L’uomo di casa.

«La risposta è che non c’è un perché al male. Non c’è mai stato.
Siamo solo noi, tutti noi, che abbiamo voluto fingere che il mondo fosse un luogo di pace e d’amore. È una sciocca patetica illusione, mia cara. Dentro il nostro cuore sappiamo bene che non è così, sappiamo che stiamo cercando riparo dentro a una bugia, perché il mondo, in realtà, è solo un luogo orribile, dove succedono cose orribili.»

L’uomo di casa di Romano De Marco (322 pp., Piemme editore) è un domestic thriller ambientato in una cittadina della Virginia dal nome europeo, Vienna, contea di Fairfax.

La protagonista è Sandra Morrison, moglie e madre modello, la cui vita è distrutta dalla morte del marito Alan in circostanze scabrose.

La donna è costretta a rimettere tutto in discussione. Chi era l’uomo con cui ha condiviso vent’anni? Un irreprensibile uomo di casa, marito e padre amorevole, stimato professionista? Oppure un ipocrita dalla doppia vita? 

È per rispondere a queste domande che la protagonista si trova invischiata in un’indagine che risale a trent’anni prima: il caso della Lilith di Richmond, ladra di bambini e assassina seriale, mai consegnata alla giustizia.

L’indagine del presente, narrata con capitoli in terza persona che si intervallano a capitoli in prima persona in cui è Sandra stessa a farci entrare nella sua mente, si mescola all’indagine del passato con balzi temporali a partire dal 1979, anno in cui Gina Cardena, detective afroamericana coraggiosa e indomita, porta avanti una lotta contro tutti alla ricerca della verità.

Ai due piani temporali, si intervallano capitoli scritti in corsivo, che riportano i dialoghi di chi conosce la verità e come un ragno, trama nell’oscurità, giocando con le sorti degli ignari protagonisti.

La voce di De Marco è fresca, sicura. Lo scrittore mescola indizi e dosa i colpi di scena fino all’ultima pagina in cui si aggiunge un’ulteriore chiusa, in cui l’oscurità viene a galla portando con sé l’origine di un male antico quando spaventoso.

 

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Anche le scimmie cadono dagli alberi

Berselli-1_250X_Il primo luglio esce “Anche le scimmie cadono dagli alberi” (Piemme), il nuovo romanzo di Alessandro Berselli. L’ho letto in anteprima e credo racchiuda tutte le caratteristiche del Berselli narratore che più apprezzo.

Samuel Ferrari è la voce narrante. Un tipo cinico, perduto nel suo mondo di decisioni rinviate, donne sbagliate e un lavoro in una multinazionale che gli serve solo per campare, ma non lo coinvolge. Il trentatreenne protagonista del romanzo è il classico eterno bambino, affascinante e cazzone, che però racchiude un’anima romantica e sotto sotto un desiderio forte di ricredersi e di innamorarsi ancora. Lo disprezzerete? Forse all’inizio sì, ma poi riuscirete perfettamente a capirlo perché come recita il proverbio giapponese da cui nasce il titolo, nessuno è perfetto e Samuel è uno che si adatta al mondo e alle sue regole e l’unica sua colpa è quella di vivere la sua vita con un filo di gas, cercando di rimanerne il meno possibile coinvolto a livello emotivo. Ci riuscirà? Ovviamente no. Perché finirà per innamorarsi della ragazza sbagliata.

Citazioni cinematografiche e canzoni rock fanno da colonna sonora alla narrazione, capitoli brevi e graffianti che potrebbero essere estrapolati e letti a parte perché raccontano ognuno una piccola storiella nera. Ho trovato spassosa quella dal titolo minimale “L’asciugacapelli”, forse perché è raccontata accanto alla lapide di una ragazza carina, al cimitero, come da tradizione consolidata da Samuel sin dai tempi di ragioneria.

Attorno al protagonista si muove un mondo variegato di personaggi spassosi, donne isteriche e comparse. Personalmente ho adorato Violet, la sorella un po’ folle che decide di partire per la Thailandia per aprire un allevamento di locuste. Vi sembra strano? Dovete ancora leggere il resto.

Grottesco e romantico, cinico e incalzante come un pezzo dei Ramones, Anche le scimmie cadono dagli alberi è il libro alternativo da leggere nelle notti piovose di questa stramba estate… e non solo.