Born to lose: le tante vite di una donna

«Sto lavorando su me stessa per essere una persona meno sorridente. Vorrei essere più aggressiva. Vorrei essere di quelle antipaticone acide che incutono timore. Ci devo lavorare. E alle persone che mi feriscono vorrei gridare: vaffanculo brutto str**zo di me**a!»

Born to lose di Nicoz Balboa (Coconino Press, brossurato, 192 pp., a colori) è un diario. Intimo, malinconico, sincero, divertente, feroce.
Un diario reale, senza costruzioni, perché chi l’ha scritto ha deciso di rinunciare a ogni maschera. Un diario che nasce dal progetto grafico giornaliero MOMeskine, inizialmente pubblicato sul web.

Born to lose contiene confessioni, paure e buoni propositi e giornate storte, e altri buoni propositi e sbagli e mille cambi di umore.

Born to lose è il diario di una giovane donna alla ricerca di qualcuno che la ami sinceramente. Ma è anche il diario di una madre, di un’artista, di un essere umano alla ricerca di se stesso. Per questo è così spiazzante. Perché ti rendi conto di trovarti improvvisamente nei panni di un’altra persona o, come cantavano i Depeche mode, di camminare nelle sue scarpe.

Nicoz Balboa si mette a nudo, faticosamente, in maniera catartica. Sembra scrivere per capire meglio i suoi sbagli e insieme per urlare al mondo i suoi desideri, in modo che in mondo per una buona volta la stia a sentire. E tutto questo senza rinunciare a una buona dose di humor e autoironia.

Lo stile del disegno è anarchico, stiloso, a tratti infantile per la purezza con cui l’autrice mette su carta le emozioni. E il risultato è un libro unico nel suo genere, un libro prezioso perché mette su carta un pezzo di vita.

Nicoz, sappi che durante la lettura ho partecipato fortemente alla narrazione mangiando chili di cioccolata, gridandoti di lasciare G. quando ti faceva stare male e rivolgendomi a te come se fossi un’amica. E alcuni dei tuoi buoni propositi, come quello riportato in calce all’articolo, li ho fatti miei. Perché in fondo, c’è un po’ di Born to lose in ognuna di noi. Girls power!

Nota finale. A proposito di dire a voce alta i desideri, in wishlist ho segnato: farsi tatuare da Nicoz Balboa.

 

 

 

Il rapporto di Brodeck: scritto con il sangue

“Il rapporto di Brodeck” di Manu Larcenet è una storia che mi ha scavato dentro, così in profondità da lasciarmi turbata. Incapace di leggere altro per giorni. Incapace di scriverne, fino a oggi.

Ci sono volute settimane per lasciar sedimentare tutte le emozioni provocate dalle lettura. E questo non mi succedeva da tempo. Siamo nel primo trimestre dell’anno, (il secondo volume del dittico Brodeck è uscito un mese fa), ma non ho paura di dire che questo per me è senza dubbio il libro dell’anno.

Ma facciamo un passo indietro. La storia è uscita per Coconino Press in due volumi brossurati, formato orizzontale 29 x 21,5, contenuti in eleganti cofanetti che riprendono il verde e il rosa antico dei dettagli in copertina. A prima vista assomigliano a vecchi album di fotografie, a qualcosa di prezioso che viene dal passato e non vuole essere dimenticato. 

La storia è ambientata in un piccolo villaggio di montagna sul confine franco-tedesco, alla fine della Seconda guerra mondiale. La graphic novel (sono due volumi, ma si tratta di un’unica storia) è la trasposizione in immagini del romanzo Il Rapporto, del regista Philippe Claudel. 

La trama è a suo modo semplice: un uomo, uno straniero, viene assassinato in circostanze misteriose. «Nessuno di noi ha mai saputo il suo nome. Forse non ce l’ha mai detto. Quando è arrivato qui lo abbiamo soprannominato “l’Anderer”, che nel nostro dialetto significa più o meno “l’altro”. Era sbucato dal nulla, era diverso.» 

A questo punto della vicenda, gli abitanti chiedono a Brodeck, un ex deportato scampato a due anni di prigionia in un campo di concentramento, di redigere un rapporto sull’omicidio. Ritornato da poco nel paese, in qualche modo anche Brodeck è uno straniero che deve riconquistare la fiducia e il rispetto dei compaesani. Il rapporto serve a scagionare i colpevoli del crimine. Il rapporto li libererà dalle colpe e laverà via il sangue dalle loro mani.

Ma in parallelo a questo, in un clima di astio e sospetto, Brodeck scrive di nascosto un diario, contenente la nuda e cruda verità. «Dirò tutto, senza altro assillo che quello della verità. Dirò com’è andata, dirò i segreti di questi uomini, ma anche i miei. Se questa confessione sembrerà alla fine una sorta di mostro, composito e misterioso, sarà perché rispecchia la mia vita.»

L’indagine di Brodeck porta a una riflessione profonda e lacerante sulla natura umana. Sul rimorso, sulla colpa, sulle atrocità della guerra, sul male che si annida nel cuore degli uomini. In questo contesto, l’Anderer rappresenta la purezza dell’uomo, la bellezza dell’arte, la semplicità del vivere. L’Anderer ricordava agli abitanti del paese che esiste un’alternativa. È per questo che viene assassinato.

Le illustrazioni di Larcenet lacerano i sensi. Bianco e nero feroce che mette in scena la bellezza della natura che osserva la cattiveria degli uomini: boschi innevati, lune malinconiche, silenziosi panorami di montagna e animali. La potenza visiva va di pari passo con la potenza psicologica trasmessa da ogni tavola. Intere sequenze mute, che esprimono di più che mille parole.

Gli uomini sono caratterizzati in modo fortemente espressivo, per certi versi grottesco. Vediamo i loro volti devastati dalle rughe, l’inquietudine degli occhi, la durezza dei lineamenti. E in una sorta di metafora orwelliana, le guardie del campo di concentramento hanno le sembianze di belve feroci. Così come gli abitanti del villaggio, quando diventano massa dimenticando di avere un’umanità, assomigliano ai maiali. «Non lasciarti ingannare dal loro aspetto, Brodeck… sono delle vere belve. Sembrano pacifici come balene, ma sono delle belve. Senza cuore, senz’anima, senza memoria. L’unica cosa che conta per loro è la pancia. E hanno un solo obiettivo nella vita: riempirla. Sarebbero capaci di divorare i loro fratelli, di sbranare le loro stesse carni, senza batter ciglio. Masticano, inghiottono, cagano all’infinito e non sono mai sazi. Mangiano di tutto, Brodeck, senza porsi mai domande… di tutto. Capisci cosa sto dicendo, Brodeck? Loro non pensano… non sanno cosa siano il rimorso né il passato… Si limitano a vivere… Non credi che abbiano ragione loro?»

“Il rapporto di Brodeck” è una storia crudele come sa essere la vita. Un dittico che non dovrebbe mancare in nessuna libreria.

Cosmo: un’avventura on the road alla ricerca delle stelle

cosmo«Il mio nome è Cosimo, ma tutti quanti mi chiamano Cosmo. Mi chiamano così perché so a memoria il nome di tutte le stelle. Detesto essere toccato e posso non rivolgere la parola a nessuno per moltissimo tempo. “Cerca di non dare nell’occhio, frequenta posti affollati e viaggia leggero, uno zaino può bastare”. Così ha detto il ragazzo ombra. Io e lui siamo partiti. Andiamo a salutare le stelle che se ne stanno andando».

Il protagonista di Cosmo (Coconino press, 184 pp., Euro 19) è un ragazzo che, il giorno del suo quindicesimo compleanno, intraprende un viaggio in compagnia del suo… amico immaginario. Lo scopo è salutare le stelle, che si stanno progressivamente allontanando dalla Terra a causa dell’espansione dell’universo. La meta? Il deserto di Atacama, in Cile, «il più arido di tutti i deserti, ma il suo cielo è così limpido che si può osservare l’intera via Lattea».

Inizia così un’avventura on the road che sembra la parabola della condizione umana. Incompreso, costantemente inseguito da due personaggi che sembrano l’incarnazione di tutta stupidità e l’arroganza che inquinano il pianeta, per quanto Cosmo desideri raggiungere la sua meta, appare sempre intrappolato nel piccolo mondo ai margini di un universo più vasto che lo imprigiona fin dalla sua nascita. Facciamo piani, lottiamo, e senza rendercene conto ci troviamo al punto di partenza.

La sfida più grande, per Cosmo, è quella di relazionarsi con gli altri. Il suo sguardo è così proiettato verso il resto dell’universo da avere difficoltà nel riconoscere la bellezza di un autentico contatto umano. Eppure, per un istante, prova la vertigine dell’incontro con qualcuno che gli assomiglia. E in una volpe trova uno spirito affine. Ma Cosimo è, soprattutto, un osservatore silenzioso che, senza giudicare, assiste alle piccole e grandi tragedie dell’esistenza degli altri. Dopotutto, ha davvero senso dibattersi nelle difficoltà della nostra esistenza, quando visti dall’alto non siamo altro che polvere in mezzo a altra polvere?

Scritto e disegnato dal modenese Marino Neri, Cosmo è un graphic novel poetico, intimista, a tratti struggente, da leggere d’un fiato, lasciandosi guidare dalla voce del protagonista che ci ricorda che «gli uomini sono sempre alla ricerca della felicità. Alcune persone la definiscono come la miglior condizione che si può vivere. Io penso che gli uomini sono soltanto animali con molti problemi».

Hollywood Jan: quant’è difficile crescere!

HOLLYWOOD_copertina-OK-DEF«Ladies and gentlemen, un bell’applauso per il nostro grande campione, reduce dalle medie…
Una forza travolgente, una coordinazione muscolare incredibile. un metro e 63, 49 kg sulla bilancia. Fate largo a…»

Jan Herst è il protagonista di Hollywood Jan (Coconino Press – Fandango, 140 pp. colori) il nuovo fumetto di Bastien Vivès e di Michaël Sanlaville. Una storia che ho divorato. Sulla crescita e le sue complicazioni.

Jan è mingherlino, introverso, insicuro, ha appena finito le scuole medie e il suo primo giorno di scuola alle superiori è come un incontro di boxe con un avversario decisamente fuori scala. Incontro che non può finire altro che con un  K.O. da parte del nostro (anti) eroe.

Hollywood Jan è un racconto di formazione narrato attraverso brevi capitoli, ognuno con il suo titolo e uno stralcio di illustrazione iniziale, quasi come i titoli di testa di un film. Anche il “montaggio” è cinematografico. E non è un caso che il protagonista da grande (non potendo fare la tartaruga ninja) vuole fare il regista.

Del resto, i suoi tre amici immaginari sono Arnold Schwarzenegger, Sly – Stallone e Russ – Russell Crowe, quest’ultimo in una distorta versione “Gladiatore perennemente eccitato”. Sono loro a consigliare, janvives09-670x946proteggere, consolare Jan durante le difficoltà di integrarsi nella nuova scuola. Ma soprattutto a fargli da cuscinetto nei suoi goffi tentativi di fare amicizia, per smettere una buona volta di osservare gli altri dal suo angolo di insicurezza e vivere la sua vita, anziché subirla.

Gli amici immaginari rappresentano le tre voci della coscienza di Jan, in perenne lotta tra loro.
Sly è la voce positiva, della speranza, che già dalle prime pagine del fumetto dice al protagonista: «Non avere timore, Jan. Io ho fiducia nel futuro».

Russ, come ho già anticipato, è la voce del sub-ombelico. Quella in perenne balia degli ormoni. E poi c’è la terza vocina interiore, la più oscura, la voce dell’insicurezza. Quella che prima o poi nella vita, da adolescenti o no, ha insinuato il dubbio in ognuno di noi, sussurrando alle nostre orecchie che siamo diversi e non saremo mai accettati dagli altri.

La voce che ci boicotta quando vorremmo integrarci, che ci fa lo sgambetto se proviamo a correre.

Sarà proprio Arnold il vero grande villain di questa splendida storia sulla crescita, più ancora dei bulli o dei compagni di classe più ostici. Perché noi stessi sappiamo essere il nostro peggior nemico. È per questo che non si finisce mai di crescere.

Le illustrazioni sono espressive, a volte scarne di sfondi per mettere in risalto la figura umana. I colori pastello hanno il sapore malinconicamente retrò di certe pellicole del passato. Perfetti per esasperare le situazioni narrate (vedi la scena alla festa in cui l’ansia di Jan sembra uscire dal corpo e tingere l’ambiente di colori acidi, come le luci stroboscopie che gli danzano intorno).

Hollywood Jan è promosso a pieni voti, consigliato a tutti i ragazzini di oggi e di ieri. E ora vi lascio, ho una discussione in corso con i miei amici immaginari!