Morandi e racconti – Edizione 2018.

“La scrittura non è magia ma può diventare la porta d’ingresso per quel mondo che sta nascosto dentro di noi. La parola scritta ha la forza di accendere la fantasia e illuminare l’interiorità.”
Ho scelto le parole dello scrittore israeliano Aharon Appelfeld per introdurre i racconti concepiti quest’anno dai ragazzi del corso avanzato di scrittura creativa che ho tenuto al Liceo Morando Morandi.
Storie che fanno intravedere gli universi nascosti dentro ognuno di loro, ma anche ricordi, incubi e sogni, la loro grande fantasia e, a volte, la rabbia, per quello che vorrebbero cambiare se solo potessero farlo. Perché scrivere è anche questo; combattere con le parole un mondo imperfetto. E crearne nuovi, di mondi, su carta. Affinché risplendano come i sogni di domani.

Livia, di Francesco Fava
In un giardino di rose la percentuale di spine è minima, il numero di petali è nettamente superiore a quello delle spine, eppure sono le spine quelle che fanno male.

Un taglio con la carta è oggettivamente insulso, però è immensamente fastidioso.
Le piccole cose sono quelle più fastidiose; una persona può morire dissanguata per un braccio amputato, come per mille tagli con la carta.

Sono le piccole cose quelle che mi uccidono.

Mi ricordo ancora la prima volta che mi sono tagliata con la carta: stavo sfogliando il quadernone di matematica per fare gli esercizi dettati con cura maniacale alla classe di primini dalla maestra con la coda castana, quando sento un improvviso lancinante fastidio all’indice.

La fine del mondo. Come poteva un foglio di carta farmi male?
Ripensandoci adesso penso che questo mini trauma sia la ragione per il mio disprezzo verso la matematica.
Neanche un minuto e la maestra era già arrivata con il cerotto rosa perfettamente abbinato al fiocchetto perfettamente legato sul grembiulino bianco perfettamente immacolato.
Il bianco mi ha sempre dato ansia, era così vuoto, implorava di essere riempito, ma non sapevo mai come. Inghiottisce tutto con la sua perfezione, odio le cose perfette.
Nemmeno il rosa mi era mai piaciuto. Perché non potevo avere un fiocchetto giallo o verde?
Perché le ragazze dovevano essere rosa e i ragazzi blu? Sin da quando ero piccola questa chiara classificazione cromatica mi irritava.
Mi irritava tanto quanto quel piccolo taglio con la carta.

«Livia! Mi hai tenuto il posto?» disse una voce distinta dalla folla di studenti salita sull’autobus, una folla disordinata e rossa.
Spostai lo zaino dal sedile di fianco al mio per fare posto a Lucrezia
«Grande Liv!»
Liv mi piaceva di più di Livia, Livia era grigio-viola, un nome che senti la polvere in bocca quando pronunci le sue due sillabe. Liv era viola acceso.
«La prossima volta sali con me però, sono stanca di mandare via una serie di stanchi pendolari gialli» le dissi sbuffando
«Sono stanca di venire alla fermata ogni mattina!»
«Sei pure stanca di essere chiamata Lulu…»
«Smettila di chiamarmi Lulu, è dalla seconda media che te lo dico! O Lu, o Lucrezia ma MAI Lulu!»
Lu era la mia migliore amica da sempre, era viola-arancio-verde, era il mio esatto opposto e la mia parte complementare.
«Quand’è pure che devi tornare dal parrucchiere? Posso venire con te? Voglio farmi anche io un colore strano! Che ne dici di rosa?» disse Lu tirando fuori il libro di scienze dal suo zaino blu.
«Ma tu sei castana.»
«Perché tu sei uscita da tua madre con la frangetta e i capelli verde fluo?»
«No ma il tuo castano è rosso-arancio-viola, su di me è verde-grigio-giallo.»
«Lo prendo per un complimento.»
«È un complimento!»
«Scusa, normalmente la gente non usa i colori al posto di tre quarti del vocabolario italiano.»
«Normalmente la gente non intinge le patatine nel succo d’arancia.»
«È successo solo una volta! Piuttosto aiutami a ripassare scienze che la Iliceto oggi interroga.»
«Ecco una cosa disgustosamente gialla…»

L’autobus squarciava l’infinito grigio mattutino, quel grigio che ai miei occhi appariva così blu, quel grigio per il quale avrei dato tutto per sparirci dentro.

 

What if? Federico Aldrovandi, di Sofia Fabbri
E’ stata una bella serata. Io e miei amici ci siamo divertiti molto, a dir la verità.
Non andavamo spesso fino a Bologna per passare le nottate nei locali, siamo una compagnia tranquilla, di ragazzi normali, ma ogni tanto anche noi vogliamo provare il brivido del sentirci grandi, atteggiamento tipico dei diciottenni, come quella sera. Abbiamo deciso qualche giorno fa di andare in un locale abbastanza in della città, il Link, frequentato da gente più grande, estrosa, con la musica nel sangue. La musica che tanto amo e che sempre mi accompagna in tutto quello che faccio durante le mie giornate.

Non mi piace molto bere, quindi non ho esagerato, un drink è più che sufficiente per farmi passare una bella serata. D’altro canto, non sono così diligente per quanto riguarda l’ambito degli stupefacenti: è questa la mia bestia nera, il consumo occasionale di sostanze. Ho pensato bene di assumerne in maniera modesta, perché sono ben consapevole che da quel giro non si esce, una volta entrati sul serio. Insomma, la serata è trascorsa tra balli, risate, canti, chiacchiere, scherzi: le serate che ogni diciottenne dovrebbe passare. Era una calda notte di fine settembre, punteggiata dalle stelle che la nebbia emiliana non era ancora riuscita a vincere al cielo terso. Dopo qualche ora di baldoria, i miei amici hanno deciso di andare; io non ho la patente, quindi mi sono dovuto adeguare agli orari del gruppo. Non che mi sia dispiaciuto, alla fine ero parecchio stanco anche io e sinceramente mi girava un po’ la testa. Meglio mettersi a letto.

Il viaggio in auto è stato tranquillo e sereno e dopo quaranta minuti siamo arrivati a Ferrara, la nostra città natale. Essendo il più piccolo del gruppo, sono sempre il primo a essere portato a casa dai miei amici, taxisti improvvisati, solo che quella sera mi sentivo un po’ stranito, ecco. Avevo una strana sensazione di tachicardia che proprio non mi abbandonava e non avevo idea di che cosa sarebbe potuto essere. Era come un presentimento, una sorta di preludio a qualcosa di brutto.
Ho cercato di non pensarci e ho chiesto all’autista di farmi scendere in una via vicino alla mia, così da fare due passi e tranquillizzarmi. Una volta fatto, ho iniziato a camminare tranquillamente, cercando di calmare il senso di nausea che mi saliva in modo sempre più urgente. Quasi subito ho visto il lampeggiare di abbaglianti di una macchina, ma chi era? I miei amici no, sicuramente.

L’automobile si avvicinava a me a passo d’uomo, ma i lampioni illuminavano a malapena ciò che c’era davanti a me, quindi ho continuato a scrutare il veicolo. Quando è stato abbastanza vicino, le portiere si sono aperte e sono scesi due uomini in divisa. Avevano i manganelli in mano e subito hanno iniziato a urlarmi comandi e domande, del tipo: «Stai fermo, non muoverti», oppure «Che cazzo fai in giro alle tre di notte? Sei andato a rubare? O a drogarti? Eh?»

Ero terrorizzato, pietrificato, talmente improvvisa e senza senso era la situazione in cui mi ero venuto a trovare. Ho alzato le mani sopra alla testa, come ho visto fare tante volte nei film d’azione che amavo guardare con mio padre Lino, sperando in un errore dei poliziotti, in uno scambio di persona, in un abbaglio.
Ho chiuso gli occhi dal terrore, mentre sentivo i loro passi che si avvicinavano a me e le loro ingiurie che aumentavano. Ho dovuto riaprire gli occhi quasi subito: un dolore lancinante si stava diffondendo dal mio ventre a tutto il mio corpo. Tossivo, tossivo talmente forte che ho sputato sangue, mentre con entrambe le braccia mi cingevo l’addome. Ho provato a urlare che sicuramente c’era stato uno sbaglio, ma appena ho provato ad aprire bocca mi è arrivata un’altra manganellata sul fianco destro, così forte da farmi inginocchiare a terra e da farmi venire le lacrime agli occhi. Io urlavo, provavo a scappare, ma appena mi alzavo in piedi, il manganello di entrambi i poliziotti mi faceva cambiare idea, facendomi accasciare sempre di più a terra.
Ero tramortito, frastornato, finchè non ho visto aggiungersi ai due uomini originari un altro uomo e una donna, sempre in divisa. Pensavo fossero venuti lì per salvarmi, che qualche passante o abitante della zona, sentendo la confusione e le mie grida, si fosse allertato e avesse chiamato le forze dell’ordine per aiutarmi. La speranza iniziava a farsi strada nel mio cuore e quasi per miracolo mi sono alzato in piedi, con mio enorme sforzo fisico. Ormai ero completamente sporco di sangue e vedevo su di me ferite, lividi e gonfiori ovunque. Mi sono avviato verso la donna, in cui, nel mio stato delirante, ho intravisto il viso tanto amato di mia mamma Patrizia. L’avevo quasi raggiunta, quando da dietro ho sentito un’altra manganellata sulla schiena, esattamente nella zona lombare. Mi sono sbilanciato e sono caduto, sbattendo il viso sul marciapiede di cemento. Non riuscivo più a fare niente, avevo capito che anche i miei due presunti angeli salvatori erano in realtà dei Lucifero.

Ho ricevuto talmente tante altre percosse che quasi ero arrivato a credere che mi stessero cercando l’anima, distruggendo tutto quello che di fisico avevo. Tutto ciò è continuato per troppo, avvolto nel silenzio: non avevo nemmeno più le forze per mugugnare. Volevo semplicemente che quel supplizio finisse in fretta; mai come allora ho sperato di morire.

Finchè la donna, mossa da un atto di compassione, ha detto ai suoi colleghi di smetterla, che sarei morto se avessero continuato, che sarebbero stati sollevati dal loro incarico, che sarebbero andati in prigione, che stavano uccidendo un ragazzino. Incredibilmente, i miei boia si sono fermati, lasciando cadere i loro manganelli. Li hanno raccolti subito dopo e, nonostante non abbia visto la scena perchè ero in posizione prona, sono corsi verso le volanti, lasciandomi lì, solo, sanguinante. Sono stato immobile per ore intere, fino a che, all’albeggiare, non ho trovato le forze di alzare il busto: ero ancora vivo.
Ho iniziato a trascinarmi, come i serpenti, per i pochi metri che mi separavano da casa mia. Ho suonato il campanello, nonostante avessi le chiavi nelle tasche dei pantaloni. Ho aspettato solo due secondi: mia mamma mi ha aperto la porta, sgridandomi per l’orario ancora prima di vedermi. Ha abbassato lo sguardo, mi ha osservato per qualche secondo buono. Dopodiché si è accasciata davanti a me, prendendomi la testa tra le sue mani e piangendo, disperata, sussurando appena il mio nome: Federico.

Non sono riuscito a dirle quello che mi era successo, non ne avevo le forze. Ma ero vivo e a casa: questo era quello che mi importava, il resto non contava.

Anche oggi che lo ricordo mi piacerebbe pensare che sia andata così, ma in realtà le cose sono andate diversamente. L’anima me l’hanno trovata davvero a suon di botte e hanno distrutto anche quella.
Me ne sono andato via così, senza aver detto addio a mia mamma, a mio papà, ai miei amici.
Me ne sono andato via da solo, con solamente le manganellate come compagne.
Me ne sono andato via da solo, per mano di quattro poliziotti che avrebbero il dovere di difendermi.
Me ne sono andato via da solo.

 

Inchiostro disperso, di Martina Mazzoli
Era un giorno come qualsiasi altro quello in cui ho perso la mia penna blu.
Stavo mordicchiando il tappo in plastica, cercando di concentrarmi sui complicati grafici di matematica che si stendevano sulla pagina davanti a me.
Stavo immaginando il momento in cui, terminati i complicati calcoli che affollavano la mia mente, mi sarei potuta concentrare sul libro che volevo finire o rilassarmi davanti a un bel film.

Nemmeno cinque minuti dopo la penna era sparita. Completamente volatilizzata senza lasciare alcun segno della sua presenza. Una penna che era con me dai miei sette anni e che, per i successivi dieci, avevo usato per ogni esame importante. L’avevo sempre con me nei momenti di ansia e mi piaceva giocherellarci cercando di tenere impegnate le mie mani tremanti. Ogni due mesi, puntualmente, mi recavo nella cartoleria della mia città e compravo un cambio di inchiostro. Non l’avevo mai persa né dimenticata in nessun luogo, a differenza della maggior parte dei miei averi.

Ma quel giorno, tranquillo e ordinario, l’avevo persa.

Ho cercato ovunque nella mia stanza: sotto il letto, dietro le tende, tra i libri e dentro i cassetti di vestiti. Ma senza successo. Ho cominciato l’ispezione della casa. Se qualcuno mi avesse visto in quel momento avrebbe pensato a me come una ladra in cerca degli oggetti di valore della famiglia che avevo deciso di derubare. Mi aggiravo in modo incostante per la casa, riguardando più volte negli stessi posti, raggiungendo angoli impossibili da notare e sistemandomi compulsivamente una ciocca di capelli; arrivavano giusto a toccarmi le spalle ed erano quindi impossibili da tenere al loro posto.

Trovai polvere, bottoni, caramelle e cartacce ma della mia amata penna blu non c’era traccia.
La sera raccontai l’accaduto a mia madre e lei si rattristò per me, sapendo quanto tenevo alla mia penna, ma nulla di più. Non poteva capire il valore che, quell’oggetto all’apparenza insignificante, aveva per me. Mi chiusi in camera e
mi sdraiai sul letto, guardando il soffitto e sospirando pesantemente. Non avevo voglia di fare nulla e dovevo ancora finire i compiti di matematica, lavarmi, mettermi in pigiama e…
Ancora una volta mi stavo facendo prendere dall’ansia.

In casi come questi, quando sentivo il respiro farsi affannato e pressante, afferravo la mia penna e piano piano regolavo il mio respiro con grandi boccate d’aria. Poi sedevo al computer e cominciavo a disegnare, rilassandomi con musica tranquilla e un buon tè al lampone. Ma la penna blu non c’era questa volta e l’unica cosa che potevo fare era contare le macchie sul soffitto, assicurandomi che fossero sempre lo stesso numero.
Stavolta sembrava ce ne fosse una nuova però. Là, proprio nell’angolo più remoto del soffitto; e sembrava si muovesse. Mi tolsi gli occhiali e li strofinai, rimettendoli e cercando di mettere a fuoco meglio la chiazza sul soffitto. Ma era scomparsa o meglio… si era spostata.
Era più in basso ora, sul muro e non più sul soffitto. Mi avvicinai per osservarla meglio.
Pulsava, come se respirasse.
Allungai una mano per toccarla e all’improvviso…
Tutto fu buio.

 

Fotografia, di Gaia Tassinari
Carnevale è una festività magica per i bambini, non a caso infatti, era il periodo dell’anno che aspettavo con più impazienza. Era anche meglio del Natale; senza le messe lunghissime durante le quali scimmiottavo sulla panca tra un rimprovero e l’altro o le cene interminabili con i parenti che prima si abbuffavano come se non avessero mai toccato cibo, poi si lamentavano di aver mangiato troppo. In più potevo travestirmi da Biancaneve: la mia principessa Disney preferita, che effettivamente per com’ero all’epoca mi si addiceva molto.

Il mio viso paffutello era incorniciato da un caschetto nero lucente che risaltava tantissimo sulla carnagione lattea, fatta eccezione per le guanciotte rosate, e sugli occhioni castani.
Non ero certo docile come la principessa, anzi ero piuttosto pestifera, tuttavia quando indossavo quell’abito strappavo un sorriso a tutti.

Il giorno di Carnevale a scuola facevamo una festicciola all’interno della palestra, che si trasformava in un mosaico di musica e colori. I maschietti si travestivano da cowboy, supereroi dei fumetti e  astronauti, mentre, scontatissimo, le femminucce puntavano sulle principesse o fatine; l’ambiente scolastico assumeva tutto un altro fascino con le stelle filanti che danzavano nell’aria, i gridolini di felicità e spensieratezza tipica dei più piccoli e la pioggia di coriandoli che si annidava fra i miei capelli. A mensa poi ci venivano servite bevande zuccherate, patatine, pop corn, pizzette. Insomma, era il paradiso!

Il momento più bello, però, era quando arrivavo a casa. La nonna mi aspettava con un bel vassoio di sfrappole prelibate, che mangiavo voracemente, impiastricciandomi le manine e il viso di zucchero a velo, così mi aggiravo pericolosamente per la casa impolverata dallo zucchero e con un nido di coriandoli in testa, finché papá non mi acchiappava e mi faceva il bagno.

Di domenica, invece, andavo a vedere sfilare i carri e, nonostante non fossero chissà che, mi esaltavo un sacco, soprattutto quando riuscivo ad acciuffare quelle caramelle durissime alla frutta che adesso non lanciano più. Il loro gusto non mi piaceva per niente, tuttavia mi sentivo vittoriosa quando tornavo a casa con un bel bottino di dolciumi, piccoli peluche e palloni da calcio in gomma.

Ricorderò per sempre quando una volta mamma è riuscita ad accaparrarsi un animale gonfiabile. Con un sorrisone raggiante mi chiese: «Indovina un po’ cosa ho preso?»
Da dietro la sua schiena intravedevo il muso di un coccodrillo, animale per il quale ero in fissa a causa dei documentari che mio padre guardava sempre. Subito iniziai a saltellare dalla gioia, esclamando: «Coccodrillo!!»
Ogni volta che rivedo questa pseudo principessina seduta sui gradini in marmo non posso fare a meno di ripensare ai coriandoli, all’allegria e ai colori.

 

La foresta, di Jacopo Botti
La nebbia lo circondava da circa un paio d’ore quando la macchina si fermò. Scese, per accorgersi di essere finito fuori strada in una foresta. Magari camminando ne sarebbe uscito.

Guardò l’orologio. Per fortuna era ancora giorno, non gli andava per niente di passare la notte al freddo in una foresta. Per sicurezza prese la torcia dalla macchina e si incamminò fra gli alberi.

Non era passato troppo tempo quando vide un gufo volare sopra la sua testa. Era strano vedere gufi volare di giorno ma decise di non farci troppo caso. Man mano che avanzava gli alberi si facevano sempre più spessi.
Non si accorse nemmeno che era calata la notte dal gran che era fitta la nebbia. A un certo punto si ritrovò su un sentiero delimitato da alberi morti, dove erano appollaiati centinaia di gufi che lo fissavano con i loro occhi gialli. Fu in quel momento che la nebbia si diradò e vide una gigantesca luna rossa in cielo e la notte che lo circondava. Si maledisse da solo per essersi allontanato così tanto e accese la torcia decidendo di avanzare nella speranza di trovare una sorta di riparo.

Poco dopo notò un fuocherello e una sagoma sotto una roccia Si avvicinò con cautela e vide che si trattava di uomo anziano dai capelli grigi e lunghi.
«Buonasera» disse cercando di attirare l’attenzione.
«Buonasera a lei. Vuole unirsi attorno al fuoco con me?» rispose lo sconosciuto.
«No, no, qui sto bene» rispose lui a disagio.
«Sa, si dice che con la luna rossa in cielo accadano strane cose in questi boschi» disse il vecchio alzandosi in piedi. Poi schioccò le dita e scomparve in una nuvola di fumo, spegnendo il fuoco.

Doveva essere stata una semplice allucinazione. Era stanchissimo, ma voleva uscire dal bosco.
La luna era alta in cielo quando trovò una pozza circondata da alberi. Si avvicinò credendo fosse acqua ma scoprì che si trattava di un liquido nero e appiccicoso. Quando alzò lo sguardo deluso vide una strada ciottolata alla cui fine c’era una villa.
Si avviò lungo quella strada e quando arrivò alla villa trovò la porta aperta e fu accolto da un maggiordomo che lo accompagnò in una sala dove erano presenti alcune poltrone di pelle nera e un tavolino su cui erano appoggiati un piatto con una fetta di torta e una tazza di caffè. Il maggiordomo sparì e lui si servì da solo.
Poco dopo, da una tenda di velluto rosso sangue fecero il loro ingresso un nano vestito di rosso, un uomo con una benda sull’occhio sinistro, una donna dai capelli rossi e un uomo dagli occhi vitrei che si misero in un angolo a parlare. Lui si alzò e si avvicinò a loro ma quando li raggiunse la casa prese fuoco.

Si risvegliò accanto alla pozza di fango la mattina e si convinse di aver sognato tutto quanto. Si incamminò lungo un sentiero che partiva alla sua destra. Mentre seguiva il sentiero vide arrivare il vecchio della sera precedente. Accelerò il passo ripetendosi che era soltanto un’allucinazione. Il vecchio lo raggiunse comunque e fece per dirgli qualcosa, ma prima che aprisse bocca si ritrovarono scagliati per aria e il mondo girò sottosopra.
Davanti a loro apparve un occhio gigantesco che si aprì come una tenda e ne uscì l’uomo con la benda del suo sogno.
«Hai fallito nel tuo intento abominio» disse rivolto al vecchio.
«Come sarebbe? La casa si è salvata. Scommetto che è stato merito tuo. Non è che potresti farmi il favore di mostrare la tua vera faccia così ci posso sputare sopra?» ribatté il vecchio.
Poi l’uomo con la benda si girò verso di lui e disse: «Mi dispiace per il disagio che questo essere orrendo le ha provocato. Se desidera posso riportarla alla macchina, signor Cooper.»
Il vecchio si lanciò contro l’uomo bendato e gli distrusse il cranio a mani nude. Il resto del corpo si sciolse in argilla. Il vecchio si voltò verso di lui dicendo con voce roca: «Ci rivedremo ancora.»

Sentì che stava per svenire; l’ultima cosa che vide prima di chiudere gli occhi furono un paio di gigantesche mani di luce che andavano verso di lui.
Si svegliò nella sua macchina chiedendosi che razza di incubo avesse avuto.

Quattro anni dopo Great Northern Hotel
Entrò nella sua camera per lasciare le valige e aprì la finestra. Vide di sfuggita un’ombra ma pensò si trattasse di un qualche animale. Diede le spalle alla finestra e provò a sintonizzare la radio che però rimase muta.
Si guardò allo specchio, si sistemò la cravatta, prese fiato e tirò una testata allo specchio così forte da provocare numerose crepe.

Un rivolo di sangue gli scendeva lungo la fronte mentre lo specchio rimandava l’immagine di un uomo anziano dai capelli lunghi e grigi che rideva.

La radio cominciò a cantare:
«We’ll meet again.
Don’t know where, don’t know when,
but I know we’ll
 meet again some sunny day.»

 

Cosa vedi?, di Francesco Guidoboni
Digitò una sequenza su un muro spoglio. Era certa che la tastiera si trovava in quel posto, non poteva essere altrimenti.
Quello era il riquadro a cui portavano le coordinate; il limite dell’unico punto di accumulazione della funzione che tracciava la spirale logaritmica del soffitto indicava esattamente quel punto. «Il limite del cielo è la soluzione. La forma della terra, la chiave», era ciò che l’immortale assassino le aveva detto prima di sparire dentro al vecchio casolare abbandonato in cui lei aveva i suoi ricordi d’infanzia e dove, senza esitazione, l’aveva seguito.
La sequenza le appariva ovvia. La forma della terra è la chiave, il pavimento era composto da 59.049 mattonelle di ozono cristallizzato, 1.048.576 di ciclobutano stablizzato, 9.765.625 di fruttosio compattato.

Aveva impiegato solamente qualche secondo per accorgersi che questi numeri erano la potenza di esponente dieci del numero dei lati che contraddistingueva le loro molecole. Sfiorando la tastiera riconobbe il materiale: era composta di cristalli benzenici, non aveva più dubbi.
Sorrise delusa quando vide il muro diventare prima trasparente e poi volatile.
«Il killer immortale, l’amante degli enigmi che non sa perdere? I tuoi giochetti sono a dir poco mediocri» disse a voce alta, in tono di sfida.

Entrò in quella che anni prima era stata la sua stanza da letto. Era rimasta identica a come la ricordava: la grossa vetrata come muro esterno, il letto e l’oloteca la riportarono indietro nel tempo. Ricordava bene quei giorni, quando ancora la pace regnava, quando la guerra era solamente un lontano ricordo. Al centro della stanza un segno di luce verde lacerava quel luogo, una macchia apparentemente casuale si ergeva dove una volta era posizionato il generatore di campi.

«Cosa vedi?», una voce ammaliante le sussurrò nell’orecchio.
Quella domanda fece vacillare il suo animo. Non aveva risposta. Era una rappresentazione, ma non le appariva leggibile
«Cosa vedi?», sentì la sua presunzione infrangersi, la sua mente vagò febbrilmente in cerca della risposta.
«Cosa vedi?», non sapeva cosa dire.
«Cosa vedi?», la domanda iniziò a riecheggiarle in testa.
«Cosa vedi?», sapeva che non era solo una luce. Cos’era?

Cosa vedo? Perché non aveva risposte? Perché vedeva la soluzione ?

Cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi, la domanda continuava a rimbombare nella sua mente, come a prendersi gioco di lei.
«Basta!» gridò accasciandosi a terra, in lacrime. Era stata sconfitta, senza nemmeno aver avuto la possibilità di combattere. Sentiva dentro di sé odio. La voce aveva dimostrato di esserle superiore.

«So come ti senti.» Avvertì una mano posarsi sulla sua spalla. Voleva reagire, ma si sentiva vuota dopo quell’umiliazione. «Ho trascorso due secoli pensando alla soluzione», il killer continuò, «solamente per scoprire che non esiste una risposta corretta.»

Myal si rialzò, consapevole della sua morte imminente.
La meritava, il fallimento la feriva più di ogni lama, la faceva ardere più di ogni offesa.
Il suo interlocutore la incalzò. «Sei come me», rise amaramente, «Umana, eppure superiore alle persone, Viva, ma incapace di comprendere l’emotivo.» Il tono era pacato e tradiva un affetto quasi fraterno. «Sei rimasta nella tua convinzione di superiorità.»

Aveva ragione, lo sapevano entrambi, ma lei si rifiutava di accettarlo.
«Taci!» Myal si girò di scatto solo per vedere la figura. Era alta, si stagliava contro l’oscurità che ribolliva lungo le pareti, mossa dalla luce innaturale. Lo sguardo della ragazza lo aggredì. Myal arse nella voglia di uccidere quella figura, desiderava ardere i suoi capelli rossi, deturpargli quel viso tranquillo.
«Non sei poi tanto meglio di una persona normale.» A quell’affermazione la sua anima si risvegliò dallo sconforto.
«Taci!» urlò ancora la ragazza scaricando la sua rabbia in un coltello diretto verso la figura che l’avvolgeva da dietro. Non aveva più le forze nemmeno di cercare un’altra parola per zittire il suo aguzzino.
Sentì le sue gambe falciate, cadde. Girò lo sguardo e vide la figura avvolta nell’ombra tenere la lama tra l’indice e il medio. Era riuscito a fermare il suo colpo, l’aveva surclassata perfino nel combattimento, aveva dimostrato la sua superbia.

Rassegnata chiuse gli occhi pregustando già la sua morte.

«Non riuscirai a uccidermi, sono pur sempre il fratello maggiore.»

 

Mariette, di Grazia Caruso
Mariette non era come le altre; i suoi vestiti la rendevano simile a una ninfa, una di quelle che ammaliano anche i poeti più apatici.
Amava leggere, in un’epoca in cui leggere era considerato strano, diverso.

Ma lei era così; non ascoltava niente e nessuno, se non il suo cuore.

Mentre la guardavo scendere le scale mi resi conto che il suo sorriso illuminava qualsiasi cosa incontrasse lungo il suo cammino.
I suoi occhi azzurro zaffiro mi scrutavano. Ma nel momento in cui i nostri sguardi si incrociarono le sue palpebre, colte dalla delicata carezza della timidezza, si chiusero.
Ci prendemmo per mano e ci dirigemmo verso il lago e, tra gli abbai di Willie, arrivammo sulle sponde di quell’anonimo lago in cui alberi e arbusti avevano preso il sopravvento. Ma in realtà il lago non era stato dimenticato, almeno non da noi.

Forse, proprio come regalo per non averlo dimenticato, quel lago esisteva per noi, e come diceva sempre Mariette «L’amore anima ogni cosa in qualsiasi luogo.»
La presi per mano e la accompagnai sulla nostra barca, da noi soprannominata Calliope, dal nome della musa che con la sua voce vinse le Piche.
Willie prese posto per primo e noi, dopo di lui, ci sedemmo, uno accanto all’altra, mentre lei cominciò a raccontarmi della sua giornata. Io mi volsi verso di lei ad ascoltarla, pensando che fosse la mia felicità fatta persona.

 

Urbico, di Davide Garuti
Timilo corse in casa terrorizzata e chiuse porta e serratura dietro di sé. Respirava affannosamente, al punto che sua madre si voltò di scatto e, sorpresa dal rientro anticipato, chiese: «Hai già comprato la cena? Hai fatto presto.»
«Sì, no, è che c’è un ragno immenso e velocissimo in cortile!»
Sua mamma andò alla porta, sbirciò fuori, dopo di che spalancò la porta e rispose in tono altero: «Timilo quello è un comune granchio di città! Ok che siamo qui da poco, ma la città è famosa in tutto il mondo per i granchi che ti vengono a pulire gli avanzi. MUOVITI e va a prendere la cena!»
Timilo scappò fuori e percorse i trenta metri che la separavano dal chiosco del fast food più vicino ma, una volta metabolizzati i ragni di strada, vi furono gli altri incubi da affrontare.
La città di Urabo offriva ai topi d’appartamento come Timilo la musica pop che veniva pompata da altoparlanti, o che veniva strillata dal vivo da artisti di strada, i quadri e altre opere di arte visiva che variavano da pubblicità con modelli e modelle spesso nudi e occasionalmente intenti in attività che la gente del ventesimo secolo non avrebbe rappresentato per strada, fino a quadri impressionisti o surrealisti, con contrasti di colore degni di un pastello spalmato sulla retina. Poi c’erano i video solitamente pagati dalle catene di fast food, trailer di film, pubblicità di nuove attività, notiziari flash su eventi appena successi che, subito dopo la sigla martellavano con domande tipo: Chi? Cosa? Dove? Come? Quando? Perché? E saluti.
Un vero e proprio paradiso per un’agorafobica come Timilo; un’area urbana riempita di ville basse con mongolfiere e dirigibili pubblicitari, che competono per lo spazio aereo.

Dopo essere arrivata in casa e aver consegnato il cibo a sua mamma, Timilo si rifugiò in un’imitazione di quella che era stata la sua camera a Urbico. Un posto in cui riesce, almeno parzialmente, a trovare riparo dal mondo esterno. Quello stesso loculo che le aveva fatto dire “camera mia” con una veemenza e una sicurezza tali da sorprendere i suoi genitori. Quel loculo in cui leggeva le storie scritte in braille, osservava tutti i dettagli delle foto dei suoi libri preferiti mentre ascoltava la musica che amava.

Ma tutto questo non c’è più. È stato demolito e i mobili sono in un deposito. Questo è il prezzo che tutti gli urbiconesi devono pagare: cinque anni nel motore economico del mondo e tre mesi fuori, mentre il grattacielo in cui abiti viene ricostruito a causa della crescita della popolazione. Sua mamma odiava quel loculo, come chiamava il vecchio appartamento, e amava invece la villa in cui risiedevano ora, con le finestre e i lucernari che facevano entrare molta luce, l’open space che le permetteva di osservare tutti i quadri che aveva recentemente comprato, mentre chiacchierava con gli ospiti che invitava all’interno della casa.
Timilo ripensò a tutti i litigi avvenuti nelle ultime tre settimane. Quante volte la madre l’aveva minacciata di trasferirsi permanentemente qui, quante volte aveva pronunciato il fatidico “se ci fosse papà” ed entrambe avevano pensato “per fortuna che i test per la maturità di fatto si possono prendere a ogni età.”

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Morandi e racconti…

L’ho già detto, ma in questi casi mi piace ripetermi. Insegnare scrittura creativa al Liceo Morandi è una grande emozione perché è la scuola che ho frequentato quando da adolescente, schiva e amante dei libri, mettevo le basi della mia vita futura.

Quest’anno, oltre al corso base e al corso avanzato, ho tenuto un ulteriore corso di approfondimento, chiesto a gran voce dai ragazzi. Sono stati loro a chiedere prima all’insegnante e poi alla preside di poter assistere a un nuovo ciclo di lezioni. E questo nella seconda metà dell’anno, tra compiti in classe e interrogazioni. Questa da sola è la risposta a chi dice che i giovani d’oggi non si appassionano a niente, tantomeno a lettura o scrittura.

In questo articolo “barbarico” ho raccolto i migliori racconti dei ragazzi di quest’ultimo corso. Si tratta di elaborati intimi o avventurosi, commoventi o di rottura, onirici o così reali da sembrare scorci di vita vera. Alcuni sono ispirati a brani musicali e ognuno è accompagnato da una fotografia, scelta dagli studenti a corredo delle parole. E se scrivere è vivere proiettati nel futuro, senza dimenticare il passato, in bilico tra realtà e fantasia. E se la scrittura può essere la nostra arma per sconfiggere le paure. Voi lo state facendo alla grande: perché al Liceo Morandi, si scrive per davvero!


22/08/89 di Alice Simoni – 4 S

Sentiamo le chiavi girare nella serratura, un cigolio, rumore di passi e la porta sbattersi violentemente: era rientrato. Ci ha guardato con il suo solito sguardo freddo;
“Eravamo preoccupati… Ti sembra l’ora di tornare?” gli chiede mia moglie
“E allora? Non ho più dieci anni, sono grande ormai. Buonanotte…”
Come sempre sale le scale e si chiude nella sua stanza, dopo di lui anche mia moglie mi dà la buonanotte, mentre io preferisco restare ancora un po’ sulla mia poltrona.

Come aveva ragione mio padre a dirmi “stai tranquillo, fai un po’ meno il gallo”. Come capisco mia madre che sveglia aspettava e non prendeva sonno.

Io da adolescente ero come mio figlio. Non avevo regole, la mia unica aspirazione era quella di essere libero, libero di fare, pensare e dire qualsiasi cosa, libero di non ascoltare nessuno, solo il mio istinto che, credevo, essere invincibile.

I miei genitori più volte avevano cercato di aiutarmi, di correggermi, per farmi capire che non sempre potevo avere ragione e che ogni istante della vita è prezioso per imparare. Io, però, ho sempre avuto un orgoglio più grande dei loro consigli, odiavo le loro ramanzine, non potevo sopportare chi voleva dettami la strada e così, appena mi fu possibile, il giorno in cui compii vent’anni me ne andai di casa. Non ero pienamente consapevole di quello che stavo facendo, cambiai città, regione, tutto perché credevo di poter fare ogni cosa da solo.

Da quel giorno i contatti con i miei genitori diventarono sempre meno frequenti, fino a scomparire quasi del tutto. Non avevo voglia di sentirli, tantomeno di vederli, ero convinto che il mio infinito malessere interiore fosse colpa loro. Rubavo da tutte le persone che incontravo una caratteristica diversa e le mettevo insieme, come un puzzle, per crearmi un’identità, un esempio che credevo non avere mai avuto.

L’ultima volta che vidi mia madre è stato l’anno scorso al funerale di mio padre
“Vorrei darti questa lettera ” mi disse. “L’ho trovata nel cassetto del comodino di tuo padre, l’aveva scritta in occasione dei tuoi vent’anni ma non ha mai avuto modo di dartela”.
Mi alzo dalla poltrona, sposto il quadro dietro cui è nascosta la cassaforte e la apro: è ancora lì. Prendo in mano quel pezzo di carta ingiallita che per me vale come l’oro più prezioso.

22/08/89
Caro Francesco,
Non dimenticare mai cos’è il rispetto e partirai in vantaggio e non pensare a gareggiare col mondo, la sfida é con te stesso. Ricordati che non è vero che se hai paura sei solo un codardo e quando tocchi il fondo è segno che tutto può andare solo meglio. Francesco non dimenticare, che è più ricco chi un tesoro ce l’ha dentro, il resto serve solo a complicare le cose che prima o poi svaniranno. Ti diranno in tanti che l’amore conta fino a un certo punto, tu non fermare mai il tuo cuore se dentro senti che stai bruciando…ormai sei un uomo. Ricorda che io sarò sempre qui.
Papà

Sorrido. Ho girato i luoghi più lontani, ho cercato in ogni uomo un modello da seguire, quando in realtà l’esempio più grande di uomo vero viveva sotto il mio stesso tetto. La mia sete di libertà, la mia fretta di andare avanti mi hanno portato lontano da ciò che, senza saperlo, volevo veramente.
Salgo silenziosamente le scale e arrivo davanti alla camera di mio figlio, prendo la lettera e la faccio scivolare sotto la porta assieme ad un biglietto:
“Non fare i miei stessi errori”.
Non ho permesso a mio padre di essere il mio faro, ma io sarò quello di mio figlio.
Qualsiasi cosa accada.

 

Come un pittore, di Mavi/Maria Vittoria Dongiovanni – 4 Z

Vagone 4, posto 16. Eccolo.
Era di fronte a me e con gioia vidi che nei seggiolini di fianco e davanti non c’era nessuno. Non amavo le persone, ero un artista e lupo solitario, innamorato solo della mia musica.
Come prima cosa, poggiai la chitarra nel posto vuoto che dava sul corridoio e mi sedetti vicino al finestrino.

Era un’odiosa giornata di sole, dovevo cambiare la playlist malinconica da viaggio che aveva già iniziato a suonare nelle cuffiette. Anzi è debito aggiungere che era un’odiosa calda giornata di sole che mi costrinse a separarmi dal mio amato chiodo di pelle nera che portavo ovunque. Quell’indumento aveva visto Berlino, Londra, Los Angeles e condivideva con me il sogno di cantare nei più grandi stadi del mondo.
Sbuffai sonoramente mentre cercavo della musica adatta per quell’occasione. Forse Californication dei Red Hot poteva andare.

“Ciao!”
Una voce squillante mi fece sussultare. Davanti a me era seduta una ragazza di piccola statura che da come era rannicchiata sul proprio sedile, appariva ancora più piccola di quanto in realtà non fosse.

“Ciao”. La diffidenza era palpabile nella mia voce. Non riuscivo a capacitarmi di non essermi accorto di lei prima e tutti i miei piani di piena libertà erano letteralmente andati in frantumi.
Poi una ragazza. Le conoscevo fin troppo bene, io, le ragazze: odiose, viziate, schizzinose, vanitose…
Seguirono lunghi secondi di silenzio in cui io continuavo a osservarla, mentre lei sorrideva beandosi dei raggi solari che entravano dal finestrino.

“Che bella giornata oggi!” sospirò allegramente.

Ghignai, tipico, sono tutte uguali. “Non sono il tipo da belle giornate” farfugliai.
Mi aspettavo una risposta del tipo: “Oh nemmeno io…”, oppure “Si è bella, ma preferisco la pioggia e guardare fuori dai finestrini”, e cavolate varie. Nessuna aveva il coraggio di portare avanti un’opinione diversa dalla mia!

“Oh mi dispiace per te, allora…” disse.

Strabuzzai gli occhi. “Sei ironica?”, mantenni il mio tono “superiore”, anche se con una sottile sfumatura di irritazione. Come si permetteva di prendersi gioco di me?

“Perché dovrei esserlo? Se a te non piace il sole, ne sono davvero dispiaciuta. Insomma, non è bello non riuscire ad apprezzare la gioia e lo splendore della natura di questo mondo…”

La sua semplicità era a dir poco disarmante.
Non c’era poesia o termini aulici, le parole scorrevano veloci e cristalline come l’acqua di un ruscello. Era una cosa così ovvia che io non riuscivo a captare e comprendere.
Perché lei sì, invece? Forse per il suo tono di voce o per il suo aspetto, mi ricordava tanto una bambina, non perché fosse immatura, ma per la sua innocente spontaneità.

Chissà come vedevano il mondo i suoi occhi, se solo avesse alzato quegli occhiali da sole che indossava come una barriera …
Volevo vederli, a ogni costo. Sentivo che erano l’opposto dei miei.

Sogghignai prima di rispondere. “Il mondo effettivamente non lo vedo bene…”

“Perché?” chiese tenendo lo sguardo fisso fuori dal finestrino.

“Non riesco a riconoscere i colori…”
Ed era infatti così, ero daltonico. Solo allora la ragazza sembrò veramente interessarsi a me.

“In che senso?” chiese infatti.

“ll famigerato marrone per me è rosso e quest’ultimo, ha delle sfumature odiose e indefinite che lo sporcano. Il verde è giallo e il giallo è verde, il blu è viola e il viola nero…”. Presi un profondo e pesante respiro prima di continuare: “Forse ti può sembrare una cosa da niente, che un oggetto sia di un colore piuttosto che di un altro. Non cambia di certo l’essenza di esso… non so se mi spiego”. Mi stupii da solo nel cercare la sua approvazione, non avendola mai desiderata da altri in vita mia. Così come della mia pazienza nel spiegarle il perché delle cose o l’istintiva voglia di condividere un po’ del mio mondo con lei, una sconosciuta.

La ragazza annuì seria e paziente attese che finissi il mio discorso.

E io ricominciai a parlare. “È come non riuscire mai a mettere a fuoco qualcosa, gustarsene i dettagli e provare quelle sensazioni gradevoli che solo i colori sanno dare. È come se il sole illuminasse male il mio mondo e si divertisse nell’ingannarmi. Perché è così, solo un inganno. Per anni penso che i limoni siano verdi, invece scopro che il giallo limone è il colore preferito di molti e rappresenta la gioia, il calore. Io non potrò mai capire tutto questo. Amo la notte, sai? Sì, perché senza quella luce accecante del sole, lei riesce a spegnere tutti questi maledetti colori e tutto sembra uguale, anzi, meglio… gli oggetti perdono perfino le loro belle linee definite e possono sembrare qualsiasi altra cosa in quelle ore di buio”.

I suoi occhi ancora nascosti mi fissavano, percepivo il loro contatto sulla mia pelle come se stessero ispezionando ogni centimetro di corpo e per la prima volta, me lo lasciai fare.

“Quindi non sai cosa significa Arte?” chiese. Soffiò, come se fosse difficile per lei accettare una cosa simile e non capisse come fossi riuscito a sopravvivere io per tutto quel tempo.

“Solo quella uditiva. Per me Arte è uguale a musica, essendo io un cantante e un musicista, il resto è solo una chiazza scura attaccata a dei muri” ammisi schietto. Quest’ultima mia frase sembrò turbarla più del dovuto perché portò un dito alla bocca e si mangiucchiò le pellicine, mentre la fronte era crucciata nel pensare.

I suoi ragionamenti dovettero essere così tanto forti che ogni tanto le scappava un: “Bisogna fare qualcosa”. Oppure: “Non puoi andare avanti così, no…”

Ed era forse per l’espressione troppo seria su quel viso da bambina che non riuscii a non sorriderle.

“Ho deciso…” saltò su di punto in bianco.

Risi forte: “Meglio tardi che mai!”

Lei scosse la testa per riprendere la sua espressione determinata che era stata incrinata dalle mie risate. “Non serve vedere i colori per percepirli. Loro parlano e se tu sei un musicista attento, come mi vuoi far credere, allora devi imparare a riconoscere le loro voci”.

La guardai scettico. “Le voci di chi, scusa?”

“Dei colori!” affermò con un tono categorico che lasciava intendere un e chi se non altro?

“Tu sei pazza!” mi scappò dalle labbra.
Ma prima di potermi dispiacere, lei scoppiò in una fragorosa risata e rispose: “Per fortuna! Pensavo mi credessi una persona normale!”
Negli attimi di silenzio che seguirono la osservai meglio per cercare di capire quale fosse la sua storia, da dove provenisse, dove stesse andando e perché. Ma in tutte le ipotesi che mi creai nella testa, percepivo chiaramente che mi mancasse un dettaglio di quasi vitale importanza, ma quale?

“Chiudi gli occhi…” ordinò. Feci per replicare, ma lei fu più veloce: “Zitto e fidati per una volta!”

Sogghignai, era una tipa completamente fuori di testa, ma mai quanto me che avevo voglia di farmi un po’ contagiare da quella sua pazzia.

“Proprio come un pittore, farò in modo di farti arrivare, dritto al cuore, la forza del colore”. Recitò, quasi fosse una formula magica.

“Con gli occhi chiusi?” domandai.
“È il modo più efficace che conosca. Ma ora concentrati…”
Sbuffai, ma rimasi zitto scivolando un po’ più giù sulla poltrona del sedile.
“Sei in un posto completamente buio…”
“Ovvio, ho gli occhi chiusi…”
“Non rovinare la magia!”. Mi ammonì prima di continuare. “Dicevo, sei in un luogo totalmente buio e hai paura. Paura perché tutto attorno a te si è annullato e temi che la profondità del nero possa prendere anche te…”

Lo percepivo. L’ansia, la paura, il dolore di non avere nessuna speranza, di essere debole e insulso di fronte al buio.

“Ma ecco, una luce. Dove tocca con i suoi raggi, vince l’oscurità che si ritrae perdente e ferita. La luce ti libera e senti l’aria scorrere nei tuoi polmoni. Bene, quest’aria e questa luce sono il Bianco“.
Presi un grande respiro e sentii che le mie vie aree si erano riempite di quel colore.

“Adesso una nuova luce ti colpisce, accarezza la tua pelle con dei raggi, alcuni più luminosi di altri, ti scalda. Penetra sotto la pelle, ti stuzzica le palpebre. È calda e accogliente, questa è la luce del sole, questo è il Giallo del limone e la gioia che ne porta” disse.
Sorrisi, sì, sorrisi per davvero, beandomi di quel giallo che era diverso da quello malaticcio che vedevo solitamente sulle foglie.

Continuò: “Ad un tratto ti spariscono le scarpe e sotto la pianta del piede senti un fresco e un simpatico pizzicorino. È un colore che sa da primavera e da gioco… il Verde, dei prati sconfinati o dei boschi meravigliosi”.
Mossi le dita negli stivaletti neri di pelle, improvvisamente svegliate da un immaginario solletico.

“E dove c’è del verde, c’è del cielo, limpido e infinito, come l’acqua del mare o dei torrenti. Ma quando l’infinito tocca il profondo e diventa dolce-malinconico, ecco, questo è uno dei miei colori preferiti, il Blu…”
Quasi sentivo di potermi immergere e per sicurezza trattenni il respiro.

“Ma il mio colore preferito, in assoluto, è questo: mettiti una mano sul cuore”. Io obbedii senza fiatare, fidandomi ciecamente della sua voce che si era fatta più calda e vellutata.
“Senti il ritmo dei tuoi battiti? Bene, ora pensa a qualcosa o qualcuno che ami. Rivivi i momenti che ti hanno fatto accelerare quel ritmo. Senti le labbra di chi ami sulle tue, il suo odore, accarezzala con i polpastrelli delle dita e amala, come solo tu sai fare. O quando canti e assieme alle parole esce la tua anima o ti senti te stesso e a casa su qualsiasi palco, anche se le persone che urlano il tuo nome hanno l’accento di chi vive dall’altra parte del mondo. Questo è il Rosso. Quello puro, come l’emozioni che hai appena provato”.

Non avevo parole per descrivere quello che stessi provando, me le aveva rubate tutte lei.
Il treno rallentò, mentre la voce meccanica annunciava la prossima fermata: Firenze.

“È’ la mia…” disse con un po’ di tristezza nella voce.

Riaprii a malincuore gli occhi, sarei stato ore in quel mondo parallelo a vivere dei nuovi sogni.
Ricordo che le volevo urlare: non scendere, stai qui con me! Ma non lo feci, forse per codardia o forse perché ero troppo deluso dalla brusca fine di quel viaggio fantastico.

“Mi sei arrivata…” sussurrai timido. “Non solo i colori, ma anche la tua voce, le tue parole…”

Sorrise: “Non potevo permettere che qualcuno fosse triste quando fuori c’è un sole magnifico!”
Prese la borsa che aveva appoggiato di fianco a sé e cercò qualcosa. “Tanto meno che un ragazzo intelligente e talentuoso come te, non amasse l’arte!”

Risi anch’io. “Mi hai davvero salvato!”. Glielo dissi come una battuta, ma in fondo, in fondo lo credevo veramente. “Grazie. Mi hai fatto vedere il mondo con occhi diversi…”
La fissavo intensamente nella vana speranza di catturare un minimo accenno di quello sguardo che tanto mi aveva fatto sognare.

“A dire il vero sei tu che hai prestato a me i tuoi occhi. È stato un piacere passare del tempo con te, spero che riuscirai a raggiungere tutti i tuoi sogni” disse in un sussurro.

Solo allora capii quale fosse il dettaglio di lei che mi mancava.

Sorrise dolcemente mentre aprì il suo bastone pieghevole d’orientamento e a tentoni lasciò il vagone, grazie all’aiuto del capotreno che le fece scendere gli scalini.


Angel, di Elisa Casari – 4 S

“It’s too cold outside for angel to fly, angel to fly… Angel is die.”

Era a terra, ferma, immobile. Portava una maglietta grigia e lunga, che le copriva il corpo fino alle ginocchia. Le labbra erano socchiuse tra una morsa di dolore e di liberazione. Gli occhi erano ancora rossi, spalancati: sembravano fissare attentamente il soffitto di quella stanza vuota e gelida.

Lei è Angel. L’avevo conosciuta qualche tempo prima al rifugio per senzatetto. Quello spazio asettico si riempiva ogni giorno di una moltitudine di persone. Si disponevano in fila ordinata con un piatto in mano, attendevano il loro turno bramosi di placare i morsi della fame con un po’ di cibo caldo. Alcuni
tenevano la testa china , rispondevano con un flebile “grazie” quando riempivo i loro piatti con una zuppa bollente. Altri, invece, sfoggiavano un sorriso di gratitudine nei miei confronti. Quando avevo finito di servire i pasti a tutti i senzatetto, mi fermavo ad osservarli seduti al tavolo e avvertivo così un effimero compiacimento.

Lei, quel giorno, stava in piedi con la schiena appoggiata contro il muro. Non era solita mangiare e non parlava con nessuno.

Io mi fermavo ad osservare ogni singolo dettaglio del suo volto: le occhiaie scavavano un solco profondo sul suo viso, pallido e scarno. Le labbra erano bianche e slavate. Gli occhi grandi e in fiamme, persi nel vuoto mi annichilivano ogni volta che posavo il mio sguardo su di lei.

Nessuno sapeva il suo nome ma io l’avevo soprannominata Angel per via del suo aspetto delicato.

Angel ogni giorno compiva le stesse azioni: entrava nell’enorme salone, se ne stava qualche minuto in disparte e poi si rifugiava in bagno. Quando usciva, appariva più serena, a tratti euforica. Infilava le mani in tasca e saltellava verso la porta d’uscita.

Quel giorno, però, mi sono precipitato da lei per porgerle un fazzoletto: il suo naso aveva cominciato a sanguinare con prepotenza. Il liquido rossastro scendeva indisturbato fino al colletto del suo cappotto.
“Grazie.” ha risposto lei, prima di allontanarsi dalla mia vista. Continuava a sorridere, entusiasta e noncurante della situazione.

“Dovresti lasciarla perdere, Edward. E’ nella classe A, arrivata a quel punto nemmeno lei può fare qualcosa per salvare se stessa. Non fare finta di non capire, sai benissimo che è così”. Questa, la sentenza di Tom, un vecchio barbone con il quale avevo stretto amicizia e che in quel momento si trovava ad assistere la scena. Sono rimasto zitto, ammutolito e mi sono allontanato.

Fuori dal centro di accoglienza, Angel era seduta al bordo di una strada. Accanto a lei c’era il fazzoletto che le avevo dato poco prima e che ora era intriso di sangue. Le labbra erano adesso accese da un rossetto rosso intenso, il lungo cappotto era sbottonato nonostante avesse cominciato a nevicare.

I fiocchi candidi si posavano sul suo corpo quasi nudo, coperto solo da un vestito corto e succinto. Ai piedi portava un paio di tacchi alti, neri, banali. Il suo vestiario sembrava che volesse disperatamente condurre a sé ogni passante. Il suo volto, tuttavia, era ancora innocente, puro e trasognato come quello di un bambino.

Quello stesso giorno ho visto un uomo accostare la propria auto vicino ad Angel: prima di salire in quella vettura, ha inspirato profondamente l’aria tagliente. Ho visto quell’aria gelida penetrare con veemenza nei suoi polmoni. Forse lei sperava che quel soffio freddo le potesse dare una forza che oramai non le apparteneva più.

La stessa scena si ripeteva ogni giorno con un uomo diverso.
Angel vendeva il suo amore, il suo corpo ad uno sconosciuto per un po’ di soldi. Usava tutto il denaro che ricavava dalla prostituzione per pagarsi la cocaina.

Aspirava quella polvere d’angelo ogni giorno nel centro di accoglienza. I segni della droga scolpivano il suo volto con determinazione con il passare del tempo: il naso sanguinava regolarmente, gli occhi erano fuori dalle orbite, a volte sembravano pulsare di felicità dopo la dose giornaliera, mentre altre volte ancora erano inespressivi.

Angel era bloccata tra la vita e la morte.
Le persone della struttura continuavano a dirmi che non c’era niente da fare per lei: la droga avrebbe scelto il suo destino.
Io continuavo ad osservarla da lontano fino a quella sera: mi aveva chiesto di poter trascorrere la notte nel centro d’accoglienza perché faceva troppo freddo fuori.
Il mattino seguente l’ho ritrovata distesa a terra, quella polvere bianca vicino alle sue labbra si confondeva e si perdeva nel suo volto diafano.

Ho gridato il suo nome con tutto il fiato che avevo in corpo, ma lei continuava a guardare in alto, voleva che la lasciassi andare da sola.

Era stata sempre abbandonata a se stessa nel corso della sua vita.
Ora voleva andarsene con ciò che l’aveva accompagnata durante quegli anni.
Lei inspirò per l’ultima volta.
In quel respiro, Angel, liberava la sua agonia.

 

Nebbia di Cristina Barbieri – 5 S

Jpeg
Cammino nella nebbia, un piede dopo l’altro.
“Ti aspetto sull’ Altissimo” ha detto lui. Vuole testare il mio orientamento.

Ricordo bene questa strada, l’abbiamo percorsa insieme, l’anno scorso, per scendere da questo monte. Era una giornata bellissima, il sole infuocato stava tramontando su un mare di nuvole, mentre seguivo i suoi passi decisi. Un panorama mozzafiato a incorniciare il nostro amore. È per quello che ora sono di nuovo qui, per tornare da lui.

Ma oggi il cielo è grigio. A me invisibile oltre la nebbia che mi circonda.
C’è freddo.
Spero che non inizi a piovere, basta l’umidità di questa nube a bagnare il mio volto.
La salita sembra infinita e inizio ad avvertire la stanchezza, ma voglio arrivare da lui. Non posso fermarmi. Non posso rallentare.

La vedo. La fine del sentiero è vicina.
C’è sempre più freddo.
Ma sono arrivata.
Aguzzo la vista e il mio sguardo percorre ogni roccia della cima.

Vedo una sagoma in lontananza. Corro verso di lui. Quasi mi manca il fiato dalla velocità del battito del mio cuore. Ansimando gli sfioro una spalla e lui si volta.

Lo abbraccio tra le lacrime.  Lo stringo con tutte le mie forze. Respiro profondante l’aria gelida.
Apro gli occhi. E mi ritrovo a stringermi le spalle.
C’è troppo freddo senza di lui.
Il peso delle lacrime mi trascina verso il suolo.
Il mio lamento invade il silenzio.

Odio la nebbia, odio la pioggia, loro me l’hanno portato via. L’asfalto bagnato, quei fanali così vicini, visti troppo tardi.
La sua voce era solo un sogno.
Mi hanno detto “è lassù, sicuramente è felice”. Io sono quassù, dove lui era sempre felice, tra le sue montagne.
Ma lui non è qui… lui è ancora più su. Oltre la nebbia, oltre le nuvole.

 

Great Northern Hotel, di Jacopo Botti – 3 E

La nebbia lo circondava da circa un paio d’ore quando la macchina si fermò. Scese dall’auto e si accorse di essere finito fuori strada in una foresta. Magari camminando ne sarebbe uscito. Guardò l’orologio per fortuna era ancora giorno, non gli andava per niente di passare la notte al freddo in una foresta. Per sicurezza, prese la torcia dalla macchina  e si incamminò fra gli alberi.

Non era passato troppo tempo quando vide un gufo volare sopra la sua testa. Era strano vedere gufi volare di giorno ma decise di non farci troppo caso. Mano a mano che avanzava, gli alberi si facevano sempre più spessi.

Non si accorse nemmeno che era calata la notte dal gran che era fitta la nebbia. A un certo punto si ritrovò su un sentiero delimitato da alberi morti dove erano appolaiati centinaia di gufi che lo fissavano con i loro occhi gialli. A quel punto la nebbia si diradò e vide una gigantesca luna rossa in cielo e la notte che lo circondava. Si maledisse da solo per essersi allontanato così tanto e accese la torcia decidendo di avanzare sperando di trovare una sorta di riparo.

Poco dopo notò sotto una roccia un fuocherello e una sagoma. Si avvicinò con cautela e vide che era un uomo dai capelli grigi e lunghi.

“Buonasera” disse cercando di attirare l’attenzione.
“Buonasera a lei. Vuole unirsi attorno al fuoco con me?” rispose lo sconosciuto.
“No, no qui sto bene” rispose lui a disagio.
“Sa si dice che con la luna rossa in cielo accadano strane cose in questi boschi” disse l’uomo alzandosi in piedi. Il vecchio schioccò le dita e scomparve in una nuvola di fumo spegnendo il fuoco.
Era stata una semplice allucinazione. Era stanchissimo. Doveva uscire dal bosco.

La luna era alta in cielo quando trovò una pozza circondata da alberi. Si avvicinò credendo fosse acqua ma scoprì che si trattava di un liquido nero e appiccicoso. Quando alzò lo sguardo deluso vide una strada ciottolata alla cui fine c’era una villa.

Si avviò lungo quella strada e quando arrivò alla villa trovò la porta aperta e fu accolto da un maggiordomo che lo accompagnò in una sala dove erano presenti alcune poltrone di pelle nera e un tavolino su cui erano appoggiati un piatto con una fetta di torta e una tazza di caffè. Il maggiordomo sparì e lui si servì da solo.

Poco dopo, entrarono da una tenda di velluto rosso sangue un nano vestito di rosso, un uomo con una benda sull’occhio sinistro, una donna dai capelli rossi e un uomo dagli occhi vitrei che si misero in un angolo a parlare. Lui si alzò e si avvicinò loro, ma improvvisamente la casa prese fuoco.

Si risvegliò accanto alla pozza di fango. Era mattina e si convinse di aver sognato tutto quanto. Si incamminò lungo un sentiero che partiva alla sua destra. Mentre seguiva il sentiero vide arrivare il vecchio della sera precedente. Accellerò il passo ripetendosi che era soltanto un’allucinazione. Ma il vecchio lo raggiunse e fece per dirgli qualcosa. Prima di riuscirci, si ritrovarono scagliati per aria e il mondo girò sottosopra. Davanti a loro apparve un occhio gigantesco che si aprì come una tenda e ne uscì l’uomo con la benda del suo sogno.

“Hai fallito nel tuo intento abominio” disse rivolto al vecchio.
“Come sarebbe? La casa si è salvata. Scommetto che è stato merito tuo. Non è che potresti farmi il favore di mostrare la tua vera faccia così ci posso sputare sopra?” disse il vecchio.
L’uomo con la benda si girò verso il ragazzo e disse: “Mi dispiace per il disagio che questo essere orrendo le ha provocato. Se desidera posso riportarla alla macchina, signor Cooper.”

Il vecchio si lanciò contro l’uomo bendato e gli distrusse il cranio a mani nude. Il resto del corpo si sciolse in argilla. Il vecchio si voltò verso di lui dicendo con voce roca: “ Ci rivedremo ancora”.

Stava per svenire e l’ultima cosa che vide prima di chiudere gli occhi furono un paio di gigantesche mani di luce che andavano verso di lui.
Si svegliò nella sua macchina chiedendosi che razza di incubo avesse avuto.

Quattro anni dopo – Great Northern Hotel

Entrò nella sua camera per lasciare le valige e aprì la finestra. Vide di sfuggita un’ombra ma pensò si trattasse solamente di un qualche animale. Diede le spalle alla finestra e provò a sintonizzare la radio che però rimase muta.

Si guardò allo specchio, si sistemò la cravatta, prese fiato e tirò una testata allo specchio così forte da provocare numerose crepe.
Un rivolo di sangue gli scendeva lungo la fronte mentre lo specchio rimandava l’immagine di un uomo anziano dai capelli lunghi e grigi che rideva.

La radio cominciò a cantare: “ We’ll meet again/ don’t know where/ don’t know when/ but I know we’ll meet again some sunny day”.

 

Chasing cars, di Sara Barone – 4 S

Ci penso spesso, a noi due, insieme per caso, eppure funzioniamo così bene.

Tante volte mi è sembrato di vederti andare via, anche adesso, in questo instante, ma so che quello che ci lega è molto più grande di tutto il resto, e un giorno ci guarderemo in faccia e penseremo a quanto siamo grandi.

Ci renderemo conto che ci stiamo lasciando andare e penseremo alla nostra stupidità per non essercene accorti prima, ci renderemo conto che dobbiamo recuperare. Perché anche quando stiamo con le altre persone, ci affezioniamo e pensiamo di aver incontrato la persona migliore del mondo, poi ci torna sempre in mente che loro non ci complementano come facciamo noi due.

Noi due, non avevamo bisogno di nessuno, perché una volta che eravamo uno di fianco all’altro era come se il mondo fosse nelle nostre mani.
Non avevamo bisogno di niente, perché avevamo già tutto.

We’ll do it all
Everything
On our own
We don’t need
Anything
Or anyone

Ci bastava stare uno accanto all’altro e non avevamo bisogno neanche di parlare, bastava uno sguardo per comprenderci, bastava essere consapevoli della presenza dell’altro al proprio fianco, e poi il mondo poteva anche finire, perché tanto noi stavamo bene e questo era l’importante.

If I lay here
If I just lay here
Would you lie with me
And just forget the world?

Io so che per te darei tutto, farei il possibile, ma se io facessi una cosa semplice come sdraiarmi qui, per terra, e tu fossi consapevole di potermi fare stare bene di nuovo, ti sdraieresti accanto a me per farmi sentire come se niente potesse più fermarmi?

I don’t quite know
How to say
How I feel
Those three words
Are said too much
They’re not enough

Io mi sono accorta che ormai siamo distanti e continuo a confidare nel fatto che presto lo farai anche tu.

Forget what we’re told
Before we get too old
Show me a garden
That’s bursting into life
Let’s waste time
Chasing cars
Around our heads

Potremmo stare sdraiati qui, per terra, e osservare il mondo intorno a noi che va avanti, ma a noi non importa perché ci basta poco, ci basta solo questo. Saremmo pure sdraiati, ma guardarci negli occhi basterebbe a farci viaggiare, vedere cose che non avremmo mai potuto immaginare esistessero, e noi staremmo bene di nuovo.

All that I am
All that I ever was
Is here in your perfect eyes
They’re all I can see
I don’t know where
Confused about how as well
Just know that these things
Will never change for us at all

Ci conosciamo da una vita, da sempre, mi hai aiutato a crescere e a diventare quello che sono, sono cresciuta abituandomi alla tua presenza, sempre al mio fianco, e ora non riesco ad immaginare un futuro senza vedere i tuoi sguardi che mi danno sicurezza, che mi fanno capire che anche se agli altri non va bene tu ci sei. E ormai è così che ho imparato a vivere, con te che mi dai forza e condividi le esperienze, belle e brutte, positive o negative, costruttive o distruttive che siano, e non ho intenzione di imparare di nuovo a fare diversamente.

Quindi ti prego non dare per scontato quel poco che è rimasto di noi, che diventa di volta in volta più piccolo, guardami negli occhi e vedi, perché so che lo vedrai, che ho bisogno di te.

If I lay here
If I just lay here
Would you lie with me
And just forget the world?

 

La Favola, di Debora Pilato 

“C’era una volta una principessa che viveva in un castello circondato dalla nebbia. Aspettava il suo principe e un giorno lui arrivò” raccontò la piccola Margot al fratello maggiore.

“È sempre la solita storia” sbuffò lui.

“Stai zitto, sto parlando io”. La bambina di nove anni batté la mano sul ginocchio: “E ora continuo! Il principe arrivò e salvò la principessa tagliando la nebbia con la sua spada”

“Ma non si può tagliare la nebbia”. Il fratello maggiore sbuffò di nuovo prima di alzarsi per andarsene. La sorellina lo fermò tenendolo per il braccio e lui si lamentò: “Sono stufo delle tue storielle. Non c’è sempre un lieto fine, la vita non è aspettare che qualcuno ti salvi la vita per poi ringraziarlo e vivere per sempre felici e contenti”, disse. “Vuoi sapere cosa succederebbe se davvero una principessa fosse rinchiusa in una torre circondata dalla nebbia? Nulla. Nessuno verrebbe a salvarla e di certo lei non rimarrebbe ad aspettare.”

Margot rimase in silenzio a guardare negli occhi il fratello maggiore. Mentre lui stava per andarsene, la bambina prese parola e con un tono di voce serio disse: “Non ho mai parlato di un lieto fine.”

George si fermò a guardarla negli occhi. Esitò un secondo, poi chiese: “E cosa successe?”

La bambina si alzò in piedi e si guardò intorno, come per assicurarsi che nessuno, oltre al fratello, la stesse ascoltando.

“Il principe giunse nella camera della principessa e le disse di andare con lui, che la nebbia era una grande nuvola e se ci si fosse buttata sopra avrebbe vissuto in un posto libero e spensierato dove tutti si volevano bene”.

George un po’ scosso aveva un’espressione attonita. Si era accorto che la storia aveva preso una piega diversa.

“La principessa gli credette e si butto giù dalla finestra, ma cadde al suolo e si spezzò il collo” continuò la bambina.

Venne interrotta dal fratello che, con una leggera inquietudine, la fermò con un cenno: “Chi ti ha raccontato questa storia? È orribile. E stato Mattew?”. Si riferiva al compagno di scuola di Margot, che aveva l’abitudine di prendere in giro.

“Non è stato lui”.

Lei corse via e George la seguì nella camera da letto.
“E chi è stato?”

Margot sorrise leggermente: “L’uomo nella cantina”.
A quel punto George aveva paura. Chiuse la porta dietro di sé. “Che cosa vuol dire?” chiese.
“Che l’uomo nella cantina mi ha raccontato la storia la scorsa notte”.
“Notte? Ok, adesso basta e smettila con queste cose. Non voglio più sentir parlare di nebbia e principi.”

La sera stessa la città era immersa nella nebbia. Stavano tutti dormendo nella casa ma Margot era sveglia e stava davanti alla finestra di camera sua: “Un giorno verrò da te, principe mio. Vivremo per sempre su una nuvola”

Nel buio della cantina un’ombra rideva.

 

True Friends – Bring Me The Horizon, di Alessia Cavazzuti – 4 S

Osservavo il tempo fuori dalla finestra, tipico di gennaio. La pioggia scendeva incessantemente, sembrava colpire il terreno con violenza, come se volesse picchiarlo, mentre il vento spostava le foglie secche a destra e a sinistra e i lunghi filamenti d’erba si piegavano al suo volere.

Sentivo il freddo penetrare dai vetri, per poi infiltrarsi quasi con prepotenza all’interno della stanza.

Dentro invece tutto taceva: il computer era spento, così come il mio telefono, e perfino la radio che tenevo sempre accesa non emetteva alcuna melodia. Eppure, il silenzio che regnava all’interno di quelle quattro mura, mi dava fastidio, creava confusione e tutto il mondo girava intorno a me. Mi diressi verso la mia scrivania, colta da una rabbia improvvisa, cercando in ogni cassetto qualcosa che potesse calmarmi. Lo trovai in fondo al quarto sportello, pulito e senza alcuna macchia, nonostante i suoi anni…

Il mio respiro era pesante, sentivo le lacrime bruciare negli occhi, mentre riaffioravano i ricordi di lui. Era una sera come le altre, mio padre sarebbe tornato tornato tardi per il suo turno lavorativo, così mi stiracchiai sul divano mangiando pop-corn e guardando un film. Stavo per addormentarmi quando sentii la serratura della porta sbloccarsi.

Mio padre, no, quello che aveva l’aspetto di mio padre, entrò in casa barcollando, la puzza d’alcool si diffondeva in tutta la stanza, il rumore della tv come sottofondo. Si rinchiuse nella sua camera senza dire niente, cercai di entrare ma era chiusa a chiave.

Spensi la televisione, bussai chiedendogli di parlarmi ma non rispose. Lo implorai di uscire, quando beveva troppo cadeva in depressione, e quando succedeva dovevo stargli vicino, rassicurarlo, dicendogli che tutto sarebbe andato bene.

Quella fu la sera in cui fallii come spalla, come amica, ma soprattutto come figlia. Non feci niente, dormii per tutta la notte sulla soglia aspettando un miracolo che, sapevo, mai sarebbe arrivato.

Ero come l’albero di fronte a me: spoglio, solo, destinato ad essere abbandonato a se stesso. Tutto quello che mi rimaneva, era il carillon che apparteneva a mia madre e che mio padre mi regalò per i miei diciotto anni. Dentro vi era una ballerina con il tutù rosa, che danzava appena aperto l’oggetto. sulle note della dolce ninna nanna che mi cantava mia madre dopo che avevo avuto un incubo.
Mi sdraiai sul letto e mi addormentai, mentre venni cullata dalla dolce canzone del carillon.

 

Treat you better, di Caterina Poggioli – 4 S

“Non voglio piú mentirti, lei non fa per te.” Penso spesso a queste parole, le parole che avrei sempre voluto dirti. Quante volte avrei voluto, durante i  silenzi delle nostre lezioni pomeridiane assieme, rompere quell’atmosfera pesante ed esordire con questa semplice frase. Peró nonostante tutto non ci sono mai riuscita.

Ogni volta che ne parli é sempre lo stesso ritornello: “É lei quella giusta.” O “Voglio stare assieme a lei.” Ormai, nonostante gli ultimi sviluppi enormemente negativi, il tuo copione non sembra essere minimamente cambiato.

Sempre le stesse battute, sempre allo stesso momento: per quanto tu sia stanco della stessa scena che ti si ripropone ogni giorno con la stessa ridondante monotonia, eccoti pronto a rispondere cosí.

Oggi vi ho visti camminare assieme dall’altro lato del marciapiede, l’uno accanto all’altra. Ma nonostante questo, tu eri cosí apatico, spento. Un ragazzo deve avere davvero quell’espressione quando é assieme alla ragazza che ama?

Poi ti sei voltato. E mi hai visto.

Ed ecco che io, senza alcuna motivazione apparente, comincio a correre in avanti, all’impazzata, quasi avessi visto il piú temibile dei miei incubi farsi reale. Corro fino a quando non arrivo davanti a casa, ormai senza forze.

“Perché lo stai facendo?”, penso mentre cerco di aprire la porta. Ma le mie mani tremano.
“Perché sprechi tempo con lei quando dovresti essere con me?”, penso salendo i gradini delle scale, quattro alla volta.
“Non dovresti essere solo… non saresti solo con me… non ti deluderei mai”, penso mentre entro nella mia camera, sbattendo la porta dietro alle mie spalle e producendo un rumore assordante in quella enorme casa vuota.

Mi butto a faccia in giú sul letto.
“Ti posso trattare meglio” comincio a singhiozzare. “Meglio di lei.”
E finalmente arrivano come ogni sera le lacrime.

 

Breezeblocks di Elena Lodi – 5 T

L’amicizia è una cosa importante e per questo non posso biasimarlo, ma io non posso più andare avanti così.

Perché ci ostiniamo a farci del male a vicenda per mandare avanti una relazione che potrebbe rovinare un legame così forte? E se poi non funzionasse? Se, una volta perso l’amico a cui tiene di più e che è cresciuto con lui, perdesse anche me?

Come posso dargli torto?

Nonostante tutto, e consapevole di ciò, continua a scrivermi. Fisso tristemente la televisione di fronte a me, senza realmente guardare quello che sta trasmettendo, pensando la cosa più intelligente da scrivergli.

“Tu hai intenzione di parlargliene?”.

Con ansia attendo la sua risposta e finalmente pochi secondi dopo il telefono squilla: “Pensavo di no, gli darei da pensare per nulla, coinvolgendolo in una cosa che è fra noi due. Perché? Tu preferiresti dirglielo?”.

Irritata gli do una risposta secca: “Dipende da te, da quello che vorresti e che intenzioni hai”.

“Tu sai quello che vorrei, ma per quanto desidero con tutto me stesso essere il tuo ragazzo, mi rendo conto che sapere che vado con la sua ex, per Lui, sarebbe un colpo al cuore e potrebbe determinare, nel peggiore dei casi, la fine della nostra amicizia. Comunque mi fa schifo parlare al telefono di queste cose. Adesso passo a prenderti”.

Perdo un battito.
E adesso cosa faccio?
Panico!

Il mio gatto è sicuramente più presentabile di me in questo momento.
Mi disegno il contorno degli occhi con la matita e il mascara. Tolgo i pantaloni di tuta e metto i jeans. Mi infilo le All Star ai piedi. Indosso il maglioncino più carino che ho nell’armadio. Sciolgo i capelli e li pettino.

“Driiiiiin”.
È già arrivato ed io ovviamente dovevo ancora fare un sacco di cose.
Piove a dirotto e l’aria è gelida in questa buia notte di Novembre. Mi infilo la giacca, alzo il cappuccio e scendo di corsa. Salgo tremante sulla sua Fiat Punto rossa.

Devo rimanere calma.

Sforza un sorriso, poi mi dice dolcemente: “Ciao Ele. Dove possiamo andare a parlare?”.
Ci penso un po’ su: “Parcheggiamoci affianco al Parco e stiamo in macchina a parlare, piove troppo per stare fuori”.
Avrei preferito che il viaggio durasse di più.
Cerco in tutti i modi di non guardarlo, anche se è la cosa che più bramo in questo momento.

L’atmosfera è pesante, il silenzio che regna è interrotto soltanto dal ticchettio della pioggia sul tettuccio.
“Ti va se metto su della musica per rompere un po’ il ghiaccio?”.
Mi ha letto nel pensiero: “Buona idea”.

Parte un motivo che non conosco, abbastanza carico, con protagonista una chitarra elettrica.
Abbassa il volume per fortuna.

“Ele, tu a me piaci da impazzire, sei bellissima, simpatica, testarda come me, forte, dolce quanto serve, intelligente e hai qualcosa che non riesco a spiegarti che è diverso, che nessun’altra persona ha, e che mi fa perdere la testa ogni volta che ti vedo. Sei fantastica. Sei l’unica persona con cui sogno ormai da cinque anni di intraprendere una relazione seria, ma solo adesso, che anche tu provi interesse nei miei confronti, è il momento sbagliato. Se solo tu non fossi stata tre mesi con il mio migliore amico … potremmo stare insieme tutto il tempo che ci pare senza mai stancarci l’uno dell’altra. Ma questo, per quanto possa essere meraviglioso, deve rimanere soltanto un sogno, almeno per il momento. È per questo che voglio chiederti: saresti disposta ad aspettare un po’ di tempo, in modo tale da essere sicuro che non Gli interessi più?”.

Mi volto verso di lui per guardarlo in faccia: i suoi occhi verdi sono più scuri del solito e luccicano alla luce gialla dei lampioni, le sue labbra rosse sono serrate e contratte. Ha un’espressione che dice tutto il contrario delle parole.

Il suo sguardo profondo.
Il suo viso marcato da quei lineamenti intensi.
Le sue spalle protettive.
Lui.
È così … perfetto.

“Che senso ha aspettare? Io non credo di riuscire a sopportare di vederti così vicino e, allo stesso tempo,così distante da me. Il tutto soltanto perché non hai le palle di affrontare questo argomento con il tuo migliore amico. Se davvero tieni a me come dici prendi coraggio e parlagliene”.

Gli scivola una lacrima di dolore sullo zigomo. “Quando l’hai mollato io ero con lui, dovevi vederlo: rantolava, non riusciva a parlare. Sapere che la persona a cui è più legato, se ne è sbattuto il cazzo di quello che prova e si è messo con te, gli farebbe male”.

In effetti se lui non se la sente non posso obbligarlo. È destino: non dobbiamo stare insieme. Tutto ci rema contro e noi siamo evidentemente troppo deboli per contrastarlo.

Mi si stringe lo stomaco. Ingoio il groppo alla gola e concludo la conversazione: “Capisco, non sono qui ad obbligarti a fare cose che non ti senti di fare ed è giusto che tu decida di agire come ritieni più opportuno. Ti dico soltanto che mi mancherai da morire. E adesso direi che puoi riportarmi a casa.”

Mi sento morire dentro al solo pensiero che non lo rivedrò mai più.
Perché gli ho detto di portarmi a casa quando è l’ultima cosa che voglio?
Elena ragiona. È la cosa giusta da fare. Soffoco il nodo alla gola.

Piange: “Saresti almeno disposta ad aspettare per me? Ti prego. Sei troppo importante: non posso permettermi di perderti.”.

Non riesco più a trattenere le lacrime e i singhiozzi. Scoppio.
Le casse della macchina per un momento sono mute poi parte una canzone bellissima.
No! Perché in questo momento?
“Breezeblocks” degli Alt-J.

Non poteva essere più appropriata a questo attimo. Mi sembra di vivere la scena di un film.
Lui non accenna ad accendere l’auto.

“She may contain the urge to run away
But hold her down with soggy clothes and breezeblocks
Citrezene your fevers gripped me again
Never kisses all you ever send are fullstops”

Ci guardiamo.
Mi raccoglie una lacrima con un dito, poi mi sussurra: “Ti prego, non piangere”.
Mi avvolge nel calore di uno dei suoi abbracci.
Sparisco immersa nel suo petto. Sento il ritmo del suo cuore: Batte all’impazzata, all’unisono col mio.

Si avvicina alla base del mio collo ed inizia a regalarmi baci. I brividi mi penetrano la schiena come gelidi aghi. Mi gira la testa. Ho la vista annebbiata.
Sale verso le guance. I lati della bocca.
Sono in sospeso. Totalmente trasportata dal flusso intenso dei suoi baci.

“Non posso farlo, ma non riesco a resisterti. Sei troppo”.
Mi guarda fisso negli occhi: il suo sguardo mi dice che vuole avermi per lui, soltanto per lui.
Sussurra: “Solo uno”.

E in un secondo afferra il viso con le mani e mi bacia con tutta la passione e l’emozione che ha in corpo. Un’ondata di sentimenti ci investe.

Le sue labbra morbidissime, tanto bramate sono premute contro le mie.
Non ho altri pensieri per la testa: esiste soltanto lui.
Lui.

Non fu soltanto un bacio. È così quindi il paradiso?

Soltanto quando lui si stacca da me e, ritornando alla realtà, ci rendiamo conto di quello che abbiamo fatto, realizziamo di essere appena approdati all’inferno.
Quanto durerà ancora l’attesa in questo Limbo prima di essere coinvolta in un altro straordinario e divino bacio? Quanto dovrò ancora aspettare prima di tornare in Paradiso? Una settimana? Un mese? Un anno?

Io sono determinata. Lui lo è.
Riusciremo ad affrontare tutto questo.
Insieme.
Saremo come “Blocchi di Cemento”.

 

TIME, di Martina Molinari – 5 T

Il sole tarda a tramontare, l’estate si sta avvicinando e con essa il tempo della spensieratezza. Spensieratezza di cui avrei tanto bisogno in questo momento.
Sotto un albero qualunque, in un posto qualunque mi trovo io, una persona qualunque stesa su un prato, che stanca del tutto cerca un respiro dalla quotidianità.

Nel cielo quasi mi perdo, o meglio cerco di perdermi, ammaliata dall’armonia perfetta che mi sovrasta. Ma questo dura il tempo necessario ai miei pensieri di riportarmi a terra. Ormai questi non sono altro che un flusso incoerente e costante che scorre nella mia mente e a cui non riesco più a far fronte. Inevitabilmente per placare questo marasma altro non posso fare che ricorrere alla musica. Lascio che la riproduzione casuale del mio telefono si ponga come protagonista di questo momento.

Già dalle prime note riconosco la canzone e puntualmente in pochi secondi le emozioni deviano il flusso dei miei pensieri per filtrarli e arricchirli di un sapore diverso, un sapore umano, dove la razionalità lascia il passo ai sentimenti.

Sistemo bene le cuffiette, abbasso gli occhiali da sole e mi lascio travolgere da tutto questo. Ora abbandonarsi a guardare il cielo risulta naturale.

“Ticking away the moments that make up a dull day
You fritter and waste the hours in an offhand way
Kicking around on a piece of ground in your home town
Waiting for someone or something to show you the way… “

Ecco il problema, mi sono persa.

Le certezze si sono lentamente sgretolate sotto l’azione di mille domande e hanno lasciato spazio a insicurezze e turbamenti. Non so più cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, tutto rimane sospeso. Specialmente dai libri che leggo mi pongo nuove domande, a cui anni fa non avrei neanche pensato, e che ora diventano l’espediente per vedere le cose da altre infinite prospettive.

Ho bisogno di qualcuno o qualcosa che mi mostri la strada, un punto di riferimento fisso nel mio vorticare.

“And you run, and you run to catch up with the sun, but it’s sinking
Racing around to come up behind you again
The sun is the same in a relative way, but you’re older
Shorter of breath and one day closer to death … “

Sto trascurando però la realtà; il tempo sta passando inesorabilmente e a forza di cercare risposte a tutto ho perso il contatto con il mondo intorno a me, specialmente con le persone. Queste mi sembrano sempre più distanti e indecifrabili. Devo necessariamente trovare un equilibrio, evidenziando le priorità per cercare di non perdere niente di quello che ho costruito fino adesso, frenando la mente e cercando di dare senso a ogni attimo.

Basta.

“The time is gone
The song is over
Thought I’d something more to say”