Vivi e vegeta: un noir vegetariano

«Sai come si dice, alla fine ci si abitua un po’ a tutto…»
«Non speri mai che esca il sole?»
«Credimi, ragazzo… qui nessuno spera mai che esca il sole.»

Questa è la storia di un webcomic che ha fatto il suo esordio su Verticalismi nel novembre del 2014, ha vinto numerosi premi, tra cui il Micheluzzi nel 2016 come Miglior web-comic e infine è sbocciato in cartaceo per i tipi di Bao publishing. Sto parlando di Vivi e vegeta – un noir vegetariano (brossura, pp. 168), scritto da Francesco Savino e illustrato (e colorato) da Stefano Simeone, coadiuvato da Lorenzo Magalotti. 

Voi non potete saperlo, ma sin da bambina avevo una passione per le piante grasse e puntute. Potete quindi immaginare la mia curiosità nello scoprire che il protagonista di questa graphic novel, Carl, è il principe delle piante grasse: un cactus. Nel mondo di Vivi e Vegeta gli umani non sono ammessi. Non ne compare uno, anche se di tanto in tanto vengono nominati come spauracchi, come nelle fiabe della malanotte quando si parla del Babau o del lupo cattivo, piuttosto che della perfida strega che ruba i denti ai bambini (o era una fatina buona? Beh, ci siamo capiti).

Nel mondo di Vivi e vegeta ci sono regole che non vanno infrante. Nel Distretto dei fiori, per esempio, le piante non sono ben accette. Lo scoprirà sulla sua pelle (verde) Carl, che si trasferisce lì per scoprire perché non gli stiano più arrivando notizie dalla sua ragazza, Nora, giornalista alla ricerca di uno scoop e scomparsa nel nulla.

Piove sempre, nel Distretto dei fiori, e quando non piove è pure peggio. Perché il sole porta nemici, gli spietati girasoli, mercenari al servizio di una misteriosa figura a cui si rivolgono come Sua Fluorescenza. I girasoli rapiscono fiori che poi non fanno più ritorno a casa. Così, gli abitanti del Distretto, sono costretti a piangere i loro cari  su tombe vuote, nel terrore continuo di essere le prossime vittime. Ed è qui che la trama noir si infittisce…

«La tua mente ha scavato fino alle tue radici… è un viaggio doloroso, ma è l’unico che permette di arrivare alla verità…», è solo guardandosi dentro ed affrontando le sue paure che Carl potrà andare fino in fondo per scoprire la verità. Perché gli eroi, in fondo, sono individui normali che fanno scelte coraggiose.

Potrei azzardarmi a definire Vivi e Vegeta un pulp tarantiniano. Gli elementi non mancano: margherite traumatizzate dopo essere scampate al m’ama non m’ama nel mondo degli umani, tulipani cocainomani e vegetali motociclisti-trafficanti che muovono le fila in un mondo disperato.

La vicenda procede a un ritmo forsennato, che non rinuncia mai alla spettacolarità (ricordiamo che Francesco si è dovuto inizialmente confrontare con i veloci tempi di lettura del web). Ma Vivi e Vegeta nasconde un messaggio più profondo, si parla di discriminazioni, di amore e amicizia. Si parla di sogni, e non manca un’ironia di fondo sulle tendenze più radicali in fatto di alimentazione.

Stefano Simeone ha uno stile perfetto per inseguire la velocità delle azioni. Le immagini sembrano fotogrammi di un film, ricche di movimento, come a inseguire le aspirazioni dei personaggi stessi. Le figure sono conturbanti.

Per finire, vi ricordo che il libro è disponibile con la cover regular dello stesso Simeone e con la cover variant a tiratura limitata di Gabriele Dell’Otto. Le splendide copertine che suddividono i capitoli interni (altro elemento classico tarantiniano) sono opera di Roberta Ingranata. E tra i contenuti speciali c’è un adorabile bonus track: lo stilosissimo racconto di Natale, Per qualche petalo in più, scritto da Savino e illustrato e colorato dalla bravissima Nicoletta Baldari. 

«I fiori hanno fatto i loro comodi troppo a lungo. È ora di piantarli.»

Sky doll – una bambola con l’anima

Un giorno soltanto. È il tempo che ho impiegato per leggere la saga di Sky doll, il capolavoro di Barbucci e Canepa nella splendida riedizione Bao Publishing, che comprende l’inedito quarto volume.

Alla fine di ogni tomo, sono quattro, tiravo un sospiro di sollievo perché non avrei dovuto attendere anni per leggere quello successivo.

Pensate che dal primo volume della serie La città gialla (uscito per la prima volta con Soleil) all’ultimo capitolo Sudra, sono passati dieci anni. E proprio una decina di anni fa lessi l’episodio uno, che aveva acceso in me una grande curiosità. Oggi, questa curiosità, è stata pienamente esaudita. Grazie a Bao Publishing potrete tuffarvi a capofitto nell’universo di Noa, la protagonista di questa saga fantascientifica dal sapore mistico. 

Volumi cartonati, colori vividi e pulsanti, costine deliziose che si completano quando i libri sono riposti uno accanto all’altro e solleticano il piacere del feticista della carta stampata. Una full immersion tra i misteri di una galassia imprecisata dove niente è come sembra e tutti sono alla ricerca di qualcosa.

«Bugie. Menzogne. Cammino lungo puntini di una linea invisibile che io stessa ho tessuto. La mia stessa esistenza di bambola non è che una farsa.» Questa è la voce di Noa, corpo mozzafiato da sky doll, bambole meccaniche create per soddisfare gli istinti erotici dei cittadini senza commettere peccato, e animo inquieto. Ma, un momento! Noa non dovrebbe possedere un animo. Non dovrebbe avere volontà, Noa.
Le Sky doll dovrebbero essere semplicemente cose, cose al servizio delle altrui pulsioni.

Ma Noa è diversa dalle sue simili. Noa ha il suo interno qualcosa di… magico. 
Ricordi, proprio quelli che ci rendono vivi e unici.

Non vi farò un riassunto della trama e non vi svelerò dettagli. Credo che Sky doll sia come il giardino incantato di una fiaba, da visitare con occhi puri, possibilmente impreparati.
Quello che voglio dirvi è che Sudra, il quarto capitolo della saga, risponde pienamente agli interrogativi aperti nei volumi successivi. Cuce insieme tasselli, fornisce le risposte che cercavamo sul passato di Noa.
Se a una prima lettura Sky doll può essere visto come una grande avventura, un universo visivo perfetto, in bilico tra oriente e occidente; a una lettura profonda è una grande metafora della vita.
Religiosità e sensualità, amore e odio, coscienza e ricerca del sé. Perché tutti possiamo amare o sanguinare… anche se a volte preferiremmo avere cuori meccanici.

 

Aida al confine: perdersi e ritrovarsi tra i fantasmi, a Trieste

aida-al-confine«Sono venuta qui a Trieste perché in verità non sapevo cosa fare. A un certo punto mi vedevo dal di fuori, come in un film. Tutto mi sembrava falso… senza senso…  E con Carlo era uguale. Mi hanno chiesto tutti cosa c’era esattamente che non andava. Il fidanzato era carino, a posto, bravissimo…un sacco di amici, tante cose da fare… eppure non c’era niente di vero, tutto fasullo… Mi capisci?» 

Ti capisco, Aida. E ricordo di aver passato periodi simili, in cui non c’era niente di eclatante che non andasse, eppure quel senso di incompletezza in fondo al cuore non mi lasciava scampo.

Sì, parlo con i personaggi dei libri. Soprattutto quando si tratta di libri che dipingono la vita come Aida al confine di Vanna Vinci (pp.144, brossurato 17 x 24), appena ristampato da Bao Publishing in una splendida edizione che contiene copertine, disegni e bozzetti inediti, oltre che una ricca postfazione scritta dall’autrice come fosse un diario dell’anima.

Aida lascia Bologna per Trieste, la città dei nonni materni.
Scappa da se stessa, forse. Scappa da una vita solo apparentemente perfetta, una vita che non le appartiene.

Aida è una giovane donna che non ha paura di mettersi in discussione, tanto irrequieta, quanto splendidamente inafferrabile. Aida è forse uno specchio di Vanna Vinci. Così come Vanna è uno specchio di Aida, in un gioco di identità sfuggevoli come il turchese, in cui i piani metafisici e i fantasmi non sono altro che proiezioni della realtà. 

vanna2-jpg13320121339Sullo sfondo di una Trieste magica, passato e presente si intersecano in un valzer crepuscolare. E camminando tra le vie della città vecchia, sembra di trovarci in una dimensione in cui tutto può succedere: persino innamorarsi… di un fantasma. Perché amare un fantasma può significare cercare noi stessi, nella nostra essenza più intima. 

La parte finale della vicenda, ci racconta la storia di una città che ha subito la violenza della Seconda Guerra Mondiale e ancora ne porta le cicatrici. Come chi quella guerra l’ha vissuta e ha perduto cari e pezzi di cuore.

Il paesaggio diventa quindi un vero e proprio personaggio della vicenda, come era successo con la Bologna di Sophia, della stessa Vinci (ne avevo parlato qui). E in questa ottica, persino le case abbandonate raccontano storie sottovoce. «A me le case in rovina danno un senso come di perdita… vite quotidiane che non possono tornare… qualcosa di irrecuperabile», dice Aida all’affascinante fantasma che la guida alla ricerca di una verità sepolta. Ma non sa che così facendo, quelle storie le sta già riportando in superficie.

Il tratto di Vanna Vinci è lunare, potente come un film espressionista da vedere e rivedere più volte, fino a consumare la pellicola. E Aida è quasi una moderna Theda Bara, trucco pesante da vamp, a circondare occhi che possono vedere oltre la realtà.

Buon viaggio, al confine.

 

The wicked + The divine: quando il pop incontra il Pantheon

fa282cda-60ad-4bdc-8d0e-f46ec2550275«Ah, look at all the lonely people!
Ah, look at all the lonely people!
Eleanor Rigby died in the church
And was buried along with her name
Nobody came…»

A che luogo appartengono le persone sole?  Se lo chiedevano i Beatles in Eleanor Rigby, la seconda traccia dell’album Revolver, nel lontano 1966.

Ed è proprio questo il nome scelto da Kieron Gillen, sceneggiatore di “The Wicked + The Divine – Presagio Faust”, per Luci/Lucifero, uno dei personaggi più iconici di questa graphic novel dai toni pop, in uscita il 23 febbraio per i tipi di Bao. Ai disegni l’illustratore inglese Jamie McKelvie e ai colori (e che colori!)  Matt Wilson.

Ma le citazioni musicali non si fermano qui, perché la stessa Luci ha il look di David Bowie nel periodo in cui vestiva gli eleganti panni del Duca Bianco, The Thin untitled-176White Duke, aristocratico e infatuato di occultismo.

Lo stesso look della famosa foto segnaletica del 1976 in cui Bowie sembra sfidare l’obiettivo con la sua bellezza androgina e uno sguardo quasi irriverente, che racchiude tutta la sua potenza iconica .

Perché la serie The Wicked + The Divine,  è prima di tutto un grande omaggio alla musica. In primis pop e brit-rock, ma con sfumature dark, incarnate da personaggi crepuscolari come Morrigan e Baphomet.

Ma cosa ci fa Lucifero insieme alla dea della guerra della mitologia celtica e all’idolo pagano dalle due facce? Semplice,  The Wicked + The Divine parte dalla premessa che, ogni novant’anni, dodici dei si reincarnano in forma mortale. Ma con una scadenza tatuata addosso: due anni.

Due anni in cui vengono amati, venerati, osannati. Per poi morire e dare nuovamente inizio a un nuovo ciclo.

La vita e la morte legate in modo indissolubile.
Si racconta che sia stata proprio la scoperta della malattia terminale del padre a spronare Gillen a scrivere questa storia. Una storia ironica, adolescenziale, genuinamente musicale e follemente iconica. Una storia in cui una normalissima ragazza di sedici anni può cambiare il mondo. Perché in fondo la vita può essere come una hit di successo, basta trovare le note giuste.

Se non ho parlato dei disegni, è perché sono assolutamente capaci di farlo da soli. In una parola: wow! Nota: la prima tiratura del volume è stata stampata con cinque diverse copertine. Ordinandolo, riceverete quella del dio che vorrà manifestarsi a voi. Good Luck!

Paper girls: l’adolescenza è un viaggio… nel tempo!

papergirls_bao«Perché Dio permette che mi succeda questo?»
«La risposta la sappiamo. La sappiamo da quanto hai capito di Babbo Natale».

Il primo volume di Paper Girls firmato da Brian K.Vaughan (Ex Machina, Saga) e illustrato da Cliff Chiang (Wonder Woman) è appena uscito in Italia per i tipi di Bao Publishing  (pp. Pagine: 144, cartonato 17 x 26, a colori) ed è già una promessa, partendo… dalla fine: un colpo di scena di quelli che ti lasciano appeso come una gruccia all’armadio Tyssedal (o uno di quei nomi lì che usano i costruttori di mobili svedesi).

Vaughan e Chiang raccontano la loro creatura come un incrocio tra Stand by me e La guerra dei mondi. E mi sembra che la definizione calzi a pennello. Ci sono quattro ragazzine di dodici anni che per guadagnare qualche soldo consegnano quotidiani con i loro destrieri di metallo (leggi biciclette). È il 1988 e ci troviamo nella cittadina di Stony Stream in cui c’è lo spauracchio dell’Aids, fumare è visto ancora come un atto di ribellione e per comunicare gli adolescenti utilizzano dei walkie talkie.

Viaggi del tempo, strani alieni e linguaggi sconosciuti, bande giovanili e notti che sembrano non avere mai fine. Ma Paper Girls è soprattutto un racconto sulla crescita e sul valore dell’amicizia, in cui la nostalgia degli anni Ottanta prende per mano i viaggi nel tempo per un’avventura dal sapore dolceamaro che vi farà letteralmente tornare indietro nel tempo.

Nostalgica è anche la riflessione sull’estinzione della carta e l’avvento dei computer, in cui le “paper girls” sono le ultime di una razza in estinzione. I colori fluo delle illustrazioni, l’estetica pop, le citazioni da Freddy Krueger, ai Goonies, fino ai Guns’n’roses e il ritmo veloce della narrazione che lascia però spazio a riflessioni sul passato e sulle dinamiche familiari, fanno di Paper girls un piccolo gioiello senza tempo. Al prossimo viaggio!

 

Tre graphic novel che parlano di adolescenza, il più grande viaggio verso l’ignoto

FREEZER cover72Ricordo, con un pizzico di nostalgia, le vacanze estive nel periodo scolastico. Quasi tre mesi di pausa dalla routine quotidiana. Tre mesi, dico! Che passavo a fare quello che amavo di più: leggere. Sì, l’estate per me profumava di carta stampata. E di storie.
Io, troppo timida per sperimentare in prima persona avventure da raccontare al mio ritorno in classe a settembre, vivevo insieme ai protagonisti dei libri trame emozionanti, spaventose o romantiche.

Voglio dedicare l’articolo di Scritture barbariche proprio a quella ragazzina di ieri e agli adolescenti sempre alla ricerca di nuove avventure da leggere. Tre racconti di formazione. Tre avventure che parlano di crescita e di prime volte. Tre storie sulla fatica di diventare grandi, sulla consapevolezza che a volte arriva solo attraverso la sofferenza.

La prima graphic novel di cui voglio parlare è Freezer di Veronica Veci Carratello, (Bao Publishingcartonato, 144 pp. a colori). «Una storia di piccoli drammi, pensioni di reversibilità, pessimi vicini, primi appuntamenti e prestanome sentimentali».

Se dovessi definirlo in una parola direi: adorabile. Se dovessi avvicinarlo a un film risponderei senza esitare l’esilarante e tragicomico Little Miss Sunshine di Jonathan Dayton, del resto… non credo che la presenza di un camper sia casuale.

45127b_Little Miss Sunshine_RC_visoreC’è una famiglia molto imperfetta a cui ti affezioni subito: i Robinson. E se vi è venuta in mente la canzone del 1968 di Simon & Garfunkel sappiate che siete sul pezzo! Le citazioni musicali continuano perché i figli si chiamano Elvis e Mina. E non è facile per loro scampare alle figuracce con due genitori stralunati (Mr. Robinson ha fatto la pubblicità della carta igienica ed è in lizza per uno spot per chi soffre di problemi intestinali), uno zio con la catisofobia, ovvero la paura di sedersi, la nonna incontinente e un gatto con tendenze suicide. In tutto questo, Mina, la giovane protagonista della storia, non ne vuol sapere di crescere ed entrare nel “club degli assorbenti”. E chi ha il coraggio di darle torto?

page_1_thumb_largeLa Carratello è bravissima nel tratteggiare personaggi indimenticabili e il suo disegno, così pulito e dal sapore vagamente retro, si abbina perfettamente alla storia che va a raccontare.

Sulla collina di Ilaria Ferramosca e Mauro Gulma (Tunuébrossurato, 112 pp a colori) è la storia di quattro  ragazzini appassionati di horror che si sfidano ad aspettare la mezzanotte in un bosco, in attesa di scendere in paese ed entrare nella casa della monaca pazza, dove in passato si è svolto un fatto di sangue e follia.

Se dovessi definirlo in una parola direi: avventuroso. Se dovessi avvicinarlo a un film risponderei Stand by me del 1986, tratto dal racconto The Body del maestro Stephen King. Anche qui c’è una sfida tra un gruppo di adolescenti che durante il viaggio che compiono si ritrovano a conoscersi più profondamente e a scoprire il vero significato della parola “amicizia”.

Sulla collina è una riflessione sulla crescita, sul coraggio di diventare grandi e affrontare i cambiamenti della vita anche quando si viene privati dei punti fermi, come gli amici d’infanzia, e si deve ricominciare tutto daccapo. Ma non è forse così la vita?

cuenta-conmigo-porcentaje-de-reboteIn certi punti i dialoghi risultano un po’ didascalici, ma questo non compromette il ritmo della narrazione che ti porta d’un fiato all’ultima pagina. Lo stile del disegno di Gulma, molto comprensibile, e la colorazione che rimane su toni cupi con una palette che predilige le sfumature del terra e del grigio passando per verdi e blu intensi nelle scene notturne, accompagnano perfettamente l’atmosfera da favola dark. Una favola sul tempo che passa, ma che non può uccidere le cose che teniamo strette al cuore.

la_principessa_spaventapasseri_70009E per finire, consiglio La principessa spaventapasseri di Federico Rossi Edrighi (Bao publishing, cartonato a colori, 160 pp), una storia di formazione a tratti surreale, anche grazie allo stile del disegno di Rossi Edrighi che a tratti spiazza e diventa un tappeto emozionale.

Morrigan è un’adolescente arrabbiata, che non si sente compresa e ha indossato la sua diversità come corazza contro il mondo. Sia il mondo fuori, che quello più vicino a lei, incarnato dalla famiglia. La madre e il fratello con cui vive formano quasi un nucleo a parte, come se fossero un’unica entità, al punto che scrivono a quattro mani storie misteriose, oltre a sembrare sempre d’accordo su tutto. Lei si sente sola contro il mondo e spesso la sua rabbia la allontana dalla possibilità di avere un’amica vera. Possibilità incarnata dalla dolce Alma, dogsitter dal cuore romantico.

Ma poi le storie misteriose narrate dalla madre e dal fratello sembrano prendere vita e lei si trova suo malgrado a vestire i panni, anzi il mantello, di un’eroina costretta ad affrontare nientemeno che il Signore dei corvi, l’incarnazione di tutto ciò che è perverso e malato nel mondo.

labyrinth_1986_923Se dovessi definirlo in una parola direi: sublime, nell’accezione di Edmund Burke. L’orrore che affascina e cattura. 
Se dovessi avvicinarlo a un film risponderei Labyrinth del 1986, diretto da Jim Henson e con il magnifico David Bowie, villain dal fascino magnetico che mette alla prova l’adolescente egoista che in quel caso aveva gli occhi viola blu della splendida Jennifer Connelly.

«Rispondo solo a me stessa» afferma Morrigan in un momento chiave della narrazione. Quasi a sottolineare come ogni certezza, nella vita di un adolescente, non possa provenire dall’esterno ma debba essere abbracciata da dentro. 

Letture consigliate per i più giovani, ma anche per chi non si è rassegnato a diventare grande. Buona estate!

Ei8ht – Nelle profondità di un tempo perduto

COVER EI8HT 1«Il passato è verde. Il presente è viola. Il futuro è blu. L’Unione è qualcosa di completamente diverso».

Non aspettatevi il “solito” viaggio nel tempo. Ei8ht (Bao Publishing, pp.128) della coppia Albuquerque-Johnson è, proprio come l’Unione, qualcosa di completamente diverso.

Ingaggiato per impedire una catastrofe biotecnologica in un non precisato futuro, Joshua, il protagonista, viene rispedito indietro nel tempo. È soprattutto una questione personale: la sua speranza è quella di salvare sua moglie, contagiata dal “flagello”: la sua sopravvivenza dipende dal successo della missione.

Joshua finisce in una sorta di “zona franca” del tempo, l’Unione, un luogo – o forse dovremo chiamarlo un evento – in cui finiscono i frammenti “perduti” di diverse linee di esistenza. Normale, quindi, incontrare un dinosauro e poi imbattersi in una strana civiltà post (o pre) apocalittica in cui tecnologie avanzatissime e strumenti primitivi sono contemporanei.

EI8HT 1 pa10In Ei8ht non mancano i classici paradossi creati dal rimescolamento dei piani temporali, stile Esercito delle 12 scimmie, con un gerarca nazista (la Lancia) a tessere le fila di un complotto su vasta scala, una sorta di “blitzkrieg”… multidimensionale. Contemporaneamente, nel “nostro” presente, qualcun altro ha teorizzato l’esistenza dell’Unione e sta cercando un modo per carpirne i segreti.

A peggiorare le cose, mentre l’intreccio si complica, ci si mette pure l’amnesia parziale di Joshua – eroe atipico, maldestro, chiaramente impreparato di fronte alle difficoltà del suo viaggio. Di chi potrà realmente fidarsi?

Leggendo Ei8ht è impossibile non lasciarsi trascinare dal tratto dinamico di Rafael Albuquerque e dai dialoghi incalzanti, opera dello sceneggiatore Mike Johnson, un’alchimia perfetta che impone un ritmo quasi forsennato a una storia che non mi sarebbe dispiaciuto vedere sviluppata con un respiro più ampio. Nonostante si tratti di una storia autoconclusiva sono ben felice, quindi, di sapere che c’è un altro volume in arrivo l’anno prossimo. I colori sono un eccezionale supporto all’impianto narrativo: la dominanza è fondamentale per capire a primo acchito in quale posizione del tempo collocare ogni sequenza.

Fresco, originale, divertente. Ei8ht è una lettura che consiglio a chiunque abbia voglia di lasciarsi trasportare in un orizzonte narrativo degno della miglior fantascienza d’autore.