Visione: umanità sintetica

«La risposta di Visione era sì. Avrebbe continuato.
Avrebbe riparato quello che era rotto. Avrebbe nascosto quello che non poteva riparare. Avrebbe avuto la sua famiglia. La spiegazione semplice della sua risposta sarebbe stata che lui, che voleva essere umano, riconosceva che questa era la decisione umana.
Che ogni giorno gli uomini e le donne fanno tutti la stessa scelta. Vanno avanti anche se sanno che non è possibile.»

Do Androids Dream of Electric Sheep? Il capolavoro del 1968 di Philip K. Dick metteva in scena androidi e umani in un confronto fortemente filosofico. Che cosa differenzia l’uomo dall’androide? Se anche quest’ultimo prova sentimenti e ha ricordi, seppur prefabbricati, non ha forse la stessa dignità di un essere umano?

La serie Visione (Panini Comics – serie Marvel Collection, pp.136) riprende a distanza di mezzo secolo questi stessi dilemmi e il risultato è un fumetto autoriale profondo e a mio avviso imperdibile. La serie sceneggiata da Tom King e illustrata da Gabriel Hernandez Walda (con un contributo di Michael Walsh in episodio 7) è uscita in due volumi cartonati a colori, racchiusi in volumi davvero curati: Visione 1 – un po’ peggio di un uomo e Visione 2 – Un po’ meglio di una bestia.

Sin dai titoli, fortemente evocativi, esce il dilemma di Visione, il figlio di Ultron, creato per distruggere gli Avengers ma che si ribella al suo destino alla ricerca dell’umanità che gli è stata preclusa dalla nascita. Questo lo porta a due tentativi di mettere su famiglia. Il primo fallisce dolorosamente. Il secondo è il fulcro della narrazione della saga che inizia proprio con il trasferimento della famiglia sintezoide in un nuovo quartiere, per iniziare una nuova vita.

Visione si è creato questa famiglia, e non sto parlando in senso figurato. Virginia, i due figli adolescenti Viv e Vin (a cui si aggiungerà il cane Sparky) sono la sua occasione per inseguire il sogno americano. Ma è il sogno americano che sembra non volere intromissioni da parte di chi è così macroscopicamente diverso.

Questa è una storia sul desiderio di essere accettati, una storia sulla difficoltà di costruire relazioni, sul bullismo, sulla vita e la morte, sull’importanza dei ricordi, sull’importanza di avere un posto da chiamare casa. Questa è una storia sul senso profondo della vita.

Ma non era una storia di supereroi, vi starete chiedendo? Ok, ci sono anche quelli! Non manca il sottofondo con i rapporti tra Vendicatori e Visione, qualche bello scontro con risvolti splatter e ho personalmente apprezzato la comparsata di Spiderman e del nuovo Thor (donna), oltre che dell’immancabile Iron man che quando appare mi mette sempre di buon umore.
Parole e immagini si amalgamano alla perfezione e i colori di Jordie Bellaire sono la ciliegina sulla torta. Capaci di amplificare le emozioni, fanno esplodere la drammaticità, la rabbia e i sentimenti in modo esponenziale.

Sky doll – una bambola con l’anima

Un giorno soltanto. È il tempo che ho impiegato per leggere la saga di Sky doll, il capolavoro di Barbucci e Canepa nella splendida riedizione Bao Publishing, che comprende l’inedito quarto volume.

Alla fine di ogni tomo, sono quattro, tiravo un sospiro di sollievo perché non avrei dovuto attendere anni per leggere quello successivo.

Pensate che dal primo volume della serie La città gialla (uscito per la prima volta con Soleil) all’ultimo capitolo Sudra, sono passati dieci anni. E proprio una decina di anni fa lessi l’episodio uno, che aveva acceso in me una grande curiosità. Oggi, questa curiosità, è stata pienamente esaudita. Grazie a Bao Publishing potrete tuffarvi a capofitto nell’universo di Noa, la protagonista di questa saga fantascientifica dal sapore mistico. 

Volumi cartonati, colori vividi e pulsanti, costine deliziose che si completano quando i libri sono riposti uno accanto all’altro e solleticano il piacere del feticista della carta stampata. Una full immersion tra i misteri di una galassia imprecisata dove niente è come sembra e tutti sono alla ricerca di qualcosa.

«Bugie. Menzogne. Cammino lungo puntini di una linea invisibile che io stessa ho tessuto. La mia stessa esistenza di bambola non è che una farsa.» Questa è la voce di Noa, corpo mozzafiato da sky doll, bambole meccaniche create per soddisfare gli istinti erotici dei cittadini senza commettere peccato, e animo inquieto. Ma, un momento! Noa non dovrebbe possedere un animo. Non dovrebbe avere volontà, Noa.
Le Sky doll dovrebbero essere semplicemente cose, cose al servizio delle altrui pulsioni.

Ma Noa è diversa dalle sue simili. Noa ha il suo interno qualcosa di… magico. 
Ricordi, proprio quelli che ci rendono vivi e unici.

Non vi farò un riassunto della trama e non vi svelerò dettagli. Credo che Sky doll sia come il giardino incantato di una fiaba, da visitare con occhi puri, possibilmente impreparati.
Quello che voglio dirvi è che Sudra, il quarto capitolo della saga, risponde pienamente agli interrogativi aperti nei volumi successivi. Cuce insieme tasselli, fornisce le risposte che cercavamo sul passato di Noa.
Se a una prima lettura Sky doll può essere visto come una grande avventura, un universo visivo perfetto, in bilico tra oriente e occidente; a una lettura profonda è una grande metafora della vita.
Religiosità e sensualità, amore e odio, coscienza e ricerca del sé. Perché tutti possiamo amare o sanguinare… anche se a volte preferiremmo avere cuori meccanici.

 

Aida al confine: perdersi e ritrovarsi tra i fantasmi, a Trieste

aida-al-confine«Sono venuta qui a Trieste perché in verità non sapevo cosa fare. A un certo punto mi vedevo dal di fuori, come in un film. Tutto mi sembrava falso… senza senso…  E con Carlo era uguale. Mi hanno chiesto tutti cosa c’era esattamente che non andava. Il fidanzato era carino, a posto, bravissimo…un sacco di amici, tante cose da fare… eppure non c’era niente di vero, tutto fasullo… Mi capisci?» 

Ti capisco, Aida. E ricordo di aver passato periodi simili, in cui non c’era niente di eclatante che non andasse, eppure quel senso di incompletezza in fondo al cuore non mi lasciava scampo.

Sì, parlo con i personaggi dei libri. Soprattutto quando si tratta di libri che dipingono la vita come Aida al confine di Vanna Vinci (pp.144, brossurato 17 x 24), appena ristampato da Bao Publishing in una splendida edizione che contiene copertine, disegni e bozzetti inediti, oltre che una ricca postfazione scritta dall’autrice come fosse un diario dell’anima.

Aida lascia Bologna per Trieste, la città dei nonni materni.
Scappa da se stessa, forse. Scappa da una vita solo apparentemente perfetta, una vita che non le appartiene.

Aida è una giovane donna che non ha paura di mettersi in discussione, tanto irrequieta, quanto splendidamente inafferrabile. Aida è forse uno specchio di Vanna Vinci. Così come Vanna è uno specchio di Aida, in un gioco di identità sfuggevoli come il turchese, in cui i piani metafisici e i fantasmi non sono altro che proiezioni della realtà. 

vanna2-jpg13320121339Sullo sfondo di una Trieste magica, passato e presente si intersecano in un valzer crepuscolare. E camminando tra le vie della città vecchia, sembra di trovarci in una dimensione in cui tutto può succedere: persino innamorarsi… di un fantasma. Perché amare un fantasma può significare cercare noi stessi, nella nostra essenza più intima. 

La parte finale della vicenda, ci racconta la storia di una città che ha subito la violenza della Seconda Guerra Mondiale e ancora ne porta le cicatrici. Come chi quella guerra l’ha vissuta e ha perduto cari e pezzi di cuore.

Il paesaggio diventa quindi un vero e proprio personaggio della vicenda, come era successo con la Bologna di Sophia, della stessa Vinci (ne avevo parlato qui). E in questa ottica, persino le case abbandonate raccontano storie sottovoce. «A me le case in rovina danno un senso come di perdita… vite quotidiane che non possono tornare… qualcosa di irrecuperabile», dice Aida all’affascinante fantasma che la guida alla ricerca di una verità sepolta. Ma non sa che così facendo, quelle storie le sta già riportando in superficie.

Il tratto di Vanna Vinci è lunare, potente come un film espressionista da vedere e rivedere più volte, fino a consumare la pellicola. E Aida è quasi una moderna Theda Bara, trucco pesante da vamp, a circondare occhi che possono vedere oltre la realtà.

Buon viaggio, al confine.

 

Il piccolo Caronte: quanto è difficile crescere?

L’etimologia della parola “crescere” è latina e ha la stessa radice di “creare”. Perché crescendo il bambino crea il proprio carattere, la propria identità. Crea l’adulto che sarà domani.

Ed è proprio di crescita che parla Il piccolo Caronte, di Sergio Algozzino e Deborah Allo (Tunué, collana Prospero’s Books, cartonato, 144 pp).

Un racconto di formazione fatto di immagini oniriche, di colori che riempiono i sensi, di dubbi e paure, ma anche di improvvise illuminazioni.

Il protagonista della vicenda è il piccolo Mono, figlio del famoso Caronte, traghettatore di anime, psicopompo dell’oltretomba.

Un figlio d’arte insomma, che come tutti non ha scelto dove nascere, e soprattutto è soltanto… un bambino. Un bambino che dopo la scomparsa del padre si ritrova a dover prendere il suo posto nell’Oltretomba. A dover rivestire un ruolo nella società, a doversi prendere delle responsabilità: a dover crescere.

Tre capitoli: Inferno, Vita e Morte. Tre episodi in cui Algozzino ci racconta il viaggio di Mono dal rifiuto, alla consapevolezza, fino all’accettazione del proprio destino.

Un percorso di formazione che porta, infine, alla comprensione della perdita. L’elaborazione del lutto, perché la morte fa parte integrante della vita.

Il piccolo Caronte mi ha riportato alla mente Momo, di Michael Ende. E mi piace pensare che sia la resa grafica del protagonista, che il nome, che varia solo per una consonante, sia un omaggio a questa pietra miliare della letteratura per ragazzi datata 1973.

E per finire, parliamo della parte grafica: Deborah Allo è bravissima nel creare un’atmosfera rarefatta in cui il sogno, l’incubo e la vita vera si mescolano in una danza delicata e colma di lirismo. Alcune illustrazioni sono veri e propri dipinti in cui classicismo e modernità risultano in perfetto equilibrio, e l’effetto di tridimensionalità esplode. Tutto questo anche grazie a una sapiente colorazione (Algozzino e Allo sono, tra le altre cose, stimati coloristi).

«Tuo padre è scomparso. E tu dovrai prendere il suo posto.»
«Ma io sono solo un bambino.»

 

Cinquant’anni di Storia del west: un volume speciale e la mostra a Cremona

Amici barbarici, oggi sono qui per segnalarvi la mostra promossa dal Centro Fumetto A. Pazienza per celebrare i 50 anni della collana “Storia del West”, ideata, coordinata e scritta dal grande Gino D’Antonio, e disegnata da artisti del calibro di Renzo Calegari, Renato Polese e Sergio Tarquinio. Si terrà al Centro culturale Santa Maria della Pietà di Cremona dall’11 al 26 marzo, e credo rappresenti un’occasione imperdibile per conoscere una saga di culto, a cui il fumetto popolare italiano è sicuramente debitore.

Nel giugno del 1967 Storia del West fece capolino nelle edicole italiane. Il progetto, ideato da Gino D’Antonio e Renzo Calegari, consisteva in un grande romanzo a puntate che raccontasse l’avventurosa conquista dell’Ovest durante il diciannovesimo secolo. Protagonisti, una famiglia di coloni, i Mac Donald. 

Sergio Bonelli appoggiò in pieno l’iniziativa e la sostenne sino alla fine. Lui e D’Antonio avevano inizialmente pensato a un formato americano di 32 pagine, per poi decidere di adottare lo stesso formato di Tex, che diventerà poi marchio indiscusso della casa editrice.

Come si legge su CremonaOggi: «Storia del West 50esimo” espone layout, tavole originali, riproduzioni, pubblicazioni e alcuni oggetti e documenti provenienti dal fondo lasciato dallo sceneggiatore Gino D’Antonio. I visitatori potranno così vedere la sua macchina da scrivere e alcune delle sue sceneggiature, nonché il progetto, rimasto inedito, di prosecuzione della saga nel novecento. Sarà allestita inoltre una sezione di tavole di altri personaggi western, in modo da delineare il contesto in cui Storia del West è stata pubblicata. Troveremo così tavole di Tex, Zagor, Ken Parker disegnate e sceneggiate da autori come Gianluigi Bonelli, Rinaldo Roy D’Ami, Francesco Gamba, Andrea Lavezzolo, Gallieno Ferri, Guido Nolitta, Decio Canzio, Aurelio Galleppini, Montanari & Grassani, Franco Bignotti e naturalmente lo stesso Sergio Tarquinio.»

Durante la giornata di inaugurazione sarà preso il calco delle mani di Sergio Tarquinio, che andranno ad aggiungersi alla “Walk of Fame” che Lucca Comics & Games sta preparando in vista della creazione della “Via dei Comics”. Ma le iniziative non finisco qui, Fumetto Lab ha deciso di organizzare uno spettacolo live in cui autori famosi e talenti emergenti del Cfapaz si cimenteranno nell’interpretazione dei layout di Tarquinio. Tra gli ospiti: Pasquale Del Vecchio, Maurizio Dotti e Lola Airaghi, a cui si affiancherà un gruppo di autori emergenti come Roberta Sacchi, Alessandro Fusari, Elisa Mereu, Francesco Franzini, Massimiliano Talamazzi e Giacomo Cella.

Ci tengo a sottolineare che la mostra, con relativa possibilità di visionare i layout originali di D’Antonio, esiste grazie al lavoro di ricerca e alla passione di Marco Cortellazzi, collezionista e indomito ricercatore. Lui, Gianni Bono, Michele Ginevra e Paolo Gallinari sono solo alcuni dei nomi dietro a questa splendida iniziativa.

Alla mostra potrete acquistare il volume “Storia del West”- cinquant’anni, che racconta le radici di una saga che resterà per sempre impressa nel nostro immaginario.

The real cannibal: quando il fumetto horror si tinge di realtà

the-real-cannibal-1-copertina-568x802«Tutti noi abbiamo degli incubi, ma poi, una volta che ci svegliamo, questi incubi svaniscono. Nulla di cui avere paura, dunque. Esistono incubi però, che anche al risveglio non vanno via. Incubi di carne e di sangue che camminano tra di noi».

Sono passati pochi giorni dall’edizione 2017 del Cartoomics di Milano. Tra le novità, vi segnalo una graphic novel per stomaci forti, The real Cannibal, la vera storia dei più grandi cannibali e mostri a fumetti. Andrej  Čikatilo – il predatore rosso è il primo volume di questa nuova serie edita Edizioni Inkiostro.

La copertina cartonata, riprende il giallo e nero del nastro utilizzato dalla polizia per delimitare le scene del crimine e mostra un primo piano ghignante dell’Hannibal Lecter russo.

Il fumetto presenta due tavole di introduzione illustrate da Rossano Piccioni, in cui è la voce di Alfredo Petronio, il capofamiglia della fortunata saga a fumetti The cannibal family, a farci da Caronte e traghettarci nella torbida vicenda di Andrej Čikatilo, conosciuto anche come il Mostro di Rostov.

La storia principale è sceneggiata da Maurizio Ricci e disegnata da Gero Grassi. In un connubio equilibrato di parole e testi, i due raccontano la storia del Predatore rosso, mostrandoci l’orrore nascosto dietro a un borghese apparentemente innocuo, padre di famiglia e membro attivo del partito comunista.

L’indagine del maggiore Fetisov è intralciata dalla cecità dei suoi superiori che non vogliono ammettere l’esistenza di un assassino seriale per non turbare l’opinione pubblica. Nel paradiso del proletariato non possono accadere cose simili, si ostinano a ripetere. E intanto Čikatilo continua a torturare e uccidere: 53 vittime, dal 1978 al 1990. Molti bambini.

L’indagine del presente è alternata con scorci nel passato di Andrej, che mostrano la sua infanzia segnata dai maltrattamenti da parte della madre e dei coetanei, ma soprattutto dalla morte del fratello maggiore, rapito e mangiato dai vicini di casa in un periodo di terribile carestia. Nessuna invenzione, a volte, può essere crudele come la realtà. Ed è proprio questo che the real Cannibal racconta, perché a volte gli incubi camminano tra di noi. Consigliato a un pubblico adulto.

alfredo-e-la-notte-dei-morti-viventi-cannibal-family-special-inkiostro-edizioni-800x445Chiudo con la segnalazione di un’altra novità Ink: Alfredo e la notte dei morti viventi. Una vicenda imperdibile per che gli amanti delle zombie story. Una vicenda tanto romantica quanto disturbante, illustrata da Rossano Piccioni e sceneggiata da Stefano Fantelli, che vede protagonista Alfredo Petronio. Una fuga dai ricordi del passato e dall’amore, quello che tutti vorrebbero ma che richiede tutto: carne e sangue.

 

Non sei mica il mondo

page_1«Anche a me piace sedermi qui… in mezzo alla gente che corre a destra e a manca. Agli odori… Loro corrono, io sono seduta. Mi piace così»

Non sei mica il mondo (collana Tipitondi – Tunué, 188 pp.) è l’opera prima del francese Raphaël Geffray che, da autore completo, ci mostra il mondo di Bené, un bambino di otto anni e mezzo che non vuole aprirsi al mondo, ma nel mondo e nelle sue regole è intrappolato.

Sin dalle prime pagine, ci troviamo in un universo ostile, reso graficamente da illustrazioni disturbate e disturbanti. Gomitoli di pensiero, volti spaventosi che sembrano tracciati a penna per liberarsi da un pensiero ossessivo. È il mondo della mente di Bené e dei suoi sogni, resi in un bianco e nero puro e claustrofobico. Ma non è molto migliore il mondo che troviamo al risveglio del protagonista, tracciato con uno stile diverso, acquerello con note di seppiato che rendono (se possibile) l’atmosfera ancora più angosciante.  

Perché Non sei mica il mondo è una graphic novel che parla di un bambino, ma non è per una storia per bambini. È un racconto crudo e sincero sull’incomunicabilità e sulla solitudine. Cosa significa chiudersi agli altri al punto da non voler imparare a leggere e a rapportarsi con la gente?

Nella sua breve carriera scolastica, Bené è stato allontanato da cinque istituti. È un bambino violento, attaccabrighe, non vuole imparare e non si separa mai dalla sua non_sei_mica_il_mondo_2rabbia, impersonata da una maschera inquietante che lui stesso ha creato e che porta scritto il suo nome.

E così vediamo il suo primo giorno di scuola, in un nuovo istituto, la Scuola dei Colori che, al contrario di quello che il nome suggerirebbe, è un ambiente cupo, quasi ostile. Ma alla preside, che incarna le regole e la mancanza di empatia, si contrappone la maestra Valentine, che rappresenta un punto di vista diverso nell’ambiente scolastico e di conseguenza sociale.

non-sei-mica-il-mondoValentine pensa che il compito della scuola sia quello di comprendere gli adulti di domani prima ancora di educarli e fornire nozioni. La sua caparbia e il suo interesse sincero per Bené finiscono per scalfire il muro che lui ha costruito per difendersi dalle regole del mondo. E così lui capisce che la violenza non è la risposta a tutto, e inizia un lento processo di integrazione. 

 

Ma quando la maestra viene sostituita, quel muro torna alto. Gli incubi di Bené si materializzano nuovamente e il suo io ferito torna a coprirgli l’anima. Proprio come la maschera da cui non si separa mai gli copre il volto quando vuole nascondersi dal mondo.

Non sei mica il mondo ci invita a riflettere sulle difficoltà di un bambino problematico all’interno di un sistema incapace di focalizzarsi sul bisogno del singolo. È un racconto di formazione lucido, teso, a tratti disilluso, che non rinuncia alla delicatezza e all’incanto. Perché tutti noi, abbiamo diritto a una seconda possibilità.