Ryuko la guerriera

«Da oggi basta fare la piccola sognatrice. Gli occhi ce li hai, no? E allora usali per guardare in faccia la realtà.»

Ryuko volume 1 (di due) di Eldo Yoshimizu, edito per i tipi di Bao Publishing (cartonato, 256 pp.) è un noir per immagini, tributo ai gekiga degli anni Settanta, con echi tarantiniani e azione all’ennesima potenza.

Ma facciamo un passo indietro. Il genere gekiga viene coniato da Yoshihiro Tatsumi alla fine degli anni Cinquanta per riferirsi ai propri lavori così intrisi di drammaticità e in netto contrasto con i manga, il cui termine tradotto letteralmente significa “immagini disimpegnate”. Si parlava di vendetta, di violenza, di onore, tematiche adulte e trattate spesso con attenzione all’aspetto psicologico.

Ryuko è una misteriosa assassina della yakuza, una donna d’onore, nonostante si trovi in mezzo a una sanguinosa guerra tra clan. Già dalla prima scena la vediamo accettare di prendersi cura della figlia di un nemico, una neonata di nome Barrel. E diciotto anni dopo eccola, non invecchiata di un giorno, tenere fede alla sua promessa.

Diversi piani temporali si susseguono nella vicenda, mentre le ambientazioni vanno dal Mar Nero al Giappone, passando per San Pietroburgo.

Parto subito dal punto di forza del volume: i disegni. Intrisi di dinamicità e sensualità, avvolgono il lettore e lo catapultano all’interno della vicenda.

Le donne di Yoshimizu sono conturbanti, spietate, bellissime, potenti; quasi la trasposizione illustrata delle “supervixen” di Russ Meier.

Le scene di inseguimento in cui Ryuko è a bordo della sua moto sono ruggenti, sparate ad altissima velocità e nelle sparatorie senti i proiettili passarti accanto.

Da appassionata di cinema di genere, ho notato con piacere che, sul finale, la protagonista è abbigliata come Sasori, l’indimenticabile protagonista di Female Prisoner #701: Scorpion il film del 1972, tratto dall’omonimo gekiga di Tooru Shinohara. Un chiaro omaggio a uno dei film culto del filone pink violence, di cui fa parte anche Lady Snowblood, uscito l’anno seguente e con la stessa attrice nel ruolo di protagonista, la splendida Meiko Kaji (e che Kill Bill riprende a piene mani).

La trama rimane di sottofondo rispetto alla potenza delle immagini. La vendetta e i tradimenti sono quasi una scusa per mettere in scena l’essere umano nelle sue contraddizioni e debolezze.

Se dovessi descrivere le atmosfere di Ryuko in tre parole? Amleto incontra Tarantino.

«La vendetta se ne frega della distanza, del tempo che è passato, del calibro delle pallottole. La vendetta sa aspettare.»

Annunci

Gli anni che restano: fotografie di una Bologna che non c’è più.

«Cara Linda, alcuni giorni fa stavo viaggiando in treno. Di fianco a me avevano dimenticato una rivista, uno di quei mensili per cervelloni. In mezzo a tanti articoli, pieni di frasi sottili e gente seria in cravatta, spiegavano com’è nato il verbo ricordare.
Me lo sono segnato: viene dal latino re-indietro e -cor cuore. Richiamare nel cuore. Perché il cuore veniva considerato la casa dei ricordi.
Negli ultimi tempi posso parlare della mia vita attraverso i fotogrammi a fuoco che scopro a ogni metro bruciato. Si sente un’aria fresca dal finestrino che sa di casa anche se casa non è, mentre il binario prosegue e io resto immobile.
Sorrido. richiamo nel cuore. Può sembrare banale e melenso, ma mio padre me lo ripeteva spesso… È proprio lì nel cuore che si nasconde la nostra memoria.»

“Gli anni che restano” (Bao Publishing, 144 pp., cartonato) è il graphic novel d’esordio di Brian Freschi e Davide Aurilia. È una storia di ricordi e di rimpianti. È una storia di amicizia, di quelle che vengono da lontano, dall’infanzia e uniscono due persone in un rapporto che a volte supera il legame di sangue.

Mauro e Antonio sono migliori amici, così diversi, ma al tempo stesso simili nelle cose che contano. Antonio guarda il mondo attraverso la lente della sua macchina fotografica, eppure si butta nelle cose, è istintivo, passionale, casinaro. Mauro è la parte razionale del gruppo, un po’ chiuso, spesso pensieroso.

L’amicizia prosegue fino al regno dell’adolescenza e l’ambientazione si sposta nella Bologna delle contestazioni del movimento studentesco delle Pantere, che si scatenarono contro la riforma del ministro Ruberti, occupando le facoltà, marciando in strada e, per la prima volta, usando la tecnologia, che allora consisteva più che altro nell’utilizzo di radio libere e fax, per far conoscere le loro motivazioni in tutta Italia. Siamo nel 1990, Mauro si innamora per la prima volta di una ragazza, Antonio dell’eroina.

Tempo presente. La distanza e gli sbagli hanno fatto a pezzi l’amicizia tra i due. Non ci sono state spiegazioni, solo un perdersi e non ritrovarsi più, fino alla morte di Antonio. È questo a costringere Mauro, ormai adulto e pieno di rimpianti, a tornare a Bologna per ritrovare le tracce dell’amico perduto, ma soprattutto per capire che vivere nel rimpianto di ieri, gli sta togliendo la possibilità di far valere l’unico istante che conta: il presente. Proprio gli anni che restano che danno il titolo a questo racconto di formazione malinconico e delicato, fatto di istantanee ad acquerello, come potenti fotografie a colori che poi non sono altro che ricordi… perché in fondo, ricordare, non è altro che richiamare nel cuore.

 

 

Vivi e vegeta: un noir vegetariano

«Sai come si dice, alla fine ci si abitua un po’ a tutto…»
«Non speri mai che esca il sole?»
«Credimi, ragazzo… qui nessuno spera mai che esca il sole.»

Questa è la storia di un webcomic che ha fatto il suo esordio su Verticalismi nel novembre del 2014, ha vinto numerosi premi, tra cui il Micheluzzi nel 2016 come Miglior web-comic e infine è sbocciato in cartaceo per i tipi di Bao publishing. Sto parlando di Vivi e vegeta – un noir vegetariano (brossura, pp. 168), scritto da Francesco Savino e illustrato (e colorato) da Stefano Simeone, coadiuvato da Lorenzo Magalotti. 

Voi non potete saperlo, ma sin da bambina avevo una passione per le piante grasse e puntute. Potete quindi immaginare la mia curiosità nello scoprire che il protagonista di questa graphic novel, Carl, è il principe delle piante grasse: un cactus. Nel mondo di Vivi e Vegeta gli umani non sono ammessi. Non ne compare uno, anche se di tanto in tanto vengono nominati come spauracchi, come nelle fiabe della malanotte quando si parla del Babau o del lupo cattivo, piuttosto che della perfida strega che ruba i denti ai bambini (o era una fatina buona? Beh, ci siamo capiti).

Nel mondo di Vivi e vegeta ci sono regole che non vanno infrante. Nel Distretto dei fiori, per esempio, le piante non sono ben accette. Lo scoprirà sulla sua pelle (verde) Carl, che si trasferisce lì per scoprire perché non gli stiano più arrivando notizie dalla sua ragazza, Nora, giornalista alla ricerca di uno scoop e scomparsa nel nulla.

Piove sempre, nel Distretto dei fiori, e quando non piove è pure peggio. Perché il sole porta nemici, gli spietati girasoli, mercenari al servizio di una misteriosa figura a cui si rivolgono come Sua Fluorescenza. I girasoli rapiscono fiori che poi non fanno più ritorno a casa. Così, gli abitanti del Distretto, sono costretti a piangere i loro cari  su tombe vuote, nel terrore continuo di essere le prossime vittime. Ed è qui che la trama noir si infittisce…

«La tua mente ha scavato fino alle tue radici… è un viaggio doloroso, ma è l’unico che permette di arrivare alla verità…», è solo guardandosi dentro ed affrontando le sue paure che Carl potrà andare fino in fondo per scoprire la verità. Perché gli eroi, in fondo, sono individui normali che fanno scelte coraggiose.

Potrei azzardarmi a definire Vivi e Vegeta un pulp tarantiniano. Gli elementi non mancano: margherite traumatizzate dopo essere scampate al m’ama non m’ama nel mondo degli umani, tulipani cocainomani e vegetali motociclisti-trafficanti che muovono le fila in un mondo disperato.

La vicenda procede a un ritmo forsennato, che non rinuncia mai alla spettacolarità (ricordiamo che Francesco si è dovuto inizialmente confrontare con i veloci tempi di lettura del web). Ma Vivi e Vegeta nasconde un messaggio più profondo, si parla di discriminazioni, di amore e amicizia. Si parla di sogni, e non manca un’ironia di fondo sulle tendenze più radicali in fatto di alimentazione.

Stefano Simeone ha uno stile perfetto per inseguire la velocità delle azioni. Le immagini sembrano fotogrammi di un film, ricche di movimento, come a inseguire le aspirazioni dei personaggi stessi. Le figure sono conturbanti.

Per finire, vi ricordo che il libro è disponibile con la cover regular dello stesso Simeone e con la cover variant a tiratura limitata di Gabriele Dell’Otto. Le splendide copertine che suddividono i capitoli interni (altro elemento classico tarantiniano) sono opera di Roberta Ingranata. E tra i contenuti speciali c’è un adorabile bonus track: lo stilosissimo racconto di Natale, Per qualche petalo in più, scritto da Savino e illustrato e colorato dalla bravissima Nicoletta Baldari. 

«I fiori hanno fatto i loro comodi troppo a lungo. È ora di piantarli.»

Sky doll – una bambola con l’anima

Un giorno soltanto. È il tempo che ho impiegato per leggere la saga di Sky doll, il capolavoro di Barbucci e Canepa nella splendida riedizione Bao Publishing, che comprende l’inedito quarto volume.

Alla fine di ogni tomo, sono quattro, tiravo un sospiro di sollievo perché non avrei dovuto attendere anni per leggere quello successivo.

Pensate che dal primo volume della serie La città gialla (uscito per la prima volta con Soleil) all’ultimo capitolo Sudra, sono passati dieci anni. E proprio una decina di anni fa lessi l’episodio uno, che aveva acceso in me una grande curiosità. Oggi, questa curiosità, è stata pienamente esaudita. Grazie a Bao Publishing potrete tuffarvi a capofitto nell’universo di Noa, la protagonista di questa saga fantascientifica dal sapore mistico. 

Volumi cartonati, colori vividi e pulsanti, costine deliziose che si completano quando i libri sono riposti uno accanto all’altro e solleticano il piacere del feticista della carta stampata. Una full immersion tra i misteri di una galassia imprecisata dove niente è come sembra e tutti sono alla ricerca di qualcosa.

«Bugie. Menzogne. Cammino lungo puntini di una linea invisibile che io stessa ho tessuto. La mia stessa esistenza di bambola non è che una farsa.» Questa è la voce di Noa, corpo mozzafiato da sky doll, bambole meccaniche create per soddisfare gli istinti erotici dei cittadini senza commettere peccato, e animo inquieto. Ma, un momento! Noa non dovrebbe possedere un animo. Non dovrebbe avere volontà, Noa.
Le Sky doll dovrebbero essere semplicemente cose, cose al servizio delle altrui pulsioni.

Ma Noa è diversa dalle sue simili. Noa ha il suo interno qualcosa di… magico. 
Ricordi, proprio quelli che ci rendono vivi e unici.

Non vi farò un riassunto della trama e non vi svelerò dettagli. Credo che Sky doll sia come il giardino incantato di una fiaba, da visitare con occhi puri, possibilmente impreparati.
Quello che voglio dirvi è che Sudra, il quarto capitolo della saga, risponde pienamente agli interrogativi aperti nei volumi successivi. Cuce insieme tasselli, fornisce le risposte che cercavamo sul passato di Noa.
Se a una prima lettura Sky doll può essere visto come una grande avventura, un universo visivo perfetto, in bilico tra oriente e occidente; a una lettura profonda è una grande metafora della vita.
Religiosità e sensualità, amore e odio, coscienza e ricerca del sé. Perché tutti possiamo amare o sanguinare… anche se a volte preferiremmo avere cuori meccanici.

 

Aida al confine: perdersi e ritrovarsi tra i fantasmi, a Trieste

aida-al-confine«Sono venuta qui a Trieste perché in verità non sapevo cosa fare. A un certo punto mi vedevo dal di fuori, come in un film. Tutto mi sembrava falso… senza senso…  E con Carlo era uguale. Mi hanno chiesto tutti cosa c’era esattamente che non andava. Il fidanzato era carino, a posto, bravissimo…un sacco di amici, tante cose da fare… eppure non c’era niente di vero, tutto fasullo… Mi capisci?» 

Ti capisco, Aida. E ricordo di aver passato periodi simili, in cui non c’era niente di eclatante che non andasse, eppure quel senso di incompletezza in fondo al cuore non mi lasciava scampo.

Sì, parlo con i personaggi dei libri. Soprattutto quando si tratta di libri che dipingono la vita come Aida al confine di Vanna Vinci (pp.144, brossurato 17 x 24), appena ristampato da Bao Publishing in una splendida edizione che contiene copertine, disegni e bozzetti inediti, oltre che una ricca postfazione scritta dall’autrice come fosse un diario dell’anima.

Aida lascia Bologna per Trieste, la città dei nonni materni.
Scappa da se stessa, forse. Scappa da una vita solo apparentemente perfetta, una vita che non le appartiene.

Aida è una giovane donna che non ha paura di mettersi in discussione, tanto irrequieta, quanto splendidamente inafferrabile. Aida è forse uno specchio di Vanna Vinci. Così come Vanna è uno specchio di Aida, in un gioco di identità sfuggevoli come il turchese, in cui i piani metafisici e i fantasmi non sono altro che proiezioni della realtà. 

vanna2-jpg13320121339Sullo sfondo di una Trieste magica, passato e presente si intersecano in un valzer crepuscolare. E camminando tra le vie della città vecchia, sembra di trovarci in una dimensione in cui tutto può succedere: persino innamorarsi… di un fantasma. Perché amare un fantasma può significare cercare noi stessi, nella nostra essenza più intima. 

La parte finale della vicenda, ci racconta la storia di una città che ha subito la violenza della Seconda Guerra Mondiale e ancora ne porta le cicatrici. Come chi quella guerra l’ha vissuta e ha perduto cari e pezzi di cuore.

Il paesaggio diventa quindi un vero e proprio personaggio della vicenda, come era successo con la Bologna di Sophia, della stessa Vinci (ne avevo parlato qui). E in questa ottica, persino le case abbandonate raccontano storie sottovoce. «A me le case in rovina danno un senso come di perdita… vite quotidiane che non possono tornare… qualcosa di irrecuperabile», dice Aida all’affascinante fantasma che la guida alla ricerca di una verità sepolta. Ma non sa che così facendo, quelle storie le sta già riportando in superficie.

Il tratto di Vanna Vinci è lunare, potente come un film espressionista da vedere e rivedere più volte, fino a consumare la pellicola. E Aida è quasi una moderna Theda Bara, trucco pesante da vamp, a circondare occhi che possono vedere oltre la realtà.

Buon viaggio, al confine.

 

The wicked + The divine: quando il pop incontra il Pantheon

fa282cda-60ad-4bdc-8d0e-f46ec2550275«Ah, look at all the lonely people!
Ah, look at all the lonely people!
Eleanor Rigby died in the church
And was buried along with her name
Nobody came…»

A che luogo appartengono le persone sole?  Se lo chiedevano i Beatles in Eleanor Rigby, la seconda traccia dell’album Revolver, nel lontano 1966.

Ed è proprio questo il nome scelto da Kieron Gillen, sceneggiatore di “The Wicked + The Divine – Presagio Faust”, per Luci/Lucifero, uno dei personaggi più iconici di questa graphic novel dai toni pop, in uscita il 23 febbraio per i tipi di Bao. Ai disegni l’illustratore inglese Jamie McKelvie e ai colori (e che colori!)  Matt Wilson.

Ma le citazioni musicali non si fermano qui, perché la stessa Luci ha il look di David Bowie nel periodo in cui vestiva gli eleganti panni del Duca Bianco, The Thin untitled-176White Duke, aristocratico e infatuato di occultismo.

Lo stesso look della famosa foto segnaletica del 1976 in cui Bowie sembra sfidare l’obiettivo con la sua bellezza androgina e uno sguardo quasi irriverente, che racchiude tutta la sua potenza iconica .

Perché la serie The Wicked + The Divine,  è prima di tutto un grande omaggio alla musica. In primis pop e brit-rock, ma con sfumature dark, incarnate da personaggi crepuscolari come Morrigan e Baphomet.

Ma cosa ci fa Lucifero insieme alla dea della guerra della mitologia celtica e all’idolo pagano dalle due facce? Semplice,  The Wicked + The Divine parte dalla premessa che, ogni novant’anni, dodici dei si reincarnano in forma mortale. Ma con una scadenza tatuata addosso: due anni.

Due anni in cui vengono amati, venerati, osannati. Per poi morire e dare nuovamente inizio a un nuovo ciclo.

La vita e la morte legate in modo indissolubile.
Si racconta che sia stata proprio la scoperta della malattia terminale del padre a spronare Gillen a scrivere questa storia. Una storia ironica, adolescenziale, genuinamente musicale e follemente iconica. Una storia in cui una normalissima ragazza di sedici anni può cambiare il mondo. Perché in fondo la vita può essere come una hit di successo, basta trovare le note giuste.

Se non ho parlato dei disegni, è perché sono assolutamente capaci di farlo da soli. In una parola: wow! Nota: la prima tiratura del volume è stata stampata con cinque diverse copertine. Ordinandolo, riceverete quella del dio che vorrà manifestarsi a voi. Good Luck!

Paper girls: l’adolescenza è un viaggio… nel tempo!

papergirls_bao«Perché Dio permette che mi succeda questo?»
«La risposta la sappiamo. La sappiamo da quanto hai capito di Babbo Natale».

Il primo volume di Paper Girls firmato da Brian K.Vaughan (Ex Machina, Saga) e illustrato da Cliff Chiang (Wonder Woman) è appena uscito in Italia per i tipi di Bao Publishing  (pp. Pagine: 144, cartonato 17 x 26, a colori) ed è già una promessa, partendo… dalla fine: un colpo di scena di quelli che ti lasciano appeso come una gruccia all’armadio Tyssedal (o uno di quei nomi lì che usano i costruttori di mobili svedesi).

Vaughan e Chiang raccontano la loro creatura come un incrocio tra Stand by me e La guerra dei mondi. E mi sembra che la definizione calzi a pennello. Ci sono quattro ragazzine di dodici anni che per guadagnare qualche soldo consegnano quotidiani con i loro destrieri di metallo (leggi biciclette). È il 1988 e ci troviamo nella cittadina di Stony Stream in cui c’è lo spauracchio dell’Aids, fumare è visto ancora come un atto di ribellione e per comunicare gli adolescenti utilizzano dei walkie talkie.

Viaggi del tempo, strani alieni e linguaggi sconosciuti, bande giovanili e notti che sembrano non avere mai fine. Ma Paper Girls è soprattutto un racconto sulla crescita e sul valore dell’amicizia, in cui la nostalgia degli anni Ottanta prende per mano i viaggi nel tempo per un’avventura dal sapore dolceamaro che vi farà letteralmente tornare indietro nel tempo.

Nostalgica è anche la riflessione sull’estinzione della carta e l’avvento dei computer, in cui le “paper girls” sono le ultime di una razza in estinzione. I colori fluo delle illustrazioni, l’estetica pop, le citazioni da Freddy Krueger, ai Goonies, fino ai Guns’n’roses e il ritmo veloce della narrazione che lascia però spazio a riflessioni sul passato e sulle dinamiche familiari, fanno di Paper girls un piccolo gioiello senza tempo. Al prossimo viaggio!