I Medici e i Romanov: luci e ombre di due dinastie

Oggi vi parlo di due autrici che hanno scelto, l’una con un romanzo storico e l’altra con un saggio, di narrare le vicissitudini di due dinastie che a oggi non smettono di destare interesse e suscitare interrogativi.

Ne “L’Oro dei Medici” (Tea), Patrizia Debicke Van Der Noot si tuffa nel Granducato di Toscana del 1597.

In un’Italia piena di contraddizioni, in mano agli eserciti stranieri ma culturalmente vivida e fiorente nei traffici commerciali, Firenze prospera, sotto la guida dei Medici. Ma la loro immensa ricchezza, quell’oro citato nel titolo, diventa la molla per organizzare un ricatto contro il granduca Ferdinando I.

La trama si infittisce dopo la morte sospetta di un marinaio inglese. Tra amori e intrighi di corte, battaglie navali, banchetti sontuosi e opere teatrali che possono diventare trappole mortali, il romanzo storico si tinge di giallo.

A investigare, Don Giovanni de’ Medici, figlio naturale legittimato di Cosimo I de’ Medici ed Eleonora degli Albizi, nonché fratellastro di Ferdinando I. Personaggio caleidoscopico; architetto, ingegnere, ma anche musicista, poeta e comandante della flotta granducale, sarà lui a tentare il tutto per tutto per fermare il complotto ordito contro la sua famiglia, avvalendosi dell’aiuto del capo della polizia del Granducato. Con una trama avvincente e una narrazione meticolosa rispetto all’abbigliamento e ai costumi dell’epoca, la Debicke accompagna il lettore fino all’inaspettato epilogo.

“I Romanov – Storia di una dinastia tra luci e ombre” di Raffaella Ranise (Marsilio) ripercorre i trecento  anni della famiglia più leggendaria della Russia pre-rivoluzionaria. 

Il saggio parte dalle origini dell’impero; dalla leggenda di Oleg, il primo re, al suo successore Igor, per poi vedere al trono Olga, la prima sovrana, che nella Cronaca di Nestore, la più antica cronaca russa, viene descritta come «l’alba che precorre la luce.»

I capitoli sono brevi ed essenziali.  Ivan il Grande, Ivan il Terribile e il periodo dei Torbidi, dominato dall’anarchia, precedono l’ascesa al trono di Michele, il primo tra i Romanov. Egli si trovò alla guida di un paese in ginocchio, distrutto da incendi, carestie e guerre civili. Si va da Pietro il Grande a Caterina I, il cui regno durò solo due anni e a cui successe Pietro II, incoronato a soli dodici anni dopo un periodo di prigionia.

Ma è la storia di Nicola e Alessandra, gli ultimi zar, che furono trucidati insieme ai cinque figli nella residenza di Ekaterinburg in una notte di luglio di cento anni fa a esercitare ancora oggi un singolare fascino. Sarà per l’influenza di un personaggio controverso come Rasputin nella vicenda, o per il luogo dove furono nascosti i corpi, dove oggi sorgono sette chiese; una per ogni membro della famiglia imperiale.

Con una scrittura chiara e riportando i fatti senza romanzarli, nudi e crudi – così come nuda e cruda è la storia – Raffaella Ranise porta in scena l’epopea di una dinastia. «Un uomo forte non ha bisogno del potere; un debole ne viene schiacciato.» È una frase di Nicola II Romanov, l’ultimo imperatore russo. Frase che sembra presagire la fine degli zar, schiacciati dallo stesso potere che incarnavano.

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