Artemisia: Musa della modernità

La prima volta che mi sono trovata davanti a Giuditta che decapita Oloferne, il capolavoro di Artemisia Gentileschi conservato nella sua seconda versione al Museo degli Uffizi, sono rimasta senza parole. La violenza della scena entra sotto la pelle e non lascia scampo. Con eccezione del Caravaggio, infatti, Artemisia è stata l’unica a raffigurare la scena narrata nell’Antico Testamento in modo così crudo e sanguigno. È l’istante dell’uccisione a essere cristallizzato nella tela. La lotta di Oloferne e insieme la sua disperazione mentre capisce che tutto è perduto si contrappone alla determinazione delle due donne, Giuditta e la sua ancella, per togliergli la vita.

La stessa determinazione che la Gentileschi ha abbracciato per affrontare nel 1612 il processo contro Agostino Tassi, il suo stupratore. Un processo in cui fu lei, la vittima, a dover difendere il proprio onore. Lei ad affrontare umilianti visite ginecologiche dinanzi al notaio e ai curiosi che assistevano al dibattimento. Lei a subire il supplizio “dei sibilli”, che consisteva nel legare i pollici con delle cordicelle che, con l’azione di un randello, si stringevano sempre di più sino a stritolare le falangi. Ma Artemisia c’è riuscita. Ed è riuscita, infine, a trasformare il dolore e la rabbia in arte. Basti pensare che la prima versione di Giuditta che decapita Oloferne, conservata al Museo di Capodimonte di Napoli, risale proprio ai mesi successivi al processo. Oloferne ha il volto di Tassi. Mentre Giuditta, la giustiziera, ha il volto di Artemisia.

È della vita di questa indomita pittrice che parla Artemisia, la graphic novel di Nathalie Ferlut e Tamia Baudouin uscito per i tipi di Coconino Press – Fandango. Caso vuole che io l’abbia ricevuta il giorno precedente la mia visita agli Uffizi e l’abbia letta poche ore prima di ritrovarmi ancora una volta davanti al capolavoro della Gentileschi. È stata un’emozione incredibile, un’esperienza potente.

Nathalie Ferlut fa partire la narrazione dall’inverno del 1638 quando Artemisia, pittrice già affermata, intraprende un viaggio per Londra per incontrare il padre Orazio. Con lei, la figlia Prudenzia e Marta, la sua nutrice. Saranno proprio le domande incalzanti di Prudenzia, che vuole sapere tutto sul passato della madre, a spingere Marta a svelale il passato turbolento della pittrice. Attraverso l’uso sapiente di flashback vividi, incalzanti, la narrazione prende forma.

Il tratto sintetico, essenziale, di Tamia Baudouin lascia grande spazio alle emozioni, che esplodono in ogni pagina.

Credo che il fatto che Artemisia sia scritto e illustrato da due donne sia un valore aggiunto. Perché ancora oggi le donne si trovano a combattere contro i pregiudizi, contro gli sguardi di sufficienza, e devono dimostrare il proprio talento più degli uomini, finendo spesso per essere relegate nei salotti culturali all’interno dei recinti degli “incontri al femminile”.

Con sensibilità e trasporto, Ferlut e Baudouin mettono in scena la vita di una grandissima artista, ostacolata da una società maschilista e retrograda ma che non si è mai arresa. Femminista ante litteram, grazie al suo talento e alla sua determinazione Artemisia Gentileschi riuscì ad abbattere ogni regola precostituita. Basti pensare che ai suoi tempi una donna non poteva dipingere, non poteva acquistare colori, non poteva avere una formazione accademica, né firmare i propri dipinti. Ovviamente, non poteva riceverne alcun compenso. Artemisia riuscirà persino, prima donna ad avere questo privilegio, a farsi ammettere nella prestigiosa Accademia del Disegno di Firenze.

Artemisia è una storia che insegna a credere nei propri sogni, a costo di dover combattere senza sosta. A costo di dover sanguinare.

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Questo indomito cuore e il significato di essere donna

Sonzogno_QuestoIndomitpCuore«Posso essere tutto: moglie, madre… e me stessa». Di questo è certa Susan Gaylord, la protagonista di Questo indomito cuore di Pearl S. Buck (Sonzogno 2015, collana Bittersweet, pp. 336, traduzione di Laura Lepetit). Come è certa che «non aveva soltanto bisogno di essere, ma anche di creare». Perché Susan Gaylord è anche un’artista, capace di plasmare la creta fino a rendere le sue figure frammenti di realtà. Capace di lavorare i blocchi di marmo fino a liberare ciò che in realtà nascondevano. Sotto i colpi del suo scalpello, una pietra inanimata si riempie di vita. È l’unico modo che Susan conosce per addomesticare i suoi fantasmi. Ma questo non è contemplato in una piccola città della provincia americana degli anni Trenta. Non se si è donna.

0017-logo-366x366Susan si è sempre sentita diversa dagli altri, per lei «l’universo era il suo universo, con tutte le sue ore, le sue terre, i suoi giardini, i suoi cieli; con musiche, bambini, quadri, gente, stelle. Che cosa avrebbe potuto fermarla? Avrebbe vissuto pienamente la propria vita, per amor di perfezione. Sarebbe stata tutto quello che poteva essere; e poteva essere quello che voleva».

Ma per farlo dovrà combattere contro tutto e tutti, contro la morale comune, il primo marito che è tanto buono quanto incapace di comprenderla, lo scultore, maestro e mentore David Barnes che per primo riconosce il suo talento ma le chiede più volte di scegliere tra l’arte e la famiglia, perché non si può avere insieme entrambe le cose. E poi ancora, contro Blake Kinnaird, artista e bohèmien che gli insegnerà cos’è la passione ma cercherà di cambiarla, imprigionarla nella propria idea di perfezione.

E Susan ogni volta si ribella. Susan vuole lavorare e creare come un uomo, ma poter ritornare ogni sera nel proprio nido accolta dai figli e dalla persona amata.

Pearl_Buck_(Nobel)Chi è quindi Susan Gaylord? Per me, un’eroina moderna, una protofemminista in anticipo sui tempi, icona emblematica del “we can do it!”, lo slogan delle donne americane negli anni Quaranta. Possiamo farlo, possiamo fare qualsiasi cosa, niente ci può fermare se lo vogliamo veramente, sembra gridare tra le pagine del libro.

E se si parla di Donne con D maiuscola non posso non spendere qualche parola per Pearl S. Buck, autrice di Questo indomito cuore. Nata a fine Ottocento, Pearl proviene da una famiglia presbiteriana americana. I genitori si sono trasferiti in Cina come missionari ed è qui che trascorre, seppur a intervalli, quarant’anni della sua vita. Due mariti e una vita avventurosa all’insegna della lotta per la salvaguardia dei diritti umani, ottanta opere in attivo tra saggi, romanzi e racconti, un Pulitzer e un premio Nobel per la letteratura, figli naturali e adottivi, un best seller da 1 milione e 800 mila copie che ispirò un film diretto da Sidney Franklin. Niente male per una donna, eh? Credo proprio che Susan Gaylord sarebbe stata fiera di lei.

 

La garçonne: scandali e amore nella Parigi degli anni Venti

10631070_867496983282698_79471652867080754_oLeggo l’ultima pagina de La garçonne di Victor Margueritte (Sonzogno, pp. 272 – traduzione di Giulio Lupieri) e rimango per qualche istante immobile, in balia del fascino di un romanzo datato 1922, ma che per tematiche e modernità potrebbe essere stato scritto ai giorni nostri. Come un whisky pregiato, ha riposato per anni prima di rivedere la luce e ora è pronto per essere riscoperto, assaporato, goduto.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo nella Parigi degli anni Ruggenti, quel periodo racchiuso tra le due guerre, in cui il bisogno di cambiamento e di rottura con la tradizione si respirava nell’aria, nella cultura e nell’arte.

Victor Margueritte è proprio un figlio del cambiamento, attento alle tematiche sociali e in particolar modo alla condizione della donna e al suo diritto di uguaglianza, collabora con riviste e scrive romanzi impegnati. Ma poi sfida la morale comune dando alla luce un romanzo come La garçonne, divenuto immediatamente un succès de scandale. Oggi lo chiameremmo bestseller: 750.000 copie vendute, tradotto all’estero e adattato per il teatro e il cinema.

Ha ispirato ben quattro film, tra cui quello dl 1936 diretto da Jean de Limur conLeatherMariebellgarconne un’ammaliante Marie Belle nei panni della protagonista. Il film vede tra le altre cose l’esordio di Edith Piaf come cantante, nel ruolo dell’amante di Monique.

Margueritte dipinge la sua epoca senza filtri, racconta come le donne fossero considerate merce di scambio, nient’altro che «corpi da vendere, coscienze da comprare» e il matrimonio si riducesse a un affare, in cui i padri cedevano le figlie in cambio di una migliore posizione sociale, denaro e prestigio. Racconta di mogli capaci di abbracciare la falsità pur di mantenere le apparenze. «La menzogna può essere un dovere!» dice la madre di Monique alla figlia che, dopo aver scoperto che il promesso sposo la tradisce e le ha mentito sin dall’inizio della relazione, vorrebbe far saltare il matrimonio. E aggiunge: «La buona reputazione è indispensabile!»

Monique risponde con forza: «Il matrimonio senza l’amore non è altro che una forma di prostituzione». E così la protagonista lascia la falsità del suo mondo per assaporare la vita vera. Se ne va di casa e si taglia i capelli corti, alla maschietta, simbolo di una nuova indipendenza. Monique inizia a comportarsi come un uomo.
«Le sembra così straordinario che in amore una donna pensi e agisca come un uomo?» chiede a uno dei suoi partner occasionali che cerca di giudicarla per la sua libertà.

Monique Lerbier è una “cattiva ragazza” ante litteram, che decide di non vivere più in nome di una morale da salvaguardare. Monique diventa ricca e famosa soltanto grazie al proprio lavoro e al proprio talento, ma la sua sete di libertà a un certo punto rischia di sopraffarla e distruggerla. La sua presa di coscienza passa attraverso numerosi amanti, relazioni saffiche, orge, droghe e sregolatezza. Ma al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, il messaggio finale è positivo. Perché «Il bosco ricresce meglio dove è passato l’incendio» e il vero amore può essere la cura a tutti i mali, anche quelli dell’anima.

b4abf8e53594fd888f2c9dd456865afeCome ci racconta Irene Bignardi nella sua postfazione, La garçonne è stato censurato, punito attraverso il suo autore a cui è stata ritirata la Légion d’honneur, e infine dimenticato. È stato riscoperto in Francia soltanto l’anno scorso e ora è arrivato a noi. E meno male! La garçonne è un vero e proprio manifesto al femminismo, profuma di un’epoca tra le più affascinanti di sempre, quegli anni venti definiti non a caso les années folles e parla di problematiche quantomai attuali.

Attraverso dialoghi efficaci e frizzanti i personaggi discutono di unione libera, lamentandosi delle leggi che non proteggono i diritti dei figli, di differenze sociali e di uguaglianza tra uomini e donne. L’uguaglianza morale che purtroppo ancora oggi è legata al doppio standard.

Il personaggio di Monique è descritto magistralmente in tutte le sue sfumature e complessità. E in certi momenti, la presa di coscienza dei propri desideri interiore diventa commovente liricità. «Colei che nel passato si era ribellata alla menzogna e alla brutalità dell’uomo, la garçonne indipendente e orgogliosa, si ritrovava ora donna, e debole davanti alla grandezza del vero amore».