Le strade di sera

«In quella radura i bambini avrebbero dovuto giocare spensierati, innocenti come quegli animaletti simili ai personaggi di un cartone animato. Per associazione di idee, il commissario pensò ad Alice nel paese delle meraviglie. Chissà se anche in quel bosco c’era la tana di un coniglio bianco in cui precipitare per vivere fantastiche avventure prima di tornare alla realtà. Un luogo in cui ambientare una favola, o ispirarsi per le scene di un film d’animazione, una storia in cui elfi e folletti giocano nascosti nell’erba e i bambini si entusiasmano alle loro disavventure, che si concludono inevitabilmente con un lieto fine. Invece questa era una brutta storia, dove i cattivi lo erano per davvero, e la principessa addormentata non si sarebbe svegliata più.»

Un paesino dell’Umbria in cui tutti sembrano nascondere segreti. Una bambina trovata morta in un bosco e una madre alla ricerca della verità. Un poliziotto, Michele Forestieri, esperto in reati contro l’infanzia ma ora in convalescenza, in fuga da se stesso. Questi gli ingredienti di Le strade di sera (Hobby & Work), il giallo del bravo Enrico Luceri.

«Le strade di notte mi sembrano più grandi e anche un poco più tristi. È perché non c’è in giro nessuno. Anche i miei pensieri di notte mi sembrano più grandi e forse un poco più tristi. È perché non c’è in giro nessuno» cantava Gaber. Canzone perfetta per fare da sottofondo all’intera vicenda. Una vicenda intrisa di malinconia, un viaggio all’interno dell’animo umano alla ricerca del colpevole, ma anche dell’unico ingrediente che può rendere un uomo davvero libero: la verità.

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Intervista a Dario Correnti

Lo pseudonimo Dario Correnti nasconde due talentuosi autori, sulla cui vera identità il dibattito in rete è accesissimo, che con ironia pungente hanno raccontato una storia nerissima. Una storia che affonda le radici nelle vicende di Vincenzo Verzeni, il vampiro di Bottanuco, ovvero il primo serial killer italiano della storia, che a fine Ottocento uccideva le sue vittime e poi compiva atti di cannibalismo sui cadaveri.

Alcuni giorni fa, ho avuto il piacere di intervistare Dario Correnti durante la presentazione letteraria virtuale del thriller Nostalgia del sangue (Giunti). La riporto in sede “barbarica” per chi se la fosse persa.

BB: Buonasera a tutti e benvenuti a questa presentazione letteraria un po’ insolita. Insolita perché avverrà tutto online, ma io modererò questo incontro come se mi trovassi in una libreria o a un festival del giallo. Insolita e… misteriosa. Perché misteriosa è l’identità dei due scrittori che si celano dietro allo pseudonimo Dario Correnti.
DC: Ciao a tutti e grazie a Barbara.

BB: Bentrovato Dario, felice di conoscerti. Per prima cosa, per scavare nell’origine di questo primo mistero, perché la scelta di utilizzare uno pseudonimo?
DC: Darione, così l’abbiamo soprannominato, è un terzo individuo, molto diverso da noi. Nessuno dei due aveva mai scritto un giallo, con questo pseudonimo ci sentivamo più liberi di sperimentare il thriller.

BB: Nostalgia del sangue riporta alla luce la figura controversa di Vincenzo Verzeni, soprannominato Il vampiro di Bottanuco, il serial killer che ha agito nelle campagne del bergamasco nella seconda metà dell’Ottocento. Cesare Lombroso lo definì “un sadico sessuale, divoratore di carne umana” ma leggendo gli atti processuali si rimane spiazzati di fronte al suo candore. Cosa ti ha spinto a scegliere proprio Verzeni? E cosa ti ha più colpito di lui e della sua storia?
DC: Uno dei due l’ha scoperto per caso e da lì siamo rimasti affascinati. È vero quello che dici, c’è del candore in lui, nonostante tutto. E la sua storia anticipa alcuni dei grandi temi della criminologia moderna, in particolare il rapporto fra psicopatia e libero arbitrio e quindi responsabilità penale.

BB: Mi rifaccio proprio a questa tua risposta. Nel romanzo una parte importante è dedicata all’indagine e al criminal profiling. Parli di Lombroso, della fisiognomica e sono citati gli atti del processo a Verzeni. La documentazione è una fase delicata e impegnativa del processo creativo. Vuoi parlarcene?
DC: Senza dubbio. Abbiamo cercato gli atti e più in generale abbiamo dovuto studiare parecchio, da Lombroso alle moderne neuroscienze. Poi però scrivere è una cosa diversa, allora abbiamo preso come modello il romanzo storico, dove si usano le fonti ma si inventa.

BB: Venendo alle questioni più tecniche. Due menti, quattro mani. Come vi siete approcciati alla scrittura?
DC: E’ complicato. Qui ci sono due menti (e due persone che studiano) ma due mani sole, non quattro. Cioè studiamo, costruiamo e pensiamo insieme (da soli non lo faremmo mai: funziona l’incastro) ma chi di fatto scrive il grosso è uno solo.

BB: Marco Besana e Ilaria Piatti, com’è stato il primo incontro con quelli che sarebbero divenuti i protagonisti del romanzo?
DC: Sono venuti fuori da soli, una sera d’estate (ma molto piovosa, sembrava autunno). A un certo punto, uno dei due si è messo a camminare avanti e indietro e diceva all’altro: Dunque qui ci sono una certa Ilaria Piatti e un certo Marco Besana. Non so cosa vogliono, ma sono arrivati qui.

BB: Succede lo stesso anche a me. Credo che in qualche modo siano i personaggi a “sceglierci” più che il contrario.
DC: Infatti siamo curiosi di sapere che rapporto ci sarebbe secondo te fra Aurora e Ilaria, se si incontrassero.

BB: Credo che si piacerebbero. Si scatenerebbe quella che definisco “sorellanza”. Donne che si riconoscono e scelgono in qualche modo di sostenersi. Credo che Aurora, come fa Besana, sgriderebbe Ilaria per come a volte si sminuisce.
DC: Sulla sorellanza ci stiamo. Ma non credo che Ilaria sia correggibile.

BB: Ilaria è perfetta così. La si corregge perché le si vuole bene.
Ancora su Besana e Piatti: un giornalista di nera a un passo dal pensionamento e una stagista. Ma anche un uomo anziano con le sue disillusioni e una donna insicura. Due antieroi che combattono una battaglia più grande di loro. Il tuo è stato anche un modo per dare voce a chi a volte fa fatica a far sentire la sua voce?
DC: Senza dubbio. A noi piacciono gli antieroi. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi, come diceva Brecht. Sono più umani, i perdenti. In questo momento poi, in cui i giornalisti vengono sempre insultati. Ma non sono tutti da buttare. Anzi, di gente che fa seriamente il suo mestiere c’è sempre bisogno.

BB: Anche qui ci troviamo concordi. e, citando Bowie, ciascuno di noi può essere Eroe per un giorno.
Veniamo all’ambientazione che diventa quasi protagonista della vicenda con la sua nebbia, il freddo che sembra entrare nelle ossa, la campagna che può nascondere i mostri e la città di Milano. Che ruolo ha per te?
DC: Abbiamo capito che con un thriller è difficile fare letteratura, il genere spesso pretende troppa azione e troppa rapidità. Gli unici momenti concessi a pagine più alte, in cui puoi usare davvero la scrittura, sono quelli legati al paesaggio. E lì, di colpo, ci sentivamo più liberi dalle regole del thriller, che sono implacabili.

BB: Si dice, secondo me non a torto, che il poliziesco ha raccolto l’eredità del romanzo sociale. Al termine del lavoro di documentazione, come hai trovato l’Italia di fine Ottocento rispetto all’Italia di oggi?
DC: Domanda molto interessante. Noi non sapevamo niente della Bergamasca, per esempio. Ma eravamo costretti a guardarla con attenzione perché il romanzo poteva essere ambientato solo lì per via di Verzeni. E così ci siamo accorti di tante cose. Per esempio che la solitudine di Verzeni e la sua disperazione è più attuale di quel che sembra. Oggi forse giocherebbe compulsivamente alle slot.

BB: Incredibile leggere che non sapevate nulla della bergamasca. Credevo che uno di voi fosse originario di lì…
DC: Invece no. Fa parte della gran fatica di scrivere i romanzi. Che ti porta però al piacere di scoprire mondi nuovi. Ci entri e devi guardarli come se ci fossi nato.

BB: So di cosa parli. È qualcosa di forte. Alla fine entri così tanto nello studio prima, e nella narrazione poi, che i luoghi e i personaggi ti scorrono nel sangue.
DC: Esatto.

BB: Stephen King afferma che scrivere (e leggere) di paura è un modo per allenarsi alla paura. Qual è stata la molla che ti ha spinto a scegliere il thriller come romanzo d’esordio?
DC: Urca. Dobbiamo andare tutti e due dallo psicanalista per capirlo. Al momento non ce l’abbiamo, ma domani facciamo un giro di telefonate per chiedere dei nomi. Sicuramente leggere storie di paura è catartico: ti aiuta a allontanarti dalla paura vera, che è la morte. Scrivere, non lo sappiamo. Forse è un bisogno analogo.

BB: Sono convinta che sia così in entrambe le direzioni. Leggere e scrivere di paura, aiuta a esorcizzare la paura vera, che è la morte sì. Ti chiedo: se Nostalgia del sangue diventasse un film a chi vorresti fosse affidata la regia? E chi vedresti nelle vesti dei protagonisti?
DC: La regia a qualcuno di appassionato. Forse i toni cupi e insieme ironici di Garrone sarebbero adatti. Sugli attori non sapremmo dire. Un francese tipo Lindon o un Auteuil per Besana non sarebbe male. Ma non vogliamo farci dei film noi!

E poi il tempo è scaduto e ci siamo dovuti salutare. Per iscrivervi al gruppo fb dedicato a Nostalgia del sangue e leggere le domande dei lettori che sono intervenuti a questa presentazione virtuale, non vi resta che cliccare QUI.

Salvare le ossa

«China sembra impegnata in un combattimento, e in fin dei conti è quello che è nata per fare. Combatte con le nostre scarpe, con gli altri cani e con i cuccioli che stanno cercando di uscire, ciechi e bagnati. China è sudata e anche la pelle dei miei fratelli brilla, e dalla finestra della baracca vedo papà con la faccia tutta lucida e scintillante, come il guizzo di un pesce sott’acqua illuminato dal sole. C’è silenzio. Afa. Sembra che debba piovere, e invece no. Non ci sono stelle, e alla Fossa le lampadine sono accese.»

Salvare le ossa di Jesmyn Ward (NN editore) è un romanzo poetico, feroce, letterario. Un romanzo che ti entra dentro, come le unghie nella carne quando stringi troppo il pugno. Un romanzo pieno di metafore avvolgenti, intriso di odori, umori, sangue e verità. Un romanzo altissimo, capace di descrivere le bassezze dell’animo umano con una sincerità disarmante. Un romanzo che fa male, ma insieme ti innalza.

La voce narrante è quella di Esch, ancora una ragazzina che si abbandona con piacere ai ricordi dell’infanzia, ma insieme donna in un mondo di uomini. Donna che ha provato il desiderio ed è rimasta incinta di chi non la ama e non la amerà mai. Sorella, orfana di madre, anima impaurita di fronte ai cambiamenti del suo corpo e all’uragano Katrina in arrivo, ma insieme guerriera coraggiosa che guarda negli occhi il futuro. L’altra guerriera del romanzo è lei, China, un pitbull da combattimento diventata madre. Una fiera che darebbe la vita per Skeetah, padrone a cui giura fedeltà a ogni respiro, il fratello selvatico della protagonista.

Lo sfondo è la Fossa, un luogo di povertà e rottami, ma anche di natura selvaggia, foreste e acquitrini. Un luogo che sentirete vivo e pulsante al frusciare di ogni pagina sfogliata.

Salvare le ossa è un racconto di formazione, una tragedia classica ambientata in un presente lontano da noi, eppure così vicino. Ma anche la storia di una famiglia, imperfetta eppure fieramente unita contro il vento più impetuoso.

«Questo libro è per Medea, che va incontro a Giasone tremante nel vento, per chi dopo la pioggia pesca a mani nude i girini nei fossi, per chi gioca a nascondino nelle stanze di vapore tra lenzuola stese ad asciugare, e per chi corre mano nella mano con suo fratello, ogni passo il balzo di un uccello che si alza in volo.»

L’ultimo tramonto

«Ho sempre pensato alla mia vita come a un lungo, faticoso viaggio. Con molte fermate, nessuna definitiva. Sempre pronta a ripartire, ricominciare. Andare alla ricerca di qualcosa… ma cosa? Una volta ho letto una frase, da qualche parte qui in Germania. Forse un proverbio. Heimat ist dort, wo man nicht nach dem weg fragen muss. Non sono mai riuscita a tradurla bene. Casa è là dove non devi chiedere la strada. Casa, patria, terra natia.» Oggi vi parlo de L’ultimo tramonto, scritto da Marco Rincione e illustrato da Mattia Surroz per Timed” dell’editore Shockdom.

La collana narra delle «vite tormentate dei Timed, persone all’apparenza comuni ma con superpoteri logoranti e fatali per le loro esistenze.» Ci tengo subito a dire che la vicenda è autoconclusiva e si può leggere indipendentemente dalle altre storie racchiuse in questo universo narrativo. L’edizione è di pregio, copertina cartonata, a colori.

Seguo Marco da anni; credo di aver letto tutto di lui. La sua cifra stilistica è come la firma di un writer che riconoscerei sul muro di qualsiasi città. Mi è quindi bastato aprire la prima pagina per sentirmi… a casa, citando l’incipit del volume che vi ho proposto a inizio chiacchierata.

Ma una casa scomoda, sospesa tra le nebbie di paure ancestrali. Una casa dalle pareti impastate di dolore e le cui finestre hanno vista sul giardino dei sogni infranti.

«Mi chiamo Paola C. e questa è la storia di un viaggio. L’ultimo viaggio della mia vita.» È questa la sfida dell’autore, farci sapere sin dal principio che stiamo per affrontare un viaggio doloroso, spietato, all’interno dell’animo umano. E ugualmente farci preparare i bagagli con la fiducia che alla fine di questo viaggio ne usciremo arricchiti. Perché L’Ultimo viaggio racchiude anche la scintilla della speranza. Una speranza flebile, più di una volta calpestata ma ancora viva.

La speranza che non sia mai troppo tardi per capire per che cosa vale la pena vivere. E per che cosa morire.

Le tematiche affrontate sono molteplici: la solitudine, il rimpianto, la violenza sessuale, l’omofobia, la malattia e l’Amore. Quello con la A maiuscola che se non lo riconosci in tempo, poi ti perseguita per tutta la vita. La narrazione è un filo sottile e affilato,  le azioni sul piano reale sono pochissime; perché quello che conta avviene dentro. L’anima.

E ora veniamo alla parte visiva. Mi ero innamorata del tratto raffinato ed emozionale di Mattia Surroz dai tempi de Il Suono della Sirena (Shockdom). Mattia riesce a dar spessore alle emozioni narrate con espressività e potenza. Alcune sue illustrazioni provocano dolore fisico dal quanto sono capaci di superare il piano visivo per infilarsi sotto i nervi.

Sceneggiatore e disegnatore diventano una persona sola, l’artista capace di comunicare a più livelli, tra la pancia e il cuore. E i colori scelti raccontano gli stati d’animo della protagonista. Dal buio della scena iniziale ambientata in Germania, a quell’ultimo tramonto di fuoco. Disturbante, lacerante, poetico, come la morte del sole sul mare.

Pulixi e il buio dell’animo umano

«Nessuna notizia corre veloce in questura come quella della morte di un poliziotto. Omicidio o suicidio non fa differenza. In pochi minuti tutti lo sanno. E non importa che si tratti dell’ultimo degli agenti o del più alto dirigente. Quello che conta è che era un poliziotto. Uno di loro.»

La scelta del buio di Piergiorgio Pulixi (Sabot/age – Edizioni E/O) è il secondo volume della serie i Canti del male, con protagonista il commissario Vito Strega. Un solitario, di natura, un solitario per condanna visto che «per i colleghi non era più uno di loro da quando aveva ucciso in servizio un suo collaboratore, l’ispettore Jacopo Di Giulio. Poco importava che una commissione disciplinare interna l’avesse scagionato e reintegrato, giudicato quando successo quella notte un tragico incidente. Assassino di sbirri, sussurravano alle sue spalle. Nessuno gli rivolgeva più la parola. Era come un fantasma.»

Ed è proprio il “commissario fantasma” a dover far luce sulla morte del collega Roberto Larocca. La scena del crimine fa presupporre che si tratti di un suicidio, ma a Strega qualcosa non torna. Il dubbio si è insinuato nella sua mente come una spina impossibile da estirpare. Ed è attorno a un dettaglio apparentemente poco importante che Vito Strega fa partire la sua indagine.

Solo contro tutti, incurante delle pressioni della Digos, dell’odio dei colleghi, dei fantasmi del passato che non gli danno tregua.

La scrittura di Pulixi è essenziale, chirurgica. Nessuna frase di troppo, nessuna scorciatoia. L’indagine si dipana quasi come un pretesto per illuminare il buio dell’animo umano. Il tutto camminando sull’orlo del precipizio. Proprio come fa Strega, un uomo imperfetto che trova schegge di pace tra i suoi libri e un pezzo di Coltrane e la compagnia della gatta nera Sofia.

Tra le altre cose, ho apprezzato particolarmente il finale che non vuole essere per niente consolatorio, in linea con chi sceglie di narrare il buio.

I figli del male: quando il male si nasconde nel buio

«L’uomo con le cicatrici strinse il rasoio tra le dita. Il volto ricoperto dalla schiuma e lo sguardo fisso nello specchio. Studiò il suo petto nudo, il labirinto di segni che deturpava la pelle. Veterano di una guerra senza tempo. Per ogni taglio, c’era un ricordo. I bambini che aveva aiutato se li portava addosso, uno a uno. Granelli di polvere sui vestiti, l’odore della strada, asfalto bagnato dalla pioggia. I colleghi all’ASL dicevano che si faceva prendere troppo. Il lavoro doveva essere lavoro, era l’unica regola da seguire se si voleva restare vivi. Ma cosa ne sapevano loro del buio? Della sensazione che si provava nel fissare l’oscurità in attesa che le pupille si adattassero? Cosa accadeva a quelli troppo piccoli per camminare senza luce?»

Il romanzo di Antonio Lanzetta, I figli del male (La Corte Editore) è ambientato nel Sud Italia, con una trama che si dipana tra il presente, il passato del secondo dopoguerra a Castellaccio (paese di invenzione) e la fine degli anni Ottanta a Salerno. Seguiamo le vicende di Damiano Valente, Lo Sciacallo, che trasforma i casi di nera in romanzi di successo. Uno che ha affrontato il buio nella sua vita. Storpio a seguito di un incidente, pieno di rimpianti, combatte ogni giorno contro il dolore fisico e quello dell’anima.

Quando il cadavere di un uomo viene ritrovato in una zona isolata del lungomare con i pantaloni abbassati e un bigliettino conficcato in gola, Valente viene convocato per un consulto dalla polizia.
“Lui vede”, c’è scritto nella macabra missiva. Cosa significa?

In contemporanea con l’indagine dello Sciacallo, il suo amico d’infanzia Flavio, l’uomo con le cicatrici, si ritrova immischiato in una torbida faccenda. Assistente in una clinica psichiatrica, rischierà il tutto per tutto per aiutare una ragazza ricoverata nella struttura a uscire dal buio che la avvinghia. Il buio della mente, ma anche del passato che dice di non ricordare a seguito di uno shock.

Insieme a Damiano e Flavio, seppur in secondo piano, c’è Stefano. I tre erano amici d’infanzia, amici che hanno condiviso un grande dolore e che sono già stati introdotti nel primo thriller di Lanzetta, Il buio dentro, uscito lo scorso anno sempre per i tipi di La Corte Editore.

Ci tengo a precisare che I figli del male può anche essere letto indipendentemente dal primo volume della serie. Lo stile è d’impatto, senza giri di parole, i colpi di scena trasportano il lettore su una montagna russa impazzita che si ferma solo all’ultima pagina. Non vi svelo altro perché il bello dei thriller è scoprire i misteri da sé. Aggiungo solo che avrò il piacere di presentare Lanzetta a Cento, sabato 28 aprile alle 17:30, alla libreria Albatros.
Per chi è in zona, vi consiglio di non perdervi l’evento.

Di maschere e secessionismo: La signorina Else

«Ecco, finito il rosseggiare alpino. Sta già facendo notte. E io me ne sto tranquilla qui sul davanzale mentre papà dovrà essere incarcerato. No. Mai e poi mai. Non può accadere. Io lo salverò. Sì papà, ti salverò. È semplicissimo in fondo.»

La signorina Else di Manuele Fior (Coconino) è la trasposizione a fumetti dell’omonima novella di Arthur Schnitzler, del 1924.

Vi anticipo subito che ho amato alla follia questo graphic novel: l’edizione grande e con carta di pregio che ci permette di ammirare le tavole in tutto il loro splendore, la copertina ruvida e i contenuti speciali, con lo sketchbook di disegni e gli appunti di lavorazione, fino alla postfazione dell’autore che ci fa sbirciare nei dietro alle quinte dell’opera.

I disegni di Fior lasciano a bocca aperta. È come se i padri del secessionismo viennese si fossero dati appuntamento per una partita a scacchi con l’autore. L’omaggio a Klimt è chiaro sin dalle prime pagine, Schiele arriva in punta di piedi e le inquietudini di Munch fanno capolino quando meno te lo aspetti. «Ho capito che l’opera grafica di Klimt sarebbe stata il mio nord» dice l’autore stesso nella postfazione. «Quella sua linea a filo di ferro che si modella sulle cosce delle donne, ne ritaglia nasi aguzzi e si incurva sulle fronti ampie delle sue modelle.»

Ma si tratta di suggestioni, perché Fior crea il proprio stile emozionale per raccontare questa storia vecchia quasi un secolo, eppur ancora attualissima.

Else non è altri che una ragazza come tante, che si è da poco affacciata all’età adulta e della vita sa ben poco. Appartenente all’alta borghesia viennese, è in villeggiatura in Italia con la zia quando viene raggiunta da una lettera da parte della madre: il padre rischia l’arresto per bancarotta. L’unica possibilità per salvarlo è chiedere un aiuto economico al ricco signor Dorsday, ospite dello stesso hotel. Quest’ultimo accetta, ma in cambio chiede alla ragazza di incontrarla da sola, di poterla vedere nuda. Ricatto sessuale, si direbbe oggi.

La dignità che si scontra con il potere del denaro. Ma il denaro può davvero comprare tutto?

Con il suo tratto liquido ed emozionale, con i colori che virano a seconda dello stato d’animo della protagonista, Fior mette in scena il dramma della signorina Else. Sceglie di farlo mantenendo lo stesso monologo interiore del racconto originale.

Ci troviamo quindi nella mente di Else, un posto scomodo dove resteremo imprigionati fino all’ultima pagina.

Poche ore separano la vita alla morte. Poche ore dalla partita a tennis che apre il volume alla bara, il tutto sotto gli occhi della società dell’epoca racchiusa nel microcosmo dell’hotel che fa da sfondo alla vicenda. È il teatro della falsità borghese in contrapposizione con la natura incontaminata che lo circonda. 

Come nella sua controparte letteraria, anche qui la scena della resa dei conti tra Else e il signor Dorsday – ma anche tra la sua purezza e il falso perbenismo della società – ha luogo nella sala della musica, mentre una pianista incurante esegue il Carnaval di Schumann. Il tutto è fortemente simbolico: le maschere di chi la circonda non sono diverse da quelle che si indossano a carnevale. Fior sceglie di disegnare le note sulla pagina. Nere su bianco, forti come un grido. Il grido di una persona disposta a tutto pur di battere la società ipocrita che la circonda. E su queste note vi do appuntamento alla prossima recensione barbarica.