Blast – La coscienza di un uomo

«L’ubriachezza non è una schiavitù, è una liberazione. È l’unico modo per conoscere se stessi senza spaventarsi. Ma, come in tutte le discipline, se non vuoi restare dilettante a vita, ti ci vuole coraggio, impegno e tenacia. Te la devi meritare la vita ebbra».

Di Manu Larcenet avevo già letto il dittico Il rapporto di Brodeck, una storia che mi aveva scavato dentro, così in profondità da lasciarmi turbata, incapace di leggere altro per giorni. Ne avevo parlato QUI. 

In questi giorni ho recuperato dello stesso autore i primi due volumi di Blast, il romanzo illustrato in quattro parti con protagonista Polza Mancini, edito in Italia dai tipi di Coconino Press. Anche questa volta è stata una lettura dolorosa. Una lettura che non ti lascia comodo spettatore ma ha la capacità di prenderti e catapultarti in un mondo scomodo e inospitale, quello dei diversi, degli emarginati: il mondo di Polza e degli altri reietti.

Blast ha la struttura di un’indagine. Proprio come in quel capolavoro che è la prima stagione di True Detective, all’inizio il protagonista è interrogato da due poliziotti sulla morte di una ragazza ancora misteriosa, Carole.

Attraverso il suo racconto, Polza ripercorre gli avvenimenti e il suo passato, la decisione di lasciare la vita di scrittore di libri di cucina e la moglie per diventare un clochard, i suoi incontri e il suo rapporto con l’alcol e con la natura.

«La mia storia non è un problema matematico! Si riassume tutta nella collisione tra il caso e le mie… ossessioni. E la cosa più affascinante è che, tra questi due poli, non c’è traccia di moralità. né di etica, né di giustizia… mentre voi vi limitate alla legge, io mi conformo solo alla natura… e la giustizia, in natura, non esiste!»

Sovrappeso, mal vestito, sporco per la vita che conduce, Polza è uno scarto della società che non ha paura di guardare dentro l’abisso della sua anima. Inizialmente i poliziotti lo osservano non solo con sospetto; il loro è autentico risentimento, quasi egli possa infettarli con il “morbo” della sua deformità.

Il grasso di Polza diventa la metafora del suo odio verso se stesso, ma anche dell’odio degli altri, feroce e assoluto. Gli altri, che guardandolo non vedono altro che una “grassa carcassa”, come recita il titolo del primo volume.

E sopra tutta questa miseria umana c’è il Blast, che si traduce letteralmente come esplosione: “to explode or destroy something or someone with explosives, or to break through or hit something with a similar, very strong force”.

È questo che accade a Polza in certi e inaspettati momenti. Diventa leggero, vede tutto a colori e sembra comprendere l’universo stesso e insieme non farne più parte. Ed è proprio nelle parti relative al Blast che Larcenet sceglie di inserire sprazzi di colore nella storia, altrimenti sui toni del grigio. Sono infantili, per certi versi inquietanti e si distaccano dal resto in modo netto (non a caso, sono stati realizzati dai figli di Larcenet).

Come ne Il rapporto di Brodeck, anche in questo caso gli animali compaiono nella storia. E lo fanno da una posizione privilegiata; sembrano quasi spettatori distaccati della miseria umana. Si nascondono tra i paesaggi selvaggi e in alcune visioni dove è un grande gufo a guardare Polza negli occhi, come volesse scandagliargli l’anima.

Questa è una storia fatta di terra, sangue e dolore. Questa è una storia di ricerca interiore e misticismo. Questa è la storia di molti misteri; il più grande di tutti è quello del viaggio di un essere umano dentro se stesso. Questo viaggio farà male.

Siete pronti a partire?

Il rapporto di Brodeck: scritto con il sangue

“Il rapporto di Brodeck” di Manu Larcenet è una storia che mi ha scavato dentro, così in profondità da lasciarmi turbata. Incapace di leggere altro per giorni. Incapace di scriverne, fino a oggi.

Ci sono volute settimane per lasciar sedimentare tutte le emozioni provocate dalle lettura. E questo non mi succedeva da tempo. Siamo nel primo trimestre dell’anno, (il secondo volume del dittico Brodeck è uscito un mese fa), ma non ho paura di dire che questo per me è senza dubbio il libro dell’anno.

Ma facciamo un passo indietro. La storia è uscita per Coconino Press in due volumi brossurati, formato orizzontale 29 x 21,5, contenuti in eleganti cofanetti che riprendono il verde e il rosa antico dei dettagli in copertina. A prima vista assomigliano a vecchi album di fotografie, a qualcosa di prezioso che viene dal passato e non vuole essere dimenticato. 

La storia è ambientata in un piccolo villaggio di montagna sul confine franco-tedesco, alla fine della Seconda guerra mondiale. La graphic novel (sono due volumi, ma si tratta di un’unica storia) è la trasposizione in immagini del romanzo Il Rapporto, del regista Philippe Claudel. 

La trama è a suo modo semplice: un uomo, uno straniero, viene assassinato in circostanze misteriose. «Nessuno di noi ha mai saputo il suo nome. Forse non ce l’ha mai detto. Quando è arrivato qui lo abbiamo soprannominato “l’Anderer”, che nel nostro dialetto significa più o meno “l’altro”. Era sbucato dal nulla, era diverso.» 

A questo punto della vicenda, gli abitanti chiedono a Brodeck, un ex deportato scampato a due anni di prigionia in un campo di concentramento, di redigere un rapporto sull’omicidio. Ritornato da poco nel paese, in qualche modo anche Brodeck è uno straniero che deve riconquistare la fiducia e il rispetto dei compaesani. Il rapporto serve a scagionare i colpevoli del crimine. Il rapporto li libererà dalle colpe e laverà via il sangue dalle loro mani.

Ma in parallelo a questo, in un clima di astio e sospetto, Brodeck scrive di nascosto un diario, contenente la nuda e cruda verità. «Dirò tutto, senza altro assillo che quello della verità. Dirò com’è andata, dirò i segreti di questi uomini, ma anche i miei. Se questa confessione sembrerà alla fine una sorta di mostro, composito e misterioso, sarà perché rispecchia la mia vita.»

L’indagine di Brodeck porta a una riflessione profonda e lacerante sulla natura umana. Sul rimorso, sulla colpa, sulle atrocità della guerra, sul male che si annida nel cuore degli uomini. In questo contesto, l’Anderer rappresenta la purezza dell’uomo, la bellezza dell’arte, la semplicità del vivere. L’Anderer ricordava agli abitanti del paese che esiste un’alternativa. È per questo che viene assassinato.

Le illustrazioni di Larcenet lacerano i sensi. Bianco e nero feroce che mette in scena la bellezza della natura che osserva la cattiveria degli uomini: boschi innevati, lune malinconiche, silenziosi panorami di montagna e animali. La potenza visiva va di pari passo con la potenza psicologica trasmessa da ogni tavola. Intere sequenze mute, che esprimono di più che mille parole.

Gli uomini sono caratterizzati in modo fortemente espressivo, per certi versi grottesco. Vediamo i loro volti devastati dalle rughe, l’inquietudine degli occhi, la durezza dei lineamenti. E in una sorta di metafora orwelliana, le guardie del campo di concentramento hanno le sembianze di belve feroci. Così come gli abitanti del villaggio, quando diventano massa dimenticando di avere un’umanità, assomigliano ai maiali. «Non lasciarti ingannare dal loro aspetto, Brodeck… sono delle vere belve. Sembrano pacifici come balene, ma sono delle belve. Senza cuore, senz’anima, senza memoria. L’unica cosa che conta per loro è la pancia. E hanno un solo obiettivo nella vita: riempirla. Sarebbero capaci di divorare i loro fratelli, di sbranare le loro stesse carni, senza batter ciglio. Masticano, inghiottono, cagano all’infinito e non sono mai sazi. Mangiano di tutto, Brodeck, senza porsi mai domande… di tutto. Capisci cosa sto dicendo, Brodeck? Loro non pensano… non sanno cosa siano il rimorso né il passato… Si limitano a vivere… Non credi che abbiano ragione loro?»

“Il rapporto di Brodeck” è una storia crudele come sa essere la vita. Un dittico che non dovrebbe mancare in nessuna libreria.

Il piccolo Caronte: quanto è difficile crescere?

L’etimologia della parola “crescere” è latina e ha la stessa radice di “creare”. Perché crescendo il bambino crea il proprio carattere, la propria identità. Crea l’adulto che sarà domani.

Ed è proprio di crescita che parla Il piccolo Caronte, di Sergio Algozzino e Deborah Allo (Tunué, collana Prospero’s Books, cartonato, 144 pp).

Un racconto di formazione fatto di immagini oniriche, di colori che riempiono i sensi, di dubbi e paure, ma anche di improvvise illuminazioni.

Il protagonista della vicenda è il piccolo Mono, figlio del famoso Caronte, traghettatore di anime, psicopompo dell’oltretomba.

Un figlio d’arte insomma, che come tutti non ha scelto dove nascere, e soprattutto è soltanto… un bambino. Un bambino che dopo la scomparsa del padre si ritrova a dover prendere il suo posto nell’Oltretomba. A dover rivestire un ruolo nella società, a doversi prendere delle responsabilità: a dover crescere.

Tre capitoli: Inferno, Vita e Morte. Tre episodi in cui Algozzino ci racconta il viaggio di Mono dal rifiuto, alla consapevolezza, fino all’accettazione del proprio destino.

Un percorso di formazione che porta, infine, alla comprensione della perdita. L’elaborazione del lutto, perché la morte fa parte integrante della vita.

Il piccolo Caronte mi ha riportato alla mente Momo, di Michael Ende. E mi piace pensare che sia la resa grafica del protagonista, che il nome, che varia solo per una consonante, sia un omaggio a questa pietra miliare della letteratura per ragazzi datata 1973.

E per finire, parliamo della parte grafica: Deborah Allo è bravissima nel creare un’atmosfera rarefatta in cui il sogno, l’incubo e la vita vera si mescolano in una danza delicata e colma di lirismo. Alcune illustrazioni sono veri e propri dipinti in cui classicismo e modernità risultano in perfetto equilibrio, e l’effetto di tridimensionalità esplode. Tutto questo anche grazie a una sapiente colorazione (Algozzino e Allo sono, tra le altre cose, stimati coloristi).

«Tuo padre è scomparso. E tu dovrai prendere il suo posto.»
«Ma io sono solo un bambino.»

 

Cosmo: un’avventura on the road alla ricerca delle stelle

cosmo«Il mio nome è Cosimo, ma tutti quanti mi chiamano Cosmo. Mi chiamano così perché so a memoria il nome di tutte le stelle. Detesto essere toccato e posso non rivolgere la parola a nessuno per moltissimo tempo. “Cerca di non dare nell’occhio, frequenta posti affollati e viaggia leggero, uno zaino può bastare”. Così ha detto il ragazzo ombra. Io e lui siamo partiti. Andiamo a salutare le stelle che se ne stanno andando».

Il protagonista di Cosmo (Coconino press, 184 pp., Euro 19) è un ragazzo che, il giorno del suo quindicesimo compleanno, intraprende un viaggio in compagnia del suo… amico immaginario. Lo scopo è salutare le stelle, che si stanno progressivamente allontanando dalla Terra a causa dell’espansione dell’universo. La meta? Il deserto di Atacama, in Cile, «il più arido di tutti i deserti, ma il suo cielo è così limpido che si può osservare l’intera via Lattea».

Inizia così un’avventura on the road che sembra la parabola della condizione umana. Incompreso, costantemente inseguito da due personaggi che sembrano l’incarnazione di tutta stupidità e l’arroganza che inquinano il pianeta, per quanto Cosmo desideri raggiungere la sua meta, appare sempre intrappolato nel piccolo mondo ai margini di un universo più vasto che lo imprigiona fin dalla sua nascita. Facciamo piani, lottiamo, e senza rendercene conto ci troviamo al punto di partenza.

La sfida più grande, per Cosmo, è quella di relazionarsi con gli altri. Il suo sguardo è così proiettato verso il resto dell’universo da avere difficoltà nel riconoscere la bellezza di un autentico contatto umano. Eppure, per un istante, prova la vertigine dell’incontro con qualcuno che gli assomiglia. E in una volpe trova uno spirito affine. Ma Cosimo è, soprattutto, un osservatore silenzioso che, senza giudicare, assiste alle piccole e grandi tragedie dell’esistenza degli altri. Dopotutto, ha davvero senso dibattersi nelle difficoltà della nostra esistenza, quando visti dall’alto non siamo altro che polvere in mezzo a altra polvere?

Scritto e disegnato dal modenese Marino Neri, Cosmo è un graphic novel poetico, intimista, a tratti struggente, da leggere d’un fiato, lasciandosi guidare dalla voce del protagonista che ci ricorda che «gli uomini sono sempre alla ricerca della felicità. Alcune persone la definiscono come la miglior condizione che si può vivere. Io penso che gli uomini sono soltanto animali con molti problemi».

La generazione: Generazioni a confronto

image«Non posso credere di essere tornato qui.
Senza soldi. 
Senza lavoro. 
Senza amore.
Tutti mi vedranno come un fallito. Che umiliazione.
Un presuntuoso campagnolo che ha vissuto da topino di città.
Ed è tornato senza niente.

Ma ieri ero a Milano.
Ieri avevo un futuro.
Domani sarò qui.»

Ho letto La generazione di Flavia Biondi (Bao publishing, 144 pp.) in una notte senza luna.
L’ho fatto senza aspettative, senza aver sbirciato anteprime, senza sapere cosa mi aspettava, pagina dopo pagina.

E così sono tornata a casa insieme a Matteo, nel paesino della Toscana da dove era fuggito tre anni prima per incontrare il suo primo amore, Massimo. Un amore nato sulla chat, fatto inizialmente di messaggi a distanza e promesse.

«Massimo mi insegnò che non dovevo provare nessuna vergogna. Mi aiutò a leggere, a capire, a conoscere. Mi raccontava dei suoi amici, di Milano, di tante città dove si può camminare tenendosi la mano senza che nessuno si sloghi il collo per guardare.
Lo sognavo. Lo sognavo ogni notte.
Volevo raggiungerlo. Era il mio primo amore».

CopertinaMatteo capirà presto che non esiste nessun calesse dorato per sfuggire ai problemi dell’adolescenza. E così, dopo essersi lasciato con Massimo, lascia la sua vita metropolitana e torna proprio dove tutto ha avuto inizio. Come un fuggitivo. Come un fallito. Senza sapere cosa sta cercando.

E tra le donne di casa che gravitano intorno alla figura della nonna, tra i paesaggi collinari, nelle storie di famiglia, tra gli sbagli e i silenzi… troverà un mondo intero.

Flavia Biondi è una voce fresca, inaspettata, sincera. La sua prosa è asciutta e insieme lirica, proprio come le sue illustrazioni. La generazione è come una ricetta tipica toscana, qualcosa di saporito, sincero, che non si avvale di paroloni o virtuosismi per colpire al cuore. Tra il romanzo di formazione e il racconto corale, questa graphic novel ha la capacità di raccontare sentimenti attraverso i confronti. Non solo generazionali, ma anche di vita. Si sentono le radici, la famiglia, si sente il sangue. «Perché noi siamo la forza che sale dalla terra. Noi siamo tutte e generazioni».

 

Rocket girl: un omaggio alla fantascienza anni Ottanta

Rocket-girl-01«Sono la detective Dayoung Johansson del New York Teen Police Department… Vengo dall’anno 2013 e indago sui crimini contro il tempo… e siete tutti in arresto.»

Con questa linea di dialogo, sommariamente, si possono riassumere le premesse di Rocket Girl (Bao pubblising, pp.128, Euro 14,00) scritto da Brandon Montclaire e illustrato da Amy Reeder.

Dayoung utilizza la tecnologia inventata dalla Quintum Mechanics per tornare indietro nel tempo ed evitare che proprio quella tecnologia venga inventata. Il “passato”, nell’economia della vicenda, è un distopico 2013 manipolato della Quintum attraverso la sua tecnologia, mentre il “presente” è il… 1986. Il tempo, secondo Montclaire, è quindi annodato intorno alle vicende della giovane protagonista e procede su due binari separati, con “flashback” che mostrano cosa avviene nella metropoli del futuro/passato dopo il viaggio nel tempo di Dayoung.

I punti di forza di questa avventura a bordo del roboante jet-pack di Dayoung sono innumerevoli. L’ambientazione della New York anni Ottanta è uno degli aspetti più gradevoli della produzione, intrisa com’è di nostalgia e affetto per le produzioni cinematografiche dell’epoca, Ritorno al futuro in primis. Si sa, l’immedesimazione è tutto per consolidare il valore di una storia, e la caratterizzazione della protagonista è straordinaria. Dayoung è caparbia, ingenua e idealista come solo un’adolescente può essere, e allo stesso tempo è capace di suscitare un desiderio di protezione. Come suggerisce lo stesso autore in uno stralcio della sceneggiatura pubblicata in calce al volume, Dayoung «ha una falsa maturità che non la rende entusiasta di cose che dovrebbero entusiasmarla, ha un atteggiamento da poliziotto “non c’è niente da vedere”». Dayoung è a suo modo una supereroinia: vola, insegue ed è inseguita tra i palazzi della skyline, capitombola per poi riprendere quota, e si trova contemporaneamente in lotta contro i cyber-criminali della Quintum e con la polizia che cerca di arrestarla.

Impossibile non rimanere a bocca aperta di fronte ai disegni della talentuosa Amy Reeder, che da soli valgono il prezzo del volume. Il suo segno è pulito, ricco di dinamismo, le ambientazioni e l’espressività dei personaggi coinvolgenti, le inquadrature ardite e le anatomie sempre impeccabili. Amy è una vera fuoriclasse e con la sua bravura eclissa i testi di Montclare, efficaci ma a volte semplice commento alle splendide immagini che si susseguono nelle pagine.

Rocket Girl è un volume da avere nella propria collezione di graphic novel, che brilla per freschezza e per un citazionismo un po’ di maniera (al pari di film recenti come il divertentissimo Turbo Kid), ma non per questo meno godibile.

Pretty Deadly: pronti a cavalcare a fianco della morte?

Pretty Deadly«La morte la chiamò Ginny. La addestrò come mietitore di vendetta, cacciatrice di uomini che avevano peccato. Che siate vittima di un torto o di un’umiliazione, dite il suo nome, cantate questa canzone. Le campane e il loro suono gelido come l’inverno… la richiameranno presto dall’inferno… Ginny cavalca il vento, figli miei. La morte cavalca il vento».

Ambientato in una sorta di “mitologico” Vecchio West, Pretty Deadly di DeConnick – Rios (Bao publishing, pp. 120, traduzione di Leonardo Favia) comincia con un racconto, anzi una fiaba narrata da un coniglio scheletro a una farfalla. La storia della ragazza con il mantello da avvoltoio, Ginny Volto di Morte. Ginny era una mietitrice al servizio di Morte, ma ora è in fuga. È in cerca di vendetta, mentre Volpe, il cieco che strinse un patto con la Morte, cavalca insieme a Sissy, la bambina dagli occhi eterocromi. Sulle loro tracce c’è Alice, una gun-girl ossessionata dalla ricerca del legante, un documento a cui è appeso il destino di tutti i protagonisti.

Sospesa tra la mitologia onirica del Sandman di Neil Gaiman e il crudo realismo di Preacher di Garth Ennis, questo primo volume di Pretty Deadly è una fairy tale oscura e dannata, una cavalcata furiosa e inarrestabile nei territori di una Frontiera dominata dalle trame di Morte e dei suoi emissari, narrata con lirismo e attenzione ai dettagli da Kelly Sue DeConnick. I disegni di Emma Rios sono assolutamente incredibili, e rendono questa graphic novel una delle visivamente più suggestive degli ultimi anni. Il tratto di Emma è come una sintesi impossibile tra il Ryoichi Ikegami di Crying Freeman e il tratto seducente di Guido Crepax. A impreziosire i segni, i colori crepuscolari di Jordie Bellaire.

Impeccabile l’edizione italiana, che riconferma la sensibilità e la professionalità dei tipi di Bao Publishing e rendono questo volume assolutamente imperdibile per gli appassionati di fumetto… e per tutti coloro che sono alla ricerca di una storia suggestiva da leggere e rileggere più volte. Dal 5 giugno in libreria, fumetteria, digitale.