Fumetti di evasione: trent’anni senza Andrea Pazienza

E quest’anno sono trent’anni. Trent’anni da quella notte del 15 giugno 1988 in cui il cuore di Andrea Pazienza ha smesso di battere, stroncato da un’overdose di eroina. Trent’anni in cui la sua presenza è stata immanente sul mondo dell’arte italiana, aleggiando come scomodo e indecifrabile modello con cui il confronto è virtualmente impossibile. Trent’anni in cui non abbiamo mai smesso di parlare di lui, soprattutto adesso, in questo anniversario, in cui la ricorrenza di questa parola – Pazienza – associata al fumetto italiano, echeggia attraverso una moltitudine di voci.

Perché, credo, con la morte di Andrea non abbiamo ancora fatto i conti. Come di fronte a una tragedia più grande della nostra capacità di comprenderla. Come di fronte a un evento ingiusto eppure inevitabile per cui nutriamo un sentimento di rifiuto. Ci vorranno anni, credo, prima che si cominci a pensare davvero a cosa è il fumetto italiano senza lo sguardo del Paz. E c’è un libro, tra tutti, che spicca per rigore e sensibilità, senza cedere alla tentazione della nostalgia, tracciando i punti cardinali dell’opera di Andrea, sviscerando le tematiche, le ricorrenze, la complessità dietro un linguaggio apparentemente semplice, diretto, le ossessioni che fanno dei suoi fumetti un unicum nel panorama mondiale. È il libro scritto da Oscar Glioti, Fumetti di evasione – Vita artistica di Andrea Pazienza (Fandango, 300 pp, 15 euro).

Pentothal. Zanardi. Pompeo. Dal piombo degli anni Settanta alla frenesia edonistica degli Ottanta, dalla riflessione sulle contestazioni studentesche all’immersione di un nichilismo così sfrontato da disorientare il lettore impreparato, fino alla cronaca di una quotidianità vissuta con un braccio stretto intorno alla schiena della morte. Il ritratto dei personaggi creati da Andrea riflette le nevrosi di una generazione perduta, spaesata, sacrificata sull’altare di un progresso sociale che assomiglia a uno strappo sul diritto all’individualità. Al pensiero. Al dissenso.

È un libro che vorresti che non finisse mai, scritto con raffinato puntiglio e malcelato, infinito amore per un autore che non smetterà mai di far sentire la sua mancanza. Che siate amanti del fumetto, della letteratura, dell’arte, leggetelo. Leggetelo se non ve ne importa niente di Andrea Pazienza o se per voi Pazienza era tutto. «Ora che non c’è più, ci sono giorni in cui la realtà della sua esistenza mi assale con un’immensa, schiacciante forza; e tuttavia sul mio onore ci sono momenti, anche, in cui mi passa davanti agli occhi come uno spirito incorporeo smarrito fra le passioni di questa terra, pronto ad arrendersi lealmente alle richieste del proprio mondo di ombre».

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Di maschere e secessionismo: La signorina Else

«Ecco, finito il rosseggiare alpino. Sta già facendo notte. E io me ne sto tranquilla qui sul davanzale mentre papà dovrà essere incarcerato. No. Mai e poi mai. Non può accadere. Io lo salverò. Sì papà, ti salverò. È semplicissimo in fondo.»

La signorina Else di Manuele Fior (Coconino) è la trasposizione a fumetti dell’omonima novella di Arthur Schnitzler, del 1924.

Vi anticipo subito che ho amato alla follia questo graphic novel: l’edizione grande e con carta di pregio che ci permette di ammirare le tavole in tutto il loro splendore, la copertina ruvida e i contenuti speciali, con lo sketchbook di disegni e gli appunti di lavorazione, fino alla postfazione dell’autore che ci fa sbirciare nei dietro alle quinte dell’opera.

I disegni di Fior lasciano a bocca aperta. È come se i padri del secessionismo viennese si fossero dati appuntamento per una partita a scacchi con l’autore. L’omaggio a Klimt è chiaro sin dalle prime pagine, Schiele arriva in punta di piedi e le inquietudini di Munch fanno capolino quando meno te lo aspetti. «Ho capito che l’opera grafica di Klimt sarebbe stata il mio nord» dice l’autore stesso nella postfazione. «Quella sua linea a filo di ferro che si modella sulle cosce delle donne, ne ritaglia nasi aguzzi e si incurva sulle fronti ampie delle sue modelle.»

Ma si tratta di suggestioni, perché Fior crea il proprio stile emozionale per raccontare questa storia vecchia quasi un secolo, eppur ancora attualissima.

Else non è altri che una ragazza come tante, che si è da poco affacciata all’età adulta e della vita sa ben poco. Appartenente all’alta borghesia viennese, è in villeggiatura in Italia con la zia quando viene raggiunta da una lettera da parte della madre: il padre rischia l’arresto per bancarotta. L’unica possibilità per salvarlo è chiedere un aiuto economico al ricco signor Dorsday, ospite dello stesso hotel. Quest’ultimo accetta, ma in cambio chiede alla ragazza di incontrarla da sola, di poterla vedere nuda. Ricatto sessuale, si direbbe oggi.

La dignità che si scontra con il potere del denaro. Ma il denaro può davvero comprare tutto?

Con il suo tratto liquido ed emozionale, con i colori che virano a seconda dello stato d’animo della protagonista, Fior mette in scena il dramma della signorina Else. Sceglie di farlo mantenendo lo stesso monologo interiore del racconto originale.

Ci troviamo quindi nella mente di Else, un posto scomodo dove resteremo imprigionati fino all’ultima pagina.

Poche ore separano la vita alla morte. Poche ore dalla partita a tennis che apre il volume alla bara, il tutto sotto gli occhi della società dell’epoca racchiusa nel microcosmo dell’hotel che fa da sfondo alla vicenda. È il teatro della falsità borghese in contrapposizione con la natura incontaminata che lo circonda. 

Come nella sua controparte letteraria, anche qui la scena della resa dei conti tra Else e il signor Dorsday – ma anche tra la sua purezza e il falso perbenismo della società – ha luogo nella sala della musica, mentre una pianista incurante esegue il Carnaval di Schumann. Il tutto è fortemente simbolico: le maschere di chi la circonda non sono diverse da quelle che si indossano a carnevale. Fior sceglie di disegnare le note sulla pagina. Nere su bianco, forti come un grido. Il grido di una persona disposta a tutto pur di battere la società ipocrita che la circonda. E su queste note vi do appuntamento alla prossima recensione barbarica.

Leda e il destino

«Le nostre idee non sono la moneta dell’avaro, tenuta chiusa nel forziere per la paura che venga rubata, ma sono il buon seme che deve essere gettato nel terreno da fecondare, perché possa moltiplicarsi, fiorire, dar frutti: Germinal.»

Leda Rafanelli – che solo amore e luce ha per confine, scritto da Francesco Satta e Luca de Santis e illustrato da Sara Colaone per Coconino Press, è più di una biografia a fumetti. Perché, come diceva Leda, la vita è un romanzo e come tale va raccontata. E quella di Leda Rafanelli vale indubbiamente la pena di essere raccontata (e letta).

Leda è una donna che ha attraversato gli anni più tumultuosi del Novecento senza venirne travolta, ma piuttosto travolgendo e ispirando artisti e intellettuali, lottando ogni giorno, in primo luogo contro il proprio destino, quel “dromedario dagli occhi di fuoco” del misterioso proverbio beduino che apre la prima pagina del volume.

Ma le sue battaglie sono tante e costanti. E non potrebbe essere altrimenti visto che lei è stata scrittrice, attivista, giornalista ed editrice, appassionata di Oriente ed esoterismo, anarchica e futurista, musulmana e anticonformista, intellettuale e chiromante, amante, moglie e madre, sempre fedele a se stessa.
Donna emancipata, ha portato avanti una lotta costante per l’affermazione della figura femminile all’interno della società.

La verità è che nessuna etichetta è capace di contenerne la personalità dirompente. 

Gli eventi sono filtrati dagli occhi di Leda, per questo il viaggio è a tratti onirico e a tratti storico e realistico. I salti temporali ci permettono di fluire avanti e indietro nel tempo, dalla sua infanzia alla vecchiaia, per poi tornare indietro e percorrerne gli amori travolgenti e le battaglie, in un girotondo di emozioni e avvenimenti.

Uno dei pregi del volume è di saper narrare tematiche importanti che vanno dalla politica, alla guerra, al lutto, alla lotta tra amore e ideali, sempre mantenendo una leggerezza di fondo. La narrazione è fluida, i dialoghi cesellati.

Costante è l’intensità con cui Sara Colaone traduce gli eventi. Un bianco e nero con toni del grigio che racconta stati d’animo, battaglie interiori, drammi e personaggi.

I disegni sono vividi, dinamici, liberi da una griglia prestabilita.

Dalla tipografia di Pistoia al deserto, dalla camera da letto di Leda ai salotti anarchici, dall’abbigliamento alla pettinatura, tutto è soppesato in modo che ogni dettaglio, persino uno sguardo, contribuisca a comporre il mosaico dell’esistenza di Leda. In tal senso, l’attenzione ai particolari è magistrale e dimostra un attento lavoro di documentazione da parte degli autori, confermato dai ringraziamenti in calce al libri. Hanno infatti avuto accesso a fotografie, scritti editi e inediti, nonché libri appartenuti alla Rafanelli grazie all’omonimo fondo ospitato nell’Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa con sede nella Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia.

Credo che a Leda questa biografia piacerebbe molto. Consigliato!

 

 

Letture dannate: Suehiro Maruo ritorna con Tomino

Tomino la dannata, volume 1 di Suehiro Maruo, edito in Italia per i tipi di Coconino, colpisce già dalla copertina. Ci sono i due gemelli protagonisti della vicenda ovvero Tomino (la femmina) e Katan (il maschio) in divisa scolastica alla marinaretta che guardano, ma sembrano non vedere nulla.

La loro espressione distante tradisce il passato doloroso che hanno dovuto subire. Un passato di abbandono che li fa approdare a un circo di freak, dopo che lo zio a cui erano stati affidati dalla madre in fuga li ha venduti al misterioso Herbert Won.

Già dalle prime pagine esce forte il tema della diversità. La famiglia dello zio non sopporta di vedere le voglie (esattamente speculari uno rispetto all’altra) che i bambini presentano sul corpo e che ai suoi occhi diventano il simbolo del peccato di una madre che si imprime sui figli.

Abbandonati due volte, Tomino e Katan trovano in quella che sembra inizialmente una condanna, la prima vera casa. Il circo dei freak è popolato da diversi, come Elisa la ragazza piovra, il bambino gorilla, i nani o gli uomini con due teste. e sono i diversi a diventare la loro famiglia. Una famiglia che li accetta esattamente per quello che sono e che forse è l’unica che può proteggerli dalle brutture del mondo di fuori.

Tomino la dannata mi ha portato subito alla mente il capolavoro del cinema il capolavoro Freaks del 1932, del regista Tod Browning, che ha messo in scena i veri diversi, i freaks appunto, i messi al bando, considerati dalla società benpensante come meri fenomeni da baraccone e che qui mettono in scena il dramma della natura umana, del bene e del male.

Tomino no Jigoku, il titolo originale della storia di Maruo, è un chiaro omaggio all’omonima poesia giapponese apparsa per la prima volta nel 1919 in una raccolta di poemi e considerata maledetta.
Secondo la leggenda, la poesia è stata scritta dalla stessa protagonista della vicenda, ovvero Tomino, una bambina vissuta a fine Ottocento e nata con una grave disabilità che la costrinse sulla sedia a rotelle sin dai primi anni di vita.

La piccola, morta prematuramente, narra delle torture e umiliazioni subite dalla famiglia che la cresce, descrivendo il suo senso di impotenza e dolore. Ma sono le prime righe della poesia a portare con loro la maledizione: «Se leggete questa poesia ad alta voce vi accadranno eventi tragici», recitano infatti.

Tomino la dannata appartiene al genere ero guro, che si contraddistingue per una forte componente erotica accompagnata dal grottesco e dal nonsense. La corrente si sviluppò a Tokyo tra gli anni Venti e Trenta ed è proprio una Tokyo affascinante e pericolosa degli anni Trenta che fa da sfondo alla vicenda.

I disegni di Maruo incantano. Tratto sottile, linea chiara, espressività conturbante e attenzione ai dettagli.

Tomino la dannata è un perfetto esempio di quello che Burke definiva “The delightful horror”, l’orrore che affascina, che abbraccia e che cattura. In una parola: sublime.
Per concludere, vi segnalo che dal primo febbraio è uscito il secondo volume della saga, un altro buon motivo per recuperare questa lettura!

Zeno Porno e l’umanità (s)perduta

«Rieccola, la gioia radiosa, la felicità, ti ho perso ieri e oggi ti ritrovo già […].
Arriva e basta. Anarcoide.
Una piccola fissione atomica sotto lo sterno, che spinge verso l’altro, scalda… Rincuora.
Come un piatto di minestra! Come un film di Chaplin! Come la marcia dei marines!
Come quando ero ragazzo!
Sarà capitato anche a voi… succede. Accipicchia! Di tanto in tanto, per fortuna, succede.»

Ho saputo che avrei amato Zeno porno e la magnifica desolazione di Paolo Bacilieri, sin dalla splendida copertina con il buco. Sì, proprio come nel più famoso formaggio svizzero.

Edito dai tipi di Coconino Press, racchiude le avventure di Zeno Porno. Il personaggio è nato sulle pagine della rivista erotica Blue, a partire dal lontano 1997. Vent’anni, eppure Zeno non è invecchiato di un giorno. È come un vino pregiato, che nella botte acquista profumo e consistenza, come i leggins, che negli anni Ottanta si chiamavano pantacalze, ma spopolano oggi come ieri.

Le prime pagine ti tuffano in un calderone di segni e parole, un’orgia di disegni, dettagli, citazioni, visioni. Ogni vignetta è capace di raccontare una storia, con ironia e perché no, un pizzico di nostalgia. La seconda parte è più strutturata, meno dettagliata e sorprende con un finale quasi classico, dal retrogusto agrodolce, testimonianza del percorso di crescita dell’autore, alter ego del personaggio, che non a caso ne porta i tratti somatici.

Lo sfondo della vicenda è una Milano metropolitana e vivida, ma anche il profondo “Weneto”, infestato da simpatici zombie che non farebbero male a una mosca e dove la splendida Olga Berova, la sventola dalle orecchie a sventola, segue le tracce del padre di Zeno, trasformatisi in un gigante in fuga.

La trama è originalissima, densa di situazioni surreali eppure ancorata alla realtà degli anni Novanta che ritrae in modo sublime, a partire dalla musica, dall’abbigliamento, dalle riviste e fumetti, dal cinema e dai miti. L’infanzia di Zeno, invece, ci trasporta nei favolosi anni Settanta/Ottanta con Supereroica, la collezione di soldatini Atlantic e il Corriere dei ragazzi.

In questa danza dell’assurdo, non ci sorprende che il protagonista decida di partire per un viaggio verso… il lato oscuro della Luna. E qui la magnifica desolazione del titolo diventa metafora della condizione umana.

Lo stile è personale, graffiante, portando con sé echi del fumetto underground americano, passando per Pazienza e Jacovitti.  È umorale, psichedelico, a tratti grottesco, ma sempre perfetto nel raccontare il rischio che l’umanità sfugga tra le dita, la difficoltà di crescere e raffrontarsi con il prossimo.

Ma chi è in realtà Zeno Porno? Sceneggiatore Disney, padre distratto, ex agente della CIA, alter ego dell’autore stesso ma anche un individuo che sceglie di non omologarsi al sistema. In questa chiave, Zeno porno e la magnifica desolazione  è in tutto e per tutto un racconto di formazione,  in cui ogni situazione, persino la più grottesca è capace di aprire sottotesti e diversi spunti di lettura.

Se Freud diceva che il pazzo è un sognatore sveglio, sicuramente Zeno è abitato dalla follia. Pronti a immergervi nel suo mondo?

Appunti per una storia di guerra – versione 2.0

«In quei giorni passavamo tutto il tempo sulla collina, perché scendere in paese era diventato troppo pericoloso.
Christian pareva cresciuto di colpo. Non avresti mai detto che avesse ancora (e soltanto) diciassette anni.
La nostra valle, in quei giorni, pareva dormire. Pareva dormire ferita. Come dopo una sbronza di cazzotti.
Guardando bene si vedevano le buche delle bombe. E quel che rimaneva di San Donato.
Il killerino era fatto così, aveva due coltelli, e uno lo teneva sempre tra i denti. In quei giorni, poi, era più cattivo del solito. Come tutti del resto, eravamo tutti cattivi.»

Tra le novità Coconino dello scorso Lucca Comics, c’è la nuova edizione con sketch inediti di “Appunti per una storia di guerra” di Gipi. Il volume è curato in ogni dettaglio, 144 pagine con copertina inedita e una ricca sezione di schizzi e appunti scritti a mano dall’autore che ci portano nel dietro alle quinte della creazione.

Apri la prima pagina e trovi un disegno che sembra appena stato eseguito, magari proprio in fiera, davanti ai tuoi occhi, dal tanto che trasmette emozioni. Ci sono i tre personaggi principali, c’è un cuore che batte, il cuore di Killerino, il giovanissimo capo di questa banda di randagi, che vivono al margine della guerra. Una guerra senza nome. Una guerra come tutte le guerre, in cui la gente perde la casa, la dignità, la vita. In cui capita che a volte si smarrisca anche l’anima.

Christian, Stefano (il Killerino) e Giuliano cercano la propria strada, a dispetto della devastazione. Sono amici nonostante le bombe. Amici nonostante le differenza sociali. Amici nonostante l’odio che inghiotte e cancella interi paesi in una notte.

Ma attenzione, perché l’elemento del caos, che entra nelle loro vite e cambia gli equilibri, non è la guerra. Quella c’è dalle prime righe, è lo sfondo all’intera vicenda. Il caos è impersonato dal miliziano Felix.
È lui a fornire loro una sorta di educazione criminale. Lo fa addomesticando Il Killerino, plasmandolo come fosse fango mescolato con acqua piovana e rabbia. Felix lo trasforma, pagina dopo pagina, nella sua creatura di odio, in una perfetta arma pronta a colpire.

Antagonista di Felix e testimone del cambiamento dell’amico, è Giuliano, la voce narrante della vicenda. Giuliano fa parte della banda, ma al tempo stesso non riesce a farne parte fino in fondo. È diverso dagli altri, fa sogni strani e se volesse potrebbe tornare dalla sua famiglia, perché una famiglia ancora ce l’ha.
Giuliano vorrebbe disperatamente essere come i suoi amici. Ma non lo è.
Per il semplice fatto che la disperazione, quella vera, non l’ha mai sfiorato.

«Non sei come noi.» È questo che gli ripetono gli altri. È questa la verità che non potendo cancellare, dovrà infine riuscire ad accettare.

I dialoghi sono semplici e cesellati, toni onirici fortemente stranianti irrompono nella narrazione attraverso i sogni di Giuliano. Gli acquerelli sfuggenti assomigliano alle emozioni. Rimangono a mezz’aria e ti lasciano addosso una sensazione dolce e amara che ti accompagna fino all’ultima pagina.

Non sorprende, che questo racconto per immagini, così potente e poetico, sia valso al suo autore il Prix du Meilleur Album al Festival International de la Bande Dessinée d’Angoulême nel 2006. Per me, una lettura imperdibile anche per chi di solito non legge fumetti.

Cosmo: un’avventura on the road alla ricerca delle stelle

cosmo«Il mio nome è Cosimo, ma tutti quanti mi chiamano Cosmo. Mi chiamano così perché so a memoria il nome di tutte le stelle. Detesto essere toccato e posso non rivolgere la parola a nessuno per moltissimo tempo. “Cerca di non dare nell’occhio, frequenta posti affollati e viaggia leggero, uno zaino può bastare”. Così ha detto il ragazzo ombra. Io e lui siamo partiti. Andiamo a salutare le stelle che se ne stanno andando».

Il protagonista di Cosmo (Coconino press, 184 pp., Euro 19) è un ragazzo che, il giorno del suo quindicesimo compleanno, intraprende un viaggio in compagnia del suo… amico immaginario. Lo scopo è salutare le stelle, che si stanno progressivamente allontanando dalla Terra a causa dell’espansione dell’universo. La meta? Il deserto di Atacama, in Cile, «il più arido di tutti i deserti, ma il suo cielo è così limpido che si può osservare l’intera via Lattea».

Inizia così un’avventura on the road che sembra la parabola della condizione umana. Incompreso, costantemente inseguito da due personaggi che sembrano l’incarnazione di tutta stupidità e l’arroganza che inquinano il pianeta, per quanto Cosmo desideri raggiungere la sua meta, appare sempre intrappolato nel piccolo mondo ai margini di un universo più vasto che lo imprigiona fin dalla sua nascita. Facciamo piani, lottiamo, e senza rendercene conto ci troviamo al punto di partenza.

La sfida più grande, per Cosmo, è quella di relazionarsi con gli altri. Il suo sguardo è così proiettato verso il resto dell’universo da avere difficoltà nel riconoscere la bellezza di un autentico contatto umano. Eppure, per un istante, prova la vertigine dell’incontro con qualcuno che gli assomiglia. E in una volpe trova uno spirito affine. Ma Cosimo è, soprattutto, un osservatore silenzioso che, senza giudicare, assiste alle piccole e grandi tragedie dell’esistenza degli altri. Dopotutto, ha davvero senso dibattersi nelle difficoltà della nostra esistenza, quando visti dall’alto non siamo altro che polvere in mezzo a altra polvere?

Scritto e disegnato dal modenese Marino Neri, Cosmo è un graphic novel poetico, intimista, a tratti struggente, da leggere d’un fiato, lasciandosi guidare dalla voce del protagonista che ci ricorda che «gli uomini sono sempre alla ricerca della felicità. Alcune persone la definiscono come la miglior condizione che si può vivere. Io penso che gli uomini sono soltanto animali con molti problemi».