Da cortometraggio a graphic novel: Il guardiano della diga, una storia sul superare le paure

«Niente sopravvive nella nebbia…se non i ricordi. Ricordi dolorosi. Che mi tormentano.»

Robert Kondo e Dice Tsutsumi sono bravi a creare meraviglie. Lo hanno fatto per anni alla Pixar, con film animati come Monsters University, Toy Story 3 e Ratatouille (a quest’ultimo ha collaborato soltanto Kondo). Poco dopo, hanno fondato Tonko House, il loro studio indipendente di animazione a Berkeley in California.

Dal loro sodalizio è nato un cortometraggio incredibile: The Dam Keeper, nominato agli Oscar nel 2015. Ammetto che mi aveva colpito tantissimo, per la forza con cui affronta il tema del bullismo, illuminando la solitudine e il dolore del protagonista (Maiale) senza alcuna retorica. È stato quindi con gioia che ho accolto la notizia dell’uscita, due giorni fa, del primo volume della trilogia Il guardiano della diga a opera degli stessi Kondo/Tsutsumi per i tipi di BAO.  Personaggi antropomorfi, un mondo a colori, quello della Valle dell’Aurora, ma circondato dall’oscurità.

«Anni fa l’oscurità ha consumato il mondo e ha reso silenti le voci di molti. Il mondo fuori dalla mia città è morto.» A parlare è Maiale, il piccolo protagonista della storia. Orfano dei genitori, porta avanti il lavoro del padre di guardiano della diga, senza la riconoscenza dei compaesani. Perché «quando le persone si dimenticano della nebbia mortale, vuol dire che il guardiano della diga ha fatto il suo lavoro.» Ma sono proprio le persone che Maiale protegge con il suo lavoro a prenderlo in giro e trattarlo con freddezza, se non disprezzo. Tutti tranne Volpe, la sua migliore amica. Ed è proprio nell’amicizia che nasce la speranza di un’esistenza migliore. E una grande avventura, fuori dal regno protetto della Valle, cercando di vincere le paure e convivere con i ricordi, anche quelli che fanno più male. Perché l’avventura della crescita è proprio così.

Consigliato, non solo ai più piccoli.

 

Annunci

Ryuko: storia di una fenice

«Un passero non può pensare di comprendere una fenice.»

Vi avevo parlato del primo volume di Ryuko, il gekiga di Eldo Yoshimizu, uscito lo scorso anno per i tipi di Bao Publishing. QUI  potete leggere la recensione.

Ryuko è tornata con il secondo e conclusivo capitolo dell’acclamata saga dedicata alla misteriosa assassina a capo dell’organizzazione criminale giapponese del Drago Nero.

Anche questa volta Bao ci regala una copertina che è un gioiellino. Cartonata con i dettagli rossi lucidi e leggermente a rilievo, si abbina perfettamente alla prima creando un binomio da collezione. E il colore rosso non è casuale data la quantità di sangue che scorre nelle 240 pagine del volume.

Se nel primo episodio usciva forte il tema della vendetta e dell’onore, senza perdere di vista l’aspetto psicologico, in linea con le tematiche dei gekiga degli anni Sessanta e Settanta, in questo capitolo finale l’autore entra più profondamente nel cuore della protagonista. Vediamo il lato umano di Ryuko, le sue battaglie interiori e fragilità. La vediamo piangere e sorridere. Ci scontriamo con il suo dramma di guerriera che non ha potuto essere “figlia”.

Ryuko combatte contro una tradizione antichissima, quella portata avanti da una società segreta chiamata Hei Hua, che da trecento anni unisce i clan malavitosi cinesi e si è espansa in tutto il mondo. La società tramanda un gioiello, il sigillo d’oro, che viene donato alla regina dell’organizzazione, la Longtou. Ma per diventare regina è necessario un altro requisito: aver ucciso il proprio padre.

Ryuko è la prescenta, possiede entrambi i requisiti. Ma rinuncia al potere che questa posizione le offrirebbe, per mettere fine a una maledizione che trasforma giovani donne in parricide. Ryuko vuole salvare tutte le altre figlie, che nessuna debba più sporcarsi le mani con il sangue del proprio padre

Le donne di Yoshimizu sono come sempre conturbanti, spietate, bellissime, potenti. Le scene d’azione coinvolgono, escono dalla pagina, spaccano tutto. Perché le sue illustrazioni sono così dinamiche e meravigliosamente sporche da travolgere i sensi. Consigliato. Magari da leggere con un pezzo come Tornado of souls dei Megadeth come sottofondo.

Chanbara – La via del Samurai: western di cappa e spada, tra onore e vendetta

12168131_10153655301962103_1362153054_n«Doku kurawaba sarà made» è un detto giapponese che significa «Se mangiate il veleno, mangiatelo nel piatto». Ovvero, quando si prende un rischio, bisogna andare fino in fondo.
È così per le decisioni importanti, è così quando si tratta di onore… o di vendetta. È questo che fanno i protagonisti di Chanbara – La via del samurai, il prezioso volume di 256 pagine a colori uscito qualche giorno fa per i tipi di BAO Publishing e che raccoglie il dittico La redenzione del samurai e I fiori del massacro, di Roberto Recchioni (testi) e Andrea Accardi (disegni), precedentemente pubblicati nella collana Le Storie (Bonelli).

L’edizione è bellissima: copertina di pergamena, carta patinata e un magistrale uso del colore che gioca sulle tonalità per mettere in evidenza ora la bellezza dei paesaggi del Giappone medioevale, ora i contrasti tra i personaggi o il loro stato d’animo. La prima storia (La redenzione del samurai) vede ai colori Stefano Simeone e ci regala una sequenza di vignette in cui  il cielo si tinge di rosso durante uno degli scontri più cruenti, fino a sfociare a tavola 99 in un tripudio cremisi, in cui anche la terra sembra sanguinare. Veniamo alla seconda storia (I fiori del massacro), che vede ai colori Luca Bertelè. Il cielo cupo e violaceo che appare in certe scene sembra complice di Jun, la giovane protagonista in cerca di vendetta, che a tavola 185  indossa la maschera Oni, i demoni del folklore giapponese. Perché lei e la sua vendetta ormai sono un’unica creatura palpitante. Perché Jun ha scelto di percorrere il Meifumado, la Via dell’Inferno.

Chanbara significa letteralmente combattimento con la spada, ma designa al tempo stesso quel filone di film cosiddetti di cappa e spada giapponesi: i Samurai movies che in qualche modo rappresentano per il Giappone ciò che il western significa per gli Stati Uniti. Non a caso, lo stesso Roberto Recchioni ha ammesso in un’intervista: «La mia idea è quella di scrivere una mia interpretazione del tutto libera di Tex. Con le katane».

«L’onore non si può togliere, si può solo perdere» diceva Anton Cechov. Ed è in nome dell’onore che combattono, vivono e muoiono i samurai del mondo di Chanbara. Il ritmo della narrazione è cinematografico, con un utilizzo alternato di campi lunghi, che rallentano la narrazione e ci immergono nella bellezza del paesaggio, e tagli ravvicinati, con brusche accelerazioni durante le scene di combattimento, sempre ben coreografate. La narrazione è semplice e immediata, proprio come se una pellicola ci passasse davanti. La ricostruzione dei costumi e del periodo storico è scrupolosa.

Oltre all’ambientazione storica, a fare da trait d’union tra le due storie contenute nel volume è il maestro Ichi, che già dal nome richiama il portentoso protagonista di Zatoichi di Takeshi Kitano. Ma mi ha ricordato anche Shu, il guerriero cieco che combatte orientandosi con l’udito e il tatto di Ken il guerriero.

Tra le due storie, la mia preferita è senza dubbio I fiori del massacro. La tematica delle vendetta si dipana come una bomba a orologeria pronta a esplodere. Un incessante ticchettio, e poi l’esplosione finale. Lady Mochizuki, la crudele custode «dell’arte dello spionaggio, della segretezza e dell’omicidio», riprende il personaggio storico di Mochizuki Chiome, una nobile giapponese del XVI secolo alla quale si attribuisce di aver creato un gruppo di ninja tutto femminile. L’addestramento della giovane Jun porta con sé echi tarantiniani e mi ha riportato al cuore uno dei miei revenge movie preferiti: Lady Snowblood, classe 1973, di  Toshiba Fujita, basato sull’omonimo manga scritto di Kazuo Koike. Il titolo stesso della storia ricorda The flower of carnage, la canzone interpretata dalla protagonista della pellicola, la meravigliosa Meiko Kaji.

La sceneggiatura di Recchioni e i disegni potenti ed espressivi di Accardi si completano e danno vita a una melodia che profuma di fiori di pesco… e di sangue. Accardi è un maestro, riesce a trasmettere attraverso le sue immagini ora l’immobilità quasi divina dei paesaggi giapponesi, ora il movimento convulso del combattimenti con largo uso di linee cinetiche e i soggetti che di tanto in tanto escono dalla gabbia quasi per travolgerci (come il cavallo di tavola 93).

Un proverbio giapponese recita Ame futte ji katamaru, che significa dopo la pioggia la terra si indurisce, un modo per dire che le avversità formano il carattere. Bene, i personaggi di Chanbara – La via del samurai, di avversità ne superano tante, e il finale di entrambe le storie fa presagire che questo è soltanto l’inizio.

Per concludere, volete sentire parlare di onore, vendetta e morte direttamente dalle voci degli autori, e soprattutto procurarvi una dedica sulla vostra copia di Chanbara? Bene, vi segnalo che domani, 25 novembre alle ore 18:00, Roberto Recchioni e Andrea Accardi saranno a Bologna, presso Libreria Coop Ambasciatori.