Zeno Porno e l’umanità (s)perduta

«Rieccola, la gioia radiosa, la felicità, ti ho perso ieri e oggi ti ritrovo già […].
Arriva e basta. Anarcoide.
Una piccola fissione atomica sotto lo sterno, che spinge verso l’altro, scalda… Rincuora.
Come un piatto di minestra! Come un film di Chaplin! Come la marcia dei marines!
Come quando ero ragazzo!
Sarà capitato anche a voi… succede. Accipicchia! Di tanto in tanto, per fortuna, succede.»

Ho saputo che avrei amato Zeno porno e la magnifica desolazione di Paolo Bacilieri, sin dalla splendida copertina con il buco. Sì, proprio come nel più famoso formaggio svizzero.

Edito dai tipi di Coconino Press, racchiude le avventure di Zeno Porno. Il personaggio è nato sulle pagine della rivista erotica Blue, a partire dal lontano 1997. Vent’anni, eppure Zeno non è invecchiato di un giorno. È come un vino pregiato, che nella botte acquista profumo e consistenza, come i leggins, che negli anni Ottanta si chiamavano pantacalze, ma spopolano oggi come ieri.

Le prime pagine ti tuffano in un calderone di segni e parole, un’orgia di disegni, dettagli, citazioni, visioni. Ogni vignetta è capace di raccontare una storia, con ironia e perché no, un pizzico di nostalgia. La seconda parte è più strutturata, meno dettagliata e sorprende con un finale quasi classico, dal retrogusto agrodolce, testimonianza del percorso di crescita dell’autore, alter ego del personaggio, che non a caso ne porta i tratti somatici.

Lo sfondo della vicenda è una Milano metropolitana e vivida, ma anche il profondo “Weneto”, infestato da simpatici zombie che non farebbero male a una mosca e dove la splendida Olga Berova, la sventola dalle orecchie a sventola, segue le tracce del padre di Zeno, trasformatisi in un gigante in fuga.

La trama è originalissima, densa di situazioni surreali eppure ancorata alla realtà degli anni Novanta che ritrae in modo sublime, a partire dalla musica, dall’abbigliamento, dalle riviste e fumetti, dal cinema e dai miti. L’infanzia di Zeno, invece, ci trasporta nei favolosi anni Settanta/Ottanta con Supereroica, la collezione di soldatini Atlantic e il Corriere dei ragazzi.

In questa danza dell’assurdo, non ci sorprende che il protagonista decida di partire per un viaggio verso… il lato oscuro della Luna. E qui la magnifica desolazione del titolo diventa metafora della condizione umana.

Lo stile è personale, graffiante, portando con sé echi del fumetto underground americano, passando per Pazienza e Jacovitti.  È umorale, psichedelico, a tratti grottesco, ma sempre perfetto nel raccontare il rischio che l’umanità sfugga tra le dita, la difficoltà di crescere e raffrontarsi con il prossimo.

Ma chi è in realtà Zeno Porno? Sceneggiatore Disney, padre distratto, ex agente della CIA, alter ego dell’autore stesso ma anche un individuo che sceglie di non omologarsi al sistema. In questa chiave, Zeno porno e la magnifica desolazione  è in tutto e per tutto un racconto di formazione,  in cui ogni situazione, persino la più grottesca è capace di aprire sottotesti e diversi spunti di lettura.

Se Freud diceva che il pazzo è un sognatore sveglio, sicuramente Zeno è abitato dalla follia. Pronti a immergervi nel suo mondo?

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Blast – La coscienza di un uomo

«L’ubriachezza non è una schiavitù, è una liberazione. È l’unico modo per conoscere se stessi senza spaventarsi. Ma, come in tutte le discipline, se non vuoi restare dilettante a vita, ti ci vuole coraggio, impegno e tenacia. Te la devi meritare la vita ebbra».

Di Manu Larcenet avevo già letto il dittico Il rapporto di Brodeck, una storia che mi aveva scavato dentro, così in profondità da lasciarmi turbata, incapace di leggere altro per giorni. Ne avevo parlato QUI. 

In questi giorni ho recuperato dello stesso autore i primi due volumi di Blast, il romanzo illustrato in quattro parti con protagonista Polza Mancini, edito in Italia dai tipi di Coconino Press. Anche questa volta è stata una lettura dolorosa. Una lettura che non ti lascia comodo spettatore ma ha la capacità di prenderti e catapultarti in un mondo scomodo e inospitale, quello dei diversi, degli emarginati: il mondo di Polza e degli altri reietti.

Blast ha la struttura di un’indagine. Proprio come in quel capolavoro che è la prima stagione di True Detective, all’inizio il protagonista è interrogato da due poliziotti sulla morte di una ragazza ancora misteriosa, Carole.

Attraverso il suo racconto, Polza ripercorre gli avvenimenti e il suo passato, la decisione di lasciare la vita di scrittore di libri di cucina e la moglie per diventare un clochard, i suoi incontri e il suo rapporto con l’alcol e con la natura.

«La mia storia non è un problema matematico! Si riassume tutta nella collisione tra il caso e le mie… ossessioni. E la cosa più affascinante è che, tra questi due poli, non c’è traccia di moralità. né di etica, né di giustizia… mentre voi vi limitate alla legge, io mi conformo solo alla natura… e la giustizia, in natura, non esiste!»

Sovrappeso, mal vestito, sporco per la vita che conduce, Polza è uno scarto della società che non ha paura di guardare dentro l’abisso della sua anima. Inizialmente i poliziotti lo osservano non solo con sospetto; il loro è autentico risentimento, quasi egli possa infettarli con il “morbo” della sua deformità.

Il grasso di Polza diventa la metafora del suo odio verso se stesso, ma anche dell’odio degli altri, feroce e assoluto. Gli altri, che guardandolo non vedono altro che una “grassa carcassa”, come recita il titolo del primo volume.

E sopra tutta questa miseria umana c’è il Blast, che si traduce letteralmente come esplosione: “to explode or destroy something or someone with explosives, or to break through or hit something with a similar, very strong force”.

È questo che accade a Polza in certi e inaspettati momenti. Diventa leggero, vede tutto a colori e sembra comprendere l’universo stesso e insieme non farne più parte. Ed è proprio nelle parti relative al Blast che Larcenet sceglie di inserire sprazzi di colore nella storia, altrimenti sui toni del grigio. Sono infantili, per certi versi inquietanti e si distaccano dal resto in modo netto (non a caso, sono stati realizzati dai figli di Larcenet).

Come ne Il rapporto di Brodeck, anche in questo caso gli animali compaiono nella storia. E lo fanno da una posizione privilegiata; sembrano quasi spettatori distaccati della miseria umana. Si nascondono tra i paesaggi selvaggi e in alcune visioni dove è un grande gufo a guardare Polza negli occhi, come volesse scandagliargli l’anima.

Questa è una storia fatta di terra, sangue e dolore. Questa è una storia di ricerca interiore e misticismo. Questa è la storia di molti misteri; il più grande di tutti è quello del viaggio di un essere umano dentro se stesso. Questo viaggio farà male.

Siete pronti a partire?

Born to lose: le tante vite di una donna

«Sto lavorando su me stessa per essere una persona meno sorridente. Vorrei essere più aggressiva. Vorrei essere di quelle antipaticone acide che incutono timore. Ci devo lavorare. E alle persone che mi feriscono vorrei gridare: vaffanculo brutto str**zo di me**a!»

Born to lose di Nicoz Balboa (Coconino Press, brossurato, 192 pp., a colori) è un diario. Intimo, malinconico, sincero, divertente, feroce.
Un diario reale, senza costruzioni, perché chi l’ha scritto ha deciso di rinunciare a ogni maschera. Un diario che nasce dal progetto grafico giornaliero MOMeskine, inizialmente pubblicato sul web.

Born to lose contiene confessioni, paure e buoni propositi e giornate storte, e altri buoni propositi e sbagli e mille cambi di umore.

Born to lose è il diario di una giovane donna alla ricerca di qualcuno che la ami sinceramente. Ma è anche il diario di una madre, di un’artista, di un essere umano alla ricerca di se stesso. Per questo è così spiazzante. Perché ti rendi conto di trovarti improvvisamente nei panni di un’altra persona o, come cantavano i Depeche mode, di camminare nelle sue scarpe.

Nicoz Balboa si mette a nudo, faticosamente, in maniera catartica. Sembra scrivere per capire meglio i suoi sbagli e insieme per urlare al mondo i suoi desideri, in modo che in mondo per una buona volta la stia a sentire. E tutto questo senza rinunciare a una buona dose di humor e autoironia.

Lo stile del disegno è anarchico, stiloso, a tratti infantile per la purezza con cui l’autrice mette su carta le emozioni. E il risultato è un libro unico nel suo genere, un libro prezioso perché mette su carta un pezzo di vita.

Nicoz, sappi che durante la lettura ho partecipato fortemente alla narrazione mangiando chili di cioccolata, gridandoti di lasciare G. quando ti faceva stare male e rivolgendomi a te come se fossi un’amica. E alcuni dei tuoi buoni propositi, come quello riportato in calce all’articolo, li ho fatti miei. Perché in fondo, c’è un po’ di Born to lose in ognuna di noi. Girls power!

Nota finale. A proposito di dire a voce alta i desideri, in wishlist ho segnato: farsi tatuare da Nicoz Balboa.

 

 

 

Il rapporto di Brodeck: scritto con il sangue

“Il rapporto di Brodeck” di Manu Larcenet è una storia che mi ha scavato dentro, così in profondità da lasciarmi turbata. Incapace di leggere altro per giorni. Incapace di scriverne, fino a oggi.

Ci sono volute settimane per lasciar sedimentare tutte le emozioni provocate dalle lettura. E questo non mi succedeva da tempo. Siamo nel primo trimestre dell’anno, (il secondo volume del dittico Brodeck è uscito un mese fa), ma non ho paura di dire che questo per me è senza dubbio il libro dell’anno.

Ma facciamo un passo indietro. La storia è uscita per Coconino Press in due volumi brossurati, formato orizzontale 29 x 21,5, contenuti in eleganti cofanetti che riprendono il verde e il rosa antico dei dettagli in copertina. A prima vista assomigliano a vecchi album di fotografie, a qualcosa di prezioso che viene dal passato e non vuole essere dimenticato. 

La storia è ambientata in un piccolo villaggio di montagna sul confine franco-tedesco, alla fine della Seconda guerra mondiale. La graphic novel (sono due volumi, ma si tratta di un’unica storia) è la trasposizione in immagini del romanzo Il Rapporto, del regista Philippe Claudel. 

La trama è a suo modo semplice: un uomo, uno straniero, viene assassinato in circostanze misteriose. «Nessuno di noi ha mai saputo il suo nome. Forse non ce l’ha mai detto. Quando è arrivato qui lo abbiamo soprannominato “l’Anderer”, che nel nostro dialetto significa più o meno “l’altro”. Era sbucato dal nulla, era diverso.» 

A questo punto della vicenda, gli abitanti chiedono a Brodeck, un ex deportato scampato a due anni di prigionia in un campo di concentramento, di redigere un rapporto sull’omicidio. Ritornato da poco nel paese, in qualche modo anche Brodeck è uno straniero che deve riconquistare la fiducia e il rispetto dei compaesani. Il rapporto serve a scagionare i colpevoli del crimine. Il rapporto li libererà dalle colpe e laverà via il sangue dalle loro mani.

Ma in parallelo a questo, in un clima di astio e sospetto, Brodeck scrive di nascosto un diario, contenente la nuda e cruda verità. «Dirò tutto, senza altro assillo che quello della verità. Dirò com’è andata, dirò i segreti di questi uomini, ma anche i miei. Se questa confessione sembrerà alla fine una sorta di mostro, composito e misterioso, sarà perché rispecchia la mia vita.»

L’indagine di Brodeck porta a una riflessione profonda e lacerante sulla natura umana. Sul rimorso, sulla colpa, sulle atrocità della guerra, sul male che si annida nel cuore degli uomini. In questo contesto, l’Anderer rappresenta la purezza dell’uomo, la bellezza dell’arte, la semplicità del vivere. L’Anderer ricordava agli abitanti del paese che esiste un’alternativa. È per questo che viene assassinato.

Le illustrazioni di Larcenet lacerano i sensi. Bianco e nero feroce che mette in scena la bellezza della natura che osserva la cattiveria degli uomini: boschi innevati, lune malinconiche, silenziosi panorami di montagna e animali. La potenza visiva va di pari passo con la potenza psicologica trasmessa da ogni tavola. Intere sequenze mute, che esprimono di più che mille parole.

Gli uomini sono caratterizzati in modo fortemente espressivo, per certi versi grottesco. Vediamo i loro volti devastati dalle rughe, l’inquietudine degli occhi, la durezza dei lineamenti. E in una sorta di metafora orwelliana, le guardie del campo di concentramento hanno le sembianze di belve feroci. Così come gli abitanti del villaggio, quando diventano massa dimenticando di avere un’umanità, assomigliano ai maiali. «Non lasciarti ingannare dal loro aspetto, Brodeck… sono delle vere belve. Sembrano pacifici come balene, ma sono delle belve. Senza cuore, senz’anima, senza memoria. L’unica cosa che conta per loro è la pancia. E hanno un solo obiettivo nella vita: riempirla. Sarebbero capaci di divorare i loro fratelli, di sbranare le loro stesse carni, senza batter ciglio. Masticano, inghiottono, cagano all’infinito e non sono mai sazi. Mangiano di tutto, Brodeck, senza porsi mai domande… di tutto. Capisci cosa sto dicendo, Brodeck? Loro non pensano… non sanno cosa siano il rimorso né il passato… Si limitano a vivere… Non credi che abbiano ragione loro?»

“Il rapporto di Brodeck” è una storia crudele come sa essere la vita. Un dittico che non dovrebbe mancare in nessuna libreria.

Cosmo: un’avventura on the road alla ricerca delle stelle

cosmo«Il mio nome è Cosimo, ma tutti quanti mi chiamano Cosmo. Mi chiamano così perché so a memoria il nome di tutte le stelle. Detesto essere toccato e posso non rivolgere la parola a nessuno per moltissimo tempo. “Cerca di non dare nell’occhio, frequenta posti affollati e viaggia leggero, uno zaino può bastare”. Così ha detto il ragazzo ombra. Io e lui siamo partiti. Andiamo a salutare le stelle che se ne stanno andando».

Il protagonista di Cosmo (Coconino press, 184 pp., Euro 19) è un ragazzo che, il giorno del suo quindicesimo compleanno, intraprende un viaggio in compagnia del suo… amico immaginario. Lo scopo è salutare le stelle, che si stanno progressivamente allontanando dalla Terra a causa dell’espansione dell’universo. La meta? Il deserto di Atacama, in Cile, «il più arido di tutti i deserti, ma il suo cielo è così limpido che si può osservare l’intera via Lattea».

Inizia così un’avventura on the road che sembra la parabola della condizione umana. Incompreso, costantemente inseguito da due personaggi che sembrano l’incarnazione di tutta stupidità e l’arroganza che inquinano il pianeta, per quanto Cosmo desideri raggiungere la sua meta, appare sempre intrappolato nel piccolo mondo ai margini di un universo più vasto che lo imprigiona fin dalla sua nascita. Facciamo piani, lottiamo, e senza rendercene conto ci troviamo al punto di partenza.

La sfida più grande, per Cosmo, è quella di relazionarsi con gli altri. Il suo sguardo è così proiettato verso il resto dell’universo da avere difficoltà nel riconoscere la bellezza di un autentico contatto umano. Eppure, per un istante, prova la vertigine dell’incontro con qualcuno che gli assomiglia. E in una volpe trova uno spirito affine. Ma Cosimo è, soprattutto, un osservatore silenzioso che, senza giudicare, assiste alle piccole e grandi tragedie dell’esistenza degli altri. Dopotutto, ha davvero senso dibattersi nelle difficoltà della nostra esistenza, quando visti dall’alto non siamo altro che polvere in mezzo a altra polvere?

Scritto e disegnato dal modenese Marino Neri, Cosmo è un graphic novel poetico, intimista, a tratti struggente, da leggere d’un fiato, lasciandosi guidare dalla voce del protagonista che ci ricorda che «gli uomini sono sempre alla ricerca della felicità. Alcune persone la definiscono come la miglior condizione che si può vivere. Io penso che gli uomini sono soltanto animali con molti problemi».

Hollywood Jan: quant’è difficile crescere!

HOLLYWOOD_copertina-OK-DEF«Ladies and gentlemen, un bell’applauso per il nostro grande campione, reduce dalle medie…
Una forza travolgente, una coordinazione muscolare incredibile. un metro e 63, 49 kg sulla bilancia. Fate largo a…»

Jan Herst è il protagonista di Hollywood Jan (Coconino Press – Fandango, 140 pp. colori) il nuovo fumetto di Bastien Vivès e di Michaël Sanlaville. Una storia che ho divorato. Sulla crescita e le sue complicazioni.

Jan è mingherlino, introverso, insicuro, ha appena finito le scuole medie e il suo primo giorno di scuola alle superiori è come un incontro di boxe con un avversario decisamente fuori scala. Incontro che non può finire altro che con un  K.O. da parte del nostro (anti) eroe.

Hollywood Jan è un racconto di formazione narrato attraverso brevi capitoli, ognuno con il suo titolo e uno stralcio di illustrazione iniziale, quasi come i titoli di testa di un film. Anche il “montaggio” è cinematografico. E non è un caso che il protagonista da grande (non potendo fare la tartaruga ninja) vuole fare il regista.

Del resto, i suoi tre amici immaginari sono Arnold Schwarzenegger, Sly – Stallone e Russ – Russell Crowe, quest’ultimo in una distorta versione “Gladiatore perennemente eccitato”. Sono loro a consigliare, janvives09-670x946proteggere, consolare Jan durante le difficoltà di integrarsi nella nuova scuola. Ma soprattutto a fargli da cuscinetto nei suoi goffi tentativi di fare amicizia, per smettere una buona volta di osservare gli altri dal suo angolo di insicurezza e vivere la sua vita, anziché subirla.

Gli amici immaginari rappresentano le tre voci della coscienza di Jan, in perenne lotta tra loro.
Sly è la voce positiva, della speranza, che già dalle prime pagine del fumetto dice al protagonista: «Non avere timore, Jan. Io ho fiducia nel futuro».

Russ, come ho già anticipato, è la voce del sub-ombelico. Quella in perenne balia degli ormoni. E poi c’è la terza vocina interiore, la più oscura, la voce dell’insicurezza. Quella che prima o poi nella vita, da adolescenti o no, ha insinuato il dubbio in ognuno di noi, sussurrando alle nostre orecchie che siamo diversi e non saremo mai accettati dagli altri.

La voce che ci boicotta quando vorremmo integrarci, che ci fa lo sgambetto se proviamo a correre.

Sarà proprio Arnold il vero grande villain di questa splendida storia sulla crescita, più ancora dei bulli o dei compagni di classe più ostici. Perché noi stessi sappiamo essere il nostro peggior nemico. È per questo che non si finisce mai di crescere.

Le illustrazioni sono espressive, a volte scarne di sfondi per mettere in risalto la figura umana. I colori pastello hanno il sapore malinconicamente retrò di certe pellicole del passato. Perfetti per esasperare le situazioni narrate (vedi la scena alla festa in cui l’ansia di Jan sembra uscire dal corpo e tingere l’ambiente di colori acidi, come le luci stroboscopie che gli danzano intorno).

Hollywood Jan è promosso a pieni voti, consigliato a tutti i ragazzini di oggi e di ieri. E ora vi lascio, ho una discussione in corso con i miei amici immaginari!