Il termine della notte

«Tutti noi, ognuno di noi, camminiamo molto vicini alle ombre, a strani luoghi oscuri, ogni giorno della nostra vita. Nessun uomo si trova in un posto completamente sicuro. Quindi è un segno di pericolosa spavalderia affermare di essere immuni. Nessuno può dire quando un evento casuale, una pura coincidenza, possono incidere su una persona quel tanto che basta per far sì che non si trovi più in un posto sicuro, e cominci così a camminare nell’ombra, verso cose sconosciute che sono sempre state lì, in attesa di divorarlo.» 

Credo bastino queste poche righe tratte da “Il termine della notte” di John D. MacDonald per farvi capire che questo è un libro che ognuno dovrebbe avere nella propria libreria. Per la prima volta tradotto integralmente in italiano grazie ai tipi di Mattioli 1885, il capolavoro dell’autore di “Cape fear – il promontorio della paura” non sembra essere invecchiato di un giorno. Eppure è uscito nel 1960.

La sua attualità è spiazzante. Il linguaggio è calibrato, potente. La storia non segue una continuità cronologica, così a inizio di ogni capitolo ti chiedi in che luogo oscuro ti precipiterà. Dalla scena iniziale, che sotto forma di lettera narra il giorno dell’esecuzione di quattro essere umani da parte di uno dei secondini presenti, si passa al “diario dal braccio della morte” di Kirby Stassen, l’ultimo a unirsi alla banda soprannominata il Branco dei lupi. Il punto di vista passa poi all’avvocato difensore o segue l’agente speciale Herbert Dunnigan e i poliziotti impegnati nell’indagine. Qui la narrazione diventa in terza persona, allontana dal cuore degli uomini coinvolti per diventare cronaca criminale.

Ogni capitolo rappresenta un tassello nel viaggio di disumanizzazione di quattro giovani disadattati che si incontrano e danno così il via a una catena di crimini ignobili, dall’omicidio allo stupro, fino al rapimento di una ragazza di buona famiglia che porterà all’epilogo di sangue. Quasi costretti a stare insieme, dalla società che li ha respinti, dall’odio che li accomuna e stringe le corde di questo legame insolito. «Eravamo intrappolati in quella piccola scatola roboante. Uniti, come i sopravvissuti a una catastrofe, galleggiando lungo un fiume a bordo di un pezzo di tetto sradicato. Qualsiasi cosa fosse successa, saremmo rimasti insieme.»

La traduzione di Nicola Manuppelli è impeccabile, l’edizione di pregio. Il termine della notte è un libro che fa male, che scava nel ventre molle di un’umanità perduta. Un libro che non lascia indifferenti e non smette di far riflettere anche dopo aver chiuso l’ultima pagina.

 

 

 

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