+ Luce, una rivista di poesia incendiaria

«Io a partì non so capace,
se il tuo cuore è un ultraleggero,
il mio è un cuore radice,
di quelli che nessun vede
ma che un giorno rompono l’asfalto…»

Questo stralcio di poesia è di Giulia Anania e fa parte di un progetto davvero particolare: +Luce|Poesia, la prima rivista di poesia incendiaria a cura di Marzia Grillo. Si tratta di poesie, rinchiuse in scatole di fiammiferi per illuminare la giornata, per tagliare il silenzio, per comunicare.

Il packaging è splendido e minimale, una busta di cartoncino leggero racchiude le cinque scatoline di fiammiferi. Sono illustrate da Elisa Talentino e mettendole vicine compongono un unico disegno sensuale. All’interno di ogni scatola c’è una poesia. A firmarle, Klaus Miser, Fernanda Woodman, Silvia Bre, Giulia Anania e Mariasole Ariot; artiste di rottura, potenti e misteriose. Proprio come la luna… proprio come la poesia.

Per informazioni, cliccate QUI per visualizzare la pagina facebook di+Luce.

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Gli anni che restano: fotografie di una Bologna che non c’è più.

«Cara Linda, alcuni giorni fa stavo viaggiando in treno. Di fianco a me avevano dimenticato una rivista, uno di quei mensili per cervelloni. In mezzo a tanti articoli, pieni di frasi sottili e gente seria in cravatta, spiegavano com’è nato il verbo ricordare.
Me lo sono segnato: viene dal latino re-indietro e -cor cuore. Richiamare nel cuore. Perché il cuore veniva considerato la casa dei ricordi.
Negli ultimi tempi posso parlare della mia vita attraverso i fotogrammi a fuoco che scopro a ogni metro bruciato. Si sente un’aria fresca dal finestrino che sa di casa anche se casa non è, mentre il binario prosegue e io resto immobile.
Sorrido. richiamo nel cuore. Può sembrare banale e melenso, ma mio padre me lo ripeteva spesso… È proprio lì nel cuore che si nasconde la nostra memoria.»

“Gli anni che restano” (Bao Publishing, 144 pp., cartonato) è il graphic novel d’esordio di Brian Freschi e Davide Aurilia. È una storia di ricordi e di rimpianti. È una storia di amicizia, di quelle che vengono da lontano, dall’infanzia e uniscono due persone in un rapporto che a volte supera il legame di sangue.

Mauro e Antonio sono migliori amici, così diversi, ma al tempo stesso simili nelle cose che contano. Antonio guarda il mondo attraverso la lente della sua macchina fotografica, eppure si butta nelle cose, è istintivo, passionale, casinaro. Mauro è la parte razionale del gruppo, un po’ chiuso, spesso pensieroso.

L’amicizia prosegue fino al regno dell’adolescenza e l’ambientazione si sposta nella Bologna delle contestazioni del movimento studentesco delle Pantere, che si scatenarono contro la riforma del ministro Ruberti, occupando le facoltà, marciando in strada e, per la prima volta, usando la tecnologia, che allora consisteva più che altro nell’utilizzo di radio libere e fax, per far conoscere le loro motivazioni in tutta Italia. Siamo nel 1990, Mauro si innamora per la prima volta di una ragazza, Antonio dell’eroina.

Tempo presente. La distanza e gli sbagli hanno fatto a pezzi l’amicizia tra i due. Non ci sono state spiegazioni, solo un perdersi e non ritrovarsi più, fino alla morte di Antonio. È questo a costringere Mauro, ormai adulto e pieno di rimpianti, a tornare a Bologna per ritrovare le tracce dell’amico perduto, ma soprattutto per capire che vivere nel rimpianto di ieri, gli sta togliendo la possibilità di far valere l’unico istante che conta: il presente. Proprio gli anni che restano che danno il titolo a questo racconto di formazione malinconico e delicato, fatto di istantanee ad acquerello, come potenti fotografie a colori che poi non sono altro che ricordi… perché in fondo, ricordare, non è altro che richiamare nel cuore.

 

 

Vite di carta: la solitudine secondo i gemelli Rincione

«C’era una volta…
È così che cominciano le storie. Come se fosse davvero così.
Invece no. Ci sono storie che non hanno inizio. Storie in cui tutto inizia all’improvviso.
Come questa.

Che cos’è una storia, in fondo?
La storia non esiste. È solo un’astrazione.
Esistono solo i personaggi. Vite che non possiamo mai inquadrare del tutto. Immerse nello spazio e nel tempo.

Cosa sia reale o no, non lo sapremo mai.
Che cos’è la realtà? 
I pensieri non sono reali?

I sogni. Le paure. I ricordi. 
Non è fatta anche di questo la realtà?»

Vite di carta è il nuovo devastante racconto per immagini di Marco e Giulio Rincione. È una storia autoconclusiva, fruibile a sé stante, ma che fa parte del progetto crossmediale Timed, l’universo supereroistico targato Shockdom, ambientato in un futuro prossimo devastato da una nuova guerra fredda, tra politica e superpoteri.

Ho amato Vite di carta sin dalle prime righe (sono quelle che avete letto in apertura dell’articolo), così come ho amato Carl, il protagonista, che scopre all’improvviso di essere un Timed, ovvero un essere umano dotato di poteri speciali.

Poteri che sono una condanna a morte, in quanto all’esaurimento di essi, si esaurirà anche la sua vita. Poteri che rappresentano una maledizione e portano appresso un morbo logorante: quello della solitudine.

I poteri di Carl, si manifestano infatti con una super-empatia, che gli permette di leggere i pensieri, i ricordi e le paure degli altri esseri umani. Il caos della mente degli altri, è un’arma che ferisce. E da qui l’apparente contraddizione: sono le voci che vivono nella sua testa, a non permettergli di vivere. Per questo Carl ha dovuto lasciare la moglie Molly e isolarsi nella brughiera irlandese. Ed è per sfuggire alla stessa solitudine che si è imposto, che dà vita a personaggi di carta.

Vite di carta è una grande parabola dell’esistenza umana. Con sensibilità e immediatezza, i gemelli Rincione snocciolano tematiche scottanti come la solitudine, l’essere diversi, la parabola dell’artista che dà vita a personaggi di fantasia, eppure a volte più reali del reale. E ancora, la difficoltà dei rapporti di coppia, la paura della malattia, il destino capace di sconvolgere le carte e di conseguenza la vita… all’improvviso.

Disegni e testi sono un tutt’uno, quasi che i due autori siano capaci di un’osmosi totale: sceneggiatore e disegnatore, come un unico artista che danza con parole e immagini di una potenza devastante.

Figure taglienti, non simmetriche, i sogni e la realtà che si confondano fino a far scomparire i due autori all’interno dei loro stessi personaggi. «Per anni ho giocato al confine con la realtà. Ho creduto di poterlo fare. Era il mio rimedio contro la follia a cui ero condannato. La follia della solitudine.» Che forse non è altro che la follia dell’artista.

Ora, non mi resta che comunicarvi che mercoledì 25 ottobre alle ore 17, presso la Feltrinelli di Piazza Ravegnana a Bologna,  Marco e Giulio presenteranno Vite di carta. Ci sarò anch’io, in veste di relatrice dell’evento. Vi aspettiamo!

I due dizionari delle serie tv cult: intervista agli autori

«Il mio secondo dizionario delle serie tv cult è una guida sentimentale composta da schede del tutte nuove, tra curiosità, retroscena interpretazioni inedite per capire insieme cosa parliamo quando parliamo di cult.» 

L’anno scorso, sulle pagine dei miei social, avevo consigliato un libro imprescindibile per gli appassionati di serie TV. Sto parlando de Il mio primo dizionario delle serie tv cult scritto da Matteo Marino e Claudio Gotti, per i tipi di Becco Giallo.

Illustrato da Daniel Cuello, già autore della splendida copertina del volume, parla delle serie più significative degli ultimi anni. Tra queste, Game of Thrones, Penny Dreadful, Twin Peaks, X Files, Boris, Sex and the City, Lost e tante altre.

Ogni scheda è caratterizzata da approfondimenti che spaziano dalla storia della serie in questione, con curiosità, aneddoti e spunti di riflessione. Si tratta di sette paragrafi per ciascuna suddivisi in: Iniziare, Personaggi, Marchio, Salto dello squalo, Firma, Vite parallele e Ser(i)endipità.

Bene, dopo il successo di questo primo volume, gli autori del primo dizionario, ci consegnano Il mio secondo dizionario delle serie tv cult. Ancora una volta è Daniel Cuello a occuparsi delle illustrazione interne e di copertina. Questa volta ad altre 24 serie culto; da Stranger Things a The Walking Dead, Black Mirror, Beverly Hills 90210, Sherlock, passando per capolavori in costume tra i quali Downton Abbey.

È un grande piacere per me ospitare Matteo Marino e Claudio Gotti, in questa intervista alla scoperta dei dietro alle quinte nella creazione di questi dizionari ormai di culto. Benvenuti, a Scritture barbariche, ragazzi. Per prima cosa vi chiedo, com’è nata l’idea di fare un dizionario delle serie tv?
Claudio: Spontaneamente. Non potremmo non scrivere di ciò che amiamo. Per noi scrivere di una cosa è un tutt’uno con la cosa stessa, è parte integrante della visione, è il nostro modo di guardare le cose… Veniamo da oltre quindici anni di saggi a quattro mani nell’ambito della critica cinematografica e volevamo proporre qualcosa di più sostanzioso e che mostrasse il nostro stile, un libro tutto nostro proprio mentre esplodeva il fenomeno delle serie tv…

Matteo: Personalmente credo che la mia prima “critica” televisiva sia stata un quaderno a righe delle medie riempito di teorie su chi avesse ucciso Laura Palmer e vani tentativi di interpretare la Loggia Nera, alternati a ritagli di articoli di Tv Sorrisi & Canzoni. Avevo tredici anni. Portavo questo quaderno il giovedì mattina a scuola e alla discussione partecipava praticamente tutta la classe! In un certo senso è stato “il mio primo dizionario delle serie tv cult”!

Dopo il successo del primo volume, siete da poco tornati con un secondo dizionario. Come vi siete suddivisi il lavoro? Se una serie piace a entrambi, ve la giocate ai dadi?
Claudio: Siamo tornati non solo perché i lettori ce lo richiedevano ma anche perché il primo progetto prevedeva una lista di cento titoli, mentre nel primo volume eravamo riusciti a ficcarcene dentro “solo” trentatré in 416 pagine… Ed è una lista destinata a crescere con gli instant cult che ogni anno ci riserva. Ci siamo suddivisi il lavoro per alzata di mano, in base alla sensibilità di ognuno. Una volta assegnate le schede, l’uno fa una prima stesura che passa poi sotto il “rullo compressore” dell’altro fino a che non raggiunge quella forma che convince entrambi. Ciascuno dei due diventa così il primo lettore e il pubblico dell’altro: è una cosa emozionante. A volte discutiamo animatamente su un concetto, su come renderlo al meglio, non desistiamo e alla fine, a chiusura di scheda, la soddisfazione è immensa e la fatica ripagata. Se una serie piace a entrambi è decisamente meglio perché raccoglie il meglio delle intuizioni di tutti e due. Anche questa è una cosa spontanea: ci troviamo a raccontarcele con entusiasmo per poi accorgerci di non averle scritte proprio mentre le dicevamo o di non aver registrato la conversazione (ce lo riproponiamo sempre e non lo facciamo mai!). Ecco: il segreto a volte sta nel riportare su carta la freschezza e la definitività del primissimo scambio di impressioni.

Matteo: Uno scambio di impressioni che non si limita solo a noi due, visto che abbiamo la fortuna di essere circondati da appassionati e conoscitori della materia che ci danno tantissimi suggerimenti: i corposi capitoli di ringraziamento di entrambi i volumi sono lì a testimoniarlo. Le serie sono social e abbiamo cercato di mantenere anche nei libri questo tono discorsivo e pop, anche quando andavamo più sul tecnico. Importante è stata in questo senso la particolare struttura di ogni scheda: sette paragrafi fissi (Iniziare, Personaggi, Marchio, Salto dello squalo, Firma, Vite parallele, Ser(i)endipità), sette punti di vista per ogni serie, sette chiavi di accesso originali.
Ecco, la scintilla di scrivere i dizionari è definitivamente scoccata quando ci è apparsa chiara “quella” struttura. Altrettanto fondamentale la scelta di non fare un dizionario classico, con schede brevi di tutte le serie del mondo, ma una guida sentimentale, con una nostra personale selezione di titoli cult di cui parlare per molte pagine. Ciliegina sulla torta, le illustrazioni di uno straordinario Daniel Cuello.

Domanda da un milione di dollari. Scoppia l’Apocalisse e rimani bloccato in casa con la possibilità di guardare una sola serie, fino alla fine dei tuoi giorni. Quale scegli?
Claudio: Tante serie hanno saputo “portarmi via” come se il mondo non esistesse più, ma devo scegliere Downton Abbey: nonostante sia a suo modo apocalittica (parla della fine di un mondo), quel mondo ha saputo ricostruirlo in maniera incredibile, farcene innamorare e sentire parte.

Matteo: Se fossi furbo, direi Doctor Who. È una serie stupenda che va avanti da 54 anni, quindi ne avrei di puntate da vedere e rivedere! Ma poi seguirei il cuore e metterei in loop Twin Peaks. Già l’avrei scelta con due sole stagioni all’attivo, poi con questa terza ha superato ogni mia aspettativa. D’altronde, il sottotitolo del primo dizionario è “Da Twin Peaks a Big Bang Theory”… Il primo amore non si scorda mai.

Qual è stata la prima serie tv per cui hai perso la testa?
Claudio: Quando ero bambino imperversavano le telenovelas brasiliane e di Dancin’ Days conoscevo a memoria i nomi di tutti gli attori (ancora oggi) e ritagliavo tutti i trafiletti che trovavo. Sônia Braga è rimasta un mito e l’ho ritrovata in un’altra serie che mi ha fatto perdere la testa da grande, Sex and the City. Insieme a Dexter e Desperate Housewives, nessuna serie ha saputo prendermi allo stesso modo. Ricordo altre due serie di genere diverso: Quincy mi ha ingenerato la curiosità spasmodica di sapere come va a finire una puntata, mentre niente è stato capace di farmi più paura di Belfagor. Mi è preso un colpo quando l’ho rivisto in quell’amarcord che è Fai bei sogni di Marco Bellocchio: mi ha fatto ancora paura e contemporaneamente mi è venuto da piangere per la nostalgia.

Matteo: La mia infanzia sono gli anni Ottanta. In quel periodo alla televisione davano un mucchio di “telefilm”. Quando andavo in macchina con i miei, per me era la Supercar (anche se era una Ford Orion avana). Avrei voluto avere come vicini i Jefferson, prendere in prestito il lazo della verità da Wonder Woman e schioccare le dita come Fonzie. E poi c’erano i film… Diciamo che mi sono innamorato proprio della forma del racconto audiovisivo, della sua forza e della sua magia, e da un lato volevo capire come funzionava, dall’altro volevo lasciarmi stregare. È quello che mi succede ancora oggi. Per questo vedere e scrivere di una serie come Stranger Things, che celebra proprio gli anni della mia infanzia, è stato divertente ed emozionante. E infatti proprio la scheda di Stranger Things, presente nel secondo volume, l’abbiamo disseminata di… sorprese. È questo che fanno le serie tv cult, per me: ci sorprendono, dandoci quello che non sapevamo di stare cercando.

In conclusione, non mi resta che consigliarvi la lettura di questi due indispensabili volumi: con serie di qualità che provengono da tutto il mondo, il modo migliore per orientarvi sono è affidarvi a Claudio e Matteo, che vi condurranno attraverso un percorso interessante sia per chi conosce già le serie trattate che per chi vuole scoprirne di più, ma anche per i neofiti alla ricerca di una guida scritta con passione e competenza per addentrarsi nel variegato mondo delle serie tv.

Blast – La coscienza di un uomo

«L’ubriachezza non è una schiavitù, è una liberazione. È l’unico modo per conoscere se stessi senza spaventarsi. Ma, come in tutte le discipline, se non vuoi restare dilettante a vita, ti ci vuole coraggio, impegno e tenacia. Te la devi meritare la vita ebbra».

Di Manu Larcenet avevo già letto il dittico Il rapporto di Brodeck, una storia che mi aveva scavato dentro, così in profondità da lasciarmi turbata, incapace di leggere altro per giorni. Ne avevo parlato QUI. 

In questi giorni ho recuperato dello stesso autore i primi due volumi di Blast, il romanzo illustrato in quattro parti con protagonista Polza Mancini, edito in Italia dai tipi di Coconino Press. Anche questa volta è stata una lettura dolorosa. Una lettura che non ti lascia comodo spettatore ma ha la capacità di prenderti e catapultarti in un mondo scomodo e inospitale, quello dei diversi, degli emarginati: il mondo di Polza e degli altri reietti.

Blast ha la struttura di un’indagine. Proprio come in quel capolavoro che è la prima stagione di True Detective, all’inizio il protagonista è interrogato da due poliziotti sulla morte di una ragazza ancora misteriosa, Carole.

Attraverso il suo racconto, Polza ripercorre gli avvenimenti e il suo passato, la decisione di lasciare la vita di scrittore di libri di cucina e la moglie per diventare un clochard, i suoi incontri e il suo rapporto con l’alcol e con la natura.

«La mia storia non è un problema matematico! Si riassume tutta nella collisione tra il caso e le mie… ossessioni. E la cosa più affascinante è che, tra questi due poli, non c’è traccia di moralità. né di etica, né di giustizia… mentre voi vi limitate alla legge, io mi conformo solo alla natura… e la giustizia, in natura, non esiste!»

Sovrappeso, mal vestito, sporco per la vita che conduce, Polza è uno scarto della società che non ha paura di guardare dentro l’abisso della sua anima. Inizialmente i poliziotti lo osservano non solo con sospetto; il loro è autentico risentimento, quasi egli possa infettarli con il “morbo” della sua deformità.

Il grasso di Polza diventa la metafora del suo odio verso se stesso, ma anche dell’odio degli altri, feroce e assoluto. Gli altri, che guardandolo non vedono altro che una “grassa carcassa”, come recita il titolo del primo volume.

E sopra tutta questa miseria umana c’è il Blast, che si traduce letteralmente come esplosione: “to explode or destroy something or someone with explosives, or to break through or hit something with a similar, very strong force”.

È questo che accade a Polza in certi e inaspettati momenti. Diventa leggero, vede tutto a colori e sembra comprendere l’universo stesso e insieme non farne più parte. Ed è proprio nelle parti relative al Blast che Larcenet sceglie di inserire sprazzi di colore nella storia, altrimenti sui toni del grigio. Sono infantili, per certi versi inquietanti e si distaccano dal resto in modo netto (non a caso, sono stati realizzati dai figli di Larcenet).

Come ne Il rapporto di Brodeck, anche in questo caso gli animali compaiono nella storia. E lo fanno da una posizione privilegiata; sembrano quasi spettatori distaccati della miseria umana. Si nascondono tra i paesaggi selvaggi e in alcune visioni dove è un grande gufo a guardare Polza negli occhi, come volesse scandagliargli l’anima.

Questa è una storia fatta di terra, sangue e dolore. Questa è una storia di ricerca interiore e misticismo. Questa è la storia di molti misteri; il più grande di tutti è quello del viaggio di un essere umano dentro se stesso. Questo viaggio farà male.

Siete pronti a partire?

Born to lose: le tante vite di una donna

«Sto lavorando su me stessa per essere una persona meno sorridente. Vorrei essere più aggressiva. Vorrei essere di quelle antipaticone acide che incutono timore. Ci devo lavorare. E alle persone che mi feriscono vorrei gridare: vaffanculo brutto str**zo di me**a!»

Born to lose di Nicoz Balboa (Coconino Press, brossurato, 192 pp., a colori) è un diario. Intimo, malinconico, sincero, divertente, feroce.
Un diario reale, senza costruzioni, perché chi l’ha scritto ha deciso di rinunciare a ogni maschera. Un diario che nasce dal progetto grafico giornaliero MOMeskine, inizialmente pubblicato sul web.

Born to lose contiene confessioni, paure e buoni propositi e giornate storte, e altri buoni propositi e sbagli e mille cambi di umore.

Born to lose è il diario di una giovane donna alla ricerca di qualcuno che la ami sinceramente. Ma è anche il diario di una madre, di un’artista, di un essere umano alla ricerca di se stesso. Per questo è così spiazzante. Perché ti rendi conto di trovarti improvvisamente nei panni di un’altra persona o, come cantavano i Depeche mode, di camminare nelle sue scarpe.

Nicoz Balboa si mette a nudo, faticosamente, in maniera catartica. Sembra scrivere per capire meglio i suoi sbagli e insieme per urlare al mondo i suoi desideri, in modo che in mondo per una buona volta la stia a sentire. E tutto questo senza rinunciare a una buona dose di humor e autoironia.

Lo stile del disegno è anarchico, stiloso, a tratti infantile per la purezza con cui l’autrice mette su carta le emozioni. E il risultato è un libro unico nel suo genere, un libro prezioso perché mette su carta un pezzo di vita.

Nicoz, sappi che durante la lettura ho partecipato fortemente alla narrazione mangiando chili di cioccolata, gridandoti di lasciare G. quando ti faceva stare male e rivolgendomi a te come se fossi un’amica. E alcuni dei tuoi buoni propositi, come quello riportato in calce all’articolo, li ho fatti miei. Perché in fondo, c’è un po’ di Born to lose in ognuna di noi. Girls power!

Nota finale. A proposito di dire a voce alta i desideri, in wishlist ho segnato: farsi tatuare da Nicoz Balboa.

 

 

 

L’uomo di casa.

«La risposta è che non c’è un perché al male. Non c’è mai stato.
Siamo solo noi, tutti noi, che abbiamo voluto fingere che il mondo fosse un luogo di pace e d’amore. È una sciocca patetica illusione, mia cara. Dentro il nostro cuore sappiamo bene che non è così, sappiamo che stiamo cercando riparo dentro a una bugia, perché il mondo, in realtà, è solo un luogo orribile, dove succedono cose orribili.»

L’uomo di casa di Romano De Marco (322 pp., Piemme editore) è un domestic thriller ambientato in una cittadina della Virginia dal nome europeo, Vienna, contea di Fairfax.

La protagonista è Sandra Morrison, moglie e madre modello, la cui vita è distrutta dalla morte del marito Alan in circostanze scabrose.

La donna è costretta a rimettere tutto in discussione. Chi era l’uomo con cui ha condiviso vent’anni? Un irreprensibile uomo di casa, marito e padre amorevole, stimato professionista? Oppure un ipocrita dalla doppia vita? 

È per rispondere a queste domande che la protagonista si trova invischiata in un’indagine che risale a trent’anni prima: il caso della Lilith di Richmond, ladra di bambini e assassina seriale, mai consegnata alla giustizia.

L’indagine del presente, narrata con capitoli in terza persona che si intervallano a capitoli in prima persona in cui è Sandra stessa a farci entrare nella sua mente, si mescola all’indagine del passato con balzi temporali a partire dal 1979, anno in cui Gina Cardena, detective afroamericana coraggiosa e indomita, porta avanti una lotta contro tutti alla ricerca della verità.

Ai due piani temporali, si intervallano capitoli scritti in corsivo, che riportano i dialoghi di chi conosce la verità e come un ragno, trama nell’oscurità, giocando con le sorti degli ignari protagonisti.

La voce di De Marco è fresca, sicura. Lo scrittore mescola indizi e dosa i colpi di scena fino all’ultima pagina in cui si aggiunge un’ulteriore chiusa, in cui l’oscurità viene a galla portando con sé l’origine di un male antico quando spaventoso.