“Come se fosse ieri”: Irene Vanni e i Duran Duran

Chi non conosce i Duran Duran? Oggi vedendo i video musicali che li hanno resi famosi nei mitici anni Ottanta e di cui sono precursori, sì perché nessuno prima di loro aveva capito quanto potessero essere un potente strumento di marketing, i cari vecchi video musicali, be’ vedendoli oggi si viene catapultati direttamente in quell’epoca d’oro, mascara e pailettes. Simbolo generazionale, ma anche successivamente simbolo di rinascita perché in tanti i Duran Duran li davano per spacciati, mentre hanno saputo risalire la china, rifarsi un look e mantenere la propria credibilità.

Perché vi sto parlando proprio dei Duran Duran? Perché il loro concerto è sfondo di una storia di amicizia che travalica il trascorrere del tempo. Quattro ragazze che nel 1987, a soli quindici anni, scappano di casa per andare a un loro concerto si ritrovano quarantenni demotivate e costrette a fare un bilancio dei fallimenti della propria vita. E decidono di darsi una seconda possibilità. Come? Tramite un viaggio che le porterà a un nuovo concerto della band di Birmingham. Tutto questo in “Come se fosse ieri” (Fabbri editore) della camaleontica Irene Vanni.

Come nasce Come se fosse ieri?
In venti giorni, per la miseria! La mia sfiga editoriale è composta da una lunga catena di incredibili sventure e peripezie che farebbero impallidire persino il Conte di Montecristo, così quando sono entrata in contatto con Rcs mi sono detta: “Questo treno non lo perdo manco morta!” Era la metà di luglio, già sapevo di non poter andare al Lucca Summer Festival a vedere i Duran Duran e l’idea mi girava per la testa da alcune settimane. Non l’avevo ancora scalettata perché per infilarla nel mio affollato cassetto di inediti avevo tutto il tempo che volevo. Finché in Fabbri non mi hanno dato carta bianca. Allora è diventato tutto un altro paio di maniche… da rimboccare! Loro avevano valutato dei miei lavori brevi, non mi andava di riesumare materiale vecchio dall’affollato cassetto, ed era il momento giusto per elaborare quanto avevo in mente. Quando, dopo ferragosto, mi hanno chiamata per chiedermi se mi ero fatta venire qualche idea, ho detto loro che, se volevano, potevano leggerlo. L’ho inviato senza nemmeno revisionarlo. Per me, che sono abituata a limare per mesi ogni virgola, è stato traumatico, ma ormai avevo fatto mio il motto delle protagoniste (nonché singolo trainante dell’ultimo album dei DD): All you need is now! Poi vada come vada… ed è andata.

I Duran Duran sono simbolo di una generazione. Cosa rappresentano per te?
Lo hai detto: sono il simbolo di una generazione, e di conseguenza lo sfondo (e il sottofondo) dell’età più spensierata per chi è stato adolescente negli anni ’80. Ma i tempi cambiano così come le persone, e tutto quanto allora sembrava frivolo e sereno, alla luce della crisi odierna, acquista un significato diverso, dolce e amaro al tempo stesso, tanto più che mettiamo a confronto il periodo più ricco e quello più povero della nostra storia. I Duran Duran hanno riempito questo periodo anche nella mia vita, e tutt’oggi li seguo. Mi sono sembrati ancora lo sfondo (e sottofondo) ideale di una storia di formazione generazionale che andava ad analizzare questi cambiamenti presunti o solo apparenti.

Sei appassionata di horror e hai vinto concorsi letterari legati a questo genere. Ora hai scelto di scrivere un romanzo generazionale con attenzione all’universo femminile. La storia era già dentro di te? Hai riscontrato più difficoltà nell’avvicinarti a questo genere?
No, tutto il contrario. Abituata a ‘gavettare’ per selezioni editoriali, forum, laboratori di scrittura e giornali di genere, una volta che mi è stato concesso di andare a briglia sciolta mi sono sentita liberata ed è uscito tutto in maniera più fluida. I concorsi e le selezioni si addensano sempre intorno a un genere o a un tema, una caratterizzazione o una traccia. Questo esercita a sviluppare le idee e valutarle con molta autocritica prima di decidere se valgono la pena di essere lette o se sono trite e fra le altre proposte non emergerebbero. Giustappunto perché il genere vede il suo punto di forza nell’idea. Il mainstream si basa sul presupposto contrario: l’idea è spesso e volentieri elementare, una storia comune fatta di personaggi in cui tutti possono immedesimarsi, e lo sforzo risiede nello sviluppo e nella caratterizzazione dei personaggi da formare. L’uno è uno sforzo più creativo, l’altro più tecnico (fermo restando che ogni lato sarebbe necessario in ambedue). Nel momento in cui ho potuto scrivere quello che volevo (ed era da tempo che ci speravo), mi sono poi divertita a unire i due aspetti: un romanzo maistream di formazione che non fosse necessariamente un mattone intellettualistico, ma una storia d’evasione come quelle di genere, con un linguaggio accessibile a tutti, qualche particolare ‘esotico’ disseminato qua e là (pur restando nel verosimile) e un approccio fra il serio e il leggero, il malinconico e il comico.

Le tue protagoniste sono quarantenni per certi versi insoddisfatte ma che ancora hanno voglia di sognare, ricominciare. Le senti vicine? C’è qualcosa di te seminato tra i personaggi oltre la passione di Laura per il rock?
I personaggi sono tutti di pura invenzione, dunque c’è qualcosa di mio in tutti loro, e nessuno di loro è me. Ho solo cercato di dare voce a diversi profili di donna, in modo che un po’ tutte possano riconoscersi in una o più di loro. Particolari o aneddoti presenti nella storia possono dunque appartenere a me come a qualsiasi altra donna. C’è di tutto, dalla situazione (non) lavorativa nell’Italia attuale ai problemi di salute (ossessioni, fobie, vizi o dipendenze che siano), dai rapporti con i figli (se ci sono o non ci sono) o i genitori (la generazione ancora più indietro) a quelli con il sesso opposto. Chi non ha avuto almeno un’amica come Simona, per esempio, che è stata a lungo con un uomo già sposato e a cui viene detto in continuazione: “Ma lascia perdere! Se avesse voluto lasciarla lo avrebbe già fatto da quel di’…” Mi sono documentata come si fa con un romanzo storico o uno di fantascienza. Cos’è in queste situazioni che fa cadere le braccia? Discorsi fra donne, statistiche, per caratterizzazioni più ‘vere’, anche se immaginarie. Be’, la risposta, nella stragrande maggioranza dei casi, stai pur certa che è quella che ho inserito nel romanzo.

Vuoi svelarci i tuoi progetti futuri?
Con Fabbri sono già stati stipulati accordi per un altro libro, ma al momento siamo concentrati sulla promozione di questo, quindi è ancora presto per parlarne. Siamo in trattative anche per diverse ‘ospitate’a festival e manifestazioni estive varie, e spero di poterne ufficializzare a breve qualcuna.

E per finire: la tua canzone preferita dei Duran Duran? E tu sei mai stata a un loro concerto?
Certo! I deliri descritti nel libro in merito al tour di “Notorious” dell’87, per esempio, li ho sperimentati di persona. Però è difficile scegliere un’unica canzone. Oggettivamente, da critica musicale, riconosco che il pezzo migliore è “Ordinary World”; sono molto affezionata a brani del passato quali “The Chauffeur”, “Union of the Snake” o “Vertigo”, però la canzone che nell’ultimo anno ha ruotato di più nelle mie orecchie è stata proprio “All you need is now!” Non solo per l’augurio che la band di oggi lancia ai fan nel presente, non solo per lo stesso messaggio che ho cercato di trasmettere attraverso il libro a una generazione di donne al macero che deve ricominciare a credere in se stessa, ma anche per una semplice questione musicale, e ancora generazionale: rimanere fedeli al proprio stile passato, senza però lasciarsi scappare l’attimo che fugge nel presente, adattandosi ai tempi che cambiano.

 

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4 pensieri su ““Come se fosse ieri”: Irene Vanni e i Duran Duran

  1. “Oggi vedendo i video musicali che li hanno resi famosi nei mitici anni Ottanta e di cui sono precursori, sì perché nessuno prima di loro aveva capito quanto potessero essere un potente strumento di marketing.”
    Vorrei poter aggiungere che non è proprio così. I Duran Duran ebbero il merito utilizzare al meglio e con grande creatività il mezzo “videoclip”. Ogni nuovo loro video era magnifico da vedere e gustare (notare che io sono tra quelli che Irene classifica come tra coloro che si sono accorti delle loro potenzialità musicali dopo “Ordinary World”). Ma i primi in assoluto ad accorgersi del potente strumento marketing dei videoclip furono i Queen nel 1975, “si poteva arrivare in tutte le case dei fan anche se questi erano lontanissimi dai luoghi dei nostri concerti”, disse il mitico Freddie. Il video di “Bohemian Rhapsody” diede la stura.

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