Death or Glory


«Glory è nata su un camion. Cresciuta in una famiglia allargata che compone una carovana di trucker indipendenti nel profondo ovest americano, ora ha un problema: il suo ex marito è un pazzo criminale e suo padre ha bisogno di un trapianto di fegato entro 72 ore o morirà. Così Glory decide di tentare un colpo che possa fornirle quanto le serve per salvare la vita al padre, ma ovviamente poiché Glory fa sempre la cosa giusta, tutto va a rotoli. E il tempo sta per scadere. Una storia sulla strenua difesa della propria libertà personale e sulla bussola morale delle persone, scritta magistralmente da Rick Remender e illustrata con una perizia davvero rara dall’enorme talento del francese Bengal. Resterete angosciati, incollati alla pagina, e con il fiato corto.»

Death or glory becomes just another story, cantavano i The Clash in Death or Glory, la canzone scritta da Joe Strummer e Mick Jones e contenuta nel mitico album  London Calling, del 1979.
Ma il Death or Glory  che tengo oggi tra le mani è una graphic novel, uscita nella prima settimana di febbraio per i tipi di Bao publishing.

È il primo volume della nuova serie sceneggiata da Rick Remender, autore tra le altre cose di Black Science, la fortunata serie di fantascienza uscita in Italia sempre per Bao. I disegni sono affidati a Bengal, superstar del fumetto francese già visto all’opera su All New Wolverine, Batgirl e Spider-Gwen.

La protagonista è Glory. Carismatica, coraggiosa, “cresciuta lontana dalle trappole che imprigionano le persone”, crede di rubare un camion pieno di droga che vorrebbe rivendere per pagare l’operazione per salvare la vita a suo padre, e invece si trova invischiata in una brutta, bruttissima faccenda: traffico di uomini, rapiti e poi uccisi per alimentare un traffico d’organi a favore di clienti facoltosi.

Ho letto Death or Glory in un fiato, trasportata dal ritmo forsennato della storia. Inseguimenti d’auto adrenalinici, sparatorie, dialoghi dal sapore tarantiniano ed elementi presi in prestito dagli slasher movie si mescolano per creare un blockbuster a fumetti in bilico tra Fast & Furious e un film dei fratelli Cohen. Menzione d’onore alle due biondissime sorelle con la mannaia, che rubano la scena persino al killer armato di azoto liquido.

I disegni sono incredibili, potenti ed espressivi. Le sequenze di azione sono rese in maniera impeccabile. A fine volume è presente una galleria che racchiude le copertine variant americane e gli studi sui personaggi.
Consigliato.

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Fumetti di evasione: trent’anni senza Andrea Pazienza

E quest’anno sono trent’anni. Trent’anni da quella notte del 15 giugno 1988 in cui il cuore di Andrea Pazienza ha smesso di battere, stroncato da un’overdose di eroina. Trent’anni in cui la sua presenza è stata immanente sul mondo dell’arte italiana, aleggiando come scomodo e indecifrabile modello con cui il confronto è virtualmente impossibile. Trent’anni in cui non abbiamo mai smesso di parlare di lui, soprattutto adesso, in questo anniversario, in cui la ricorrenza di questa parola – Pazienza – associata al fumetto italiano, echeggia attraverso una moltitudine di voci.

Perché, credo, con la morte di Andrea non abbiamo ancora fatto i conti. Come di fronte a una tragedia più grande della nostra capacità di comprenderla. Come di fronte a un evento ingiusto eppure inevitabile per cui nutriamo un sentimento di rifiuto. Ci vorranno anni, credo, prima che si cominci a pensare davvero a cosa è il fumetto italiano senza lo sguardo del Paz. E c’è un libro, tra tutti, che spicca per rigore e sensibilità, senza cedere alla tentazione della nostalgia, tracciando i punti cardinali dell’opera di Andrea, sviscerando le tematiche, le ricorrenze, la complessità dietro un linguaggio apparentemente semplice, diretto, le ossessioni che fanno dei suoi fumetti un unicum nel panorama mondiale. È il libro scritto da Oscar Glioti, Fumetti di evasione – Vita artistica di Andrea Pazienza (Fandango, 300 pp, 15 euro).

Pentothal. Zanardi. Pompeo. Dal piombo degli anni Settanta alla frenesia edonistica degli Ottanta, dalla riflessione sulle contestazioni studentesche all’immersione di un nichilismo così sfrontato da disorientare il lettore impreparato, fino alla cronaca di una quotidianità vissuta con un braccio stretto intorno alla schiena della morte. Il ritratto dei personaggi creati da Andrea riflette le nevrosi di una generazione perduta, spaesata, sacrificata sull’altare di un progresso sociale che assomiglia a uno strappo sul diritto all’individualità. Al pensiero. Al dissenso.

È un libro che vorresti che non finisse mai, scritto con raffinato puntiglio e malcelato, infinito amore per un autore che non smetterà mai di far sentire la sua mancanza. Che siate amanti del fumetto, della letteratura, dell’arte, leggetelo. Leggetelo se non ve ne importa niente di Andrea Pazienza o se per voi Pazienza era tutto. «Ora che non c’è più, ci sono giorni in cui la realtà della sua esistenza mi assale con un’immensa, schiacciante forza; e tuttavia sul mio onore ci sono momenti, anche, in cui mi passa davanti agli occhi come uno spirito incorporeo smarrito fra le passioni di questa terra, pronto ad arrendersi lealmente alle richieste del proprio mondo di ombre».

Blast – La coscienza di un uomo

«L’ubriachezza non è una schiavitù, è una liberazione. È l’unico modo per conoscere se stessi senza spaventarsi. Ma, come in tutte le discipline, se non vuoi restare dilettante a vita, ti ci vuole coraggio, impegno e tenacia. Te la devi meritare la vita ebbra».

Di Manu Larcenet avevo già letto il dittico Il rapporto di Brodeck, una storia che mi aveva scavato dentro, così in profondità da lasciarmi turbata, incapace di leggere altro per giorni. Ne avevo parlato QUI. 

In questi giorni ho recuperato dello stesso autore i primi due volumi di Blast, il romanzo illustrato in quattro parti con protagonista Polza Mancini, edito in Italia dai tipi di Coconino Press. Anche questa volta è stata una lettura dolorosa. Una lettura che non ti lascia comodo spettatore ma ha la capacità di prenderti e catapultarti in un mondo scomodo e inospitale, quello dei diversi, degli emarginati: il mondo di Polza e degli altri reietti.

Blast ha la struttura di un’indagine. Proprio come in quel capolavoro che è la prima stagione di True Detective, all’inizio il protagonista è interrogato da due poliziotti sulla morte di una ragazza ancora misteriosa, Carole.

Attraverso il suo racconto, Polza ripercorre gli avvenimenti e il suo passato, la decisione di lasciare la vita di scrittore di libri di cucina e la moglie per diventare un clochard, i suoi incontri e il suo rapporto con l’alcol e con la natura.

«La mia storia non è un problema matematico! Si riassume tutta nella collisione tra il caso e le mie… ossessioni. E la cosa più affascinante è che, tra questi due poli, non c’è traccia di moralità. né di etica, né di giustizia… mentre voi vi limitate alla legge, io mi conformo solo alla natura… e la giustizia, in natura, non esiste!»

Sovrappeso, mal vestito, sporco per la vita che conduce, Polza è uno scarto della società che non ha paura di guardare dentro l’abisso della sua anima. Inizialmente i poliziotti lo osservano non solo con sospetto; il loro è autentico risentimento, quasi egli possa infettarli con il “morbo” della sua deformità.

Il grasso di Polza diventa la metafora del suo odio verso se stesso, ma anche dell’odio degli altri, feroce e assoluto. Gli altri, che guardandolo non vedono altro che una “grassa carcassa”, come recita il titolo del primo volume.

E sopra tutta questa miseria umana c’è il Blast, che si traduce letteralmente come esplosione: “to explode or destroy something or someone with explosives, or to break through or hit something with a similar, very strong force”.

È questo che accade a Polza in certi e inaspettati momenti. Diventa leggero, vede tutto a colori e sembra comprendere l’universo stesso e insieme non farne più parte. Ed è proprio nelle parti relative al Blast che Larcenet sceglie di inserire sprazzi di colore nella storia, altrimenti sui toni del grigio. Sono infantili, per certi versi inquietanti e si distaccano dal resto in modo netto (non a caso, sono stati realizzati dai figli di Larcenet).

Come ne Il rapporto di Brodeck, anche in questo caso gli animali compaiono nella storia. E lo fanno da una posizione privilegiata; sembrano quasi spettatori distaccati della miseria umana. Si nascondono tra i paesaggi selvaggi e in alcune visioni dove è un grande gufo a guardare Polza negli occhi, come volesse scandagliargli l’anima.

Questa è una storia fatta di terra, sangue e dolore. Questa è una storia di ricerca interiore e misticismo. Questa è la storia di molti misteri; il più grande di tutti è quello del viaggio di un essere umano dentro se stesso. Questo viaggio farà male.

Siete pronti a partire?

Battaglia: dissolvenza in nero

BATTAGLIAC’erano una volta le dark lady e c’erano gli antieroi. Insieme, erano protagonisti di storie nere, nere come le notti senza luna.

Ricordo la prima volta che ho visto Double indemnity (in Italia La fiamma del peccato) film del 1944 diretto da Billy Wilder che lo ha sceneggiato insieme a Raymond Chandler, il padre dell’hard-boiled. Pellicola in bianco e nero, una Barbara Stanwyck affascinante, in apparenza fragile ma capace spingere un uomo a uccidere. E un concetto di amore malato, un amore che non salva ma distrugge.

Double idemnityQueste atmosfere le ho ritrovate ne La figlia del capo (editoriale Cosmo), il primo numero di una miniserie creata da Roberto Recchioni e Leomacs e dedicata al vampiro siciliano Pietro Battaglia, che ritorna dopo vent’anni di attesa più in forma che mai. Roberto firma il soggetto della storia, sceneggiata, sotto la sua supervisione, da Michele Monteleone (lo abbiamo incontrato qualche giorno nella quarta e ultima storia del Dylan Dog Color fest n.14). La copertina è di Leomacs mentre le illustrazioni di Fabrizio Des Dorides, di cui parlerò più in là.

Come nei migliori noir, anche qui c’è una dark lady. Si tratta di Edda Ciano, la figlia di Mussolini. È indomita, una donna che non si piega alle regole del tempo. E c’è un antieroe, una creatura al di là del bene e del male che incarna il nero dei personaggi tormentati e iconici che hanno fatto la storia del formato pocket negli anni Settanta, ovvero il vampiro Pietro Battaglia. E poi c’è la Storia, quella con la S maiuscola che scorre in sottofondo, quasi una testimone dei desideri degli uomini, delle loro debolezze, quasi un palcoscenico all’intera vicenda.

La signora di ShangaiA un passo dalla Seconda Guerra Mondiale, Mussolini chiede a Pietro Battaglia di proteggere la figlia, non solo dal marito Galeazzo ma soprattutto da se stessa. Perché Edda non sa stare al suo posto, Edda desidera… e una donna che desidera è pericolosa.

Dall’Italia alle fumerie d’oppio di Shangai, che mi hanno riportato a un altro capolavoro del noir: La signora di Shanghai con una Rita Hayworth in un’inedita versione platinata à la garçonne, più perturbante che mai, diretta da un Orson Welles in stato di grazia, nel lontano 1947. E ancora, dalle porte di Verona alla campagna circostante dove si consumano gli ultimi atti battaglia_fabrizio_des_doridesdi questa avventura, il viaggio di Pietro e Edda è puntellato da una scia di cadaveri e di sogni infranti.

La vicenda scorre veloce, pagina dopo pagina. Notti interminabili lasciano il posto ad albe insanguinate e la lotta psicologica tra i personaggi è più terribili degli scontri in cui il vampiro esibisce il suo lato più mostruoso. Perché chi sono davvero i mostri, alla fine?

Tra il bianconero di Hellboy e la plastica espressività del fumetto tascabile italiano anni Settanta (da cui Battaglia eredita il formato), i disegni di Fabrizio Des Dorides sono granitici quanto uno scorcio da Sin City e graffiano le pagine, capaci di impregnare la carta con gli incubi che puntellano la vita di Battaglia e di chi gli sta accanto. È una corsa fino all’ultima pagina: «Inutile stare a piangere i morti, Edda» dice Battaglia. «In questo caso, non piangerò per te, Pietro» risponde lei. E in questo dialogo ritrovo tutta la forza del nero, in cui la speranza può essere più fugace del battito d’ali di… un pipistrello.

 

Un agosto diaboliko

Il regalo - DiabolikÈ con immenso piacere che condivido con voi la notizia, riportando le parole della pagina ufficiale fb di Diabolik:

“Infine agosto! Albo un po’ speciale perché vedrà l’esordio tra gli autori del Re del Terrore di una affermata scrittrice italiana: Barbara Baraldi. Barbara co-firmerà il soggetto della storia che parte proprio da una sua idea. Ai disegni Giuseppe Di Bernardo e Jacopo Brandi, Giuseppe ha appena consegnato le ultime matite dell’episodio (una la potete ammirare qui) e adesso tocca a Jacopo mettersi sotto per il rush finale”.

Sono davvero emozionata, al punto che mi mancano le parole. Vi dico solo che è tutta la settimana che mi pettino come Eva Kant. Ok, prometto che non cercherò di rubare diamanti.

Una cosa voglio aggiungere, è stato un onore lavorare al soggetto insieme ad Andrea Pasini e con la supervisione di Mario Gomboli e a questo punto non vedo l’ora di avere l’albo tra le mani.

Dimenticavo, si intitola Il regalo.

Soggetto: A. Pasini e B. Baraldi
Sceneggiatura: A. Pasini e R. Finocchiaro
Disegni: G. Di Bernardo e J. Brandi
Copertina: M. Buffagni

Diabolikamente vostra,
Eva… ehm volevo dire BB

Alain e Margherita di Giuseppe Di Bernardo

Dragonero: quando il fantasy incontra il fumetto popolare

C’è una interessante novità in arrivo nel panorama del fumetto italiano. Per la prima volta Sergio Bonelli Editore, editore di Tex e Dylan Dog, scommette sul fantasy epico di ispirazione medievale con Dragonero, serie mensile ideata e sceneggiata da Luca Enoch, già autore di Lilith – un personaggio che personalmente amo moltissimo – e da Stefano Vietti, uno degli sceneggiatori più prolifici di Nathan Never.

«Il fantasy, negli ultimi anni, è passato dall’essere un genere di nicchia, condiviso da pochi e fedeli appassionati, a diventare centro di un vasto interesse popolare, con successi globali sia dal punto di vista editoriale che cinematografico e televisivo» scrive Davide Bonelli nell’introduzione al primo albo, in edicola dall’11 giugno. Non potrei essere più d’accordo con questa affermazione: ne è prova anche la decisione di Rai 4 di trasmettere le prime puntate di Game of thrones in prima serata, nonostante le tematiche forti e il crudo realismo della serie che ha magnificamente adattato per la tv le Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin.

Dragonero, Sergio Bonelli Editore

Per chi se lo stesse chiedendo, chiarisco subito che qui non si tratta di “Tex e il Signore degli anelli”. Non amo particolarmente la caratterizzazione “mascellosa” del protagonista, ma devo ammettere che non è sovrapponibile a nessuno degli altri eroi della casa editrice, anche se ho intravisto analogie con Nathan Never e l’indimenticabile Ken Parker. Ian Aranill è detto Dragonero per aver sconfitto un potente drago da cui ha ereditato dei poteri che si svilupperanno nel corso del tempo. Ho avuto la fortuna di leggere il numero 1 in anteprima e – vi assicuro – è un vero pageturner pieno di azione, dialoghi incalzanti e gradevoli citazioni di manga, letteratura e cinema del fantastico. Impossibile non pensare alle analogie tra l’Altofuoco di Game of thrones e il fango Pirico, o alla principessa Mononoke quando fa la sua apparizione un’elfa Oscura in sella a una gigantesca belva dal manto bianco.

Pur coinvolgendo le classiche razze del fantasy tolkeniano (elfi, orchi e draghi in primis), Dragonero ha una forte personalità e una mitologia che fin dalle prime tavole amalgama suggestioni orientali con l’immaginario gotico mitteleuropeo, da cui emerge la sinistra figura dell’alchimista, sconfinando persino nello steampunk, come suggeriscono alcuni accessori in dotazione ai protagonisti. Luca Enoch e Stefano Vietti imprimono un tratteggio elegante ed eroico ai personaggi femminili, tra le quali spiccano l’elfa Sera  – le cui percezioni la rendono una sorta di medium  – e la seducente e pericolosa Xara. Affascinante la caratterizzazione della spada leggendaria di Ian, la Tagliatrice crudele, una Excalibur pulsante di energia oscura, lavata nel sangue di un drago.

Ottimo il lavoro di Giuseppe Matteoni, copertinista della serie e disegnatore del primo volume della saga, nonché del romanzo a fumetti con cui il personaggio di Dragonero ha esordito nel 2007 nella collana Romanzi a fumetti. Il suo segno pulito e l’attenzione ai particolari, anche nei fondali, rendono vivo e pulsante il regno di Erondar, le sue capitali e le sue foreste.

Da quello che ho letto nell’introduzione, Dragonero sarà un progetto cross-mediale, con un gioco di ruolo in uscita a novembre, un blog e la mappa digitale scaricabile dall’AppStore. Sono una divoratrice di fumetti e di albi “bonelliani”, mi aspetto tanto da questa serie e continuerò a seguirla. In conclusione… che dire? Che il sangue di drago sia con voi!

Gatti assassini e nonnine letali, pasticcini e coltelli affilati: Il magico mondo dei Tatini

Quando mi sono ritrovata tra le mani la graphic novel Kill the granny, i gioielli di famiglia, non ho potuto fare a meno di iniziare a leggerla. Ero a casa di un amico e il volume era abbandonato su una sedia, indifeso. Il bello è che non mi sono neppure accomodata, ho iniziato a leggerlo, ridendo come una pazza, fino all’ultima pagina. Ora so che mi inviterà con cautela e nel caso terrà le sue graphic novel sotto chiave quando sono nelle vicinanze, ma ne è valsa la pena. Perché Kill the granny crea dipendenza. Dopo aver divorato la trilogia, non sazia delle avventure del simpatico gatto che decide di fare un patto con il Diavolo per riavere i suoi gioielli di famiglia (in cambio dovrebbe uccidere la sua padrona, una vecchietta adorabile quanto maldestra, ma la missione si rivela più ardua del previsto) ho deciso di invitare per un tè virtuale i suoi creatori, Francesca Mengozzi e Giovanni Marcora, i Tatini.

Ciao Tatini e benvenuti su Scritture Barbariche. Per prima cosa vi chiederei di presentarvi. Chi sono i Tatini? 

Tatina: Quando penso a noi due mi immagino sempre il personaggio piccolo, sfigato e diabolico impegnato ad ordire trame malvagie per conquistare il mondo, insieme al suo aiutante alto e non troppo sveglio. Inutile dire chi riveste i panni dell’uno e dell’altro, MHUAHUAHUAH!

Tatino: …

Tatina: Eh-ehm, ok, cerchiamo di riacquistare una parvenza di dignità.

Tatino: La mia l’ho persa 7 anni fa, quando ci siamo messi insieme…

Tatina: *occhiataccia verso il Tatino* Giovanni ama definirmi ”piccola, carina, imbranata e pestifera”. In più posso dirti che sono vegetariana, ho un’amore sviscerato per i gatti e metto passione in tutto quello che faccio. Tornando al nostro lavoro, il mio ruolo è quello della sceneggiatrice e colorista, anche se in realtà i nostri compiti non sono mai così definiti. In ogni caso, la mia specialità è senza dubbio la colorazione ad acquerello. È con Giovanni che ho esordito nel mondo del fumetto, con la pubblicazione di “Kill the Granny” per la Vittorio Pavesio Productions. Ho frequentato la Scuola Internazionale di Comics a Firenze, ed ho inseguito il sogno che mi accompagna fin da piccola: raccontare le mie storie per far sorridere, divertire o commuovere…

Tatino: Francesca dice di me che “sono la sua scatolina”, dove rifugiarsi quando ha paura e bisogno di attenzioni. Parafrasando in termini gderristici, lei è il tanker, il guerriero che combatte in prima linea, e io sono il suo healer, che la protegge e la cura. Riguardo la nostra carriera, io sono fumettista e disegnatore. Mi sono diplomato al Liceo Artistico e come Francesca ho conseguito un diploma alla Scuola di Comics, frequentando il corso di fumetto con ottimi risultati. La mia passione è il disegno a matita, anche se non disdegno l’inchiostrazione a pennello/pen-brush o pennino. Piccola curiosità: mi diverto a inserire nelle nostre tavole citazioni e riferimenti e riempio decine di fogli con mostrilli e tutto quello che la mia mente malata riesce a partorire.

La nascita del progetto che ha portato alla luce Kill the granny profuma di leggenda metropolitana, di storia a lieto fine, di manga, ma è vera! Volete raccontarcela?

Tatino: Era una notte fredda e buia quando l’editore torinese uscì dal suo studio. Aveva fatto più tardi del solito. Era ancora immerso nei suoi pensieri, quando ignaro passeggiava sul marciapiede di corso Peschiera. Improvvisamente due loschi figuri si stagliarono davanti a lui. Tutto ciò che seguì e cosa veramente accadde al povero editore è avvolto nel mistero…

Tatina: *altra occhiataccia verso il Tatino* Frequentavo l’ultimo anno della scuola di fumetto e da programma dovevo presentare un progetto a Giuseppe Palumbo, un progetto ipoteticamente destinato all’America (stile graphic novel). Mi ero bloccata nello scrivere una storia smielata e pacchiana, dall’intreccio complesso e confuso e dal finale incerto. Uno dei personaggi principali era una vecchietta ed io avevo cominciato ad odiarla! Così dissi per scherzo a Giovanni: “Ora la uccido! Anzi la faccio uccidere dal suo gatto!”. Incominciammo a scherzarci su, in preda allo sconforto… Così, ridendo, me ne uscii con questa frase: “Basta! Adesso faccio la storia di un gatto castrato che fa un patto col diavolo per riavere le palle!” Nacque come una battuta, quasi per caso, ma Giovanni la trovò un’idea carina e decisi di presentarla come soggetto alternativo. Ricordo che Palumbo mi guardò e mi chiese: “Quale storia ti piace di più?” e io risposi: “Mah, io non sono adatta al fumetto comico, sono più per le storie gotiche e romantiche…” A quel punto Palumbo decretò: “Te non capisci un cavolo.” Dopodiché lesse le prime righe del soggetto di Kill the Granny alla classe, che scoppiò a ridere. “Allora che storia scegli?” – continuò. Non mi rimase altro che accettare il consiglio, perciò mi misi subito all’opera…

So che lavorate sempre a quattro mani e due teste. Pregi e difficoltà di questa collaborazione.

Tatina: Non abbiamo mai incontrato difficoltà… Prendiamo insieme qualsiasi decisione e attendiamo ognuno l’approvazione dell’altro in qualsiasi fase del lavoro. Siamo come due ingranaggi dello stesso meccanismo, non potrei mai fare a meno di Giovanni.

Tatino: Inoltre quando siamo sotto consegna con dei lavori o attraversiamo periodi difficili ci sosteniamo a vicenda.

In Kill the granny Comedy collection collaborate con altri fumettisti e le storie spaziano dai toni comici ai toni tristi e malinconici. C’è un episodio a cui siete particolarmente legati, e perché?

Tatina: A questa domanda penso di poter rispondere a nome di entrambi. Credo che “Comedy Collection” abbia mostrato ai nostri lettori il lato più umano e profondo di Kill the Granny e che finalmente abbia portato alla luce la vera essenza dei personaggi, risaltando ogni loro più piccola sfaccettatura. Proprio per questo motivo la storia che mi emoziona di più e a cui sono più legata è quella disegnata da Morena Forza, che parla del passato di Evelina. Ma non voglio regalare “spoiler gratuiti” ai lettori che non hanno ancora letto questo volume! Posso solo dire che non è affatto scontata (e chi conosce la trilogia sa quanto ami i colpi di scena!).

A Lucca presenterete una nuova graphic novel: Tatini. Di cosa si tratta? E quanto c’è di autobiografico in questo nuovo progetto?

Tatina: I “Tatini” siamo io e Giovanni a tutti gli effetti e le storie raccontate sono di “vita vissuta”. Certo, alcune situazioni vengono esasperate per esaltarne la comicità (fino a diventare surreali), ma in linea di massima penso che rispecchino la nostra quotidianità! Questo è quanto scritto sulla copertina: “Che cos’è l’amore? Le storie dei Tatini trattano questo argomento in modo dolce, tenue, atipico. Ogni avventura è come una finestra che ci permette di fare capolino nella loro vita, tra l’assurdo e il quotidiano, il tutto condito da una nota di umorismo un po’ grottesco.

E quindi, cos’è l’amore? È una copertina soffice che ti avvolge quando hai freddo, è una panciotta morbida su cui puoi appoggiarti e riposare, è un gatto grasso e coccolone, è un pasticcino con la panna, è un mondo solo tuo dove nulla può farti del male. L’amore è Tatino.”Aspettiamo quindi i nostri fans e lettori a Lucca Comics (padiglione Napoleone, stand Pavesio n° E105), con l’attesissimo volume in edizione speciale! Ovviamente saremo disponibili per dediche e disegni personalizzati!

Siete giovanissimi ma con una professionalità già consolidata a livello internazionale, avete qualche consiglio per chi vuole intraprendere la carriera nel difficile mondo del fumetto?

Tatino: Certamente! Cambiate lavoro finché siete in tempo! Scherzi a parte, se qualcuno vuole veramente intraprendere il mestiere del fumettista e non farlo come passatempo, deve aver una grandissima forza di volontà e perseveranza. Purtroppo i sacrifici e gli ostacoli da affrontare sono tantissimi, ma ampiamente ripagati dalle soddisfazioni che la nostra eccezionale professione ci regala. Il mio consiglio è di cercare di mantenere vivo l’entusiasmo iniziale per non cadere nella routine lavorativa. Disegnate per il puro piacere di farlo e non solo per guadagnare la pagnotta, altrimenti perderete tutta la ”magia” in cui credevate da bambini.

E per finire, ci fate salutare dal piccolo assistente di Satana, dal malefico gatto castrato e dalla nonnina? Già mi mancano…

Aiutante: “Faluto tutti i miei numerofiffimi fanf! Fiete belliffimi!”

Gatto: “Auguro agli autori una diarrea fulminante. Distinti saluti, il Gatto.”

Evelina: “No, no non voglio niente! Non ho spiccioli! Arrivederci!”

Per saperne di più il blog dei Tatini è: http://chat-nocturne.blogspot.it/

Il loro sito di ricette a fumetti è: http://gnammy.altervista.org/

Ricordo che potete incontrare i Tatini al Lucca Comics (padiglione Napoleone, stand Pavesio n° E105).