Morandi e racconti – Edizione 2018.

“La scrittura non è magia ma può diventare la porta d’ingresso per quel mondo che sta nascosto dentro di noi. La parola scritta ha la forza di accendere la fantasia e illuminare l’interiorità.”
Ho scelto le parole dello scrittore israeliano Aharon Appelfeld per introdurre i racconti concepiti quest’anno dai ragazzi del corso avanzato di scrittura creativa che ho tenuto al Liceo Morando Morandi.
Storie che fanno intravedere gli universi nascosti dentro ognuno di loro, ma anche ricordi, incubi e sogni, la loro grande fantasia e, a volte, la rabbia, per quello che vorrebbero cambiare se solo potessero farlo. Perché scrivere è anche questo; combattere con le parole un mondo imperfetto. E crearne nuovi, di mondi, su carta. Affinché risplendano come i sogni di domani.

Livia, di Francesco Fava
In un giardino di rose la percentuale di spine è minima, il numero di petali è nettamente superiore a quello delle spine, eppure sono le spine quelle che fanno male.

Un taglio con la carta è oggettivamente insulso, però è immensamente fastidioso.
Le piccole cose sono quelle più fastidiose; una persona può morire dissanguata per un braccio amputato, come per mille tagli con la carta.

Sono le piccole cose quelle che mi uccidono.

Mi ricordo ancora la prima volta che mi sono tagliata con la carta: stavo sfogliando il quadernone di matematica per fare gli esercizi dettati con cura maniacale alla classe di primini dalla maestra con la coda castana, quando sento un improvviso lancinante fastidio all’indice.

La fine del mondo. Come poteva un foglio di carta farmi male?
Ripensandoci adesso penso che questo mini trauma sia la ragione per il mio disprezzo verso la matematica.
Neanche un minuto e la maestra era già arrivata con il cerotto rosa perfettamente abbinato al fiocchetto perfettamente legato sul grembiulino bianco perfettamente immacolato.
Il bianco mi ha sempre dato ansia, era così vuoto, implorava di essere riempito, ma non sapevo mai come. Inghiottisce tutto con la sua perfezione, odio le cose perfette.
Nemmeno il rosa mi era mai piaciuto. Perché non potevo avere un fiocchetto giallo o verde?
Perché le ragazze dovevano essere rosa e i ragazzi blu? Sin da quando ero piccola questa chiara classificazione cromatica mi irritava.
Mi irritava tanto quanto quel piccolo taglio con la carta.

«Livia! Mi hai tenuto il posto?» disse una voce distinta dalla folla di studenti salita sull’autobus, una folla disordinata e rossa.
Spostai lo zaino dal sedile di fianco al mio per fare posto a Lucrezia
«Grande Liv!»
Liv mi piaceva di più di Livia, Livia era grigio-viola, un nome che senti la polvere in bocca quando pronunci le sue due sillabe. Liv era viola acceso.
«La prossima volta sali con me però, sono stanca di mandare via una serie di stanchi pendolari gialli» le dissi sbuffando
«Sono stanca di venire alla fermata ogni mattina!»
«Sei pure stanca di essere chiamata Lulu…»
«Smettila di chiamarmi Lulu, è dalla seconda media che te lo dico! O Lu, o Lucrezia ma MAI Lulu!»
Lu era la mia migliore amica da sempre, era viola-arancio-verde, era il mio esatto opposto e la mia parte complementare.
«Quand’è pure che devi tornare dal parrucchiere? Posso venire con te? Voglio farmi anche io un colore strano! Che ne dici di rosa?» disse Lu tirando fuori il libro di scienze dal suo zaino blu.
«Ma tu sei castana.»
«Perché tu sei uscita da tua madre con la frangetta e i capelli verde fluo?»
«No ma il tuo castano è rosso-arancio-viola, su di me è verde-grigio-giallo.»
«Lo prendo per un complimento.»
«È un complimento!»
«Scusa, normalmente la gente non usa i colori al posto di tre quarti del vocabolario italiano.»
«Normalmente la gente non intinge le patatine nel succo d’arancia.»
«È successo solo una volta! Piuttosto aiutami a ripassare scienze che la Iliceto oggi interroga.»
«Ecco una cosa disgustosamente gialla…»

L’autobus squarciava l’infinito grigio mattutino, quel grigio che ai miei occhi appariva così blu, quel grigio per il quale avrei dato tutto per sparirci dentro.

 

What if? Federico Aldrovandi, di Sofia Fabbri
E’ stata una bella serata. Io e miei amici ci siamo divertiti molto, a dir la verità.
Non andavamo spesso fino a Bologna per passare le nottate nei locali, siamo una compagnia tranquilla, di ragazzi normali, ma ogni tanto anche noi vogliamo provare il brivido del sentirci grandi, atteggiamento tipico dei diciottenni, come quella sera. Abbiamo deciso qualche giorno fa di andare in un locale abbastanza in della città, il Link, frequentato da gente più grande, estrosa, con la musica nel sangue. La musica che tanto amo e che sempre mi accompagna in tutto quello che faccio durante le mie giornate.

Non mi piace molto bere, quindi non ho esagerato, un drink è più che sufficiente per farmi passare una bella serata. D’altro canto, non sono così diligente per quanto riguarda l’ambito degli stupefacenti: è questa la mia bestia nera, il consumo occasionale di sostanze. Ho pensato bene di assumerne in maniera modesta, perché sono ben consapevole che da quel giro non si esce, una volta entrati sul serio. Insomma, la serata è trascorsa tra balli, risate, canti, chiacchiere, scherzi: le serate che ogni diciottenne dovrebbe passare. Era una calda notte di fine settembre, punteggiata dalle stelle che la nebbia emiliana non era ancora riuscita a vincere al cielo terso. Dopo qualche ora di baldoria, i miei amici hanno deciso di andare; io non ho la patente, quindi mi sono dovuto adeguare agli orari del gruppo. Non che mi sia dispiaciuto, alla fine ero parecchio stanco anche io e sinceramente mi girava un po’ la testa. Meglio mettersi a letto.

Il viaggio in auto è stato tranquillo e sereno e dopo quaranta minuti siamo arrivati a Ferrara, la nostra città natale. Essendo il più piccolo del gruppo, sono sempre il primo a essere portato a casa dai miei amici, taxisti improvvisati, solo che quella sera mi sentivo un po’ stranito, ecco. Avevo una strana sensazione di tachicardia che proprio non mi abbandonava e non avevo idea di che cosa sarebbe potuto essere. Era come un presentimento, una sorta di preludio a qualcosa di brutto.
Ho cercato di non pensarci e ho chiesto all’autista di farmi scendere in una via vicino alla mia, così da fare due passi e tranquillizzarmi. Una volta fatto, ho iniziato a camminare tranquillamente, cercando di calmare il senso di nausea che mi saliva in modo sempre più urgente. Quasi subito ho visto il lampeggiare di abbaglianti di una macchina, ma chi era? I miei amici no, sicuramente.

L’automobile si avvicinava a me a passo d’uomo, ma i lampioni illuminavano a malapena ciò che c’era davanti a me, quindi ho continuato a scrutare il veicolo. Quando è stato abbastanza vicino, le portiere si sono aperte e sono scesi due uomini in divisa. Avevano i manganelli in mano e subito hanno iniziato a urlarmi comandi e domande, del tipo: «Stai fermo, non muoverti», oppure «Che cazzo fai in giro alle tre di notte? Sei andato a rubare? O a drogarti? Eh?»

Ero terrorizzato, pietrificato, talmente improvvisa e senza senso era la situazione in cui mi ero venuto a trovare. Ho alzato le mani sopra alla testa, come ho visto fare tante volte nei film d’azione che amavo guardare con mio padre Lino, sperando in un errore dei poliziotti, in uno scambio di persona, in un abbaglio.
Ho chiuso gli occhi dal terrore, mentre sentivo i loro passi che si avvicinavano a me e le loro ingiurie che aumentavano. Ho dovuto riaprire gli occhi quasi subito: un dolore lancinante si stava diffondendo dal mio ventre a tutto il mio corpo. Tossivo, tossivo talmente forte che ho sputato sangue, mentre con entrambe le braccia mi cingevo l’addome. Ho provato a urlare che sicuramente c’era stato uno sbaglio, ma appena ho provato ad aprire bocca mi è arrivata un’altra manganellata sul fianco destro, così forte da farmi inginocchiare a terra e da farmi venire le lacrime agli occhi. Io urlavo, provavo a scappare, ma appena mi alzavo in piedi, il manganello di entrambi i poliziotti mi faceva cambiare idea, facendomi accasciare sempre di più a terra.
Ero tramortito, frastornato, finchè non ho visto aggiungersi ai due uomini originari un altro uomo e una donna, sempre in divisa. Pensavo fossero venuti lì per salvarmi, che qualche passante o abitante della zona, sentendo la confusione e le mie grida, si fosse allertato e avesse chiamato le forze dell’ordine per aiutarmi. La speranza iniziava a farsi strada nel mio cuore e quasi per miracolo mi sono alzato in piedi, con mio enorme sforzo fisico. Ormai ero completamente sporco di sangue e vedevo su di me ferite, lividi e gonfiori ovunque. Mi sono avviato verso la donna, in cui, nel mio stato delirante, ho intravisto il viso tanto amato di mia mamma Patrizia. L’avevo quasi raggiunta, quando da dietro ho sentito un’altra manganellata sulla schiena, esattamente nella zona lombare. Mi sono sbilanciato e sono caduto, sbattendo il viso sul marciapiede di cemento. Non riuscivo più a fare niente, avevo capito che anche i miei due presunti angeli salvatori erano in realtà dei Lucifero.

Ho ricevuto talmente tante altre percosse che quasi ero arrivato a credere che mi stessero cercando l’anima, distruggendo tutto quello che di fisico avevo. Tutto ciò è continuato per troppo, avvolto nel silenzio: non avevo nemmeno più le forze per mugugnare. Volevo semplicemente che quel supplizio finisse in fretta; mai come allora ho sperato di morire.

Finchè la donna, mossa da un atto di compassione, ha detto ai suoi colleghi di smetterla, che sarei morto se avessero continuato, che sarebbero stati sollevati dal loro incarico, che sarebbero andati in prigione, che stavano uccidendo un ragazzino. Incredibilmente, i miei boia si sono fermati, lasciando cadere i loro manganelli. Li hanno raccolti subito dopo e, nonostante non abbia visto la scena perchè ero in posizione prona, sono corsi verso le volanti, lasciandomi lì, solo, sanguinante. Sono stato immobile per ore intere, fino a che, all’albeggiare, non ho trovato le forze di alzare il busto: ero ancora vivo.
Ho iniziato a trascinarmi, come i serpenti, per i pochi metri che mi separavano da casa mia. Ho suonato il campanello, nonostante avessi le chiavi nelle tasche dei pantaloni. Ho aspettato solo due secondi: mia mamma mi ha aperto la porta, sgridandomi per l’orario ancora prima di vedermi. Ha abbassato lo sguardo, mi ha osservato per qualche secondo buono. Dopodiché si è accasciata davanti a me, prendendomi la testa tra le sue mani e piangendo, disperata, sussurando appena il mio nome: Federico.

Non sono riuscito a dirle quello che mi era successo, non ne avevo le forze. Ma ero vivo e a casa: questo era quello che mi importava, il resto non contava.

Anche oggi che lo ricordo mi piacerebbe pensare che sia andata così, ma in realtà le cose sono andate diversamente. L’anima me l’hanno trovata davvero a suon di botte e hanno distrutto anche quella.
Me ne sono andato via così, senza aver detto addio a mia mamma, a mio papà, ai miei amici.
Me ne sono andato via da solo, con solamente le manganellate come compagne.
Me ne sono andato via da solo, per mano di quattro poliziotti che avrebbero il dovere di difendermi.
Me ne sono andato via da solo.

 

Inchiostro disperso, di Martina Mazzoli
Era un giorno come qualsiasi altro quello in cui ho perso la mia penna blu.
Stavo mordicchiando il tappo in plastica, cercando di concentrarmi sui complicati grafici di matematica che si stendevano sulla pagina davanti a me.
Stavo immaginando il momento in cui, terminati i complicati calcoli che affollavano la mia mente, mi sarei potuta concentrare sul libro che volevo finire o rilassarmi davanti a un bel film.

Nemmeno cinque minuti dopo la penna era sparita. Completamente volatilizzata senza lasciare alcun segno della sua presenza. Una penna che era con me dai miei sette anni e che, per i successivi dieci, avevo usato per ogni esame importante. L’avevo sempre con me nei momenti di ansia e mi piaceva giocherellarci cercando di tenere impegnate le mie mani tremanti. Ogni due mesi, puntualmente, mi recavo nella cartoleria della mia città e compravo un cambio di inchiostro. Non l’avevo mai persa né dimenticata in nessun luogo, a differenza della maggior parte dei miei averi.

Ma quel giorno, tranquillo e ordinario, l’avevo persa.

Ho cercato ovunque nella mia stanza: sotto il letto, dietro le tende, tra i libri e dentro i cassetti di vestiti. Ma senza successo. Ho cominciato l’ispezione della casa. Se qualcuno mi avesse visto in quel momento avrebbe pensato a me come una ladra in cerca degli oggetti di valore della famiglia che avevo deciso di derubare. Mi aggiravo in modo incostante per la casa, riguardando più volte negli stessi posti, raggiungendo angoli impossibili da notare e sistemandomi compulsivamente una ciocca di capelli; arrivavano giusto a toccarmi le spalle ed erano quindi impossibili da tenere al loro posto.

Trovai polvere, bottoni, caramelle e cartacce ma della mia amata penna blu non c’era traccia.
La sera raccontai l’accaduto a mia madre e lei si rattristò per me, sapendo quanto tenevo alla mia penna, ma nulla di più. Non poteva capire il valore che, quell’oggetto all’apparenza insignificante, aveva per me. Mi chiusi in camera e
mi sdraiai sul letto, guardando il soffitto e sospirando pesantemente. Non avevo voglia di fare nulla e dovevo ancora finire i compiti di matematica, lavarmi, mettermi in pigiama e…
Ancora una volta mi stavo facendo prendere dall’ansia.

In casi come questi, quando sentivo il respiro farsi affannato e pressante, afferravo la mia penna e piano piano regolavo il mio respiro con grandi boccate d’aria. Poi sedevo al computer e cominciavo a disegnare, rilassandomi con musica tranquilla e un buon tè al lampone. Ma la penna blu non c’era questa volta e l’unica cosa che potevo fare era contare le macchie sul soffitto, assicurandomi che fossero sempre lo stesso numero.
Stavolta sembrava ce ne fosse una nuova però. Là, proprio nell’angolo più remoto del soffitto; e sembrava si muovesse. Mi tolsi gli occhiali e li strofinai, rimettendoli e cercando di mettere a fuoco meglio la chiazza sul soffitto. Ma era scomparsa o meglio… si era spostata.
Era più in basso ora, sul muro e non più sul soffitto. Mi avvicinai per osservarla meglio.
Pulsava, come se respirasse.
Allungai una mano per toccarla e all’improvviso…
Tutto fu buio.

 

Fotografia, di Gaia Tassinari
Carnevale è una festività magica per i bambini, non a caso infatti, era il periodo dell’anno che aspettavo con più impazienza. Era anche meglio del Natale; senza le messe lunghissime durante le quali scimmiottavo sulla panca tra un rimprovero e l’altro o le cene interminabili con i parenti che prima si abbuffavano come se non avessero mai toccato cibo, poi si lamentavano di aver mangiato troppo. In più potevo travestirmi da Biancaneve: la mia principessa Disney preferita, che effettivamente per com’ero all’epoca mi si addiceva molto.

Il mio viso paffutello era incorniciato da un caschetto nero lucente che risaltava tantissimo sulla carnagione lattea, fatta eccezione per le guanciotte rosate, e sugli occhioni castani.
Non ero certo docile come la principessa, anzi ero piuttosto pestifera, tuttavia quando indossavo quell’abito strappavo un sorriso a tutti.

Il giorno di Carnevale a scuola facevamo una festicciola all’interno della palestra, che si trasformava in un mosaico di musica e colori. I maschietti si travestivano da cowboy, supereroi dei fumetti e  astronauti, mentre, scontatissimo, le femminucce puntavano sulle principesse o fatine; l’ambiente scolastico assumeva tutto un altro fascino con le stelle filanti che danzavano nell’aria, i gridolini di felicità e spensieratezza tipica dei più piccoli e la pioggia di coriandoli che si annidava fra i miei capelli. A mensa poi ci venivano servite bevande zuccherate, patatine, pop corn, pizzette. Insomma, era il paradiso!

Il momento più bello, però, era quando arrivavo a casa. La nonna mi aspettava con un bel vassoio di sfrappole prelibate, che mangiavo voracemente, impiastricciandomi le manine e il viso di zucchero a velo, così mi aggiravo pericolosamente per la casa impolverata dallo zucchero e con un nido di coriandoli in testa, finché papá non mi acchiappava e mi faceva il bagno.

Di domenica, invece, andavo a vedere sfilare i carri e, nonostante non fossero chissà che, mi esaltavo un sacco, soprattutto quando riuscivo ad acciuffare quelle caramelle durissime alla frutta che adesso non lanciano più. Il loro gusto non mi piaceva per niente, tuttavia mi sentivo vittoriosa quando tornavo a casa con un bel bottino di dolciumi, piccoli peluche e palloni da calcio in gomma.

Ricorderò per sempre quando una volta mamma è riuscita ad accaparrarsi un animale gonfiabile. Con un sorrisone raggiante mi chiese: «Indovina un po’ cosa ho preso?»
Da dietro la sua schiena intravedevo il muso di un coccodrillo, animale per il quale ero in fissa a causa dei documentari che mio padre guardava sempre. Subito iniziai a saltellare dalla gioia, esclamando: «Coccodrillo!!»
Ogni volta che rivedo questa pseudo principessina seduta sui gradini in marmo non posso fare a meno di ripensare ai coriandoli, all’allegria e ai colori.

 

La foresta, di Jacopo Botti
La nebbia lo circondava da circa un paio d’ore quando la macchina si fermò. Scese, per accorgersi di essere finito fuori strada in una foresta. Magari camminando ne sarebbe uscito.

Guardò l’orologio. Per fortuna era ancora giorno, non gli andava per niente di passare la notte al freddo in una foresta. Per sicurezza prese la torcia dalla macchina e si incamminò fra gli alberi.

Non era passato troppo tempo quando vide un gufo volare sopra la sua testa. Era strano vedere gufi volare di giorno ma decise di non farci troppo caso. Man mano che avanzava gli alberi si facevano sempre più spessi.
Non si accorse nemmeno che era calata la notte dal gran che era fitta la nebbia. A un certo punto si ritrovò su un sentiero delimitato da alberi morti, dove erano appollaiati centinaia di gufi che lo fissavano con i loro occhi gialli. Fu in quel momento che la nebbia si diradò e vide una gigantesca luna rossa in cielo e la notte che lo circondava. Si maledisse da solo per essersi allontanato così tanto e accese la torcia decidendo di avanzare nella speranza di trovare una sorta di riparo.

Poco dopo notò un fuocherello e una sagoma sotto una roccia Si avvicinò con cautela e vide che si trattava di uomo anziano dai capelli grigi e lunghi.
«Buonasera» disse cercando di attirare l’attenzione.
«Buonasera a lei. Vuole unirsi attorno al fuoco con me?» rispose lo sconosciuto.
«No, no, qui sto bene» rispose lui a disagio.
«Sa, si dice che con la luna rossa in cielo accadano strane cose in questi boschi» disse il vecchio alzandosi in piedi. Poi schioccò le dita e scomparve in una nuvola di fumo, spegnendo il fuoco.

Doveva essere stata una semplice allucinazione. Era stanchissimo, ma voleva uscire dal bosco.
La luna era alta in cielo quando trovò una pozza circondata da alberi. Si avvicinò credendo fosse acqua ma scoprì che si trattava di un liquido nero e appiccicoso. Quando alzò lo sguardo deluso vide una strada ciottolata alla cui fine c’era una villa.
Si avviò lungo quella strada e quando arrivò alla villa trovò la porta aperta e fu accolto da un maggiordomo che lo accompagnò in una sala dove erano presenti alcune poltrone di pelle nera e un tavolino su cui erano appoggiati un piatto con una fetta di torta e una tazza di caffè. Il maggiordomo sparì e lui si servì da solo.
Poco dopo, da una tenda di velluto rosso sangue fecero il loro ingresso un nano vestito di rosso, un uomo con una benda sull’occhio sinistro, una donna dai capelli rossi e un uomo dagli occhi vitrei che si misero in un angolo a parlare. Lui si alzò e si avvicinò a loro ma quando li raggiunse la casa prese fuoco.

Si risvegliò accanto alla pozza di fango la mattina e si convinse di aver sognato tutto quanto. Si incamminò lungo un sentiero che partiva alla sua destra. Mentre seguiva il sentiero vide arrivare il vecchio della sera precedente. Accelerò il passo ripetendosi che era soltanto un’allucinazione. Il vecchio lo raggiunse comunque e fece per dirgli qualcosa, ma prima che aprisse bocca si ritrovarono scagliati per aria e il mondo girò sottosopra.
Davanti a loro apparve un occhio gigantesco che si aprì come una tenda e ne uscì l’uomo con la benda del suo sogno.
«Hai fallito nel tuo intento abominio» disse rivolto al vecchio.
«Come sarebbe? La casa si è salvata. Scommetto che è stato merito tuo. Non è che potresti farmi il favore di mostrare la tua vera faccia così ci posso sputare sopra?» ribatté il vecchio.
Poi l’uomo con la benda si girò verso di lui e disse: «Mi dispiace per il disagio che questo essere orrendo le ha provocato. Se desidera posso riportarla alla macchina, signor Cooper.»
Il vecchio si lanciò contro l’uomo bendato e gli distrusse il cranio a mani nude. Il resto del corpo si sciolse in argilla. Il vecchio si voltò verso di lui dicendo con voce roca: «Ci rivedremo ancora.»

Sentì che stava per svenire; l’ultima cosa che vide prima di chiudere gli occhi furono un paio di gigantesche mani di luce che andavano verso di lui.
Si svegliò nella sua macchina chiedendosi che razza di incubo avesse avuto.

Quattro anni dopo Great Northern Hotel
Entrò nella sua camera per lasciare le valige e aprì la finestra. Vide di sfuggita un’ombra ma pensò si trattasse di un qualche animale. Diede le spalle alla finestra e provò a sintonizzare la radio che però rimase muta.
Si guardò allo specchio, si sistemò la cravatta, prese fiato e tirò una testata allo specchio così forte da provocare numerose crepe.

Un rivolo di sangue gli scendeva lungo la fronte mentre lo specchio rimandava l’immagine di un uomo anziano dai capelli lunghi e grigi che rideva.

La radio cominciò a cantare:
«We’ll meet again.
Don’t know where, don’t know when,
but I know we’ll
 meet again some sunny day.»

 

Cosa vedi?, di Francesco Guidoboni
Digitò una sequenza su un muro spoglio. Era certa che la tastiera si trovava in quel posto, non poteva essere altrimenti.
Quello era il riquadro a cui portavano le coordinate; il limite dell’unico punto di accumulazione della funzione che tracciava la spirale logaritmica del soffitto indicava esattamente quel punto. «Il limite del cielo è la soluzione. La forma della terra, la chiave», era ciò che l’immortale assassino le aveva detto prima di sparire dentro al vecchio casolare abbandonato in cui lei aveva i suoi ricordi d’infanzia e dove, senza esitazione, l’aveva seguito.
La sequenza le appariva ovvia. La forma della terra è la chiave, il pavimento era composto da 59.049 mattonelle di ozono cristallizzato, 1.048.576 di ciclobutano stablizzato, 9.765.625 di fruttosio compattato.

Aveva impiegato solamente qualche secondo per accorgersi che questi numeri erano la potenza di esponente dieci del numero dei lati che contraddistingueva le loro molecole. Sfiorando la tastiera riconobbe il materiale: era composta di cristalli benzenici, non aveva più dubbi.
Sorrise delusa quando vide il muro diventare prima trasparente e poi volatile.
«Il killer immortale, l’amante degli enigmi che non sa perdere? I tuoi giochetti sono a dir poco mediocri» disse a voce alta, in tono di sfida.

Entrò in quella che anni prima era stata la sua stanza da letto. Era rimasta identica a come la ricordava: la grossa vetrata come muro esterno, il letto e l’oloteca la riportarono indietro nel tempo. Ricordava bene quei giorni, quando ancora la pace regnava, quando la guerra era solamente un lontano ricordo. Al centro della stanza un segno di luce verde lacerava quel luogo, una macchia apparentemente casuale si ergeva dove una volta era posizionato il generatore di campi.

«Cosa vedi?», una voce ammaliante le sussurrò nell’orecchio.
Quella domanda fece vacillare il suo animo. Non aveva risposta. Era una rappresentazione, ma non le appariva leggibile
«Cosa vedi?», sentì la sua presunzione infrangersi, la sua mente vagò febbrilmente in cerca della risposta.
«Cosa vedi?», non sapeva cosa dire.
«Cosa vedi?», la domanda iniziò a riecheggiarle in testa.
«Cosa vedi?», sapeva che non era solo una luce. Cos’era?

Cosa vedo? Perché non aveva risposte? Perché vedeva la soluzione ?

Cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi cosa vedi, la domanda continuava a rimbombare nella sua mente, come a prendersi gioco di lei.
«Basta!» gridò accasciandosi a terra, in lacrime. Era stata sconfitta, senza nemmeno aver avuto la possibilità di combattere. Sentiva dentro di sé odio. La voce aveva dimostrato di esserle superiore.

«So come ti senti.» Avvertì una mano posarsi sulla sua spalla. Voleva reagire, ma si sentiva vuota dopo quell’umiliazione. «Ho trascorso due secoli pensando alla soluzione», il killer continuò, «solamente per scoprire che non esiste una risposta corretta.»

Myal si rialzò, consapevole della sua morte imminente.
La meritava, il fallimento la feriva più di ogni lama, la faceva ardere più di ogni offesa.
Il suo interlocutore la incalzò. «Sei come me», rise amaramente, «Umana, eppure superiore alle persone, Viva, ma incapace di comprendere l’emotivo.» Il tono era pacato e tradiva un affetto quasi fraterno. «Sei rimasta nella tua convinzione di superiorità.»

Aveva ragione, lo sapevano entrambi, ma lei si rifiutava di accettarlo.
«Taci!» Myal si girò di scatto solo per vedere la figura. Era alta, si stagliava contro l’oscurità che ribolliva lungo le pareti, mossa dalla luce innaturale. Lo sguardo della ragazza lo aggredì. Myal arse nella voglia di uccidere quella figura, desiderava ardere i suoi capelli rossi, deturpargli quel viso tranquillo.
«Non sei poi tanto meglio di una persona normale.» A quell’affermazione la sua anima si risvegliò dallo sconforto.
«Taci!» urlò ancora la ragazza scaricando la sua rabbia in un coltello diretto verso la figura che l’avvolgeva da dietro. Non aveva più le forze nemmeno di cercare un’altra parola per zittire il suo aguzzino.
Sentì le sue gambe falciate, cadde. Girò lo sguardo e vide la figura avvolta nell’ombra tenere la lama tra l’indice e il medio. Era riuscito a fermare il suo colpo, l’aveva surclassata perfino nel combattimento, aveva dimostrato la sua superbia.

Rassegnata chiuse gli occhi pregustando già la sua morte.

«Non riuscirai a uccidermi, sono pur sempre il fratello maggiore.»

 

Mariette, di Grazia Caruso
Mariette non era come le altre; i suoi vestiti la rendevano simile a una ninfa, una di quelle che ammaliano anche i poeti più apatici.
Amava leggere, in un’epoca in cui leggere era considerato strano, diverso.

Ma lei era così; non ascoltava niente e nessuno, se non il suo cuore.

Mentre la guardavo scendere le scale mi resi conto che il suo sorriso illuminava qualsiasi cosa incontrasse lungo il suo cammino.
I suoi occhi azzurro zaffiro mi scrutavano. Ma nel momento in cui i nostri sguardi si incrociarono le sue palpebre, colte dalla delicata carezza della timidezza, si chiusero.
Ci prendemmo per mano e ci dirigemmo verso il lago e, tra gli abbai di Willie, arrivammo sulle sponde di quell’anonimo lago in cui alberi e arbusti avevano preso il sopravvento. Ma in realtà il lago non era stato dimenticato, almeno non da noi.

Forse, proprio come regalo per non averlo dimenticato, quel lago esisteva per noi, e come diceva sempre Mariette «L’amore anima ogni cosa in qualsiasi luogo.»
La presi per mano e la accompagnai sulla nostra barca, da noi soprannominata Calliope, dal nome della musa che con la sua voce vinse le Piche.
Willie prese posto per primo e noi, dopo di lui, ci sedemmo, uno accanto all’altra, mentre lei cominciò a raccontarmi della sua giornata. Io mi volsi verso di lei ad ascoltarla, pensando che fosse la mia felicità fatta persona.

 

Urbico, di Davide Garuti
Timilo corse in casa terrorizzata e chiuse porta e serratura dietro di sé. Respirava affannosamente, al punto che sua madre si voltò di scatto e, sorpresa dal rientro anticipato, chiese: «Hai già comprato la cena? Hai fatto presto.»
«Sì, no, è che c’è un ragno immenso e velocissimo in cortile!»
Sua mamma andò alla porta, sbirciò fuori, dopo di che spalancò la porta e rispose in tono altero: «Timilo quello è un comune granchio di città! Ok che siamo qui da poco, ma la città è famosa in tutto il mondo per i granchi che ti vengono a pulire gli avanzi. MUOVITI e va a prendere la cena!»
Timilo scappò fuori e percorse i trenta metri che la separavano dal chiosco del fast food più vicino ma, una volta metabolizzati i ragni di strada, vi furono gli altri incubi da affrontare.
La città di Urabo offriva ai topi d’appartamento come Timilo la musica pop che veniva pompata da altoparlanti, o che veniva strillata dal vivo da artisti di strada, i quadri e altre opere di arte visiva che variavano da pubblicità con modelli e modelle spesso nudi e occasionalmente intenti in attività che la gente del ventesimo secolo non avrebbe rappresentato per strada, fino a quadri impressionisti o surrealisti, con contrasti di colore degni di un pastello spalmato sulla retina. Poi c’erano i video solitamente pagati dalle catene di fast food, trailer di film, pubblicità di nuove attività, notiziari flash su eventi appena successi che, subito dopo la sigla martellavano con domande tipo: Chi? Cosa? Dove? Come? Quando? Perché? E saluti.
Un vero e proprio paradiso per un’agorafobica come Timilo; un’area urbana riempita di ville basse con mongolfiere e dirigibili pubblicitari, che competono per lo spazio aereo.

Dopo essere arrivata in casa e aver consegnato il cibo a sua mamma, Timilo si rifugiò in un’imitazione di quella che era stata la sua camera a Urbico. Un posto in cui riesce, almeno parzialmente, a trovare riparo dal mondo esterno. Quello stesso loculo che le aveva fatto dire “camera mia” con una veemenza e una sicurezza tali da sorprendere i suoi genitori. Quel loculo in cui leggeva le storie scritte in braille, osservava tutti i dettagli delle foto dei suoi libri preferiti mentre ascoltava la musica che amava.

Ma tutto questo non c’è più. È stato demolito e i mobili sono in un deposito. Questo è il prezzo che tutti gli urbiconesi devono pagare: cinque anni nel motore economico del mondo e tre mesi fuori, mentre il grattacielo in cui abiti viene ricostruito a causa della crescita della popolazione. Sua mamma odiava quel loculo, come chiamava il vecchio appartamento, e amava invece la villa in cui risiedevano ora, con le finestre e i lucernari che facevano entrare molta luce, l’open space che le permetteva di osservare tutti i quadri che aveva recentemente comprato, mentre chiacchierava con gli ospiti che invitava all’interno della casa.
Timilo ripensò a tutti i litigi avvenuti nelle ultime tre settimane. Quante volte la madre l’aveva minacciata di trasferirsi permanentemente qui, quante volte aveva pronunciato il fatidico “se ci fosse papà” ed entrambe avevano pensato “per fortuna che i test per la maturità di fatto si possono prendere a ogni età.”

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Liceo Morandi e scrittura creativa, una storia d’amore che non si spegne

Gli appuntamenti con i miei corsi di scrittura creativa di quest’anno, al Liceo M. Morandi, sono ormai conclusi. Ed eccomi qui, davanti al foglio bianco, a scrivere qualche considerazione a caldo. Non è facile, questa volta più che le precedenti. Perché quello che è successo tra i banchi, in questo ottobre così nostalgico da non essersi ancora deciso a  salutare l’estate, è stata una vera e propria magia. E non è facile descrivere la magia a parole.

Ma il corso di scrittura non serve forse anche a questo? A dar voce a emozioni, a storie e personaggi che vivono dentro di noi e altrimenti non potrebbero uscire?

Lo hanno fatto con determinazione e talento i ragazzi del Corso Base. Una classe immensa, 36 alunni con davanti a loro solo tre lezioni per assorbire i rudimenti che si nascondono dietro a ogni storia di successo, si tratti di un romanzo, un film o un fumetto. Prima che il corso iniziasse ero un po’ preoccupata per il fatto che la classe fosse così numerosa, ma non ne avevo motivo. Silenziosi come ninja e armati della loro fantasia hanno dato vita a personaggi pieni di sfumature, poliedrici, crepuscolari o romantici. A ogni lezione, dimostravano di aver totalmente assimilato i concetti, e quando si sono trovati a dover costruire un’ambientazione credibile – in sole quindici righe, per di più – hanno brillantemente superato la sfida. Eravamo in classe, ma ci siamo ritrovati in riva al mare, nella campagna emiliana profumata di sole, tra le pareti di un istituto psichiatrico o al campo di addestramento di un soldato. E ancora, immersi nella neve artica, in un laboratorio steampunk o soffocati da una parete piena di specchi nell’Inghilterra di Anna Bolena, tanto per citarne alcuni.

I ragazzi del Corso Avanzato sono guerrieri scelti che ormai non temono il confronto con autori professionisti. Quest’anno abbiamo lavorato in profondità con la scrittura, perché ogni guerriero della penna che si rispetti deve poter essere capace, se necessario, di scrivere su qualsiasi argomento. Com’è possibile?, qualcuno si chiederà. La risposta è semplice: con la pratica. Perché la mente è come un muscolo, si può allenare. Scrivere e riscrivere è come sguinzagliare la fantasia e il talento che a volte si nascondono in fondo all’anima.

I ragazzi sono passati dalla scrittura interiore a quella della memoria, hanno creato un diario fotografico, rivivendo episodi toccanti per poi scattare, a posteriori, fotografie mai realmente immortalate. Scrivere di emozioni, scrivere per appunti, raccontare la vita di persone comuni. Viaggi temporali e tropismo. Quest’anno abbiamo fatto un esperimento: a fine lezione, tra gli argomenti trattati, ogni studente ne sceglieva uno, il preferito, o… il più temuto. Diversificando gli esercizi a casa, abbiamo potuto affrontare in maniera più approfondita i singoli argomenti. Sono nate perle preziose, che potete leggere qui sotto.

Perché la scrittura può essere la nostra arma per difenderci dal mondo.

Lucia Bagnolati si è cimentata nel racconto fotografico, scegliendo due foto dei suoi bisnonni e regalandoci una storia d’amore e nostalgia.

12166957_1683261218555542_1718804284_nIl vento le scompigliava i capelli, ormai portati in quel modo da anni.
Quella stessa chioma mora che aveva sistemato velocemente prima di uscire, il pomeriggio stesso.
Sentiva che non stava andando abbastanza in fretta, nonostante la gonna le stesse svolazzando e il fiato era ormai corto.
Voleva urlargli di restare, voleva urlare il suo nome e sapere con certezza che si sarebbe fermato.
Il campanello della bicicletta suonava a ogni buca che frettolosamente superava.
Si guardò attorno, cercandolo e mormorando il suo nome a ogni pedalata.
Non riusciva a trovarlo, in mezzo a tutte quelle divise uguali l’una all’altra.
Lui aveva il volto coperto da una macchina fotografica, di quelle da poco, che suo padre gli aveva regalato nel ’48, un po’ per documentare l’anno di leva, un po’ per garantirsi che il figlio gli avrebbe scritto.
La vide in quel modo, lui.
La fotografò con lo sguardo perso tra i ragazzi che, come lui stavano per salire su quel treno, la sua figura esile, in sella alla bicicletta della zia. Ridacchiò dietro alla vecchia Polaroid, pensando che probabilmente Lidia avesse preso il mezzo senza chiedere.
12083764_1683261241888873_939757554_nLa fotografò e seppe che Lidia era lì per lui.
Sorrise, mentre lentamente fece scorrere verso il basso l’oggetto che gli stava nascondendo gran parte del viso, arrivando a coprirgli solo il mento. Sorrise mentre guardava le sue gambe magre coperte da quei calzettoni bianchi, che probabilmente sua madre la obbligò ad indossare per il freddo.
Guardò Lidia alzarsi dalla sella, la bocca schiusa, le guance rosse e pure e pensò che era esattamente come l’aveva lasciata. Il maglioncino blu con i soliti cinque bottoni, perché il sesto non era riuscita a ricucirlo.
Lidia buttò a terra la bicicletta, correndo verso qualche gruppo di ragazzi, spingendoli per poi scusarsi.
E lo vide. Tirò un sorriso nel riconoscere la solita espressione vagamente corrucciata, mentre se ne stava dritto con le spalle alte, affianco a Nadio. L’elmetto sotto il braccio, la giacca pesante della divisa a coprirgli il busto, i guanti a riscaldare le mani affusolate che Lidia ricordò di aver tenuto così tante volte.
Lidia guardò prima la Polaroid che teneva fra le dita, poi spostò l’attenzione ai vagoni dietro a Italo, sperando invano che non partissero.
“Non dovresti essere qui” Italo si avvicinò alla sua Lidia, prendendola per un braccio e avvicinandola al suo corpo, così che solo lei potesse sentire la sua voce roca, che le sarebbe mancata così tanto.
“Tu non dovresti partire” Lidia parlò con voce rotta, guardandosi intorno per evitare l’imbarazzo nel guardarlo in quei suoi occhi neri.
La ragazza sussultò non appena il treno fischiò, bloccata come in quella foto in bianco e nero che Italo le aveva scattato, perché si sentiva così, si sarebbe sentita così senza di lui. Una ragazza che in sella a una bicicletta lo avrebbe seguito ovunque solo per salutarlo un’ultima volta, una ragazza che avrebbe vissuto per qualche tempo, come in quella fotografia, come se la sua vita fosse bloccata lì, senza colori, in attesa del suo ritorno.

 

Giulio Medici crea un perfetto esempio di monologo esteriore, in cui il protagonista sfoga la sua rabbia e svela la sua lotta interiore parlando con un interlocutore che “gli è molto vicino”, anche se per certi versi è il suo più acerrimo nemico.

Che cosa combini, maledizione, siamo di nuovo daccapo! Lo so, non sei tu che causi tutto questo e in fondo non sei altro che un muscolo, incapace di qual si voglia decisione sentimentale, ma ti userò per indicare tutto il corpo e tutto questo gran caos che ora mi assale.

Insomma cuore che mi combini!

Già mi era successo che mi obbligavi a situazioni assurde o disperate, altre volte ti prendevi gioco di me con obiettivi impossibili, eppure sono sempre riuscito a sfuggirti, a difendermi dai tuoi attacchi. È forse per questo che ora mi aggredisci con foga maggiore?

Eppure dovremmo lavorare all’unisono e non combatterci.

Mi hai intaccato varie volte e comunque ne sono uscito. Forse lo hai fatto per studiarmi, per registrare i miei punti deboli e non appena hai scoperto colei che li incarnava tutti hai deciso di agire.

Perché, perché mi tratti così? Mi conosci, non sono esattamente un tipo… regolare.
Sono un po’ eccentrico. T
ogliamo un po’, va là. E tu di chi mi fai innamorare, maledetto? Di una ragazza precisa, una sobria che non raggiunge mai il “punto di non ritorno”, per usare un’espressione raffinata. Inoltre sai che io sono pessimista, materialista e ateo, insomma quella persona che ti mette un’allegria addosso da farti star sveglio la notte, e lei… lei è credente, ma con la C maiuscola!

Sarebbe come l’incontro tra la morte e la vita, il male e il bene, due opposti incongiungibili.

E date le sue caratteristiche, mi sento proprio l’antagonista della storia.
Ammettilo ci provi gusto, le scegli pure graziose! Un viso fantastico, celestiale, un’intelligenza ineguagliabile, ma soprattutto la voce; il sorriso e la sua risata mi distruggono, come se davvero potessi udire i famosi cori angelicati del Paradiso. Anche il nome, quel nome semplice di quattro lettere che mi stordisce, mi aliena da questo mondo facendomi sognare.

Ah che diamine, anche solo pensare a lei mi ha fatto aumentare le palpitazioni e comparire un sorriso ebete!

Se potessi rimpiazzarti con un cuore metallico incapace di darmi emozioni e che dico, diventare una macchina e non dover più patire le tue angherie. Perché devo tremare all’idea di parlarle? Perché mi stordisci con le sue immagini? Vuoi forse la mia morte? A che pro, non moriremmo forse entrambi? È forse questo, che desideri? Dimmelo e finiamola una volta per tutte!

Vorrei che smettessi di manipolarmi, di torturarmi con questa storia. Vorrei avere la possibilità di non sentire più queste fitte che mi colpiscono il corpo. Non voglio più ingelosirmi quando la vedo abbracciare un suo amico, non voglio più tremare al suo nome o alla sua voce.

Non voglio più… amare…

Non voglio più che tu batta. Donami questo, almeno. Se non per me, almeno per te. Il riposo, un riposo eterno senza preoccupazioni, senza emozioni. Dammi la freddezza della morte.

Ti prego, e smettiamola con questa inutile guerra.

 

Cristina Barbieri dà vita a un esercizio emozionale. Il titolo potrebbe essere: le parole che non ti ho mai detto.

Se io ti dicessi che vorrei piangere…

Perché non ce la faccio più a tenermi tutto dentro. Perché non ho più le forze per andare avanti. Perché sono a pezzi, distrutta. Perché vorrei tante cose, ma non riesco, non posso ottenerle. Perché vorrei davvero essere me stessa con te; mostrarti tutto di me. Ma non ce la faccio. Mi sentirei troppo vulnerabile a espormi così tanto, aprirmi totalmente a te. Però vorrei davvero dire basta.

Basta muri. Basta barriere. Basta menzogne. Basta segreti. Basta scudi. BASTA.

Basta a tutto. A ogni stramaledetta paura. Paura di sbagliare. Paura di non essere accettata per come sono davvero. Troppo lontana da ciò che tutti si aspettano, da ciò che tutti vogliono, pretendono da me. Vorrei mettere la parola FINE a tutto ciò. Togliere tutte le maschere e i trucchi ed essere semplicemente me stessa.

Sì… vorrei… vorrei… vorrei…

Ma resterà sempre un condizionale. Resterà sempre solo un desiderio, una parola persa nel vento, un sussurro nella mia stanza, un urlo nella mia mente, una macchia di inchiostro su questo foglio. Perché non ho le forze sufficienti. Perché alla fine è inutile. Preferisco vivere nascosta dietro una bugia che mi rende felice, perché mi permette di averti al mio fianco, piuttosto che essere davvero me stessa e perderti.

Se io ti dicessi che vorrei piangere…

E che ormai non riesco più a frenare le lacrime che ora mi stanno rigando il viso…

Tu cosa faresti?

 

Azzurra Balboni ci ha regalato brandelli di quotidianità con il suo diario per appunti.

Giorno 1: Questa sera the caldo e biscotti Non sul divano con la mamma, sul tavolo vicino ai libri.

Giorno 2: È strano sentire che quel tempo che diciamo tutti passi in fretta, stia superando anche la mia percezione di esso. Alle 16 scuola guida, ormai non ho più paura delle macchine intorno a me. Penso all’ansia per l’esame di patente molto vicino e a quella che avrò per l’esame di quinta e ho molta paura. Penso poi alla sensazione di gioia che proverò dopo averli completati. Forse un pò mi spaventa anche quella.

Giorno 3: Un paio di ore con i bambini della casa famiglia. “Quando ci sei te non faccio il monello” e mi dá un bacino sul naso. Ho imparato cosa vuol dire responsabilitá, ho imparato a cambiare pannolini e a fare i bagnetti, non ho imparato a non affezionarmi troppo.

Giorno 4: Guardo i papaveri sulla mia schiena. Fanno così parte di me che mi sembra siano sempre stati qui. Questo tatuaggio è il primo che descrive solo me. Ne era pienissima la mia via, quando ero piccola.

Giorno 5: Questa sera the e caldo e biscotti. Non devo studiare per domani, quindi sul divano con la mamma.

 

Siria Pignatti torna indietro nel tempo per regalarci una fotografia mai scattata, ma che appare vivida nella sua memoria.

Crick, crock.
Noce piena, noce vuota.
È un pomeriggio di sole, quando dal garage intravedo una figura in penombra. Non capisco, è mio nonno quello?
La giacca è diversa, è enorme, vecchia e di un colore indefinito, tra il grigio, il blu e il nero. E poi il cappello non è lo stesso, non è più ardesia, bensì beige. E l’orologio? Dov’è finito quell’orologio che ogni mattina, dopo essersi preparato, metteva per sapere esattamente che ora fosse in qualsiasi momento della giornata, perché sì, era fondamentale per lui. C’era l’ora per andare al bar, l’ora per fumare, quella per il gioco e quella per la cura del giardino. Ma più importante di tutto il resto, nei freddi pomeriggi di novembre, c’era l’ora per sgusciare le noci.
Ecco, sono esattamente le 14:00, il pranzo si è concluso, la nonna sta sicuramente finendo di mettere a posto la cucina e lui? Deve essere lui quell’uomo ripiegato su se stesso e nascosto dall’enorme giacca che indossa. Deve essere lui perché non c’è in nessun altro posto.
Ma io ho paura, ho solo sei anni e voglio mangiare una noce.
Se corro e non è lui cosa posso fare?
Lo chiamo? Sì dai, provo a farlo.
“Nonno?” Silenzio. “Nonno sei te?” Ancora nulla.
Crick.
Mi avvicino per capire meglio cosa sta succedendo. Sento il rumore di qualcosa che cade a terra, e poi di nuovo crick.
Fumo. Vedo del fumo provenire da una sigaretta. Sì, deve essere per forza mio nonno quello, perchè le sue migliori compagne erano proprio loro, quelle che più di tutto lo stavano portando via, poco per volta, da me.
Sono le 14:07 e lui non si è ancora voltato a guardare cosa sta succedendo nel mondo. Non si è accorto che nei sette minuti che io lo sto osservando sono successe tante cose: mia nonna ha steso la tovaglia, il gatto che un attimo fa dormiva è sceso dal furgone, un aereo ha oltrepassato le nostre teste, come a volerci salutare.
Lui non si è accorto di nulla, perché la sua unica preoccupazione è quella di riempire il cesto vuoto di noci da portare a noi.
Avvolto da un alone di fumo, sembra quasi scomparire, così come ha fatto 3 anni fa: senza dire niente.
Ho fame, ho voglia di una noce. Corro, corro rischiando di cadere per quella brutta discesa ricca di buche e sassi. Corro e non penso più. Corro perché voglio vedere mio nonno, per ricordargli quanto bene gli voglio e quanto sono buone le noci.

 

Ed ecco Melissa, che dà vita a una lettera resa dei conti, struggente e potente come il suo stile.

Quando sento la parola mamma mi viene in mente quella scritta malinconica sullo schermo del cellulare, triste e dimenticato in rubrica. Una parola di cinque lettere che esito e mi sforzo prima di pronunciare. Una parola a cui non trovo un rimpiazzo e un significato. Una parola che non ha alcun valore per me.

Non l’ho mai sentita mia la parola mamma, me l’hanno strappata via prima che potessi pronunciarla per la prima volta, me l’hai tolta tu, senza compassione, senza neanche pensarci su.

Mi hai rubato l’infanzia, di cui mi rimane poco e niente: qualche foto e alcuni sorrisi. Mi hai lasciato quel vuoto che una bambina non merita di possedere e via via lo hai allargato che quasi smetto di esistere cadendoci dentro. Mi hai piantata lì, sola e mi hai guardata crescere senza toccarmi, hai assistito come se fossi il pubblico ed io il film dell’anno. Mi hai ignorata e hai preferito gli altri. Perché gli altri sono sempre stati migliori di me.

Ho cercato sempre, ma quel pezzo mancante non mi è mai stato dato. È cresciuto con me quel vuoto da colmare, che ho sempre cercato di riempire con le mie forze, e ora, anche se mi sorridessi dolcemente, quel poco affetto che mi mostreresti sarebbe troppo poco e mai abbastanza per il mio male, diventato ormai una voragine nel mio cuore.

Ho acquisito il sorriso falso a tenera età. Ho imparato a non farci caso all’assenza di affetto.

Mi hai privata di baci e carezze. Mi hai privata della buonanotte affettuoso e del buongiorno lieto. Mi hai negato la soddisfazione e la fierezza con cui una bambina dovrebbe crescere. 

Mi hai persa tante volte e non ti sei degnata di conquistarmi neanche una volta.

Mi hai schifata. Mi hai abbandonata. Mi hai condannata. Mi hai pestata e calpestata e sei stata complice delle parole che mi hanno ferita in questi anni. Mi hai ingannata regalandomi scarpe, telefoni, vestiti, sorrisi finti, abbracci vuoti e quando hai visto che ti volevo ancora un po’ di bene, hai ripreso a sputarmi in faccia il peggior veleno. Mi hai reso il tuo giocattolo personale.

Mi sono limitata a guardare le altre mamma prendersi cura dei proprio bambini, quando io al mio fianco avevo il mio papà a farmi da entrambi i genitori. Il mio papà mi ha insegnato a rialzarmi a ogni caduta e tu non hai voluto darmi una mano, fare la tua parte. Il mio papà ha ricostruito con impegno e amore i miei sogni, che tu hai distrutto e ridotto in polvere più e più volte. Mi hai vista cadere e soffrire e non ti sei degnata neanche di provare pena per me. Perché tu eri occupata a pensare a te stessa e agli altri. Perché gli altri sono sempre stati migliori di me.

Farò di questo dolore la mia forza, farò di te una favola per la bambina che sono stata, che cercava invano uno sguardo materno tenero. Insisterò sulla tua assenza con la presenza di mio padre. Mancherai ai giorni più belli della mia vita e forse ti dispiacerà, ti pentirai.

Rimedierò a questa sofferenza diventando la persona che avrei voluto che fossi.

Sarò il tuo pensiero fisso quando rimarrai sola, perché l’affetto che avrei dovuto dare a te andrà a qualcun altro. Ma non farai nulla di concreto, perché lmubica cosa che sai fare tu è male. Passerai ancora tempi a pensare a te stessa e a occuparti degli altri, ma questa volta, io sarò migliore degli altri.
E tu non ne reggerai il peso.

 

Elena Lodi ha scelto di dar vita a un dibattito interiore tra l’Io e la sua coscienza con un racconto dai toni orrorifici dal titolo “Dalle tenebre alla luce”.

Soltanto la luna piena, le stelle e i lampioni della mia via illuminano le tenebre di questa notte.
Nel parco di fronte a casa mia, le ombre allungate degli alberi oscurano i dondoli e le altalene che cigolano a causa di un forte soffio di vento gelido, il quale, passando fra i rami spogli, emette uno strano fischio.

Dall’alto del terzo piano di casa mia, questo paesaggio, incorniciato dalla finestra della mia camera, è un po’ inquietante, ma non posso assolutamente permettermi di distrarmi dal mio obbiettivo. Avevo già progettato tutto al pomeriggio, quando i miei genitori erano a lavoro: lo sgabello è come al solito sotto la scrivania per non creare alcun sospetto, mentre la corda è nascosta sotto al letto, con il nodo ad anello già realizzato seguendo le istruzioni di un video su YouTube.

Li afferro entrambi e provo a scendere le tre rampe di scale che mi separano dall’uscita in silenzio assoluto, soprattutto nel passare dal secondo piano dove i miei dormono chiusi nella loro stanza, ignari di tutto, in modo da non svegliarli.

L’adrenalina mi sta mangiando il fegato.

Mi chiudo la porta alle spalle accompagnandola per non fare chiasso e, con passo felpato, attraverso la via giungendo al parco. Mi posiziono sotto l’albero più oscurato dalle ombre degli altri. Non voglio rischiare di farmi avvistare da un possibile passante. Poi, salgo sullo sgabello, lego la corda, bella tesa, a un ramo robusto e non troppo alto.

È il momento.

Sono in preda all’agitazione. Mi infilo l’estremità della corda, annodata ad anello, al collo e mi concedo gli ultimi minuti della mia vita per ripensare a tutte le avversità che mi hanno colpito come pugnali al cuore, per darmi la forza di calciare via quell’odioso sgabello sotto i miei piedi e farla finita.

Le lacrime mi si ghiacciano. Ho paura. La parte razionale di me non è d’accordo con la decisione che ho preso;  perché porre fine alla propria vita non è così facile e immediato come credevo. In ogni modo tutto mi porta a pensare che è la cosa giusta da fare.

La mia testa continua a ripetermi: DEVI farlo! Non vali nulla! Nessuno ti vuole con sé, nessuno ti ama, la tua vita a questo mondo non ha più alcuno scopo! I tuoi genitori ti odiano, quando parli non ti ascoltano, se provi anche solo a rivolger loro la parola ti rispondono infastiditi a monosillabi. D’altronde l’aveva ammesso lo stesso Armando (tuo padre), quando gli hai chiesto come eri nata per svolgere un compito che ti avevano assegnato in seconda elementare: ”Sei stata uno sbaglio, noi non ti volevamo, ma sei piombata all’improvviso, quando tua madre era poco più che sedicenne e io avevo diciott’anni appena compiuti. Devo ammettere che è stato un mio errore, perciò, per cercare  di rimediare almeno in parte e per tranquillizzare tua madre, chiesi ai miei genitori se fossero stati disposti a tenerti per i primi tempi. Per fortuna accettarono.”

Ovviamente non si è mai dimenticato di ricordarmelo ogni volta che lo facevo arrabbiare, e insieme a lui anche Rebecca, quella manesca di mia madre, che ogni tanto aggiungeva anche una sberla di troppo se facevo i capricci.

È così che mi sento: un errore.

Sono una ragazza scontrosa, irascibile, antipatica e strana. Me lo sono sentita ripetere miliardi di volte dai miei genitori, dai miei compagni di classe, persino dalle mie amiche. Già, dopo l’ennesima discussione ho perso anche loro. Del resto è palese, chi mai mi vorrebbe nella propria compagnia? Cos’hanno fatto di male per dovermi sopportare?

Ormai mi sono rassegnata, sono irrimediabile, non cambierò mai.

Ora toglierò il disturbo e andrò a trovare mia nonna nell’aldilà. È lei la vera ragione di questa mia azione. È morta d’infarto da tre giorni appena, alle prime luci dell’alba sul lettino dell’ambulanza dove i dottori cercavano di salvarla invano. Non era ancora la sua ora: aveva soltanto cinquantasette anni.

Non perdonerò MAI Dio  per avermi portato via mia nonna: la mia unica vera amica, la madre che non ho mai avuto, l’unica persona al mondo che mi volesse bene.

Mi ha tolto l’unica ragione di vita, perciò sono convinta che calciare via quello sgabello e farla finita sia la scelta giusta. Mia nonna era tanto devota a questo suo Dio, gli era fedele, ma sono certa che Lui non abbia mai ascoltato le sue preghiere, se ha deciso di ucciderla così.

Dal canto mio, sono stata tanto egoista da credere che lei sarebbe rimasta per sempre, come se fosse una parte di me, quella buona, perciò mi sento in dovere di seguirla fin lassù. Anche se una vocina debole dentro di me mi consiglia di non farlo. Forse è il mio istinto di sopravvivenza. Ora è il momento di zittirla, devo seguire l’altra me.

Finalmente con una spinta delle gambe, faccio rotolare lo sgabello sull’erba ghiacciata.

Sento la gola chiusa in una pressa, non riesco a respirare.

Mi dimeno con le gambe e con le mani afferro istintivamente la corda che mi sta strozzando.

Le forze mi abbandonano.

Perdo i sensi.

Sono morta, o almeno credo.

In un tempo che mi sembra un attimo, riapro gli occhi , ma una luce accecante mi costringe a richiuderli. Mi stropiccio le palpebre con le mani per qualche secondo fino a quando, abituata alla luminosità, riesco a dischiuderle. Davanti a me si definisce la figura di un volto.

È bello come un Dio, ma dopo quello che ho combinato non posso che essere all’Inferno.

 

Elisa Betz si è trasferita in un mondo al contrario, per regalarci un’altra forma di memoria per frammenti: le idiosincrasie.

In un mondo parallelo…
Non mi piace la pizza, non mi piacciono gli occhi azzurri, le cose gratis e le ferie.

Odio mangiare dalla nonna e stare sotto alle coperte.

Mi piace: perdere le cose, lavorare fino a tardi, dormire poco. Mi piacciono i bambini che strillano, il traffico, la pubblicità in TV.

Amo quando c’è internet lento, il treno in ritardo e il telefono scarico.

Amo quando apro il frigo e non c’è niente da mangiare, quando arrivano le bollette e quando mi guardo allo specchio e sono piena di ricrescita.

 

Martina Molinari ha affrontato il viaggio nel tempo per incontrare un mito senza tempo. Chi non vorrebbe trovarsi faccia a faccia con Kurt Cobain?

Apro gli occhi. Un senso di vuoto mi invade.
Dove sono? Di fianco a me ci sono due ragazzi di una trentina d’anni. Mi guardo le mani, sì sono le mie. Ma addosso non ho i miei soliti vestiti. Sembrano vissuti, come se avessero una storia che non mi appartiene. Abbasso lo sguardo e vedo che al collo ho un cartellino. Leggo in caratteri cubitali “PASS”, ma di cosa?!

Lo giro. “MTV Unplugged Nirvana”, è l’unica scritta. Non capisco.

Mi trovo in uno studio televisivo, o almeno credo. Ci sono cameraman ovunque e proprio davanti a me c’è un palco pronto, con ai lati dei gigli bianchi tra cui spuntano delle candele nere accese, che lo rendono macabro al punto da sembrare una veglia funebre. È un ambiente opprimente anche se grande. Mi ricorda quasi un salotto, con la luce offuscata proveniente da grossi lampadari e pieno di persone anonime.

Qualcosa non mi torna. Chiedo al ragazzo alla mia destra che giorno è. Questo mi guarda, poi ridendo mi risponde: “È il 18 novembre! Giorni come questo non si dimenticano facilmente”

Gli sorrido perplessa. Mi giro verso il ragazzo sulla sinistra, intento a canticchiare un motivetto incomprensibile. Lo fisso per un po’, indecisa. Poi con voce tremolante lo chiamo: “Mi scusi, potrebbe dirmi in che anno siamo?”

Lui senza farci neanche tanto caso mi risponde 1993 e torna a canticchiare.

1993?! Se io sono nata nel 1998 non è possibile che adesso sia il 1993! Continuo a non capire. La mia confusione aumenta ogni secondo che passa.

Non faccio in tempo a chiedere altro, che un gruppo di persone inizia a battere le mani, senza un apparente motivo. Sul palco un membro della troupe annuncia che tra breve avrà inizio il concerto. Devo assolutamente fare mente locale prima che cominci. Allora, teoricamente io dovrei ancora nascere, Cobain è ancora vivo a quanto pare, e come se non bastasse tra poco si esibirà a qualche metro di distanza da me. Rileggo attentamente il pass al collo e riguardo  lo studio in cerca di chiarimenti. O sono impazzita e questa è un’allucinazione, o tutto questo è vero, anche se non ho la minima idea di come sia possibile.

Mi viene in mente il CD che ho a casa, di fianco alla tv: “Nirvana Unplugged in New York”. Mi si apre un mondo.
Ora so esattamente dove mi trovo e cosa succederà tra breve.

 Non ho più tempo di riflettere, il concerto sta iniziando. Un applauso accoglie la band, Pat Smear e una violoncellista. Non so come, ma sento una pressione allo stomaco, mi blocco. Il mio sogno impossibile si sta realizzando, Kurt è a pochi metri da me, insieme a Dave e Krist. Iniziano a tremarmi le ginocchia anche se sono seduta, non riesco a controllarle. L’emozione ha preso il sopravvento. In altre circostanze mi sarebbe già venuto come minimo un infarto.

La band prende posto, hanno tutti un volto abbastanza sereno tranne Kurt che, al contrario, sembra persino scocciato e con noncuranza apre dicendo: “Buonasera, questa canzone è tratta dal nostro primo album, ma molti ancora non la conoscono”. E con “About a girl” inizia un lungo concerto acustico, che però a me pare durare troppo poco. Si potrebbero dire tante cose sull’esibizione, ma ciò che conta è quello che mi è rimasto dentro: giuro di non aver mai assistito a un concerto così toccante e anticommerciale come questo. Arrivare alla fine piangendo per la quasi totalità dell’esibizione, mi ha stremato. Non solo fisicamente, ma anche mentalmente.

Durante lo spettacolo ho avuto l’occasione di soffermarmi su ogni membro dei Nirvana, partendo da Krist, che essendo alto due metri risulta quasi buffo lì seduto, mentre suona la sua chitarra su uno sgabello che sembra troppo piccolo per lui. Indossa un paio di jeans, non troppo larghi, che lo slanciano, con una maglietta a maniche lunghe verde militare. Dave invece, alla batteria, porta un girocollo blu  a maniche lunghe e la riga nei capelli, raccolti in una cosa bassa. Sembra così innocente. Se penso che adesso è il cantante dei Foo Fighters mi si stringe il cuore. L’impatto maggiore però è quello che mi dà Kurt, anche se indossa jeans troppo larghi per lui, una maglietta bianca, una camicia e per finire un cardigan verde sbiadito, apparentemente pesante, che però si abbina alla sua figura, quasi eterea.

Ho i suoi occhi impressi davanti a me.

Non è possibile che due semplici occhi azzurri racchiudano così tante sensazioni. Mi ricordano il mare in inverno, così solitario e per certi aspetti triste, ma anche così enigmatico nel suo essere semplice.

Il concerto è ufficialmente finito. Quasi inconsciamente mi alzo per raggiungere le quinte, schivando ogni persona che incontro. Senza problemi mostro il pass e vengo accompagnata nel camerino da due grossi tipi della sicurezza. La porta si chiude dietro di me. Dave sta bevendo una birra su un divanetto, appoggiato a Krist. Entrambi mi salutano con un sorriso spontaneo, mentre Kurt è seduto in un angolo della stanza intento a fumare, tanto da non accorgersi della mia presenza. Mi dirigo verso di lui come ammaliata, completamente esterrefatta. In testa mi turbinano vorticosamente miliardi di domande. Adesso che ci penso non so neanche come presentarmi.

L’importante è rivedere i suoi occhi ancora una volta.

Goffamente urto un gruppetto di bottiglie vuote, per terra. Dal rumore, Kurt si gira. I nostri sguardi di incrociano.

 Lo chiamo.

Una luce troppo forte mi avvolge inaspettatamente. Sento qualcuno scuotermi le spalle.
“Marti svegliati! Siamo già a scuola!”
Apro gli occhi, ma Kurt non c’è più, Dave non c’è più, Krist non c’è più; al loro posto ci sono le mie amiche. Sbatto nervosamente le palpebre. In questo momento dire che sono confusa sarebbe riduttivo. Guardo fuori dal finestrino. Mi sento vuota. Non può essere stato tutto un sogno.

 

Lasciamo l’unplugged dei Nirvana a New York, per seguire Eleonora Po in Irlanda. Il suo, è un esempio di diario di viaggio.

 

01 Gennaio 2015, tarda mattinata. 

Lo sapevo che avremmo dormito fino a tardi! Era quasi mezzogiorno, quando Neville, premuroso come sempre, è venuto a trascinarci forzatamente giù dal letto per partire, ovviamente in ritardo, con il programma di oggi.
La prima tappa era Malahide, un piccolo villaggio sulla costa, guardato a vista dal suo possente castello. Quest’ultimo, impregnato di magia e suggestione, era appena visibile attraverso i rami degli alberi secolari che lo circondavano.

Fu tuttavia un’altra cosa ad attirate la mia attenzione: i bambini.

Ce n’erano di ogni età, altezza, corporatura, tutti bardati nei loro cappottini voluminosi e stivaletti da pioggia colorati. Alcuni correvano nei prati, inseguendo gabbiani o piccoli cagnolini, altri sfrecciavano sul viale in sella a biciclette traballanti, altri ancora, troppo stanchi dopo i numerosi giochi, se ne stavano nei passeggini o rintanati tra le braccia della mamma.
Rimasi incantata ad osservarli per un tempo infinito, scattando foto che, tuttavia, non erano in grado di catturare nemmeno uno scampolo di quell’allegria.
Passeggiando lungo il viale di ghiaia, potei finalmente ammirare il castello in tutta la sua austerità: la possente costruzione in mattoni scuri si ergeva al centro perfetto del parco, incurante del vento ululante che lo sferzava, portando con sé i lamenti dei fantasmi del passato.

Ecco che il film della mia vita era tornato nelle mie mani. Il tempo si ferma e torna indietro, il parco cambia aspetto. Le pareti crollate tornano al loro antico splendore e nei saloni dame eleganti conversano davanti al fuoco, scambiandosi segreti scabrosi e avventure amorose con valenti paladini.

Anche io cambio: il pesante cappotto si tramuta in un suntuoso mantello di velluto orlato di fili d’oro e i vecchi jeans lasciano spazio ad una lunga veste rossa come i melograni maturi.

Avanzo flagellata dal vento verso il retro del castello, diretta al bosco. Supero il pesante portone di legno rossiccio e la scaletta laterale che porta alle cucine. Devo fare in fretta, il mio paladino mi attende.
Tra la fitta vegetazione del bosco, un sentiero fangoso apre l’unica via d’accesso. Lo percorro trasognata, quasi in preda a un sortilegio. Scruto tra gli alberi in cerca di folletti o fate.
Una risata attrae la mia attenzione. Un suono breve e acuto come il tintinnio dei campanelli d’argento nelle stanze della servitù. Un esserino alto come le mie ginocchia mi sfreccia accanto. Ancora quel suono.

Sbatto gli occhi confusa, il berretto di lana al posto del cappuccio e i pesanti anfibi di nuovo ai miei piedi.

Alzo lo sguardo dalla pozzanghera che riflette il cielo scuro. Davanti a me non c’è una radura, né tantomeno un principe pronto ad accogliermi tra le sue braccia, ma un parco giochi brulicante di bambini, che ai miei occhi sembrano piccole fatine colorate. Credo di avere gli occhiali appannati , sarà per questo che vedo piccole ali spuntare dai quei cappotti?

Corrono veloce da una parte all’altra senza mai inciampare, si arrampicano su scalette di legno, tentano di toccare il cielo cavalcando altalene argentate. Il suono dei campanelli riempie l’aria, accarezzandomi le orecchie prima di venire portato via dal vento. Per un attimo desidero tornare bambina ed essere in grado di capire quel linguaggio sottile che gli adulti non sanno più utilizzare, per perdermi in quel dolce mondo cullato da desideri che sembrano infinitamente più facili da realizzare.

 

Nuvole parlanti, la scuola con fantasia

Il fumetto è da più di cento anni radicato nella cultura popolare, il fumetto è arte sequenziale, il fumetto è vedere il mondo dalle nuvole. Ma, soprattutto, il fumetto racconta una storia e lo fa attraverso immagini e testo, coinvolgendo il fruitore in modo immediato.

Da pochi giorni si è concluso il corso di fumetto che ho tenuto presso l’istituto secondario C. Frassoni di Massa Finalese e Finale Emilia. In entrambe le scuole, il laboratorio comprendeva ragazzi provenienti da classi miste, dalla prima fino alla terza. Abbiamo parlato di fumetto osservando i diversi formati, dal bonelliano al tascabile, dal manga al graphic novel passando per il fumetto Marvel e quello Disney. Si è parlato di idee e di personaggi, di ambientazione e di genere, fino a passare alle questioni più tecniche.

Per spiegare le inquadrature, ho preferito fare esempi pratici. Così qualche volontario è stato “inquadrato” in primo piano, piuttosto che in piano americano. E ancora: che cos’è il campo lungo? A cosa servono i baloon? Perché le didascalie possono essere importanti? Avevamo a disposizione un numero limitato di ore, ma ho deciso di spingere la sfida al massimo: creare un fumetto dalla fase di progettazione fino alla realizzazione finale.

Una volta imparate le basi, come in uno staff professionale, ogni allievo ha proposto la propria idea da cui sviluppare un fumetto vero e proprio. Dopo aver scelto i soggetti più “forti”, i ragazzi si sono messi al lavoro divisi in squadre. Chi ha scritto i testi e chi è stato nominato disegnatore del gruppo, chi colorista e chi si è occupato del lettering: ogni gruppo di lavoro si è trasformato in una vera e propria redazione in miniatura e i risultati ottenuti sono stati sorprendenti.

Con orgoglio, vi presento le pagine di fumetto realizzate da ogni gruppo, con tanto di copertina e firme degli autori. Alcuni hanno scelto un formato più classico, mentre altri hanno optato per un formato all’americana. Ma c’è qualcosa che accomuna tutti i lavori: ognuno ha scatenato la fantasia. Perché la fantasia, anche nella vita, è la nostra forza più grande.

GLI ELABORATI DEL CORSO DI FINALE EMILA (Fare clic su un’immagine per ingrandirla)

GLI ELABORATI DEL CORSO DI MASSA FINALESE (Fare clic su un’immagine per ingrandirla)

MASSA FINALESE

Al Morandi si scrive per davvero!

imagesInsegno scrittura creativa perché credo nel potere della parola. Credo che attraverso la scrittura si possano esprimere emozioni e stati d’animo che altrimenti rimarrebbero imprigionati dentro di noi. Quando ero ragazzina la timidezza mi impediva di comunicare come avrei voluto, ma quando scrivevo i pensieri uscivano come farfalle che nessuno avrebbe potuto imprigionare.

Questo non significa per forza scrivere racconti autobiografici. Spesso si parla d’altro, si inventano personaggi diversi da noi e si vivono vite che non avremmo mai il coraggio o la possibilità di vivere. Ma ugualmente quello che nasce viene dalla parte più profonda e sincera di noi.

Sono sicura che, se a scuola avessi avuto la possibilità di incontrare un vero scrittore, avrei capito molto prima che era quella la mia strada. A patto di impegnarmi al massimo ed essere disposta a lottare per il mio sogno, naturalmente. Per questo, da alcuni anni a questa parte dedico un po’ del tempo che utilizzerei per scrivere, all’insegnamento della scrittura nelle scuole.

Insegnare al Liceo Morandi è sempre una grande emozione perché è la scuola che ho frequentato quando da adolescente schiva e attratta dal gotico (non solo nella letteratura) mettevo le basi della mia cultura. Tra quei banchi ho scoperto di avere un amore inestinguibile per la letteratura romantica e per personaggi divisi tra luce e oscurità, ragione e sentimento, come Dracula, il mostro Frankenstein, il giovane Werther o Madame Bovary. Personaggi tormentati e in lotta con se stessi, come quelli che ora popolano le mie storie.

Quest’anno, oltre al corso base, ho tenuto anche un corso avanzato con gli studenti che avevano già frequentato il base lo scorso anno. E questo articolo nasce proprio dall’entusiasmo per i risultati raggiunti.

Gli alunni del corso base mi hanno sorpresa, spiazzandomi con domande specifiche su argomenti che solitamente affronto nei corsi successivi. Ognuno di loro ha dato vita al proprio personaggio, attingendo dal gusto personale o alle proprie passioni. Chi si è ispirato alla serie televisiva preferita, chi al manga più amato o al romanzo che gli ha fatto battere il cuore. Ciascuno ha scelto di far muovere il proprio personaggio all’interno del genere che più sentiva affine; dal fantasy al romanzo storico, dal romanzo sepolcrale a quello di formazione. Anche l’ambientazione è stata trattata in modo specifico, perché la nebbia che avvolge la nostra zona può diventare uno strumento perfetto per creare atmosfera e mistero. Alla fine del corso, la fantasia dei ragazzi ha dato vita a piccoli mondi perfetti che prima non esistevano. Piccoli mondi che potrebbero crescere e diventare persino romanzi, a patto di lavorarci con la stessa passione ed entusiasmo che hanno dimostrato durante il corso.

E ora parliamo del corso avanzato e dei ragazzi che ormai mi seguono da due anni. Hanno dimostrato di essere cresciuti tantissimo e di saperci davvero fare, quando si tratta di raccontare storie. Insieme siamo scesi in profondità tra i misteri della scrittura per scoprire cosa c’è dietro a un personaggio indimenticabile o l’alchimia che può fare di un romanzo un bestseller. Abbiamo parlato di scrittura giornalistica e osservato con la lente di ingrandimento il romanzo, attraverso l’uso differente della scrittura a seconda della storia che si vuole raccontare.

Ma ora voglio che a parlare sono loro. Come, vi starete chiedendo? Attraverso stralci delle storie che hanno creato durante il corso, naturalmente!

Avevo chiesto agli alunni del corso avanzato di far muovere i loro personaggi in un’ambientazione o uno stato d’animo ben definito, in modo che si riconoscesse a prima vista chi fosse veramente il loro character. Mi spiego meglio: un medico, un musicista, un bambino o una levatrice vissuta in un paesino dell’entroterra siciliano nel XIX secolo parlano con un linguaggio differente. E per mantenere la sospensione dell’incredulità da parte del lettore è necessario che le parole scelte dallo scrittore siano adatte al luogo, al tempo, alla condizione sociale e alla cultura del personaggio. Per aumentare la difficoltà, ho chiesto loro di utilizzare metafore insolite che lasciassero il segno.

Per gli elaborati dei ragazzi non c’era limite di battute. C’è chi ha scelto di esprimersi tramite stralci brevi e taglienti, chi ha preferito racconti di più ampio respiro. Siete pronti a vivere un viaggio “musicale” nella Germania della seconda guerra mondiale? A visitare il Giappone del passato tramite le parole di una geisha o a combattere per la vita in un futuro post apocalittico abitato da zombie? Siete pronti a “vedere” con i sensi insieme a un ragazzo cieco o a provare malinconia insieme a una figlia che rimpiange l’amore della madre che non c’è più?

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