», recitano infatti.

Tomino la dannata appartiene al genere ero guro, che si contraddistingue per una forte componente erotica accompagnata dal grottesco e dal nonsense. La corrente si sviluppò a Tokyo tra gli anni Venti e Trenta ed è proprio una Tokyo affascinante e pericolosa degli anni Trenta che fa da sfondo alla vicenda.

I disegni di Maruo incantano. Tratto sottile, linea chiara, espressività conturbante e attenzione ai dettagli.

Tomino la dannata è un perfetto esempio di quello che Burke definiva “The delightful horror”, l’orrore che affascina, che abbraccia e che cattura. In una parola: sublime.
Per concludere, vi segnalo che dal primo febbraio è uscito il secondo volume della saga, un altro buon motivo per recuperare questa lettura!