L’uomo di casa.

«La risposta è che non c’è un perché al male. Non c’è mai stato.
Siamo solo noi, tutti noi, che abbiamo voluto fingere che il mondo fosse un luogo di pace e d’amore. È una sciocca patetica illusione, mia cara. Dentro il nostro cuore sappiamo bene che non è così, sappiamo che stiamo cercando riparo dentro a una bugia, perché il mondo, in realtà, è solo un luogo orribile, dove succedono cose orribili.»

L’uomo di casa di Romano De Marco (322 pp., Piemme editore) è un domestic thriller ambientato in una cittadina della Virginia dal nome europeo, Vienna, contea di Fairfax.

La protagonista è Sandra Morrison, moglie e madre modello, la cui vita è distrutta dalla morte del marito Alan in circostanze scabrose.

La donna è costretta a rimettere tutto in discussione. Chi era l’uomo con cui ha condiviso vent’anni? Un irreprensibile uomo di casa, marito e padre amorevole, stimato professionista? Oppure un ipocrita dalla doppia vita? 

È per rispondere a queste domande che la protagonista si trova invischiata in un’indagine che risale a trent’anni prima: il caso della Lilith di Richmond, ladra di bambini e assassina seriale, mai consegnata alla giustizia.

L’indagine del presente, narrata con capitoli in terza persona che si intervallano a capitoli in prima persona in cui è Sandra stessa a farci entrare nella sua mente, si mescola all’indagine del passato con balzi temporali a partire dal 1979, anno in cui Gina Cardena, detective afroamericana coraggiosa e indomita, porta avanti una lotta contro tutti alla ricerca della verità.

Ai due piani temporali, si intervallano capitoli scritti in corsivo, che riportano i dialoghi di chi conosce la verità e come un ragno, trama nell’oscurità, giocando con le sorti degli ignari protagonisti.

La voce di De Marco è fresca, sicura. Lo scrittore mescola indizi e dosa i colpi di scena fino all’ultima pagina in cui si aggiunge un’ulteriore chiusa, in cui l’oscurità viene a galla portando con sé l’origine di un male antico quando spaventoso.

 

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Vivi e vegeta: un noir vegetariano

«Sai come si dice, alla fine ci si abitua un po’ a tutto…»
«Non speri mai che esca il sole?»
«Credimi, ragazzo… qui nessuno spera mai che esca il sole.»

Questa è la storia di un webcomic che ha fatto il suo esordio su Verticalismi nel novembre del 2014, ha vinto numerosi premi, tra cui il Micheluzzi nel 2016 come Miglior web-comic e infine è sbocciato in cartaceo per i tipi di Bao publishing. Sto parlando di Vivi e vegeta – un noir vegetariano (brossura, pp. 168), scritto da Francesco Savino e illustrato (e colorato) da Stefano Simeone, coadiuvato da Lorenzo Magalotti. 

Voi non potete saperlo, ma sin da bambina avevo una passione per le piante grasse e puntute. Potete quindi immaginare la mia curiosità nello scoprire che il protagonista di questa graphic novel, Carl, è il principe delle piante grasse: un cactus. Nel mondo di Vivi e Vegeta gli umani non sono ammessi. Non ne compare uno, anche se di tanto in tanto vengono nominati come spauracchi, come nelle fiabe della malanotte quando si parla del Babau o del lupo cattivo, piuttosto che della perfida strega che ruba i denti ai bambini (o era una fatina buona? Beh, ci siamo capiti).

Nel mondo di Vivi e vegeta ci sono regole che non vanno infrante. Nel Distretto dei fiori, per esempio, le piante non sono ben accette. Lo scoprirà sulla sua pelle (verde) Carl, che si trasferisce lì per scoprire perché non gli stiano più arrivando notizie dalla sua ragazza, Nora, giornalista alla ricerca di uno scoop e scomparsa nel nulla.

Piove sempre, nel Distretto dei fiori, e quando non piove è pure peggio. Perché il sole porta nemici, gli spietati girasoli, mercenari al servizio di una misteriosa figura a cui si rivolgono come Sua Fluorescenza. I girasoli rapiscono fiori che poi non fanno più ritorno a casa. Così, gli abitanti del Distretto, sono costretti a piangere i loro cari  su tombe vuote, nel terrore continuo di essere le prossime vittime. Ed è qui che la trama noir si infittisce…

«La tua mente ha scavato fino alle tue radici… è un viaggio doloroso, ma è l’unico che permette di arrivare alla verità…», è solo guardandosi dentro ed affrontando le sue paure che Carl potrà andare fino in fondo per scoprire la verità. Perché gli eroi, in fondo, sono individui normali che fanno scelte coraggiose.

Potrei azzardarmi a definire Vivi e Vegeta un pulp tarantiniano. Gli elementi non mancano: margherite traumatizzate dopo essere scampate al m’ama non m’ama nel mondo degli umani, tulipani cocainomani e vegetali motociclisti-trafficanti che muovono le fila in un mondo disperato.

La vicenda procede a un ritmo forsennato, che non rinuncia mai alla spettacolarità (ricordiamo che Francesco si è dovuto inizialmente confrontare con i veloci tempi di lettura del web). Ma Vivi e Vegeta nasconde un messaggio più profondo, si parla di discriminazioni, di amore e amicizia. Si parla di sogni, e non manca un’ironia di fondo sulle tendenze più radicali in fatto di alimentazione.

Stefano Simeone ha uno stile perfetto per inseguire la velocità delle azioni. Le immagini sembrano fotogrammi di un film, ricche di movimento, come a inseguire le aspirazioni dei personaggi stessi. Le figure sono conturbanti.

Per finire, vi ricordo che il libro è disponibile con la cover regular dello stesso Simeone e con la cover variant a tiratura limitata di Gabriele Dell’Otto. Le splendide copertine che suddividono i capitoli interni (altro elemento classico tarantiniano) sono opera di Roberta Ingranata. E tra i contenuti speciali c’è un adorabile bonus track: lo stilosissimo racconto di Natale, Per qualche petalo in più, scritto da Savino e illustrato e colorato dalla bravissima Nicoletta Baldari. 

«I fiori hanno fatto i loro comodi troppo a lungo. È ora di piantarli.»

Una caso come gli altri, il noir secondo Pasquale Ruju

uncasocomeglialtri«Annamaria fa una pausa. Si sente strana a raccontare di quel periodo della sua vita. È come se stesse parlando di qualcun’altra. La Germano la ascolta in silenzio, sfogliando ogni tanto le pagine dei dossier. Cerca coincidenze, riscontri, confronta date, nomi, circostanze. Ha la fronte leggermente aggrottata, piccole rughe sulla pelle liscia. Forse, pensa Annamaria, ciò che ha sentito finora non è così interessante. Ma c’è altro, tanto altro da raccontare…»

Due donne a confronto: la moglie del boss e il magistrato. Un faccia a faccia serrato fatto di racconti, piccole incertezze seguite da affermazioni decise, una danza di sguardi e di parole che si protrae fino all’ultima pagina del primo romanzo di Pasquale Ruju: Un caso come gli altri (edizioni e/o, pp. 256, Euro 16,00).

Credo che l’autore non abbia bisogno di presentazioni: si tratta di una delle penne più apprezzate del fumetto italiano, autore per la Sergio Bonelli Editore di storie memorabili per Dylan Dog, Tex, Martin Mystere, Dampyr.

hellnoirCon questo romanzo, Ruju conferma la sua passione per il noir, per l’indagine psicologica sui personaggi, per le dark lady e per il colpo di scena, mantenendo l’intreccio al centro della materia narrativa. Tematiche che avevo avuto modo di apprezzare nella miniserie-capolavoro Hellnoir, recentemente pubblicata da Bonelli.

Ma se in Hellnoir Ruju (coadiuvato dalle magnifiche tavole di Giovanni Freghieri) ci aveva precipitato in un inferno che assomiglia alla Los Angeles del cinema anni Quaranta, qui ci fa scontrare con la realtà della vita di un affiliato alla ‘ndrangheta, attraverso il racconto di chi cerca di sopravvivere alla quotidianità della vita criminale.

Accurato nelle ricostruzioni, diretto nel linguaggio, scorrevole come una lama ben affilata, Un caso come gli altri è un romanzo sospeso tra le atmosfere di Gomorra – La serieI soliti sospetti e il giallo della scuola bolognese (Lucarelli, Fois, Macchiavelli). Non un libro come gli altri, ma una (apparentemente) piccola storia raccontata come solo un grande narratore sa fare.

Battaglia: dissolvenza in nero

BATTAGLIAC’erano una volta le dark lady e c’erano gli antieroi. Insieme, erano protagonisti di storie nere, nere come le notti senza luna.

Ricordo la prima volta che ho visto Double indemnity (in Italia La fiamma del peccato) film del 1944 diretto da Billy Wilder che lo ha sceneggiato insieme a Raymond Chandler, il padre dell’hard-boiled. Pellicola in bianco e nero, una Barbara Stanwyck affascinante, in apparenza fragile ma capace spingere un uomo a uccidere. E un concetto di amore malato, un amore che non salva ma distrugge.

Double idemnityQueste atmosfere le ho ritrovate ne La figlia del capo (editoriale Cosmo), il primo numero di una miniserie creata da Roberto Recchioni e Leomacs e dedicata al vampiro siciliano Pietro Battaglia, che ritorna dopo vent’anni di attesa più in forma che mai. Roberto firma il soggetto della storia, sceneggiata, sotto la sua supervisione, da Michele Monteleone (lo abbiamo incontrato qualche giorno nella quarta e ultima storia del Dylan Dog Color fest n.14). La copertina è di Leomacs mentre le illustrazioni di Fabrizio Des Dorides, di cui parlerò più in là.

Come nei migliori noir, anche qui c’è una dark lady. Si tratta di Edda Ciano, la figlia di Mussolini. È indomita, una donna che non si piega alle regole del tempo. E c’è un antieroe, una creatura al di là del bene e del male che incarna il nero dei personaggi tormentati e iconici che hanno fatto la storia del formato pocket negli anni Settanta, ovvero il vampiro Pietro Battaglia. E poi c’è la Storia, quella con la S maiuscola che scorre in sottofondo, quasi una testimone dei desideri degli uomini, delle loro debolezze, quasi un palcoscenico all’intera vicenda.

La signora di ShangaiA un passo dalla Seconda Guerra Mondiale, Mussolini chiede a Pietro Battaglia di proteggere la figlia, non solo dal marito Galeazzo ma soprattutto da se stessa. Perché Edda non sa stare al suo posto, Edda desidera… e una donna che desidera è pericolosa.

Dall’Italia alle fumerie d’oppio di Shangai, che mi hanno riportato a un altro capolavoro del noir: La signora di Shanghai con una Rita Hayworth in un’inedita versione platinata à la garçonne, più perturbante che mai, diretta da un Orson Welles in stato di grazia, nel lontano 1947. E ancora, dalle porte di Verona alla campagna circostante dove si consumano gli ultimi atti battaglia_fabrizio_des_doridesdi questa avventura, il viaggio di Pietro e Edda è puntellato da una scia di cadaveri e di sogni infranti.

La vicenda scorre veloce, pagina dopo pagina. Notti interminabili lasciano il posto ad albe insanguinate e la lotta psicologica tra i personaggi è più terribili degli scontri in cui il vampiro esibisce il suo lato più mostruoso. Perché chi sono davvero i mostri, alla fine?

Tra il bianconero di Hellboy e la plastica espressività del fumetto tascabile italiano anni Settanta (da cui Battaglia eredita il formato), i disegni di Fabrizio Des Dorides sono granitici quanto uno scorcio da Sin City e graffiano le pagine, capaci di impregnare la carta con gli incubi che puntellano la vita di Battaglia e di chi gli sta accanto. È una corsa fino all’ultima pagina: «Inutile stare a piangere i morti, Edda» dice Battaglia. «In questo caso, non piangerò per te, Pietro» risponde lei. E in questo dialogo ritrovo tutta la forza del nero, in cui la speranza può essere più fugace del battito d’ali di… un pipistrello.

 

Venti corpi nella neve: un esperimento riuscito, dal web alla carta stampata

Vincitore del prestigioso torneo letterario in rete «Io scrittore» indetto dal gruppo editoriale Mauri Spagnol, il romanzo di Giuliano Pasini «Venti corpi nella neve» è infine approdato in libreria per l’editore Time crime, nuovissima casa editrice del gruppo Fanucci, e che propone thriller a un prezzo più che concorrenziale: per questa uscita si parla di 7,70 euro, ed è un cartonato.

Ma il prezzo non lascia spazio a dubbi sulla qualità dell’opera, che è quella di un noir a tinte forti ben congegnato, dal ritmo serrato e con un protagonista tormentato e credibile, il commissario Roberto Serra, alla ricerca di un assassino in un paese sperduto nell’appennino emiliano. L’ambientazione italiana, vivida, accurata, pulsante, costituisce un valore aggiunto a un romanzo godibile e di assoluto valore. Nonostante sia al suo esordio, Pasini ha la stoffa del narratore, e slancia la scrittura attraverso capitoli brevissimi declinati al presente e ricchi di immagini evocative e riferimenti musicali, conducendo il lettore attraverso i meccanismi del giallo, tra depistaggi e l’intreccio con la storia recente, la nostra, che è un coacervo di momenti ombrosi, perfetti per un noir.

La quarta di copertina: Case Rosse, minuscolo borgo nell’Appennino tosco-emiliano, ha un primato: è la sede del commissariato più piccolo d’Italia, diretto da Roberto Serra – che viene da Roma ed è considerato uno ed fòra – con l’aiuto dell’agente Manzini. Non succede mai nulla se non qualche rissa tra ubriachi il sabato sera. Ma la notte del Capodanno del 1995 una telefonata sveglia Manzini in piena notte. Ci sono tre cadaveri al Prà grand, uccisi senza pietà. I due poliziotti accorrono sul luogo del delitto e uno spettacolo raccapricciante si presenta ai loro occhi: un uomo, una donna e una bambina sono stati colpiti a morte da distanza ravvicinata con un fucile. È un’esecuzione, senza alcun dubbio. Ma non ci sono schizzi di sangue intorno alle vittime e la loro posizione non combacia con la traiettoria degli spari. A chi appartengono questi corpi straziati che chiedono giustizia? Chi ha violato la pace di quel piccolo paese perso tra le montagne, e per quale motivo? E perché così tanta violenza da sorprendere anche un uomo come Roberto Serra, abituato a omicidi ben più efferati? Per il commissario comincerà un’indagine che lo porterà a rivivere il passato del luogo in cui si è rifugiato, e ad affrontare i demoni che albergano nella sua anima e nel suo cuore. Un romanzo che affonda le radici nelle pagine più sanguinose della storia del Ventesimo secolo. Un nuovo autore italiano che lancia la sfida ai maestri del thriller internazionale.

Per saperne di più: la pagina Facebook di «Venti corpi nella neve».

La nascita di una «nazione noir»

Si intitola “Noir nation” un nuovo progetto editoriale dedicato alla letteratura del lato oscuro. Si legge nell’editoriale di Eddie Vega: «Elementi noir sono presenti nel poema di Gilgamesh, nel libro dell’Ecclesiaste, e nell’Inferno di Dante, tutti più oscuri e più crudeli delle scene più crude dei libri che affollano gli scaffali dedicati al genere o i film che ne sono stati tratti. Quello a cui abbiamo assistito negli ultimi 65 anni è una focalizzazione degli elementi in una sorta di raggio laser che li scolpisse nella pietra. Noir nation dirigerà quel raggio in modo da enfatizzare la forza del noir».

Dal primo numero, si può dire che questa esigenza sia stata soddisfatta completamente. La rivista, che sfoggia una copertina di una bellezza sconvolgente, è disponibile unicamente in ebook per Kindle ed è ricchissima di contenuti, tra cui racconti, interviste, un forum di discussione e una graphic novel, il tutto rigorosamente in inglese. L’attenzione è sul valore letterario del materiale piuttosto che a effettacci per provocare un brivido facile. D’altronde, come ricorda Eddie Vega, direttore responsabile della testata, «c’è mai stato un testo di narrativa più noir dell’Amleto?»

La rivista può essere acquistata in formato Kindle su Amazon.